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VINCENZO CARDARELLI



POESIE VARIE










Ottobre

Un tempo, era d'estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all'autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest'aria che odora
di mosto e di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulla vigne saccheggiate.
Sole d'autunno inatteso,
che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlti al peggio e la morte nell'anima.
Ecco perché ci piaci,
vago sole superstite
che non sai dirci addio,
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
tanto più bello quanto più t'inoltri
e sei lì per spirare.
E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch'è tutta una dolcissima agonia.
  
Pagina a cura di Nino Fiorillo == e-mail:nfiorillo@email.it ==
RITRATTO DI

VINCENZO CARDARELLI
_________

di
AUGUSTO BENEMEGLIO
__________________





Sera di Gavinana

Ecco la sera e spiove
sul toscano Appennino.
Con lo scender che fa le nubi a valle,
prese a lembi qua e là
come ragne fra gli alberi intricate,
si colorano i monti di viola.
Dolce vagare allora
per chi s'affanna il giorno
ed in se stesso, incredulo, si torce.
Viene dai borghi, qui sotto, in faccende,
un vociar lieto e folto in cui si sente
il giorno che declina
e il riposo imminente.
Vi si mischia il pulsare, il batter secco
ed alto del camion sullo stradone
bianco che varca i monti.
E tutto quanto a sera,
grilli, campane, fonti,
fa concerto e preghiera,
trema nell'aria sgombra.
Ma come più rifulge,
nell'ora che non ha un'altra luce,
il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.
Sui tuoi prati che salgono a gironi,
questo liquido verde, che rispunta
fra gl'inganni del sole ad ogni acquata,
al vento trascolora, e mi rapisce,
per l'inquieto cammino,
sì che teneramente fa star muta
l'anima vagabonda.






Autunno veneziano

L'alito freddo e umido m'assale
di Venezia autunnale,
Adesso che l'estate,
sudaticcia e sciroccosa,
d'incanto se n'è andata,
una rigida luna settembrina
risplende, piena di funesti presagi,
sulla città d'acque e di pietre
che rivela il suo volto di medusa
contagiosa e malefica.
Morto è il silenzio dei canali fetidi,
sotto la luna acquosa,
in ciascuno dei quali
par che dorma il cadavere d'Ofelia:
tombe sparse di fiori
marci e d'altre immondizie vegetali,
dove passa sciacquando
il fantasma del gondoliere.
O notti veneziane,
senza canto di galli,
senza voci di fontane,
tetre notti lagunari
cui nessun tenero bisbiglio anima,
case torve, gelose,
a picco sui canali,
dormenti senza respiro,
io v'ho sul cuore adesso più che mai.
Qui non i venti impetuosi e funebri
del settembre montanino,
non odor di vendemmia, non lavacri
di piogge lacrimose,
non fragore di foglie che cadono.
Un ciuffo d'erba che ingiallisce e muore
su un davanzale
è tutto l'autunno veneziano.

Così a Venezia le stagioni delirano.

Pei suoi campi di marmo e i suoi canali
non son che luci smarrite,
luci che sognano la buona terra
odorosa e fruttifera.
Solo il naufragio invernale conviene
a questa città che non vive,
che non fiorisce,
se non quale una nave in fondo al mare.
.






Ritratto

Esiste una bocca scolpita,
un volto d'angiolo chiaro e ambiguo,
una opulenta creatura pallida
dai denti di perla,
dal passo spedito,
esiste il suo sorriso,
aereo, dubbio, lampante,
come un indicibile evento di luce.



Passaggio notturno

Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch'io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m'investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M'è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch'io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.











Genitori

Io devo al grembo che m'ha partorito
il temerario amore per la vita
che m'ha tanto tradito.
Poi che nacqui da un sangue
ben fervido e gioviale.
Io nacqui da una donna che cantava
nel rimettere in ordine la casa
e, madre più trionfante che amorosa,
soleva in braccio portarmi con gloria.
Ora, ebbi un padre severo
come un santo orgoglioso.
E furon questi i due forti avversari
che m'hanno generato.







Abbandono

volata sei, fuggita
come una colomba
e ti sei persa, là, verso oriente.
Ma sono rimasti i luoghi che ti videro
e l'ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.

Amicizia

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c'incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam riaspettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.




Idilio

Per una stradetta ombreggiata
fra due muri di pietre rugginose
da cui spuntavano pampini
soleggiati,
vidi un giorno, in Liguria,
(oh incontro inatteso!)
una giovane contadina
ritta sul limite del suo vigneto.
Era la via romita,
l'ora estuosa.
Mi guardò, mi sorrise,
la villanella.
Ed io le dissi, accostandomi,
parole che udivo salire
dal sangue,
da tutto il mio essere, in lode
di sua bellezza.
Sotto il rossore del volto imperlato
dall'interrotta fatica
la bocca sua rideva luminosa.
Era scalza. Una scaglia
d'argilla dorata
rivestiva i suoi piedi usi ai diurni
lavacri della fonte.
Gli occhi, infocati e lustri,
di gioventù brillavano,
solare e profonda.
E dietro a lei, così terrosa e splendida,
l'ombre cognite e fide
della domestica vite
parevan vigilarla.
Tutto era pace intorno
e silenzio agreste.


Sardegna

Sul languido cielo s'incidono,
Sardegna, i tuoi monti di ferro.
Cielo velato
come da un polline
malsano, che a guardarlo ci si strugge.
Malinconica Circe,
è con questo richiamo
che trattieni il partente,
presso il Limbara nostalgico.
Ed è così che il sardo
mai tradirà la sua terra fedele.

Quando il cisto più odora
e per le vie marine,
messaggio della vita misteriosa
che in te si cela,
s'avvicina fidente la pernice,
io percorsi, o Sardegna, le tue strade
saline di Gallura,
la terra d'Orosei, bianca, africana,
la Barbagia granitica e selvosa,
l'Ogliastra rossa,
ed oltre il Campidano, le cui donne
hanno seni di pietra,
mi spinsi a Teulada
ove il daino saltellava
sui gradini della casa ospitale.
Sostai fra gli ombrosi
aranceti di Milis. Risalii
l'altipiano ventoso, verso Mandas,
in compagnia d'un canto di soldato,
unica medicina
a tanta malinconia.
E sul corso d'un fiume assiduo e lieto
mi ritrovai fra la tua fiera gente
barbaricina,
che giù dal Gennargentu,
dove fra il bianco granito frondeggiano
le querce e l'elce nera,
calava un tempo
alla pianura fertile e fangosa.

==>SEGUE











Crudele addio

Ti conobbi crudele nel distacco.
Io ti vidi partire
come un soldato che va alla morte
senza pietà per chi resta.
Non mi lasciasti nessuna speranza.
Non avevi, in quel punto,
la forza di guardarmi.
Poi più nulla di te, fuorché il tuo spettro,
assiduo compagno, il tuo silenzio
pauroso come un pozzo senza fondo.
Ed io m’illudo
che tu possa riamarmi.
E non fo che cercarti, non aspetto
che il tuo ritorno,
per vederti mutata, smemorata,
aver noia di me che oserò farti
qualche amoroso e inutile dispetto.


Benvenuta estate.

Benvenuta estate.
Alla tua decisa maturità
m'affido.
Mi poserò ai tuoi soli,
ricambierò alla terra
in tanto sudore caldo
delle mie adempiute nutrizioni
i suoi veleni vitali.
Lascio la primavera
dietro di me
come un amore insano
d'adolescente.
Lascio i languori e le ottusità,
i sonni impossibili,
le faticose inerzie animali,
il tempo neutro e vuoto
in cui l'uomo è stagione.
Io che non spunto a febbraio coi mandorli,
non mi compiaccio all'arido sapore
di sasso che acuisce
il gusto dolce dell'acqua dei rivi,
alle gocciole chete
di nuvola randagia
che vanno in punta di piedi
in compagnia dei pensieri,
non colgo il biancospino;
che  amo i tempi fermi e le superfici chiare,
e ad ogni transizione di meriggio,
rotta l'astrale identità del mattino,
avverto gli spazi irritarsi,
e sento il limite e il male
che incrinano ogni cambio d'ora,
saluto nel sol d'estate
la forza dei giorni più eguali.
Ai punti estremi, alle stagioni violente,
come sotto il frantoio dei pericoli
dove ogni inquietudine si schianta
prendo le sole decisioni buone,
la mia fuggiasca fecondità
ritrovo.









Settembre a Venezia

Già di settembre imbrunano
a Venezia i crepuscoli precoci


e di gramaglie vestono le pietre.
Dardeggia il sole l'ultimo suo raggio
sugli ori dei mosaici ed accende
fuochi di paglia, effimera bellezza.
E cheta, dietro la Procuratie,
sorge intanto la luna.
Luci festive ed argentate ridono,
van discorrendo trepid e lontane
nell'aria fredda e bruna.
Io le guardo ammaliato.




Sera di Liguria

Lenta e rosata sale su dal mare
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.
Indugiano le coppie nei giardini,
s'accendon le finestre ad una ad una
come tanti teatri.
Sepolto nella bruma il mare odora.
Le chiese sulla riva paion navi
che stanno per salpare.












Febbraio

Febbraio è sbarazzino.
Non ha i riposi del grande inverno,
ha le punzecchiature,
i dispetti di primavera che nasce.
Dalla bora di febbraio
requie non aspettare.

Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante
che mette a soqquadro la casa,
rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
periglioso e mutante









Marzo

Oggi la primavera
è un vino effervescente.
Spumeggia il primo verde
sui grandi olmi fioriti a ciuffi
dove il germe gia cade
come diffusa pioggia.
Fra i rami onusti e prodighi
un cardellino becca.
Verdi persiane squillano
su rosse facciate
che il chiaro allegro vento
di marzo pulisce.
Tutto è color di prato.
Anche l'edera è illusa,
la borraccina è più verde
sui vecchi tronchi immemori
che non hanno stagione.
Scossa da un fiato immenso
la città vive un giorno
d'umori campestri.
Ebbra la primavera
corre nel sangue.











Estiva

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore
ci si risveglia come in un acquario
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.







Morire si

Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell'ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell'orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all'amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppo volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s'involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L'immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte non mi ghermire ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l'estrema delle mie abitudini.




Adolescente

Su te, vergine adolescente,
sta come un'ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell'attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l'imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l'oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell'occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
dal sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l'amore
nel cuor dell'uomo!
Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere

==>SEGUE



con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l'animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.
VINCENZO CARDARELLI - Poesie varie




Ballata

Ecco la casa ov’io vidi la luce
e la chiesa lì accanto,
dove fui battezzato.
Consolanti evidenze!
Qui antiche donne vivono,
mai sazie di ricordare.
E narrano una storia
ch’io so a memoria e non vorrei sapere.
Narrano la mia storia famigliare.
Dicono che una notte,
col cuore fasciato
di crudeltà e d’ira fredda,
un uomo fece guasto
senza pietà nei suoi affetti più sacri,
disperse una famiglia appena in fiore.
E la casa natale era al mattino
tranquilla e disertata
come se visitata
l’avessero le streghe.
Il tempo come un ciclone
spazzò da questi luoghi
le care immagini.
Di ciò che fu non rimane
che un tacito agitarsi
di memorie e di ombre.
Ma quelle voci ch’io dico
sono implacabili e vive.
Lamentose quale un funebre canto,
alla pietà l’invettiva alternando,
mi rammentano come, ancora in fasce,
m’abbia poco la sorte vezzeggiato.


Santi del mio paese

Ce ne sono di chiese e di chiesuole,
al mio paese, quante se ne vuole!
E santi che dai loro tabernacoli
son sempre fuori a compiere miracoli.
Santi alla buona, santi famigliari,
non stanno inoperosi sugli altari.
E chi ha cara la subbia, chi la pialla,
chi guarda il focolare e chi la stalla,
chi col maltempo, di prima mattina,
comanda ai venti, alla pioggia, alla brina,
chi, fra cotanti e così vari stati,
ha cura dei mariti disgraziati.
Io non so se di me qualcuno ha cura,
che nacqui all'ombra delle antiche mura.
Vien San Martino che piove e c'è il sole,
vedi le vecchie che fanno all'amore.
Rustico è San Martin, prospero, antico,
e dell'invidia natural nemico.
Caccia di dosso il malocchio al bambino,
dà salute e abbondanza San Martino.
Sol che lo nomini porta fortuna
e fa che abbiamo sempre buona luna.
Volgasi a lui , chi vuol vita beata,
in ogni istante della sua giornata.
Vien Sant'Antonio, ammazzano il maiale.
Col solicello è entrato carnevale.
L'uomo è nel sacco, il sorcio al pignattino,
corron gli asini il palio e brilla il vino.
Viene, dopo il gran porcaro,
San Giuseppe frittellaro,
San Pancrazio suppliziato,
San Giovanni Decollato.
E San Marco a venire non si sforza,
che fece nascer le ciliege a forza.
E San Francesco, giullare di Dio,
è pure un santo del paese mio.
Ce ne sono di santi al mio paese
per cui si fanno feste, onori e spese!
Hanno tutti un lumino e ognuno ha un giorno
di gloria, con il popolino intorno.













Primavera che avanza

Di giorno in giorno avanza
l'irrompente stagione.
Gli alberi che vedemmo lungo il fiume
tutto un inverno nudi
hanno le foglie nuove e i tronchi neri.
Una vita incredibile e segreta
scorre in quei fusti umidi e adorni
di si tenera chioma.






Amore

Come chi gioia e angoscia provi insieme
gli occhi di lei così m'hanno lasciato.
Non so pensarci. Eppure mi ritorna
più e più insistente nell'anima
quel suo fugace sguardo di commiato.
E un dolce tormento mi trattiene
dal prender sonno, ora ch'è notte e s'agita
nell'aria un che di nuovo.
Occhi di lei, vago tumulto. Amore,
pigro incredulo amore, più per tedio
che per gioco intrapreso, ora ti sento
attaccato al mio cuore (debol ramo)
come frutto come geme.
Amore e primavera vanno insieme.
Quel fatale e prescritto momento
che ci diremo addio
è già in ogni distacco
del tuo volto dal mio.
Cosa lieve è il tuo corpo!
Basta ch'io l'abbandoni per sentirti
crudelmente lontana.
Il più corto saluto è fra noi due
un commiato finale.
Ogni giorno ti perdo e ti ritrovo
così, senza speranza.
Se tu sapessi com'è già remoto
il ricordo dei baci
che poco fa mi davi,
di quel caro abbandono,
di quel folle tuo amore ov'io non mordo
se sapore di morte.










Giorno piovoso

Quante parole stanche
mi vengono alla mente
in questo giorno piovoso d'aprile
che l'aria è come nube che si spappola
o fior che si disfiora.
Dentro un velo di pioggia
tutto è vestito a nuovo.
L'umida e cara terra
mi punge e mi discioglie...
Se gli occhi tuoi son paludosi e neri
come l'inferno,
il mio dolore fresco
come un ruscello.












Autunno

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.

Ora passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.
















E' come un ragazzo

Febbraio è sbarazzino.
Non ha i riposi del grande inverno,

ha le punzecchiature,
i dispetti
di primavera che nasce.
Dalla bora di febbraio
requie non aspettare.
Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante,
che mette a soqquadro la casa,
rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
periglioso e mutante.














Aprile

Quante parole stanche
mi vengono alla mente
in questo giorno piovoso d'aprile
che l'aia è come nube che si spappola
o fior che si disfiora.
Dentro un velo di pioggia
tutto è vestito a nuovo.
L'umida e cara terra
mi punge e mi discioglie.
Se gli occhi tuoi son paludosi e neri
come l'inferno
il mio dolore è fresco
come un ruscello.





Sulla tomba

Tutto un inverno ho sofferto
pensando alla fradicia zolla
dove tu riparavi
in provvisoria fossa
ch'era il tuo purgatorio.
Piovose notti insonni
conobbero il mio rimorso.
E a te volavo, o madre,
cui non piacque la terra
per ultima dimora,
la terra faticosa,
la terra che patisti oltre la morte.
Ora esaudita, emersa
dal confuso elemento,
tu sei come redenta.
Non più l'informe grembo
travaglierà le tue spoglie.
Tu che vivente avesti incerto asilo,
sicuro loco avrai or che sei morta,
fin che l'umana pietà lo conceda.
Rimorso

Ti porto in me come il mare
un tesoro affondato.
Sei il lievito,il segreto
d’ogni mio male,
o amore a cui non credo.
Amore che mi segui
oltre ogni limite,ovunque,
come un cane fedele
segue un padrone ingrato.
Ti fuggo invano.
Poi che meno ti penso più mi opprimi,
rimorso, celato affanno.
Tu certo un giorno mi raggiungerai
nella morte.
Là, riposato e cheto, il tuo buon Genio
mi assisterà.
Voglio dormire all’ombra
del suo tremendo sorriso.

Alla deriva

La vita
io l'ho castigata vivendola
Fin dove il cuore mi resse
arditamente mi spinsi.
Ora la mia giornata non è più
che uno sterile avvicendarsi
di rovinose abitudini
e vorrei evadere dal nero cerchio.
Quando all'alba mi riduco,
un estro mi piglia, una smania
di non dormire.
E sogno partenze assurde,
liberazioni impossibili.
Oimè. Tutto il mio chiuso
e cocente rimorso
altro sfogo non ha
fuor che il sonno, se viene.
Invano, invano lotto
per possedere i giorni
che mi travolgono rumorosi.
Io annego nel tempo.
- Un uomo senza famiglia

Ormai vecchio e malato da anni , senza un lavoro, una pensione, una casa, una famiglia, seduto per parecchie ore del giorno ad un tavolo all’aperto del Bar Strega di via Veneto, dove Fellini cercava l’ispirazione per la sua “Dolce vita” , ridotto ormai a larva umana (“Ora la mia giornata non è più | che uno sterile avvicendarsi | di rovinose abitudini | e vorrei evadere dal nero cerchio... | E sogno partenze assurde, | liberazioni impossibili... | Io annego nel tempo»), ridotto a macchietta di caffè, col suo cappottone scuro liso e la sua sciarpa grigia ormai consunta, che indossava sempre - anche d’estate - appartato, coll’aria disdegnosa e burbera , con la voce ormai ingarbugliata dalla paralisi, deriso e beffeggiato dai camerieri e dai garzoni, dai passanti, spesso irriso dai giovani cronisti a caccia di indiscrezioni e impertinenze, che speravano di estorcergli ancora qualche battuta sferzante, qualche sentenza fulminante, per cui andava famoso, - moriva - cinquant’anni fa , a Roma, praticamente dimenticato da tutti, Vincenzo Cardarelli , uno dei più importanti scrittori e poeti della prima metà del novecento.
I barman e i camerieri lo sfottevano chiamandolo “ professore” e non sapevano – ignari - che era stato uno dei pochi veri autentici “maestri” della nostra non eccelsa letteratura di quell’epoca .
L’ etrusco ( era nato a Corneto-Tarquinia, nell’alto Lazio, ) era sempre stato un “uomo senza famiglia” , fin da piccolissimo. Il padre, con cui era cresciuto, ( la madre se ne era andata da casa e l’aveva abbandonato in fasce ) gestiva un buffet nella piccola stazione del paese, e non aveva mai trovato il tempo di occuparsi di lui. “Non potendo badare a me, mio padre si vide costretto a collocarmi ora qui ora là, a dozzina... Conobbi altre case... Il mondo mi allevò...”
Nazareno Caldarelli (questo il nome all’anagrafe) aveva frequentato di malaggenio le scuole d’obbligo di Tarquinia , senza particolari risultati, anzi si era liberato al più presto della scuola perché non si sentiva integrato, i compagni lo sfottevano a causa di una poliomielite al braccio sinistro. Ma forse, al di là di queste frustrazioni, Cardarelli era anche un po’ misogino per sua natura («Io non crederò mai nella donna. Questa è la mia dannazione»), eppure scrisse bellissimi versi d’amore eterosessuale: “Pure qualcuno ti disfiorerà, bocca di sorgiva”…Su te, vergine adolescente, | sta come un'ombra sacra …Se ti veggo passare/ a tanta regale distanza/ con la chioma sciolta/ e tutta la persona astata/ la vertigine mi si porta via ), versi che io , nella mia adolescenza, spesso ricopiavo sulle cartoline che mandavo alle ragazze di cui m’innamoravo praticamente ogni giorno, in quel gioco di sogni, di incantesimi e di misteri che è l’età dei primi suoni e canti d’amore.
Era uomo anonimo, da camere ammobiliate e da caffè ( “ Luce senza colore, esistenze senza attributo, inni senza interiezione, impassibilità e lontananza, ordini e non figure, ecco quel che vi posso dare”) , eppure fu nei caffè di Roma - in particolare - , ma anche di Firenze, di Genova e di Milano, fu nelle camere d’albergo di quelle città che scrisse le sue più belle opere – I prologhi, Viaggi nel tempo, Favole e memori , Il Sole a picco, Villa Tarantola, Il Viaggiatore insocievole, Il cielo sulle città e Astrid , scritto, quest’ultimo singolare racconto d’amore, in una pensioncina di Milano. Un idillio segnato da ombre e sottintesi, da tenera ansietà , da amaro rimpianto , forse autobiografico. Ma del resto tutte le sue poesie “ discorsive “ ( odiava questo termine con cui l’avevano bollato alcuni critici) avevano la matrice della autobiografia, nascevano da situazioni reali, esperienze dirette , come ad esempio “La circolare”. Mi sembra di rivederlo il vecchio Cardarelli che fa il giro due o tre volte con la vecchia circolare rossa di una volta e si mangia con gli occhi le belle ragazze romane ( “Era di quelle/ romane bellezze /che son rare anche a Roma , /dove mai non s’incontrano / senza un muto stupore/ . Era un grande segreto / della vita di Roma/ che m’appariva in luogo men propizio, / nella forma più degna).

- La vita l’ho castigata
  vivendola

Cardarelli era stato in giovinezza un innamorato tempestoso e costantemente deluso ( “O grande ragazza crucciosa, nei cui occhi fondi si mescolano a profusione tenebre e azzurro!...Se tu sapessi quanto è l’amore che mi fa smaniare la notte nella mia camera come un albero che cerca l’aria!...O angelo nero…vergine ingiusta e dannata… Adesso capisco che tu potresti essere l’espiazione e il contagio della mia
vita”) per il quale la donna era stato “mistero senza fine bello “ attraente, luminoso, adorabile, ma anche creatura inafferrabile, volubile, sfinge e chimera. Le esperienze amorose erano state per lui sempre sofferenza e pena, poiché aveva trovato in agguato «una spaventevole divergenza», che, inevitabilmente, finisce per ingenerarsi nel rapporto fra i sessi.
Del resto era un uomo vocato alla letteratura e quindi alla solitudine. Polemista mordace, severo, uomo di risentita passione, senza amici, fragile e impassibile, la sua esistenza non poteva che essere difficile, problematica, sofferta, piena di disillusioni e umiliazioni, fino al punto di dover quasi mendicare per vivere (in una lettera del 1946 - quando il suo nome era ancora fulgido negli arenghi e nei consessi letterari ( aveva vinto il premio Bagutta, due anni dopo, nel 1948, vincerà lo Strega) – scrisse al giovane poeta Bigiaretti : “ …Languo e soffro in una cameretta esposta a tramontana …e tremo, perché non dirlo?, pensando alla morte che s’avvicina…Le mie condizioni non mi permettono di lavorare . Che fare dato che non ho il coraggio di uccidermi? Spero che (lei) possa dirmi una parola rassicurante” (Bigiaretti fece la colletta con i letterati del tempo e gli mandò qualche soldo) . Ma lui lo sapeva , fin dall’inizio, dagli esordi , che quella vita vagabonda e solitaria che si era scelto, di austera e scontrosa dignità, quella vita da “ enfant de fortune” (“Sono figlio dei tempi…mi sento come un grillo nell’uragano , come la cicala sorpresa dai primi freddi dell’autunno“) , in cui aveva tentato tutti i mestieri (fattorino, commesso di un negozio di orologi, giovane di studio presso un avvocato, sindacalista, impiegato di cantiere, e compilatore - lui che aveva fatto appena le elemetari!) - di tesi universitarie, infine cronista dell’ Avanti!) sarebbe stata “tutta d a mortificare e da reprimere in vista dell’opera che ne dovrà scaturire “, sarebbe stata “una perpetua attesa e una costante vigilia”. E c’erano giorni in cui quasi si smaterializzava, teso sul letto, sospeso e quasi inesistente, oscillava come un ago calamitato, o si sentiva come un animale ferito, una preda difficile da riavere, un essere malizioso, sempre in pericolo di sospensione e allora se ne usciva con quelle sentenze fulminanti, quelle battute sferzanti per cui andava famoso e spesso erano autoironiche: “ io la vita l’ho castigata vivendola”

- Un Socrate moderno ?

No, piuttosto un lirico inquieto pieno di grazia.
Forse – dice qualcuno – avrebbe potuto essere un Socrate moderno , con i suoi apologhi, aforisma, e le sue sentenze morali mai sottratti al controllo dell’ironia (“All’innocenza ci sono dovuto arrivare…Mi sono sempre alzato da una disfatta”; non sono vittorioso che in certe fulminee ricapitolazioni; il segreto delle mie conoscenze è l’insoddisfazione” ; le parole, se hanno qualche valore , è solo in virtù dei loro sottintesi”) . I suoi maestri sono stati – e si sente – Leopardi, Baudelaire, Pascal, Nietzsche, è attraverso la loro conoscenza che Cardarelli compì il viaggio dalla passione alla ragione, senza esaltazioni spirituali o retoriche renitenze pedagogiche. La sua meditazione morale non rifiuta la fantasia; il suo naturale slancio epigrammatico, ironico, sentenzioso, è frenato da un eccezionale facoltà di concentrazione espressivo di tipo lirico. Cardarelli riesce a dare movimento visivo, ritmo musicale , esemplarità pittorica ai ricordi, ai paesaggi, ai sentimenti umani, alla realtà naturale, alla cronaca autobiografica. Per avere conferma di tutto ciò basta leggere le sue poesie, vere e proprie architetture descrittive lineari di parole umane, temporali, razionali , semplici “ in cui si rivela scrittore intensamente moderno, maestro di un’inquietudine essenziale e di una liberazione lirica nuova, piena di grazia”. Nel poeta –scrisse Sapegno – si ritrova l’uomo con i suoi umori, le sue ire, le sue avventure. Ma anche il fascino delle grandi distanze, un fuoco alto e lontano immediatamente reso dalla fermezza dell’arte. Il cuore della sua poesia rimanda in qualche modo alle “ Ricordanze” di Leopardi, “la sua grave opera più eccitante e tendenziosa”

- La Ronda

Oggi , nelle enciclopedie letterarie, Vincenzo Cardarelli è ricordato quasi esclusivamente come “ rondista” . Fu lui il fondatore de “La Ronda” , di cui facevano parte Cecchi, Bacchelli, Saffi , Barilli , Baldini e Montani, rivista nata nel 1919, che esercitò una certa influenza sui letterati d’epoca, col richiamo alla chiarezza e al rigore formale della scrittura , in un momento di estrema confusione per le sorti della nostra letteratura. “ E su quella rivista furono pubblicate le prime prose d’arte di Cardarelli. Con lui – dirà Giansiro Ferrata - era sorto il modello più puro della della prosa italiana contemporanea , in un senso evocativo ricchissimo che risplende di immagini tutte urgenti . “ La mia fiducia di creatore sta nei molti e profondi errori che ho da riparare”) . Ma era anche severo , addirittura intransigente nei suoi giudizi : “ Odio le improvvisazioni, i fuochi di paglia, i libri scritti tutti di seguito e che si leggono di un fiato”. E talora scontroso, categorico, non privo di malignità . C’era tutta un’aneddotica che circolava nei caffè di Roma per riferire le sue sentenze e le sue bruschezze . Ad un giovane critico che gli aveva dedicato un saggio totalmente laudativo e glielo portò trionfante disse: “Erano meglio i denigratori di una volta”. Ma quando era in vena aveva il dono di un’immaginazione densa, un parlare metaforico e per allusioni ( “Di ogni cosa vedo l’ombra in cui culmina“) , che ti incantava , per il suo spirito mordente ( “Il segreto delle mie conoscenze è l’insoddisfazione”) , ma anche per la sua malinconia calda e disperata ( “Le cornacchie tornano alle torri schiamazzando, con un lungo desiderio di volo). C’era in lui, dentro di lui, un gabbiano pieno di abbandoni solitari, di attese vane , di destini segnati: “ Non so dove i gabbiani abbiano il nido, ove trovino pace. Io son come loro, in perpetuo volo. La vita la sfioro com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo. E come forse anch’essi amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca…”
Non credeva che la sua vita fosse un ammasso orrendo di combinazioni, un errore mostruoso della natura, come Buzzati, ma neppure credeva all’arte come rivelazione di Dio, “e altre bubbole del genere”. “Io sono un cattivissimo uomo e forse un discreto artista. Ad ogni modo per me l’Arte è tutto , e ciò che voi dite sulle voci del cuore e del sentimento non può aver significato per me se non nell’incorruttibile regno dell’arte, che è fine a se stessa”. Credeva nella ”verità” innanzi tutto. “Noi abbiamo sete di giustizia e di verità. Poco importa i fastidi a cui questa pericolosa voglia ci espone. Siamo fatti in maniera da poter avere col prossimo , e specialmente con i nostri amici, se non rapporti chiari, onesti, leali. Non teniamo conto delle parole, ma delle azioni”.
Fu questo singolare autodidatta geniale , che amava il teatro ( scrisse di opere di Shakespeare e Ibsen sul Tempo e la Tribuna ) , e si era immerso nelle “Operette Morali” di Leopardi, nei “Poemès en prose” di Baudelaire , nelle “Illuminations “di Rimbaud , nella lettura golosa di Nietzsche, che aveva maturato una levigatezza di stile classico straordinario e una grazia evocativa rara ( ”Volata sei, fuggita/ come una colomba / e ti sei persa là, verso oriente”), che creò il punto più alto di una nuova forma d’arte, mediante una espressione di scrittura, un linguaggio che conferiva alla prosa le movenze, i sentimenti, la musicalità, il ritmo propri della stessa poesia; e fu sempre lui, per contro, a dare alla poesia un linguaggio discorsivo , “prosastico”, e , al contempo , di incontestabile classicità . “Che la mia poesia discorra non c’è dubbio. Anzi corre precisamente allo scopo, con un ritmo che non ammette divagazioni, non concede indugi…Il discorrere è privilegio dell’uomo e perciò , in grado superbo, dei poeti di tutti i tempi e di tutte le nazioni… In Dante, Petrarca, Leopardi, ragionare è sinonimo di poetare”.

- L’Etrusco fragile e
  impassibile

Eccolo il Cardarelli nottambulo del caffè Aragno, col suo profilo etrusco, di cui si compiaceva , col fare sentenzioso e il dito spesso didascalicamente alzato all’insù, con la capigliatura folta e l’eloquio che egli espandeva sui più disparati argomenti, pronto nel motteggiare , ironizzare , stupire , eccolo l’ insonne animatore e protagonista assoluto della vita letteraria romana, che deambula da un caffè all’altro, con pochi compagni intellettuali (“Chi tiene un poco alla mia compagnia bisogna che si prepari a lasciarsi annullare”) . Una notte, sul grande sterrato del Corso dove sarà costruita la Galleria Colonna, vede apparire Gordon Craig avvolto in un gran mantello nero, inseguito e preso a schiaffi da Isadora Duncan, li chiama, li placa e invita entrambi al caffè, a discorrere d’arte e di danza. I due artisti ritrovano d’incanto l’armonia e il sorriso davanti ad un bicchiere di whiskey, e fanno sodalizio, discorrono tutta la notte con il poeta, ridono, si divertono, ma tutto finisce lì. Non divennero suoi amici. Del resto Cardarelli non ebbe mai discepoli , né duratori amici: “La vera amicizia è rara e difficile, i tradimenti reciproci sono sempre in agguato”. Il suo – come già detto - era un destino dì solitudine: «E’ dunque scritto che io me ne debba star solo...Quanto io sono staccato dagli uomini, nessuno Io vorrà mai credere»«Nascita, dolore, educazione, tutto contribuì a fare di me un uomo amato da pochi, ingiuriato dai più, e compreso veramente da nessuno».
Ma se la solitudine era stata accettata, in gioventù, sotto la suggestione nicciana, con la fiera consapevolezza di essere un uomo forte, bastante a se stesso, anche se costretto presto ad ammettere i propri cedimenti, le presunzioni tramutatesi in sconfitte («Ho alle spalle il vuoto. Sono pieno di convinzioni contrastate dall'esperienza»), ora , per il vecchio Cardarelli, diventa una cosa tristissima e inaccettabile . C’è soprattutto la sua paura del tempo, come di uno spettro sempre in agguato, di un pericolo incessante, cui si associa l'idea della morte, «ingiuria suprema (“Morire , sì, / non essere aggrediti dalla morte/ Morire persuasi/ che un siffatto viaggio sia il migliore./ E in quell’istante essere allegri/ come quando si contano i minuti/ dell’orologio della stazione/ e ognuno vale un secolo” ).
Ora che sente approssimarsi il viaggio non c’è più a confortarlo quella sua grazia poetica ( “il silenzio a mezzogiorno si fa marea”), quella sua profonda capacità di leggerezza, quel piacere letterario fresco d’umanità verso i capitoli più alti e malinconici della musica dei “viaggi” e delle “ memorie”; forse ricorda ancora quello scampanio delle reti che i pescatori liguri lasciavano andare alla deriva , quell’annusare l’odore del vento d’autunno sui monti della sua Etruria , gravido di memorie, quei vagabondaggi, quei ricordi nella spettralità dell’insonnia ; non c’è più quel suo stile che sembrava un calco sulla rena, quel calore cosmico, quell’emozione visiva, quella musica che è lo sfondo bianco delle sue poesie, che porta, immobile, i più vari e delicati colori. Oh, quella liquida intimità musicale, quel guerriero etrusco che ride nello splendore della terra, che è dentro di lui , quelle ombre troppo lunghe del nostro breve corpo, che sono i ricordi , quella suggestione armoniosa di ogni figura, la melodia immobile, il respiro, l’onda splendidamente trattenuti all’orlo, e quelle scoperte e reminiscenze leopardiane fuse nel sentimento e nel ritmo. Tutto ciò è diventato “ un povero autunno romano che tempesta con furia senile – e tuona con fragore – e lampeggia con improvvise accensioni di lampadina.
«La vita per me non è stata che una lunga malattia contro la quale ho sempre fortemente e astutamente lottato... Ho sempre vissuto come un convalescente...» «Quante cose cominciate | e rotte, nella mia vita!» Tutto si è concluso – sempre - con il disinganno, il distacco, gl'inevitabili addii , o con la solitaria fuga.«Oh senza sosta io vissi | ed esule dovunque...E’ rimasto «fuori dalla vita» della gente, dai segreti delle case». Il malinconico viaggiatore che sta al finestrino del treno, che oltrepassa «città fervide e ridenti ci saluta e guarda se stesso , la sua perenne insoddisfazione, le sue sospensioni, le sue cadute, le frantumazioni, la penosa ricerca di nuovi equilibri, l'irraggiungibile interezza («Le mie giornate sono | 'frantumi dì vari universi | che non riescono a combaciare. | La mia fatica è mortale»).
Cerca – impassibile e fragile – e trova , tra le tante , una parola sola : disperazione . “Dolce infinita profonda parola”. E poi , sul filo leopardiano, “ Vaga e triste è degli uomini la sorte”. Meglio la morte. Ma poi, in un soprassalto quasi giocoso e ineffabile, il vecchio profeta armato d’ironia guarda l’ultimo orizzonte , dietro i platani di Roma , socchiude gli occhi e dice: “ Per tutta la vita la fortuna mi è corsa appresso senza riuscire ad acciuffarmi” .

Roma, 22 MARZO 2012.
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Autunno

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle pioggie di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora che passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.



Gabbiani

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.






Alla morte

Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell'ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell'orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all'amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppo volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s'involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L'immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte non mi ghermire
ma da lontano annùnciati
e da amica mi prendi
come l'estrema delle mie abitudini.




Incontro in circolare

Alta, bruna, fiancuta,
sotto un soprabito disadorno,
la bella ragazza confusa
nella misera folla
d'una vettura circolare interna,
pareva sorda a ogni affanno.
Ferma sul corridoio, un po' appartata,
le sue gambe di statua
sostenevano gli urti
come solido ponte un fiume in piena.
Non gloria in lei spirava,
non frenesia di vita o giovinezza,
ma una decisa e forte indifferenza
luceva nei suoi occhi assorti e aguzzi.
Era di quelle
romane bellezze
che son rare anche a Roma,
dove mai non s'incontrano
senza un muto stupore.
Era un grande segreto
della vita di Roma
che m'appariva in luogo men propizio,
nella forma più degna.
Donde veniva, ove andava
la bella romana chiomata
di lucidi e ricci capelli?
Quale mestiere o cura attribuirle?
Spostandosi verso l'uscio
trovò qualcuno con cui discorrere
famigliarmente.
E mi volgeva le spalle
alte com'ali tese.
Al Colosseo discese leggermente,
scomparendo ai miei occhi, oimé, per sempre.



Primavera cittadina

Fra tuoni allegri e raffiche puerili
la primavera mette i suoi colori
e spiega la sua bandiera
come una cerimonia militare
che si svolge con qualunque tempo.
Di giorno in giorni avanza
l’irrompente stagione.
E già la terra è piena
del suo passaggio
e del suo fresco e molle detrito.
Il biancospino è fiorito e sfiorito
aspettando la polvere di maggio.
Gli alberi che vedemmo lungo il fiume
tutto un inverno nudi
hanno le foglie nuove e i tronchi neri.
Una vita incredibile e segreta
scorre in quei fusti umidi e adorni
di sì tenera chioma.
A pie’ dei vecchi muri
le prode rinverdite
son come  carne d’adolescente,
e si risentono i ruderi.
Ma le orgogliose piante sempreverdi
non conoscono primavera.
Decorosa tristezza di quegli alberi,
ornamento dei nostri giardini,
che ottobre non depreda
e aprile non rinnova.
Insensibili piante. Sono pari
ai monumenti cui fanno corona
e non sospirano che il plenilunio
e un usignolo che le consoli.
Vincenzo Cardarelli, Giuseppe Ungaretti e Emilio Cecchi











Attesa

Oggi che t'aspettavo non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
S'annuncia e poi s'allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L'amore, sul nascere, ha di
questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente ci siamo intesi.
Amore, Amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d'insulti.

.
Tarquinia, 1935: foto di gruppo dopo la visita al Monastero della Passione. Da sinistra, Dorindo Proli, Giordano Celli, la signora Guerri, Nerino Bertazzoni, Santu Casanova, Francesco Guerri, Vincenzo Cardarelli e Medoro Chiavarelli.
FINE







Passato

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m'appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l'amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
  
Così dal monte al piano
m'avventurai, per folti paradisi
di selvaggina
e terre così sole che a percorrerle
qualunque cavalcante è paladino.
Ti conobbi dovunque,
isola ardente e varia,
coi tuoi costumi, i tuoi canti ieratici.
E già l'estate lungo gli arsi greti
sbiancava l'oleandro,
persistendo sui monti
un colore indicibile
di primavera isolana.
E sul tuo suolo vergine affioravano
qua e là, sollecite,
le prime, rudi reliquie dell'uomo
che ti fan grave e cupa in tanta luce.
Favoloso viaggio
ch'io rifeci in un attimo,
allontanandomi nella sera,
mentre ormai più non eri
che un cielo sognante
all'orlo d'una montagna.

Terra di vini forti,
patria di antichi pastori
e di donne calde,
fior del Mediterraneo,
fiorito al tempo che tutto era chiuso
nel nostro mare,
tu porti in te il profumo
d'un secolo cortese e venturoso.
Lo sentii nella grazia
del tuo linguaggio,
nei venti che respiri.
E vidi Pisa,
là dove a un tratto sull'alpestre cima
due vecchie mura castellane, orrende,
rammentano il conte Ugolino.
Ma dimmi tu qual nome, se non Roma,
fa lampeggiare l'occhio
del tuo pastore.
La cultura italiana e "La Ronda"
...La pericolosa originalità di questa nuova Italia consiste nell'aver rotto i ponti coi tempi che immediatamente ci precedono. Si andrà ancora avanti e si vedrà ch'essa è nata per ristabilire il corso della sua storia reale, della sua storia antica, interrotto circa un secolo fa da quelle che si chiamavano fino a ieri con tutta pompa le tradizioni liberali del Risorgimento.
Quanto a noi, letterati e classicisti, allorché diciamo senso della tradizione e ritorno all'antico non vogliamo già intendere accademismo e filologia, nel qual caso non si capirebbe perché avremmo dovuto tanto scalmanarci, dal momento che in Italia non s'è fatto mai altro. La filologia è una scienza che tutti possono imparare, ma che non può dare il gusto a chi non ne ha, giacché, tutti possono imparare, ma che non può dare il gusto a chi non ne ha, giacché, osserva Cervantes nel Dialogo dei cani, se bastasse il latino per non essere idiota, non ci dovevano essere idioti tra i latini; nel qual senso invece è naturale ed è creativo e pochi sono in grado di capirlo, non ché di possederlo.
Ma neppure ci lasciamo illudere da quel presunto rinnovamento filosofico che è l'ultimo ritrovato di una cultura la quale ha perso il ricordo della propria originalità storica, quando non addirittura un fenomeno d'impudente ciarlataneria, e crede poter supplire con delle astrazioni a un profondo difetto di costume. Questo è quel che è. Esiste o non esiste. La filosofia non può abbatterlo, se non quando è già morto. Non lo può creare, se non a patto di obliarsi come filosofia e convertirsi in attività pratica e positiva, la qual cosa implica discrezione, sentimento e conoscenza dei limiti che una determinata storia formalmente propone. Onde noi stimiamo di esser buoni filosofi concludendo che l'Italia di oggi non ha bisogno di filosofi, non ha bisogno di predicatori, e neppure di critici, ma di scrittori e di artisti. (...)
Dovevamo venire noi de "La Ronda", a rinfrescar la memoria agl'italiani, collo Zibaldone alla mano. Non l'avessimo mai fatto! Il chiasso esageratissimo sorto intorno ad un avvenimento che andava accolto solo con un po' di intelligenza e discrezione, riconoscendo che su Leopardi si potevano ancora dire cose nuove, che nell'opera sua c'era ancora qualche lato ignoto o mal noto da scoprire, senza tornare per questo a far del leopardismo scolastico o filosofico (ciò che purtroppo è avvenuto) dimostra forse come Leopardi, attraverso i nostri indegni suggerimenti, abbia còlto la giovane letteratura italiana al tutto sprovvista di ogni capacità di comprensione o di reazione seria (...)
Capire Leopardi significa capire la tradizione e la modernità ad un tempo.
Ma noi siamo egualmente lontani dall'una e dall'altra... Aver contribuito a diffondere la conoscenza dello Zibaldone, è motivo, per noi de "La Ronda", di non piccolo orgoglio. Poiché ho idea che nell'opera critica e storica di Leopardi sia definita per sempre la grande Italia spirituale che tanto si vagheggia e nella quale io credo al punto che, senza di essa, non riesco ad immaginare nessun'altra forma d'impero.

Vincenzo Cardarelli






Liguria

E' la Liguria una terra leggiadra.
Il sasso ardente, l'argilla pulita
s'avviano di pampini al sole.
E' gigante l'ulivo.. A primavera
appar dovunque la mimosa effimera.
Ombra e sole s'alternano
per quelle fonde valli
che si celano al mare,
per le vie lastricate
che vanno in su, fra campi dt rose,
pozzi e terre spaccate,
costeggiando poderi e vigne chiuse.
In quell'arida terra il sole striscia
sulle pietre come un serpe.
Il mare in certi giorni
è un giardino fiorito.
Reca messaggi il vento,
Venere torna a nascere
ai soffi  del maestrale
O chiese di Liguria, come navi
disposte ad essere varate!
O aperti ai venti e all'onde
liguri cimiteri!
Una rossa tristezza vi colora
quando di sera, simile a un fiore
che marcisce, la grande luce
si va sfacendo e muore.












Paesaggio notturno

Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch’io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m’investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M’è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch’io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.


Vincenzo Cardarelli in un ritratto
di Amerigo Bartoli, 1934










Primavera

Il bosco di primavera
ha un'anima, una voce.
è il canto del cucù pieno d'aria,
che pare soffiato in un flauto.
Dentro il richiamo lieve
più che l'eco ingannevole,
noi ce ne andiamo illusi:
Il castagno è verde tenero.
Sono stillanti persino
le antiche ginestre.
Attorno ai tronchi ombrosi,
fra giochi di sole,
danzano le amadriali.