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Canto Primo

I lunghi affanni ed il perduto regno
di Feronia dirò, diva latina,
che del suo nome fe' beata un giorno
di Saturno la terra. Ella per fiere
balze e foreste errò gran tempo esclusa
da' suoi santi delubri, e molto pianse,
dai superbi disdegni esercitata
d'una diva maggior, che l'inseguìa,
finché novelli sacrifici ottenne
sugli altari sabini, e le fur resi
per voler delle Parche i tolti onori.
Ma qual de' numi l'infelice afflisse,
e lei, ch'era pur diva, in tanto lutto
avvolgere potéo? Fu la crudele
moglie di Giove, e un suo furor geloso.
Tu che tutte ne sai l'alte cagioni,
tu le mi narra, o Musa, e dall'obblìo
traggi alla luce il memorando fatto
non ancor manifesto in Elicona.
E se dianzi di nuove itale note
l'ira vestendo del Pelìde Achille,
alcuna meritai grazia, o mercede,
su questi carmi, che tentando or vegno,
di quel nettare, o Dea, spargi una stilla,
che dal meonio fonte si deriva,
non già quando con piena impetuosa
gl'iliaci campi inonda, a tal che gonfi

.



dell'alta strage Simoenta e Xanto
al mar non ponno ritrovar la via,
ma quando, lene mormorando, irriga
i feacii giardini: e dolce rendi
su le mie labbra la pimpléa favella.
Là dove imposto a biancheggianti sassi
su la circéa marina Ansuro pende,
e nebulosa il piede aspro gli bagna
la pomezia palude, a cui fan lunga
le montagne Lepine ombra e corona,
una ninfa già fu delle propinque
selve leggiadra abitatrice, ed era
il suo nome Feronia. I laurentini
boschi, e quei che la fulva onda nudrisce
del sacro fiume tiberin, quantunque
di Canente superbi e di Pomona,
non videro giammai forme più care.
Qual verno fiore che segreto nasce
in rinchiuso giardin, né piede il tocca
di pastor, né di greggia; amorosetta
l'aura il molce, di sue tremule perle
l'alba l'ingemma, e lo dipinge il sole
di sì vivo color, che il crine e il seno
d'ogni donzella innamorata il brama;
tal di Feronia la beltà crescea.
Era diletto suo di peregrine
piante e di fiori in suolo estranio nati
l'odorosa educar dolce famiglia,
propagarne le stirpi, e cittadina

dell'ausonio terren farne la prole.
Sotto la mano della pia cultrice
ricevean nuove leggi e nuova vita
le selvatiche madri, e, il fero ingegno
mansuefatto e il barbaro costume,
del ciel cangiato si godean superbe.
Ed essa la gentil ninfa sagace
con lungo studio e paziente cura
i tenerelli parti ne nudrìa,
castigando i ritrosi, e a culto onesto
traducendo i malnati. Essa il rigoglio
ne correggeva ed il non casto istinto,
essa gli odii segreti e i morbi e i sonni
e gli amor ne curava e i maritaggi,
securo a tutti procacciando il seggio,
e salubri ruscelli ed aure amiche;
né violarli ardìa co' morsi acuti
d'Orizia il rapitor, che irato altrove
volgea le furie, e con le forti penne
l'antiche flagellava àppule selve,
o di Lucrino i risonanti lidi.
Ma chi potrìa di tutti a parte a parte
il sesso riferir, la patria, il nome?
V'era la rosa che mandâr primieri
di Damasco i giardini e di Mileto;
quella rosa che poi, nel fortunato
grembo translata dell'ausonia terra,
fu pestana nomata e prenestina.
Sua sorella minor, ma di più grido,


Vincenzo Monti   -   Poema: FERONIADE



le fioriva da canto la modesta
licnide figlia delle ambrosie linfe,
di che le Grazie un dì le belle membra
lavâr di Citerea, quando dai primi
ruvidi amplessi di Vulcan si sciolse.
Altro amor di Ciprigna in altra parte
l'amaraco olezzava. In su la sponda
l'avean del Xanto le sue rosee dita
piantato; e il petto e le divine chiome
adornarsi di questo ella solea,
quando desire la pungea di farsi
al suo fero amatore ancor più bella.
Ecco prole gentil d'egizia madre
vivaci aprirsi su l'allegro stelo
il sonnifero loto e il molle acanto
che alla soave colocasia gode
intrecciar le sue fronde. Ecco il portento
dell'arte, che talor vince natura,
il superbo ranuncolo, un dì vile
mal noto fiore, ed or per l'opra e il senno
di Feronia, che molto amor gli pose,
fatto sì bello, che il diresti rege
degl'itali giardini. Aleppo e Cipro,
Candia, Rodi e Damasco in umil pompa
il mandaro alla Diva; ed ella, esperta
de' botanici arcani, immantinenti
di variate polveri ne sparse
l'ima radice, che le bebbe, e a lui
di ben cento color tinse le chiome.

E tale or questo di bell'arte figlio
di donzelle non solo e di fiorenti
spose, a cui lode è la beltà nudrire,
ma di matrone ancor cura e desìo,
ne' romani teatri e ne' conviti
alle antiche patrizie il petto adorna,
ove Amor spegne la sua face, e ride.
Ma più cara alle Grazie ed alla casta
man di Feronia, con più pio riguardo
educata tu cresci, o mammoletta,
tu che negli orti cirenéi dal fiato
generata d'Amore, e dallo stesso
Amor sul colle pallantéo tradutta,
di Zefiro la sposa innamorasti,
e del suo seno e de' pensier suoi primi
conseguisti l'onor. Pudica e cara
nunzia d'april, deh! quando per le siepi
dell'ameno Cernobbio in sul mattino
Isabella ed Emilia, alme fanciulle,
di te fan preda e festa, e tu beata
vai fra la neve de' virginei petti
nuove fragranze ad acquistar, deh! movi,
mammoletta gentil, queste parole:
- Di primavera il primo fior saluta
di Cernobbio le rose, onde s'ingemma
della regale Olona il paradiso,
che di bei fior penuria unqua non soffre.
Felice l'aura che vi bacia, e tutta
di ben olenti spirti in voi s'imbeve;

e felice lo stelo onde vi venne
sì schietta leggiadria: ma mille volte
più felice e beato al par de' numi
chi con man pura da virtù guidata
dispiccarvi saprà dalla natìa
fiorita spina, e d'Imeneo sull'ara
con amoroso ardor farvi più belle;
ché senza amor non è beltà perfetta,
né mai perfetto amor senza virtude. -
Dove te lascio ne' meonii campi
sì lodato, o d'incanti e di malìe
possente domator, tu che dai numi
Moly sei detto con parola al volgo
non conceduta, e sol dal saggio intesa?
(Ché al volto corruttor d'ogni favella
parlar la lingua degli dèi non lice).
Se là di Circe fra le mandre Ulisse
non stampò di ferine orme il terreno
di questa erbetta e del suo latteo fiore
alla virtù si dee: parlante emblema,
del cui velo coprìa l'antico senno
la temperanza, che de' turpi affetti
doma il poter. Di questo portentoso
vegetante fra noi, siccome è grido,
di Maia il figlio dal natìo Cillene
la tenera portò bruna radice,
e dell'accorto dio fu degno il dono.
Con questa ei tutti della maga i filtri
contra l'itaco eroe fece impotenti;





e il suo bel fior, che da non casta mano
sdegna esser tocco, di Feronia poscia
dolce cura divenne, che di mille
felici erbette gli fe' siepe intorno,
altre d'eterno verde, altre dotate
di medica virtude, onde il furore
placar de' morbi, addormentar le serpi,
e sanarne i veleni; altre che il sonno
inducono benigne, il dolce sonno
degli afflitti sì caro alle palpebre.
E tal di tutte un indistinto uscìa
soave olezzo che apprendeasi al core.
Che di mille dirò scelti arboscelli
lieti a dovizia di nettarei frutti,
e di fiori e di chiome, in cui Natura
per infinite variate guise
spiegò la pompa della sua ricchezza?
Alle ben nate piante peregrine,
qual d'arabo lignaggio e qual d'assiro,
qual dall'Indo venuta e qual dal Nilo,
l'italo suolo arrise, e sue le fece;
sì che in lor della patria e della prima
origine il ricordo oggi è perduto.
Tanto è l'amor del nuovo cielo, e tanta
fu la cura di lei, che nel ben chiuso
suo viridario ad educarle prese,
or con arte confuse, ed or disposte
in bei filari, come stral diritti,
rallegrando di molli ombre i sentieri.


Ecco schiuder dal seno i bei rubini,
a Minerva e a Giunon pianta gradita,
e a Cerere cagion d'alto disdegno,
il coronato melagrano, e tutti
adescar gli occhi ed invitar le mani.
Ecco il melo cidonio alle gibbose
sue tarde figlie di lasciva e molle
lanugine vestir le bionde gote,
del cui fragrante sugo hanno in costume
le amorose donzelle in Oriente
nudrir la bocca ed il virgineo fiato,
quando la face d'Imeneo le guida
di bramoso garzone ai caldi amplessi.
Vedi il perso arboscel, che i rosei frutti
ne mostra di lontan; vedi il fratello
d'armena stirpe, che con gli aurei figli
gli contende superbo i primi onori;
perocché dai regali orti sconfitti
dell'atterrata Cerasunte ancora
quel fiammante rival giunto non era,
che, di corpo minor, ma di più viva
porpora acceso, avrìa lor tolto un giorno
e di bellezza e di dolcezza il vanto.
Ma stillante più ch'altri ibléo sapore,
l'onor dispiega di sue larghe chiome
il calcidico fico, il cui bel frutto,
se verace è la fama, alle celesti
mense sol noto, fra' mortali addusse,
e a Fitalo donò la vagabonda

Cerere, allor che tutta iva scorrendo
la terra in traccia della tolta figlia.
All'apparir della divina pianta
di molte forme e molti nomi altera
tutte esultâr le rive; e Cipro e Chio
e gli orti ircani e i misii e il verde Egitto,
e la gran madre d'ogni bella cosa,
l'itala terra, con attento amore
la coltivaro, e de' suoi dolci pomi,
solo a Serse e a Cartago agri e funesti,
fêr gioconde le mense anche più vili.
Né te, quantunque umìl pianta vulgare,
lascerò ne' miei carmi inonorato,
babilonico salcio, che piangente
ami nomarti, e or sovra i laghi e i fonti
spandi la pioggia de' tuoi lunghi crini,
or su le tombe degli amati estinti,
che ne' cupi silenzii della notte
escono consolate ombre a raccorre
sul freddo sasso degli amici il pianto.
Tu non vanti dei lauri e delle querce
il trionfale onor, ma delle Muse,
che di tenere idee pascon la mente,
agli studi sei caro, e da' tuoi rami
pendon l'arpe e le cetre, onde si sparge
di pia dolcezza il cor degl'infelici.
Salve, sacra al dolor mistica pianta,
e l'umil zolla, che i mortali avanzi
del mio Giulio nasconde, in cui sepolto





giace il sostegno di mia stanca vita,
della dolce ombra tua copri cortese.
E tu strazio d'amore e di fortuna,
tu derelitta sua misera sposa,
che del caldo tuo cor tempio ed avello
festi a tanto marito, e quivi il vedi,
e gli parli, e ti struggi in vôti amplessi
da trista e cara illusion rapita,
datti pace, o meschina, e ti conforti
che non sei sola al danno. Odi il compianto
d'Italia tutta; i monumenti mira,
che alla memoria di quel divo ingegno
consacrano pietose anime belle.
E se tanto d'onore e di cordoglio
argomento non salda la ferita
che ti geme nel petto, e tuttavia
il lagrimar ti giova, e forza cresce
al generoso tuo dolor l'asciutto
ciglio de' tristi, che alla voce sordi
di natura e del ciel, né d'un sospiro,
né d'un sol fiore consolâr l'estinto,
dolce almeno ti sia, che su l'avaro
di quell'ossa sacrate infando obblìo
freme il pubblico sdegno, e fa severa
delle lagrime tue giusta vendetta.
Ma dove, o Musa, di sentiero uscita
ti tragge ira e pietà? Deh! torna al riso
del cantato giardin, torna ai profumi,
alle fragranze che l'erbette e i fiori


ti esalano d'intorno. A sé ti chiama
principalmente ed il tuo canto aspetta
l'odorato de' Medi arbor felice,
di cui non avvi più possente e pronto
(se fede acquista di Maron la Musa)
medicame verun contra i veneni
delle dire matrigne, allor che seco
scellerate parole mormorando,
empion le tazze di nocenti sughi.
Chioma e volto di lauro ha l'almo arbusto;
e se diverso e vivo in lontananza
non gittasse l'odor, lauro sarìa.
Candidissimo è il fior di che s'ingemma,
né, per molto soffiar che faccia il vento,
l'onor mai perde della verde fronda.
Ora etrusco limone, or cedro, ed ora
arancio lusitan l'appella il vulgo,
sotto vario sembiante ognor lo stesso.
Questa è la pianta che, nel ciel creata,
l'aureo pomo fatal lassù produsse
ch'Ilio in faville fe' cader: con questo
l'ardito Aconzio e Ippòmene già fêro
(che non insegni, Amor?) alle lor crude
belle nemiche il fortunato inganno.
E fu pur questa che ad immane drago
diè negli orti a vegliar d'Esperetusa
il sospettoso mauritano Atlante,
finché di là la svelse il forte Alcide,
spento il fero custode, e peregrino

seco l'addusse nell'ausonio lito,
quando di Spagna vincitor tornando,
nel Tevere lavò l'armento ibero,
e fe' sopra il ladron dell'Aventino
delle tolte giovenche alta vendetta.
Poi com'egli d'Evandro abbandonate
ebbe le mense e l'ospital ricetto,
e a quel giogo pervenne, ove nascoso
agl'Itali mostrò la prima vite
il ramingo dal ciel padre Saturno,
ivi sul dorso edificò del monte
Sezia, un'umil città, donde Setina
fu nomata la rupe, e qui di Giove
l'errante figlio alla saturnia terra
primiero maritò l'arbor divino
che tutti empié di meraviglia i colli
e d'invidia le selve. Al primo spiro
del suo celeste odor vinta temette
(e fu giusto il timor) la sua fragranza
di Preneste la rosa: al primo aspetto
di quel candido fior vinte temette
le sue vergini tinte il gelsomino.
A baciarlo lascive, a carezzarlo
d'ogni parte volâr l'aure tirrene,
desiose d'aver carchi del caro
effluvio i vanni rugiadosi: corsero
a fregiarsene il crine e il colmo seno
d'Alba le ninfe e di Laurento, e quelle
del Vulturno arenoso e del Taburno.




Corser da tutte le propinque rive
gli Egipani protervi, e saltellando,
e via gittando ognun l'ispido pino,
di questo ramo ghirlandâr le fronti.
Lo volle il dio d'Arcadia, e lo prepose
agli ebuli sanguigni ed ai corimbi;
e lo volle Silvan, dimenticate
le ferule fiorenti e i suoi gran gigli.
Venne anch'essa del Sol Circe la figlia,
e di sua mano un ramoscel spiccando
della scesa dal ciel pianta diletta,
in grembo al sacro suo terreno il pose.
Così crebbe il divin bosco odorato,
che di soave olezzo intorno tutte
della maga spargea le rilucenti
tremende case, ov'ella ognor cantando,
e con l'arguto pettine le tele
percorrendo, facea dolce da lungi
e periglioso ai naviganti invito,
mentre pel buio della tarda notte
lamentarsi e ruggir s'udìan leoni
disdegnosi di sbarre e di catene,
urlar lupi, e grugnire ed adirarsi
nelle stalle cinghiali ed orsi orrendi,
che fur uomini in prima, e della cruda
incantatrice sventurati amanti.
Queste ed altre infinite eran le piante,
e l'erbe e i fiori che godea l'attenta
di Feronia educar mano pudica;
di tutti quanti i fiori ella il più bello.
Ma sotto vago aspetto alma chiudendo
superbetta, d'amor tutte parole
la ritrosa fanciulla ebbe in dispregio.
Né la vinse il pregar di madri afflitte,
che la chiedeano in nuora, e per la schiva
vedean languire i giovinetti figli;
né mai lusinghe la piegâr di quanti
dèi le latine ad abitar contrade
dai pelasghi confini eran venuti;
ch'ella a tutti s'invola, e non si cura
conoscere d'amor l'alma dolcezza.
Ma di Giove non seppe un'amorosa
frode fuggir. La vide, e da' begli occhi
trafitto il nume, la sembianza assunse
d'un imberbe fanciullo, e sì deluse
l'incauta ninfa, e la si strinse al seno
con divino imeneo. L'ombra d'un'elce
del dio protesse il dolce furto, e lieta
sotto i lor fianchi germogliò la terra
la violetta, il croco ed il giacinto,
ed abbondanti tenerelle erbette,
che il talamo forniro; e le segrete
opre d'amore una profonda e sacra
caligine coprìo; ma di baleni
arse il ciel consapevole, ed i lunghi
ululati iterâr su la suprema
vetta del monte le presaghe ninfe.
Questi fur delle nozze inauspicate


i cantici, le faci, i testimoni;
questo alla nuova del Tonante sposa
de' suoi mali il principio, e nol conobbe
l'infelice; ma ben di Giove il vide
l'eterno senno; né potendo il duro
fato stornar, nel suo segreto il chiuse;
e la doglia, che solo il cor sapea,
premendosi nel petto, a far più mite
il funesto avvenir volse il pensiero.
Primamente quel bosco e quella rupe
sì gli piacque onorar, dove la ninfa
dell'occulto amor suo gli fu cortese,
che per loro obbliò Dodona ed Ida,
e men care di Creta ebbe le selve:
tal che le genti la presenza alfine
sentîr del nume, e l'inchinâr devote,
e Giove Imberbe l'invocâr sull'are;
ch'egli loro così mise in pensiero
per la memoria del felice inganno.
Qui del culto novel consorte ei volle
la dolce amica sua; qui degli eterni
in aurea tazza il nèttare le porse,
e la fece immortal. Poscia, tonando,
del monte il fianco occidental percosse;
e una sùbita fonte cristallina
scaturì mormorando, e dalla balza
comandò che perenne ella scorresse,
e da Feronia si nomasse: ed oggi
serba quel nome ed il ricordo ancora





dell'antico prodigio. Allor le volsche
genti lor diva l'adoraro, e lei
Antefora chiamaro e Filostefana,
e Persefone, e tutte a lei de' campi
fur sacre le primizie. Ad inchinarla
sovrana e diva i numi adunque tutti
corser d'Ausonia; ché il voler tal era
del supremo amator: e non pur quelli
a cui per valli e campi e per montagne
fuman l'are latine, e di plebeo
rito van lieti, e di minori han nome;
ma mossero frequenti ad onorarla
di cortese saluto anche i maggiori.
Primo il padre Liéo, ch'indi non lungi
in un temuto e per antico orrore
sacro delubro raccogliea benigno
dal timor de' mortali incensi e voti;
e la bionda inventrice era con lui
dell'auree spiche e delle sante leggi,
Cerere, che solea le pometine
spesso anteporre alle trinacrie messi.
Né te d'Aricia il bosco, e il nemorense
lago trattenne, o vergine Diana;
ché tu pur, del lunato argenteo carro
al temo aggiunte le parrasie cerve,
con gli altri divi ad abbracciar venisti
la novella immortale, e di te degna
fu l'alta cortesia che ti condusse.
Col favor di Feronia iva frattanto

scorrendo i campi l'Abbondanza, e, tutto
versando il corno, ben compiuta e ricca
fea dell'avaro agricoltor la speme.
Ogni prato, ogni colle, ogni foresta
di pastorali avene e di muggiti
e nitriti e belati alto risuona;
e prigioniera dall'opposte rupi
le dolci querimonie Eco ripete.
Venti e quattro cittadi, onde l'immensa
fertile valle si vedea cosparsa,
s'animâr, s'abbelliro, e stretto in nodo
di care parentele, in mezzo al sangue
de' torelli giurâr dell'alleanza
il sacramento; e l'invocata Diva
le dilesse, e su lor piovve la piena
di tranquilla ricchezza. Incontanente
crebbero i lari, crebbero le mura;
di maestà, di forza e di rispetto
le sante leggi si vestîr; fur sacri
i reverendi magistrati; sacra
la patria carità; sacro l'amore
della fatica e dell'industria. Quindi
tutte piene di strepito le vie,
e i teatri e le curie; e dappertutto
un gemere di rote, un picchio assiduo
di martelli e d'incudi, un suonar d'arme
buone in pace ed in guerra, onde sì crebbe
la feroce de' Rutuli potenza,
che al pietoso Troian tanto fe' poscia


sotto il cimiero impallidir la fronte,
quando gli disputâr Camilla e Turno
di Lavinia e d'Italia il grande acquisto.
Eran le genti pometine adunque
molte e forti e felici; e manifesta
di Feronia apparìa per ogni parte
la presenza, il favor, la possa e l'opra.
Però da cento altari a lei salìa
delle vittime il fumo, e ne godea
il tonante amator, che stanco e carco
delle cure del mondo, a serenarle
scendea sovente ne' segreti amplessi
della diva fanciulla. Un aureo nembo
li copriva; e oziosa al sole aprico
col rostro della folgore ministro,
l'aquila sacra si pulìa le piume;
mentre sicure dal furor di Giove
tacean d'Ato e di Rodope le rupi,
e avea Bronte riposo in Mongibello.
Erasi intanto la saturnia Giuno
fatta accorta del dolo, e i suoi grand'occhi,
che gelosia più grandi anche facea,
non fallibili segni avean già scorto
di nuova infedeltà. Raro il soggiorno
del marito in Olimpo: alto il silenzio
dei talami divini: inoltre mute
della foresta dodonéa le querce,
cheti i tuoni dell'Ida, e dissipato
il denso fumo che facea palese





la presenza del nume: onde, turbata
in suo sospetto, alle nevose cime
dell'Olimpo salita, in giù rivolse
l'attento sguardo, e ricercò l'infido
sul mar sidonio, sul nonacrio giogo,
sull'Ismen, sull'Asopo, ove sovente
delle vaghe mortali amor lo prese.
Indi in Ausonia declinando i lumi,
d'Ansuro nereggiar sul balzo vide
tale un nugolo denso, che per vento
non si movea di loco, ancorché tutta
fosse in moto la selva. A cotal vista
le si ristrinse il cor; le corse un gelo
per le membra immortali, e si fêr truci
i neri sopraccigli. Immantinente
Iri a sé chiama, e: - Prestami, - le dice
- su via prestami, o fida, il tuo piovoso
arco d'oro e di luce. - E sì dicendo,
né risposta aspettando, entro si chiude
a' taumanzii vapori, e taciturna
su le rupi setine si precipita.
Tocca pur anco non avea la terra
co' leggeri vestigi, che levarsi
l'invisibile dea l'aquila vide,
545l'aquila testimon del dio marito;
e sotto l'ombra delle grandi penne
furtiva e cheta camminar la nube,
e tra le piante dileguarsi. A lei
dovunque passa riverenti e curvi

dan loco i rami della selva; e l'aure
non osano di far rissa e bisbiglio.
Volse indi l'occhio addietro, e, donde tolta
s'era la nube, in piè rizzarsi mira
così bella una ninfa, che alla stessa
corrucciosa Giunon bella parea.
Sventurata beltà! L'ira e il dispetto
tu crescesti nel cor della gelosa,
che spiccossi qual lampo e rabbuffata
con questi accenti alla rival fu sopra:
- E qual ti prese insania ed arroganza,
insolente mortal, che una cotanta
a me far osi ingiuria, e non mi temi?
Ravvisami, proterva; io degli dèi
son l'eterna reina, io la sorella,
io la sposa di Giove. - Scolorossi,
tremò, si sgomentò, non fe' parola
la misera Feronia; e siccome era
scomposta i veli e le bende e le chiome,
dell'amplesso celeste accusatrici,
mise in tutto furor la sua nemica;
la qual su lei di rinnovar bramosa
di Callisto la pena, ad un vincastro
diè rabbiosa di piglio, e la percosse.
Attonito restò l'occhio e la mano
dell'acerba Giunon, quando dell'altra
vide al colpo divino inviolata
resistere la salma, e le primiere
sembianze rimaner: tosto conobbe

che di tempra immortal fatta l'avea
l'onnipossente nume; onde sdegnosa,
ché a vôto mira uscito il suo disegno,
e terribile e ria più che mai fosse:
- Questo - disse - al mio scorno anco mancava,
adultera impudente, che dovesse
farlosi eterno! Sémele ed Alcmena
eran poca vergogna all'onor mio,
e i due figli di Leda, e Ganimede,
ch'altra ancor ne s'aggiunge, e di malnati
mi si fan piene le celesti mense.
Ma inulta non andrò, se Giuno io sono;
né tu senza castigo. Via di qua,
via di qua, svergognata! - E in questo dire
il bianco braccio fieramente stese,
s'aggrandì, si scurò, gli occhi mandaro
due fiamme a guisa di baleni in mezzo
di tenebrosa nube; e la grand'ira,
che il senno ancor degl'immortali invola,
quasi obbliar di diva e di reina
le fe' modi e costumi. E di rincontro
di Giove allor la dolorosa amante,
che di rimorso trema e di rispetto,
con basso ciglio e con incerto piede
lagrimando partissi. Ella per monti
e per valli e per fiumi si dilunga,
e sempre a tergo ha la tremenda Giuno,
che con minacce e dure onte e rampogne



Trama del Poema


È l'opera intorno a cui il Monti lavorò più lungamente, poiché vi pose mano nel 1784, al tempo del suo soggiorno in Roma, e vi tornò sopra per aggiungere, correggere, mutare e rimutare, fino agli anni estremi; malgrado ciò il poemetto, pubblicato la prima volta a Milano nel 1832, ci è giunto incompiuto, diviso in tre canti che abbracciano circa duemila endecasillabi.
È opinione diffusa che il poeta si sia indotto a comporlo per desiderio di celebrare il tentativo, compiuto dal pontefice Pio VI, di prosciugare le paludi pontine; un tentativo non nuovo, che era già stato di consoli e di imperatori romani. Ma se tale può essere considerato l'avvio occasionale dell'opera, al modo medesimo in cui l'editto di Saint-Cloud lo fu forse per i Sepolcri di Ugo Foscolo, ben altri interessi urgevano nell'animo del Monti; si offriva a lui infatti l'occasione di immergersi, di calarsi nel mondo favoloso dei miti, il mondo più vero della sua poesia.
Immagina il poeta che vivesse presso Terracina, all'alba della vita e del mondo, una leggiadrissima ninfa, Feronia, schiva di nozze, solo innamorata dei fiori che crescevano per sua cura in quella terra; fiori delicati, gentili, cui si aggiungeva il profumo dei cedri e del melograno, mentre i salici piangenti parevano piegarsi alla terra come per atto d'amore. La dolce Feronia fu vagheggiata perfino da Giove, ed a lui, apparsole in forma di giovinetto, corrispose: divenne così dea, adorata da molte popolazioni, mentre intorno ai suoi giardini sorgevano ricche e popolose città. Ma ciò suscitò la gelosia di Giunone, che, dopo aver cacciato la rivale, riversò nei luoghi fioriti di primavera la furia di molti torrenti, l'Ufente, l'Astura, il Ninfeo. Le acque irruppero nella campagna, allagando e distruggendo: non rimase che un paludoso deserto, una distesa di terra senza vita. Nella tempesta perirono anche Timbro e Larina, giovinetti a cui sorrideva prossimo il giorno del'e nozze.
Da tanta devastazione, da così grande rovina era scampato solo il bosco di Feronia; ma l'inesorabile Giunone, aiutata questa volta da Vulcano, fece sì che gli zolfi e gli asfalti sotterranei, accesi dalle scintille del dio, esplodessero con terremoto orrendo, e che ogni cosa fosse divelta, frantumata, che delle città non restassero se non miseri avanzi.
Non rimase infatti che una landa sterile, una terra senza più case, senza più abitatori; unico, volle la Parca risparmiare il cane Melampo, una sorta di novello ed infelicissimo Argo, che, immemore del cibo, fra le macerie ricercando a lungo I andò col furto il suo signor sepolto.
Dall'alto dell'Olimpo, Giove volse allora lo sguardo alla valle divenuta un mare di limo, una spenta palude, e comandò a Mercurio di discendere sulla Terra per salvare almeno il tempio della dolce Feronia; per suo volere, sarebbe sorta colà una stirpe di eroi, dominatori del mondo, e vi avrebbero avuto il culto tutte le divinità dell'Olimpo. Intanto Feronia, scacciata da Giunone, dopo esser caduta semiviva al piede di un'elce, viene accolta nella casa del contadino Lica, dove si reca Giove stesso per confortarla, e per profetizzarle che sarebbero risorte le città distrutte ed innalzati a lei nuovi altari: dapprima per opera di alcuni illustri romani, Appio, Cetego, Augusto, infine per desiderio di Pio, un pontefice che diran Pio le genti, e di quel nome / sesto sarà.











stimola e incalza l'infelice. Ahi! dunque
era da tanto un amoroso errore?
E già varcate avea le veliterne
pendici, e gli ardui sassi, ove costrusse
Cora la sua città, Cora il fratello
di Catillo e Tiburte; e non lontano
era di Cinzia il sacro lago e il bosco,
ove a Stige ritolto, e della ninfa
Egeria in cura, Ippolito traeva,
cangiato in Virbio, la seconda vita.
Qui di Saturno l'adirata figlia
sostenne i passi, e in balze aspre e deserte
qui lasciò la meschina, e, desiosa
di vendetta maggior, diè volta addietro.
Tra le priverne rupi e le setine
s'apre immane spelonca, a cui di sopra
grava il dosso una negra orrida selva,
e per lo mezzo la rinfresca un rivo,
che con grato rumor casca e zampilla
dalle fesse pareti. Ha di sedili
in vivo marmo una corona intorno,
e tal dalle muscose erbe si spande
una fragranza, che da lungi avvisa
veramente di dèi stanza e ricetto.
Qui da tutta la volsca regione
per cento cave sotterranee vie
vengon sovente a visitarsi i fiumi,
il freddo Ufente, il lamentoso Astura,
il sonoro Ninféo, che tra le sacre


sue danzanti isolette ad Anfitrite
rapido volve e cristallino il flutto;
e il superbo Amasen, che le gran corna
mai non si terge, e strepitoso e torbo
empie di loto i campi e di paura.
E cent'altri v'accorrono di fama
poveri e d'onda fiumicei seguaci;
e cento ninfe, che il cader degli astri
conoscono e del sole e della luna
le armoniche vicende, e sanno i venti
e le piogge predire e le procelle.
Colà bieca sbuffando s'incammina
la di vendetta sitibonda dea:
simile a nembo di gragnuole gravido,
che bruno il ciel viaggia, e orrendo stendesi
su la bionda vallea, quando le Pleiadi,
che d'Orion la spada incalza e stimola,
negli atlantici flutti si sommergono,
e tutto ferve per burrasca il pelago.
Tal terribile in vista ella s'avanza;
e giunta al mezzo dello speco, in atto
di maestà, di cruccio e di preghiera,
fa dal labbro volar queste parole:
- Fiumi, a cui delle volsche acque l'impero
diè degli uomini il padre e degli dèi,
e voi le correggete, e a vostro senno
le mandate a nudrir l'onda tirrena,
una vil mia nemica, una spregiata
di boschi abitatrice il cor mi tolse


del mio consorte; e non è tutto. A lei,
a costei l'immortal vita è concessa,
privilegio avvilito, e dea l'adora
la bagnata da voi terra pontina.
Vendicate l'offesa; e s'io dall'etra
vi dispenso le piogge, ite, abbattete,
distruggete, spegnete. Altari e templi
e città rovesciate: io le vi dono,
e saran vostro regno; orma non resti
dell'abborrito culto, e raddolcisca
la mia giust'ira di Feronia il pianto. -
Disse; e per tutti a lei tosto l'Ufente
diserto e chiaro parlator rispose:
- A te l'esaminar conviensi, o diva,
il tuo desire, e l'adempirlo a noi.
Delle piove e de' nembi genitrice
tu ne riempi l'urne, tu ne fai
Giove propizio, e ne concedi a mensa
su l'Olimpo seder con gli altri eterni. -
Ciò detto, frettolosi e furiosi
si dileguâr per la caverna i fiumi,
chi qua, chi là ciascuno alla sua sede;
e partendo ne fêr tale un tumulto,
tale un fracasso, che tremonne il monte.
N'udirono il fragor le pometine
valli da lungi, e ne mandâr muggiti,
di ruina presaghe; e palpitanti
strinser le madri i pargoletti al seno.
Mentre corrono quelli il rio precetto

a compir della diva, e ai duri sassi
aguzzano per via le corna e l'ira,
levossi Giuno in aria, e spiegò il manto,
in cui ravvolge le tempeste e i nembi,
e subito gonfiâr le bocche i venti,
e le nubi aggruppâr, che cielo e luce
ai mortali rapiro, e si fe' notte,
orrenda notte dal guizzar de' lampi
rotta al fero de' tuoni fragor cupo.
Carco d'atre caligini la fronte,
vola l'umido Noto, ed afferrate
con le gran palme le pendenti nubi,
le squarcia risonante, e tenebrosa
sgorga la piova; il rotto aere ne rugge;
e il suol ne geme e le battute selve.
Scende un mar dalle rupi. Allora i fiumi
versano l'urne abbeverate e colme,
e quattro di maggior superbia e lena
da quattro parti sul soggetto piano,
svelte, atterrate le tremanti ripe,
con furor si devolvono. Spumosa
e fragorosa la terribil piena
le capanne divora e i pingui cólti,
e gli armenti e i pastori. E già le mura
delle cittadi assalta e le percote,
di cadaveri ingombra e della fatta
strage ne' campi: già delle bastite
crollano i fianchi: già sfasciati piombano,
e dan la porta all'inimico flutto.


S'alza allora un compianto, un ululato
di vergini, di vegli e di fanciulli:
corrono ai templi; ed invocar Feronia,
e Feronia gridar odi piangenti
le smorte turbe; e non le udìa la Diva;
ché maggior diva il vieta. Essa, la fiera
moglie di Giove, di sua man riversa
dell'esule nemica i simulacri,
ne sovverte gli altari; e la soccorre
ministra al suo furor l'onda crudele
che tutte attorno le cittadi inghiotte.
Tre ne leva sul corno infuriando
il veloce Ninféo che lutulenti
spinse quel dì la prima volta i flutti,
l'umil Trapunzio e Longula e Polusca:
tre la ferocia del possente Astura,
l'opima Mucamite, e l'alta Ulubra,
e la vetusta Satrico, a cui nulla
il nume valse della dia Matuta.
E per te cadde, strepitoso Ufente,
Pomezia, la più ricca e la più bella.
Pianse il giogo circéo la sua caduta,
e la pianser le ninfe, a cui commessa
de' suoi vaghi giardini era la cura.
Il tremendo Amaseno avea frattanto
sotto i vortici suoi sepolti intorno
i Barbarici campi, e fatto un lago
della misera Ausona, e l'alte mura
d'Aurunca percotea, la più guerriera

delle volsche cittadi, e la più antica.
Oltre gli anni di Dardano e Pelasgo
la sua fama ascendeva, e degli Aurunci
venerevoli padri alto suonava
e glorioso fra le genti il grido.
L'avea quel fier divelta e conquassata
dai fondamenti. Alle vicine rupi
traggonsi in salvo gli abitanti; e il fiume
li persegue mugghiando, e ne raggiunge
altri al tallone, e li travolve; ed altri,
che più pronti afferrâr già la montagna,
con l'immenso suo spruzzo li flagella,
e di paura li fa bianchi in viso.
Ben mille ne contorse entro i suoi gorghi
quell'orribile dio; ma di due soli,
Timbro e Larina, il miserando fato
non tacerò, se a tanto il cor resiste,
e pietoso il pensier non mi rifugge.
Amavansi così quegl'infelici,
ch'altro mai tale non fu visto amore,
e d'Imeneo già pronte eran le tede,
e consentìan gioiosi al casto affetto
i genitori. Ahi brevi e false in terra
le speranze e le gioie! In riva al mare,
cui d'Anzio regge la Fortuna, avea
pochi dì prima all'afrodisia madre
pôrti i suoi voti il giovinetto amante,
e abbracciato l'altar. Letta nel Fato
del misero la sorte avea la diva;


e della diva il santo simulacro
tremò, e sudante (maraviglia a dirsi!)
torse altrove il bel capo, e non sostenne
tanta pietà. Ma ben di Giuno il crudo
cor la sostenne; e la virtude umana
abbandonata si velò la fronte.
Nella comun sventura erasi Timbro,
dopo molti in cercar la sua fedele
scorsi perigli, l'ultimo su l'erta
spinto in sicuro; e fra i dolenti amici
di Larina inchiedea; Larina intorno,
Larina iva chiamando, e forsennato
con le man tese e co' stillanti crini
per la balza scorrea; quando spumosa
l'onda, che n'ebbe una pietà crudele,
la morta salma gliene spinse al piede.
Ahi vista! ahi, Timbro, che facesti allora?
La raccolse quel misero, ed in braccio
la si recò; né pianse ei già, ché tanto
non permise il dolor, ma freddo e muto
pendé gran pezza sul funesto incarco,
poi mise un grido doloroso e disse:
- Così mi torni? e son questi gli amplessi
che mi dovevi? e questi i baci? e ch'io,
ch'io sopravviva?... - E non seguì; ma stette
sovr'essa immoto con le luci alquanto;
poi sull'estinta abbandonossi, e i volti
e le labbra confuse, e così stretto
si versò disperato entro dell'onda,


che li ravvolse, e sovra lor si chiuse.



Canto Secondo

Già tutto di Feronia era il bel regno
in orrenda converso atra palude,
che pelago parea; se non che rara
dell'ardue torri e dell'aeree querce,
non vinte ancor, l'interrompea la cima.
E già su le placate onde leggieri
spiravano i Favonii, e in curvi solchi
arandole frangean sovra le molli
crespe dell'acque la saltante luce:
quando di Circe la scoscesa balza
l'aspra Giuno salì. L'occhio rivolse
alla vasta laguna, e, tutta intorno
la misurando con superbo sguardo,
sorrise acerba su la sua vendetta.
Ma vista su la rupe in lontananza
dall'incremento delle spume ultrici
pur anco intatta alzar la fronte alcuna
delle volsche città, che ree del culto
dell'abborrita sua rival si fêro,
ed illeso agitar l'argute frondi
non lungi il bosco di Feronia, il bosco
che prestò l'ombra ai mal concessi amori,
risorger si sentì l'ire nel petto


già moribonde; e poi che v'ebbe alquanto
fisso il torbido sguardo, in cor sì disse:
"Io desister dall'opra, e del mio scorno
patir che resti un monumento ancora?
Già non fui sì pietosa inverso Egina
e la stirpe di Cadmo abbominata;
ché per quella mandai carca di fiera
peste la morte su l'enopia terra;
e sostenni per questa entro le case
scendere io stessa dell'eterno pianto,
e di là contra d'Atamante e d'Ino
Tisifone invocar. Quei due superbi
co' sonori serpenti ella percosse,
e allor nel figlio dispietate e crude
fur le mani paterne, e de' suoi vanti
Ino furente mi scontò l'offesa.
E pur avola a Bacco era colei,
e a Venere nipote; e non m'avea,
come questa malnata itala druda,
tolti i miei dritti, e del maggior de' numi
aspirato alle nozze. Oh mia vergogna!
Poté Gradivo la feroce schiatta
sterminar de' Lapìti: aver da Giove
poté Diana al suo disdegno in preda
i Calidonii: e meritò poi tanto
de' Calidon la colpa e de' Lapìti?
Ed io, progenie di Saturno, ed alta
de' Celesti reina, a mezzo corso
ratterrò gli odi e l'ire, e dovrò tutte










non consumarle? Oh mel contrasta il fato;
e una fama pur or s'è sparsa in cielo,
che al volgere de' lustri il senno e l'opra
d'italici potenti al mio furore
e all'impero dell'onde questi campi
ritoglierà. Ritolgali: men giusta
o men dolce uscirà forse per questo
la mia vendetta? Se cangiar non lice
delle Parche il decreto, e chi ne vieta
l'indugiarlo, e tentar nuove ruine?
Del tuo delitto dolorose e care
le pene pagherai, ninfa superba:
anche il Lazio s'avrà la sua Latona.
Non selva lascerò, non antro alcuno
che ti riceva; scuoterò le rupi;
crollerò le città dal tuo vil nume
contaminate, e ne farò di tutte
cenere e polve, che disperda il vento."
Nel turbato pensier seco volgendo
queste cose la dea, giunse d'un volo
nell'eolie spelonche, orrendo albergo
degli adusti Ciclopi e di Vulcano.
Stava questo dell'arti arbitro sommo
intento a fabbricar per la pudica
nemorense Diana un d'oro e bronzo
gran piedestallo, su cui l'alma effigie
collocar della diva. E su le quattro
fronti v'avea l'artefice divino
d'ammirando lavoro impresse e sculte


di quell'almo paese avventurato
le trascorse memorie e le future.
Era a vedersi da una parte il lago
tutto d'argento. Tremolar diresti
l'onde e rotte spumar dai bianchi petti
delle caste Amnisìdi, a cui venute
già son men care le gargafie fonti,
e d'Eurota le sponde. In su la riva
della sacra laguna abbandonati
giaccion gli archi e le frecce, onde famosi
suonâr di caccia fragorosa un giorno
del Taigeto e d'Erimanto i boschi,
ed or la nemorense ne rimbomba
e la selva aricina. Indi non lunge
stassi il carro lunato, e per la rupe
sciolte dal giogo le parrasie cerve
erran pascendo il tenero trifoglio,
gradita erbetta, che gradir suol anco
ai destrieri di Giove, ed alle caste
di Minerva cavalle polverose.
Alto a rimpetto, fra pudichi allori,
di Trivia il tempio signoreggia, ed essa
la placabile diva in su la soglia
del grande Atride ad incontrar vien oltre
i pellegrini figli, Ifigenìa
sacerdotessa ed il fratello Oreste,
pietoso Oreste e scellerato insieme,
che per molti del mare e della terra
duri perigli salvo le recavano

il fatal simulacro insanguinato
dalle tauriche sponde alle tirrene.
In altro lato avea l'ignipotente
sculti i novelli sagrifici e l'are
di Diana cruente, e i lagrimosi
riti latini, e un contro l'altro armati
di barbaro coltello i sacerdoti.
Mirasi altrove il miserando caso
del figliuol di Teséo. Gonfiata ed aspra
spandeasi d'oro con argentee spume
la corinzia marina, a cui dal mezzo
uscìa sbuffando una cerulea foca.
E per orride balze ecco fuggire
gli atterriti cavalli, ecco sul lido
rovesciato dal carro e lacerato
l'innocente garzon. D'intorno al casto
esangue corpo si batteano il petto
di Trezene le vergini; e chiamando
crudel Ciprigna, e più crudel Nettuno,
più ch'altre in pianto si struggea Diana.
Al pregar dell'afflitta indi seguìa
d'Esculapio il prodigio e l'ardimento,
ché, violato delle Parche il dritto,
col poter della muta arte paterna
torna il pudico giovinetto in vita;
cui redivivo, e in densa nube avvolto,
con mutati sembianti all'aricine
selve poi reca la deliaca diva,
e, palpitando, alla segreta cura


il commette d'Egeria, inclita ninfa
delle leggi romane inspiratrice.
S'aprìa di nero cianéo scolpita
nel fianco della rupe una spelonca
sacra di Pindo alle fanciulle, e cara
più che l'antro cirrèo. Le sêrpe intorno
con tortuoso piede una vivace
edera d'oro, ed un ruscello in mezzo
di purissimo elettro. Ivi furtivo
d'Egeria ai santi fortunati amplessi
(ché di tanto fu degno) il successore
di Romolo traeva. Ivi le scese
leggi dal cielo ricevea sul labbro
della diva consorte, e ai mansueti
genii di pace traducea le genti
col favor delle Muse, e di quel grande
spirto divin che del troiano Euforbo
pria la spoglia animò, poscia, migrando
di corpo in corpo, la famosa salma
del samio saggio ad informar pervenne,
e di Crotone empiéo le mute scuole
del saper dell'Assiria e dell'Egitto.
V'era una balza dall'opposta fronte,
che al bel lago sovrasta, orrendo nido
di crude belve un tempo e di colubri,
ed or vasta, ridente, aprica scena
di lieti ulivi. Tra le verdi file
de' cecropii arboscelli alteramente
Minerva procedea, che del novello

conquistato terren prendea diletto,
e con l'alta virtù, che dagli sguardi
e dall'alma presenza esce de' numi,
liete facea le piante, e delle pingui
bocche oleose nereggianti i rami.
L'accompagnava maestoso e bello
alla manca un signor d'alta fortuna,
che con raro consiglio ed ardimento
dell'antico orror suo già spoglia avea
l'indocile montagna, e le ritrose
alpestri glebe all'ostinata cura
del pio cultore ad obbedir costrette:
mentre all'ombra d'un'elce, e all'ozio in seno,
che il suo signor gli ha fatto, anzi il suo dio,
un poeta non vil l'aspre vicende
di Feronia cantava, e per sentiero
non calcato traea l'itale muse.
All'ultimo con raro magistero
l'indomito Vulcan v'avea scolpita
una dolente giovinetta madre
che, con ambe le mani al crin facendo
dispetto ed onta, su la fredda spoglia
di tre figli piangea tolti alla poppa.
Taciturna e dimessa il padre Tebro
volgea qui l'onda: su la mesta riva
ploravano le ninfe, e al Vaticano
una nube di duol coprìa la fronte.
Lagrime tante alfin, tanti sospiri
faceano forza al ciel, finché la santa

madre d'Amore a consolar la donna
dal terzo cerchio le piovea nel grembo
de' fecondi suoi raggi il quarto frutto.
Siccome vaga tremula farfalla
scendea quell'alma, e nel materno seno
l'avventurosa si venìa vestendo
di sì lucido vel, ch'altro non fece
mai più bell'ombra a più leggiadro spirto.
Al felice natal presenti avea
sculte il fabbro le Grazie, inclite dive,
senza il cui nume nulla cosa è bella.
V'era Lucina, a cui fur date in cura
della vita le porte; eravi Giuno
dei talami custode; e di Latona
l'alma figlia pur v'era, a cui dolenti
s'odon nel parto sospirar le spose;
e in disparte frattanto un aureo stame
al fatal fuso ravvolgean le Parche.
Delle rugose antiche dee son tutte
di pallid'oro le tremende facce,
e d'argento le chiome e i vestimenti.
Del narciso d'Averno incoronate
van le rigide fronti, e un cotal misto
mandan di riverenza e di paura,
che l'occhio ne stupisce, e il cor ne trema.
Dell'industre Vulcan l'opra tal era,
mirabile, immortale. Affumicato
e in gran faccenda l'indefesso iddio,
di qua di là scorrea per la fucina,

visitando i lavori, e rampognando
i neghittosi: con le larghe pale
altri il carbon nelle fornaci infonde
scintillanti e ruggenti: altri, con rozze
cantilene molcendo la fatica,
dà il fiato e il toglie ai mantici ventosi,
che trenta ve n'avea di ventre enormi:
qual su l'incude le roventi masse
del metallo castiga; e qual le tuffa
nella fredda onda, che gorgoglia e stride.
Rimbomba la caverna, e dalle fronti
di quei fieri garzoni in larga riga
va il sudor per le gote e le mascelle
sui gran petti pelosi. In questo mezzo
s'appresentò la veneranda Giuno
nella negra spelonca, e parve il fulgido
volto del Sole che fra dense nubi
improvviso si mostra. E Bronte, il primo
che la vide venir, diè segno agli altri
di sostarsi e cessar per lo rispetto
della moglie di Giove. Udì Vulcano
della madre l'arrivo, e frettoloso,
fra tanaglie e martelli e sgominate
di metalli cataste zoppicando,
le corse incontro: e presala per mano,
di fuliggine tutta le ne tinse
la bianca neve. Prestamente quindi
le trasse innanzi un elegante seggio,
che d'oro avea le sponde, e lo sgabello


di liscio cassitéro, ove la diva
posò l'eburnee piante; e, così stando,
di sua venuta le cagioni espose.
E primamente lamentossi a lungo
dell'adultero Giove, alle cui voglie
poco essendo la Grecia, ancor ripiena
de' suoi muggiti e de' suoi nembi d'oro,
e per tante or di cigno, or di serpente,
e di zampe caprigne, ed altre vili
frodi d'amor contaminata e guasta,
or ne venìa d'Italia anco le belle
spiagge a bruttar de' suoi lascivi ardori,
della moglie dimentico e del cielo.
E qui fe' conta del fanciullo imberbe
la mentita sembianza, e i conceduti
di Feronia complessi, e come assunta
al concilio de' numi era la druda;
e seguì, che per questo ella d'Olimpo
lasciato avea le mense, e le cortine
de' talami celesti, e che desìo
sol di vendetta la traea de' Volsci
vagabonda sul lido, ove già rotti
i primi sdegni avea, con alta mole
d'acque coprendo le pomezie valli
e le cittadi alla rival devote;
ma non tutte però; ché salva alcuna
n'avean dall'onde le montagne intorno.
Quindi ben paga non andar, se tutto
non abbatte, non guasta, non diserta

l'abborrito paese. - Or prendi, o figlio,
dell'eterno tuo foco una favilla;
sveglia i tremuoti, che oziosi e pigri
dormon nel fianco di quei monti: orrendo
apri un lago di fiamme, ardi le rupi,
struggi i campi e le selve; e più non chieggo. -
Intento della madre alle parole
stava Vulcano, ad una lunga mazza
il cubito appoggiato; e poi che Giuno
al ragionar diè fine, in questi accenti
su le piante mal fermo, egli rispose:
- Ben io t'escuso, o madre, se di tanta
ira t'accendi; ché d'amor tradito
somma è la rabbia: ed io mel so per prova,
io misero e deforme, e ancor più stolto,
che bramai d'una diva esser marito,
bella, è ver, ma impudica e senza fede.
Pur ti conforta; ché per te son io
a tutto far disposto. Io sotto i muri
lagrimosi di Troia a tua preghiera
già col Xanto pugnai, quando spumoso
co' vortici ei respinse il divo Achille,
che di sangue troian gonfio lo fea;
e i salci gli avvampai, gli olmi, i ciperi
e l'alghe e le mirici in larga copia
cresciute intorno alla sua verde ripa.
Or pensa se vorrò non adempire,
di Giove in onta, il tuo desir, di Giove
mio nemico del par che tuo tiranno.




Ti rammenta quel dì che fra voi surta
su l'Olimpo contesa, avventurarmi
in tuo soccorso io volli. Egli d'un piede
m'afferrò furibondo, e fuor del cielo
arrandellommi per l'immenso vôto.
Intero un giorno rovinai col capo
in giù travolto, e con rapide rote
vertiginose. Semivivo alfine
in Lenno caddi col cader del sole;
e chi sa quante in quell'alpestre balza
lunghe e dure m'avrei doglie sofferte,
se Eurinome, la bella Oceanina,
e l'alma Teti doloroso e rotto
non m'accogliean pietose in cavo speco,
a cui spumante intorno ed infinita
d'Oceàn la corrente mormorava.
Ivi per tema del crudel mi vissi
quasi due lustri sconosciuto e oscuro
fabbro d'armille e di fermagli e d'altre
opre al mio senno inferiori e vili.
Or i tuoi torti, o madre, io lo prometto,
e in uno i miei vendicherò: poi venga,
se il vuol, qua dentro a spaventarmi questo
seduttor di fanciulle onnipossente,
ingiusto padre ed infedel marito:
vedrem che vaglia del suo carro il tuono
senza il fulmine mio, senza l'aita
del mio martello. - In così dir l'irato
dio sulla mazza con la man battea;

poi gittolla in disparte, e corse ad una
delle fornaci. All'infocate brage
appressò le tanaglie: una ne trasse
d'inestinguibil tempra, e in cavo rame
l'imprigionò. Di cotal peste carchi,
della spelonca uscîr Vulcano e Giuno,
quai fameliche belve che di notte
lascian la tana, e taciturne e crude
van nell'ovile a insanguinar l'artiglio.
Della squallida grotta in su l'uscita
di rugiadose stille allor raccolte
dalle rose di Pesto Iri cosperse
la sua reina, e con ambrosia il divo
corpo lavando, ne deterse il fumo
ed ogni tristo odor. Dagl'immortali
capelli della dea quante sul suolo
caddero gocce del licor celeste,
tante nacquer viole ed asfodilli.
Mosse, ciò fatto, la tremenda coppia
circondata di nembi; e come lampo
che solca il sen della materna nube
con sì rapido vol, che la pupilla
per quella riga a seguitarlo è tarda,
tal di Giuno e Vulcano è la prestezza:
su la vetta calâr precipitosi
delle rupi setine, onde la faccia
scoprìasi tutta del sommerso piano.
- Guarda, - disse Giunon - riguarda, o figlio,
di mia vendetta le primizie. - E in questo


gli mostrava l'orribile palude
da freschi venti combattuta e crespa,
mentre i raggi del Sol vôlti all'occaso
scorrean vermigli su l'incerto flutto;
del Sole, che parea dall'empia vista
fuggir pietoso, e dietro ai colli Albani
pallida e mesta raccogliea la luce.
Già morìa su le cose ogni colore,
e terra e ciel tacea, fuor che del mare
l'incessante muggito; allor che pronto
il fatal vase scoperchiò Vulcano,
e all'aura scintillar la rubiconda
bragia ne fece. Ne sentiro il puzzo
i sotterranei zolfi e le piriti
e gli asfalti oleosi, e dal segreto
amor sospinti, che tra loro i corpi
lega e l'un l'altro a desiar costrigne,
ne concepîr meraviglioso affetto,
e di salso umidor pasciuti e pingui
si fermentaro, ed esalâr di sopra
improvvisa mefite. E pria le nari
ne fur de' bruti e de' volanti offese,
che tosto piene le contrade e i campi
fêr di lunghi stridori e di lamenti.
N'ulularono i boschi e le caverne,
e tutti intorno paurosi i fonti
n'ebber senso d'orror. Corrotte allora
la prima volta la caronie linfe
mandâr l'alito rio, che tetro ancora





spira, e infamato avvicinar non lascia
né greggia né pastor. L'almo ruscello
di Feronia turbossi, e amare e sozze
dalla pietra natìa spinse le polle
sì dolci in prima e cristalline. E Alcone,
pastor canuto, che v'avea sul margo
il suo rustico tetto, a sé chiamando
su l'uscio i figli, e il mar, le selve, il cielo
esaminando, e palpitando: - Oh! - disse
- noi miseri, che fia? Mirate in quale
fier silenzio sepolta è la natura!
Non stormisce virgulto, aura non muove,
che un crin sollevi della fronte: il rivo,
il sacro rivo di Feronia anch'esso
ve' come sgorga lutulento, e fugge
con insolito pianto, e là Melampo,
che in mezzo del cortil mette pietosi
ululati, e da noi par che rifugga,
e a sé ne chiami. Ah chi sa quai sventure
l'amor suo n'ammonisce e la sua fede!
Poniamo, o figli, le ginocchia a terra;
supplichiamo agli dèi, che certo in ira
son co' mortali. - Avea ciò detto appena,
che tingersi mirò l'aria in sanguigno,
e cupo un rombo propagossi. Il rombo
venìa dall'opra di Vulcan, che ratto
la montagna esplorando, ove più vivo
con lo spesso odorar sentìa l'effluvio
de' commossi bitumi, entro un immane

fendimento di rupi era disceso,
buio baratro immenso, a cui di zolfi
ferve in mezzo e d'asfalti un bulicame
che in cento rivi si dirama, e tutte
per segreti cunicoli e sentieri
pasce le membra degl'imposti monti.
In questa di tremuoti atra officina
lasciò cader Mulcibero l'ardente
irritato carbone. In un baleno
fiammeggiò la vorago, e scoppi e tuoni
e turbini di fumo e di faville
avvolser tutto l'incombusto dio.
Più veloce dell'ali del pensiero
per le sulfuree vie corse la fiamma
licenziosa, ed abbracciò le immense
ossa de' monti, e delle valli i fianchi,
e d'Anfitrite i gorghi. Allor dal fondo
senza vento sospinti in gran tempesta
saltano i flutti: ondeggiano le rupi,
e scuotono dal dosso le castella
e le svelte cittadi. Addolorata
geme la terra, che snodar si sente
le viscere, e distrar le sue gran braccia.
E tu, padre di mille incliti fiumi,
e di due mari nutritor, crollasti,
o nimboso Appennin, l'alte tue cime;
e spezzata temesti la catena
che i tuoi gioghi all'estreme Alpi congiugne;
siccome il dì, che col tridente eterno


percotendo i tuoi fianchi il re Nettuno,
a tutta forza dall'esperio lido
il siculo divise, e in mezzo all'onde
Procida spinse ed Ischia e Pitecusa.
Pluto istesso balzò, forte atterrito,
dal suo lurido trono, e visti intorno
crollar di Dite i muri e le colonne
(ché dritto a piombo su l'inferna volta
il tremoto ruggìa), levò lo sguardo,
e violato dalla luce il regno
de' morti paventò. Stupore aggiunse
l'improvviso nitrito e calpestìo
de' suoi neri cavalli, che, le regie
stalle intronando, inferocìan da strano
terror percossi, e le morate giubbe
e le briglie scuotean, foco sbuffando
dalle larghe narici; infin che desta
a quel romor Proserpina, la bella
d'Averno imperatrice (che sovente
prendea diletto con le rosee dita
porger loro di Stige il saporoso
melagrano divino), ad acchetarli
corse, e per nome li chiamò, palpando
soavemente di que' feri il petto
con le palme amorose. Uscito intanto
era Vulcan dalla tremenda buca
lieto dell'opra, e con piacer crudele
contemplava la polve e il denso fumo
delle svelte città. Giace Mugilla,





e la ricca di pampani e d'olivi
petrosa Ecetra, e la turrita Artena,
e l'illustre per salda intatta fede
erculea Norba, a cui di cento greggi
biancheggiavano i colli. E tu cadesti,
Cora infelice, e nelle tue ruine
le ceneri perîr sante del primo
ausonio padre, né potêr giovarti
di Dardano i Penati, né degli almi
figli di Leda la propizia stella,
che all'aprico tuo suol dolce ridea.
Voi sole a terra non andaste, o sacre
ansure mura; ché di Giove amica
vi sostenne la destra, e la caduta
non permise dell'ara, ove tremenda
riposava la folgore divina.
Sentì di voi pietade il dio, di voi,
e non sentilla delle bianche chiome
d'Alcon, d'Alcone il più giusto, il più pio
dell'ausonia contrada. Umilemente
al suol messo il ginocchio, il venerando
veglio tenea levate al ciel le palme;
e a canto in quel medesmo atto composti
gli eran due figli in vista sì pietosa,
che fatto avrìa clementi anco le rupi.
Quando venne un tremor che violento
crollò la casa pastorale, e tutta
in un subito, ahi! tutta ebbe sepolta
l'innocente famiglia. Unico volle


la ria Parca lasciar Melampo in vita,
raro di fede e d'amistade esempio.
Ei rimasto a plorar su la rovina,
fra le macerie ricercando a lungo
andò col fiuto il suo signor sepolto,
immemore del cibo, e le notturne
ombre rompendo d'ululati e pianti;
finché quarto egli cadde, e non gl'increbbe,
più dal dolor che dal digiuno ucciso.
Fortunato Melampo! se qualcuna
leggerà questi carmi alma cortese,
spero io ben che n'andrà mesta e dolente
sul tuo fin miserando. Il tuo bel nome
ne' posteri sarà quello de' veltri
più generosi; e noi malvagia stirpe
dell'audace Giapeto, a cui peggiori
i figli seguiran, noi dalle belve
la verace amicizia apprenderemo.



Canto Terzo

All'ardua cima del sereno Olimpo
risalìa Giove intanto, e ad incontrarlo
accorrean presti e riverenti i numi
su le porte del cielo. In mezzo a tutti,
in due schierati taciturne file,
maestoso egli passa, a quella guisa


che suol, calando al pallido Occidente,
passar tra i verecondi astri minori
d'Iperione il luminoso figlio,
quando dall'arsa eclittica il gran carro
della luce ritira, e l'Ore ancelle
sciolgono dal timon bianco di spuma
i fumanti cavalli. Ai sacri alberghi
dell'aurea reggia rispettosi i divi
accompagnâr l'Onnipotente; e giunti
al grande limitar, per sé medesme
si spalancâr sui cardini di bronzo
le porte d'oro, che uno spirto move
intrinseco e possente: e tale intorno
nell'aprirsi mandâr cupo un ruggito,
che tutto ne tremò l'alto convesso.
Ivi in parte segreta, a cui nessuno
non ardisce appressar degli altri eterni
(fuor che le meste e querule Preghiere,
che libere pel ciel scorrono, e al nume
portano i voti degli oppressi e il pianto),
l'egìoco Padre in gran pensier s'assise
sovra il balzo d'Olimpo il più sublime.
Contemplava di là giusto e pietoso
de' mortali gli affanni e le fatiche:
mirò d'Ausonia i campi, e la pontina
valle in orrendo pelago conversa;
mirò per tutto (miserabil vista!)
le sue tante cittadi, altre sommerse,
altre per forza di tremuoto svelte





dalle ondeggianti rupi, e la catena,
donde pendon la terra e il mar sospesi,
scuotersi ancora, ed oscillar commossa
dalla tremenda di Vulcan possanza.
Ciò tutto contemplando in suo segreto,
non fu tardo a veder che tanto eccesso,
tanta rovina sarìa poco all'ira
della fiera consorte. In compagnia
del potente de' fuochi egli la vide
verso la sacra selva incamminarsi,
ove Feronia nel maggior suo tempio
di vittime, d'incensi e di ghirlande
dalle genti latine avea tributo.
Di Giuno ei quindi antivedendo il nuovo
scellerato disegno, a sé chiamato
di Maia il figlio, esecutor veloce
de' suoi cenni, gli fe' queste parole:
- Nuove furie gelose, o mio fedele,
hanno turbato alla mia sposa il petto;
e quai del suo rancor già sono usciti
senza misura lagrimosi effetti,
non t'è nascoso. Un simulacro avanza
dell'esule Feronia, un tempio solo
di tanti che già n'ebbe; e questo ancora
vuole al suolo adeguar la furibonda.
Or che consiglio è il suo? Stolta, che tenta?
Se rispettar le nostre ire non sanno
le sante cose in terra, e i monumenti
dell'umana pietà, chi de' mortali

sarà che più n'adori, e nella nostra
divina qualità più ponga fede?
Prendi adunque sul mar Tirreno il volo,
t'appresenta a Giunon carco de' miei
forti comandi. Con le fiamme assalga,
se tanto è il suo disdegno, anco la selva
(ch'ella a ciò si prepara, e consentire
io le vo' pur quest'ultima vendetta):
ma se l'empia oserà stender la destra
alle sacre pareti, e violarne
il fatal simulacro, alla superba
tu superbo farai queste parole:
"Fisso è nel mio volere (e per la stigia
onda lo giuro) che l'achea contrada
lasciar debbano i numi, e nell'opima
itala terra stabilir più fermo,
più temuto il lor seggio. Io le catene
del mio padre Saturno ho già disciolte,
e l'offesa obbliai, che mi costrinse
a sbandirlo dal ciel. L'ospite suolo,
che ramingo l'accolse e ascoso il tenne,
sacro esser debbe, né aver dato asilo
di Giove al genitor senza mercede.
Dopo il beato Olimpo, in avvenire
sia dunque Italia degli dèi la stanza,
e di là parta un dì quanto valore
della mente e del braccio in pace e in guerra
farà suggetto il mondo, e quanta insieme
civiltà, sapienza e gentilezza


renderanno l'umana compagnia
dalle belve divisa, e minor poco
della divina. A secondar l'eccelso
proponimento mio già nello speco
della rupe cuméa mugge d'Apollo
la delfica cortina, ed esso il dio,
dimenticata la materna Delo,
ai dipinti Agatirsi ama preporre
del Soratte gli scalzi sacerdoti.
Già la sorella sua di Cinto i gioghi
lieta abbandona, e le gargafie fonti,
del nemorense lago innamorata.
Alle sorti di Licia han tolto il grido
le prenestine, e di Laurento i boschi
tacer già fanno le parlanti querce
della vinta Dodona. In su la spiaggia
d'Anzio diletta Venere trasporta
d'Amatunta i canestri, e Bacco e Vesta,
e Cerere e Minerva, e il re dell'onde
son già numi latini. E alle latine
d'Elide l'are già posposi io stesso,
e sul Tarpéo recai dell'Ida i tuoni
e le procelle. Perocché maturo
già s'agita nell'urna il gran destino,
che gloriosa dee fondar sul Tebro
la reina del mondo. Al sol bisbiglio
che di lei fanno i tripodi cumani,
tutta trema la terra: e già s'appressa
d'Anchise il pio figliuol, seco adducendo







d'Ilio i Penati, che faran nel Lazio
la vendetta di Troia, e spezzeranno
d'Agamennon lo scettro in Campidoglio.
Cotal de' Fati è il giro; e disviarlo
tenta indarno Giunon: da Samo indarno
porta alla sua Cartago il cocchio e l'asta
e l'argolico scudo, armi che un giorno
fian concedute con miglior fortuna
di Dardano ai nepoti, allor che Giuno
per quella stessa region, su cui
tanta mole di flutti ora sospinse,
placata scorrerà del Lazio i lidi.
Ivi su l'ara Sospita le genti
l'invocheranno; ed ella, il fianco adorna
delle pelli caprine, e dentro il fumo
de' lanuvini sagrificii avvolta,
tutti a mensa accorrà d'Ausonia i numi
cortesemente, e porgerà di pace
a Feronia l'amplesso; onde già fatte
entrambe amiche, toccheran le tazze
propinando a vicenda, e in larghi sorsi
l'obblìo berran delle passate cose."
Va dunque, e sì le parla. Il suo pensiero
volga in meglio l'altera, e alle sue stanze
rieda in Olimpo; ché l'andar vagando
più lungamente in terra io le divieto.
E se niega obbedir, tu le rammenta
le incudi un giorno al suo calcagno appese;
e dille che la man che ve le avvinse,

non ha perduta la possanza antica. -
Disse; e Mercurio ad eseguir del padre
il precetto s'accinse. E pria l'alato
petaso al capo adatta, ed alle piante
i bei talari, ond'ei vola sublime
su la terra e sul mare, e la rattezza
passa de' venti. Impugna indi l'avvinta
verga di serpi, prezioso dono
del fatidico Apollo il dì che a lui
l'argicida fratel cesse la lira:
con questa verga, tutta d'oro, in vita
ei richiama le morte alme, ed a Pluto
mena le vive, ed or sopore infonde
nell'umane pupille, ed or ne 'l toglie.
Sì guernito, e con tal d'ali remeggio
spiccasi a volo. Occhio mortal non puote
seguitarne la foga; in men che il lampo
guizza e trapassa, egli è già sceso, e preme
il campano terreno, un dì nomato
campo flegréo, famosa sepoltura
de' percossi Giganti. Intorno tutta
manda globi di fumo la pianura,
ed ogni globo dal gran petto esala
d'un fulminato. A fronte alza il Vesevo
brullo il colmigno, ed al suo piè la dolce
lagrima di Liéo stillan le viti.
Lieve lieve radendo il folgorato
terren di Maia il figlio, e la marina
sorvolando, levossi all'erte cime

della balza circéa, che di Feronia
signoreggia la selva. Ivi fermossi,
qual uom che tempo al suo disegno aspetta;
e di là dechinando il guardo attento
al piano che s'avvalla spazioso
fra l'ànsure dirupo ed il circéo,
e tutto copre di Feronia il bosco,
a quella volta acceleranti il passo
vide Giuno e Vulcano, armati entrambi
d'orrende faci, ed anelanti a nuova
nefanda offesa. All'appressar di quelle
vampe nemiche un lungo mise e cupo
gemito la foresta: augelli e fiere,
a cui Natura, più che all'uom cortese,
presentimento diè quasi divino,
da subito terror compresi, i dolci
nidi e i covili abbandonâr stridendo
e ululando smarriti, e senza legge
d'ogni parte fuggendo. I primi incendi
eran già desti, e già di Giuno al cenno,
già la sua fida messaggera e ancella
verso Eolia battea preste le penne
con prego ai venti di soffiar gagliardi
dentro le fiamme, e promettendo pingui
in nome della dea vittime e doni:
come il dì che d'Achille ai caldi voti,
del morto amico gli avvampâr la pira.
Già stendendo venìa l'umida notte
sul volto della terra il negro velo,


e in grembo al suo pastor Cinzia dormìa;
quando i figli d'Astréo con gran fracasso
dall'eolie spelonche sprigionati
s'avventâr su l'incendio, e per la selva
senza freno lo sparsero. La vampa
esagitata rugge, e dalla quercia
si devolve su l'olmo e su l'abete;
crepita il lauro; e le loquaci chiome
stridono in capo al berecinzio pino,
a sfidar nato su gli equorei campi
d'Africo e d'Euro i tempestosi assalti.
Già tutta la gran selva è un mar di foco
e di terribil luce, a cui la notte
spavento accresce, e orribilmente splende
per lungo tratto la circéa marina;
simigliante al Sigéo, quando gli eletti
guerrier di Grecia del cavallo usciti
in faville mandâr d'Ilio le torri,
e atterrita la frigia onda si fea
specchio al rogo di Troia; miserando
di tanti eroi sepolcro e di tant'ire.
All'orrendo spettacolo il feroce
cor di Giuno esultava; e impaziente
di vendicarsi al tutto (ché suprema
voluttà de' potenti è la vendetta),
un divampante tizzo alto agitando
e furiando, vola al gran delubro,
ch'unico avanza della sua nemica,
ferma in cor d'atterrarlo, incenerirlo,


e spegnere con esso ogni vestigio
dell'abborrito culto. Armato ei pure
d'empia face, Vulcan seguìa non tardo
la fiera madre; e già le sacre soglie
calcano entrambi: dai commossi altari
già fugge la Pietà, fugge smarrita
la Fede avvolta nel suo bianco velo:
con vivo senso di terrore anch'esso
si commosse il tuo santo simulacro,
o misera Feronia, e un doloroso
gemito mise (meraviglia a dirsi!),
quasi accusando d'empietade il cielo.
Ma del figliuol di Maia, a ciò spedito,
non fu tarda l'aita in tanto estremo:
e come stella che alle notti estive
precipite labendo il cielo fende
di momentaneo solco, e va sì ratta,
che l'occhio appena nel passar l'avvisa;
non altrimenti il dio stretto nell'ali
il sereno trascorse, e rilucente
sul vestibolo sacro appresentossi.
All'improvvisa sua comparsa il passo
stupefatti arrestâr Vulcano e Giuno,
e si turbâr vedendosi di fronte
starsi ritto Mercurio, e imperioso
contra il lor petto le temute serpi
chinar dell'aurea verga, e così dire:
- Férmati, o Diva; portator son io
di severa ambasciata. A te comanda

l'onnipossente tuo consorte e sire
di gettar quelle faci, e inviolata
quest'effigie lasciar e queste mura.
Riedi alle stanze dell'Olimpo, e tosto;
ché ti si vieta andar più lungamente
vagando in terra, e funestar di stragi
le contrade latine, a cui l'impero
promettono del mondo il fato e Giove. -
E di Giove e del fato a mano a mano
qui le aperse i voleri, e il tempo e il modo
de' futuri successi: e non diè fine
all'austero parlar, che ricordolle
le incudi un giorno al suo calcagno appese,
e il braccio punitor, che non avea
perduta ancora la possanza antica.
Cadde il tizzo di mano a quegli accenti
al dio di Lenno, e tra le vampe e il fumo
si dileguò; né disse addio, né parve
aver mal fermo a pronta fuga il piede;
ma con torvo sembiante e disdegnoso
si ristette Giunon, ché rabbia e tema
le stringono la mente, e par tra' ferri
la generosa belva che gli orrendi
occhi travolve, e il correttor flagello
fa tremar nella man del suo custode.
Senza dir motto alfin volse le spalle,
e rotando in partir la face in alto,
con quanta più poteo forza la spinse:
vola il ramo infiammato, e di sanguigna







luce un grand'arco con immensa riga
segna per l'etra taciturno e scuro.
Il sidicino montanar v'affisse
stupido il guardo, e sbigottissi, e un gelo
corse per l'ossa al pescator d'Amsanto,
quando sul capo ruinar sel vide,
e cader sibilando nella valle,
ove suona rumor di fama antica,
che del puzzo mortal, che ancor v'esala,
l'aria e l'onde corruppe, ed un orrendo
spiraglio aperse, che conduce a Dite.
Come allor che su i nostri occhi Morféo
sparger ricusa la letéa rugiada,
d'ogni parte la mente va veloce,
e fugge, e torna, e slanciasi in un punto
dall'aurora all'occaso, e dalla terra
alla sfera di Giove e di Saturno;
con tal prestezza si sospinse al cielo
la ritrosa Giunon. L'Ore custodi
delle soglie d'Empiro incontanente
alla reina degli dèi le porte
spalancâr dell'Olimpo, e la bionda Ebe,
ilare il volto, e l'abito succinta,
le corse incontro con la tazza in mano
del nèttare celeste; ed ella un sorso
né pur gustò dell'immortal bevanda;
ché troppo d'amarezza e di rammarco
avea l'anima piena. Onde con gli occhi
in giù rivolti e d'allegrezza privi,


né a verun degli dèi, che surti in piedi
erano al suo passar, fatto un saluto,
il passo accelerò verso i recessi
del talamo divino; ed ivi entrata,
serrò le porte rilucenti, e tutte
ne fûro escluse le fedeli ancelle.
Poiché sola rimase, al suo dispetto
abbandonossi; lacerò le bende,
ruppe armille e monili, e gettò lunge
la clamide regal che di sua mano
tessé Minerva, e d'auree frange il lembo
circondato n'avea. Né tu sicura
da' suoi furori andar potesti, o sacra
alla beltade, inaccessibil ara,
che non hai nome in cielo, e tra' mortali
da barbarico accento lo traesti,
cui le Muse abborrîr. Cieca di sdegno
ti riversò la dea: cadde, e si franse
con diverso fragor l'ampio cristallo,
che in mezzo dell'altar sorgea sovrano
maestoso e superbo, e in un confusi
n'andâr sossopra i vasi d'oro e l'urne
degli aromi celesti e de' profumi,
onde tal si diffuse una fragranza,
che tutta empiea la casa e il vasto Olimpo.
Mentre così l'ire gelose in cielo
disacerba Giunon, quai sono in terra
di Feronia le lagrime, i sospiri?
Ditelo, d'Elicona alme fanciulle,


voi che l'opere tutte e i pensier anco
de' mortali sapete e degli dèi.
Poi che si vide l'infelice in bando
cacciata dal natìo dolce terreno,
d'ara priva e d'onori, e dallo stesso
(ahi sconoscenza!), dallo stesso Giove
lasciata in abbandono, ella dolente
verso i boschi di Trivia incamminossi,
e ad or ad or volgea lo sguardo indietro,
e sospirava. Sul piè stanco alfine
mal si reggendo, e dalla lunga via,
e più dal duolo abbattuta e cadente,
sotto un'elce s'assise: ivi facendo
al volto letto d'ambedue le palme,
tutta con esse si coprì la fronte,
e nascose le lagrime, che mute
le bagnavan le gote, e le sapea
solo il terren, che le bevea pietoso.
In quel misero stato la ravvolse
dell'ombre sue la notte, e in sul mattino
il Sol la ritrovò sparsa le chiome,
e di gelo grondante e di pruina;
perocché per dolor posta in non cale
la sua celeste dignitade avea,
onde al corpo divin l'aure notturne
ingiuriose e irriverenti fûro,
siccome a membra di mortal natura.
Lica intanto, di povero terreno
più povero cultor, dal letticciuolo

era surto con l'alba, e del suo campo
visitando venìa le orrende piaghe,
che fatte avean la pioggia, il ghiaccio, il vento
agli arboscelli, ai solchi ed alle viti.
Lungo il calle passando, ove la Diva
in quell'atto sedea, da meraviglia
tocco, e più da pietà, ché fra le selve
meglio che in mezzo alle cittadi alberga,
s'appressò palpitando, e la giacente
non conoscendo (ché a mortal pupilla
difficil cosa è il ravvisar gli dèi),
ma in lei della contrada argomentando
una ninfa smarrita: - O tu, chi sei,
chi sei, - le disse - che sì care e belle
hai le sembianze e dolor tanto in volto?
Per chi son queste lagrime? t'ha forse
priva il ciel della madre o del fratello
o dell'amato sposo? ché son questi
certo i primi de' mali, onde sovente
Giove n'affligge. Ma del tuo cordoglio
qual si sia la cagion, prendi conforto,
e pazienza opponi alle sventure
che ne mandano i numi: essi nemici
nostri non son; ma col rigor talvolta
correggono i più cari. Alzati, o donna;
vieni, e t'adagia nella mia capanna,
che non è lungi; e le forze languenti
ivi di qualche cibo e di riposo
ristorerai. La mia consorte poscia


di tutto l'uopo ti sarà cortese;
ch'ella è prudente, e degli afflitti amica,
e qual figlia ambedue cara t'avremo. -
Alle parole del villan pietoso
s'intenerì la Diva, e in cor sentissi
la doglia mitigar, tanta fra' boschi
gentilezza trovando e cortesia.
Levossi in piedi, ed ei le resse il fianco,
e la sostenne con la man callosa.
Nell'appressarsi, nel toccar ch'ei fece
il divin vestimento, un brividìo,
un palpito lo prese, un cotal misto
di rispetto, d'affetto e di paura,
che parve uscir dei sensi, e su le labbra
la voce gli morì. Quindi il sentiero
prese invêr la capanna, e il fido cane
nel mezzo del cortil gli corse incontro:
volea latrar; ma sollevando il muso,
e attonite rizzando ambe le orecchie,
guardolla, e muto su l'impressa arena
ne fiutò le vestigia. In questo mentre
alla cara sua moglie Teletusa
il buon Lica dicea: - Presto sul desco
spiega un candido lino, e passe ulive
recavi e pomi e grappoli, che salvi
dal morso abbiam dell'aspro verno, e un nappo
di soave lambrusca, e s'altro in serbo
tieni di meglio; ché mostrarci è d'uopo
come più puossi liberali a questa


peregrina infelice. - Allor spedita
Teletusa si mosse, e in un momento
di cibo rustical coperse il desco,
ed invitò la Dea, la quale assisa
sul limitar si stava, e immota e grave
l'infinito suo duol premea nel petto;
né già tenne l'invito, ché mortale
corruttibil vivanda non confassi
a palato immortal; ma ben di trito
odoroso puleggio e di farina
d'acqua commisti una bevanda chiese,
grata al labbro de' numi, e l'ebbe in conto
di sacra libagion. Forte di questo
meravigliossi Teletusa, e fiso
di Feronia il sembiante esaminando
(poiché al sesso minor diero gli dèi
curiose pupille, e accorgimento
quasi divin), sospetto alto la prese,
che si tenesse in quelle forme occulta
cosa più che terrena. Onde in disparte
tratto il marito, il suo timor gli espose,
e creduta ne fu; ché facilmente
cuor semplice ed onesto è persuaso.
Allor Lica narrò quel che poc'anzi
assalito l'avea strano tumulto,
quando a sorgere in piè le porse aita,
e con la mano le soffolse il fianco.
Poi, seguendo, di Bauci e Filemone
rammentâr l'avventura, e quel che udito




da' vecchi padri avean, siccome ascoso
fra lor nelle capanne e nelle selve
stette a lungo Saturno, e nol conobbe
altri che Giano. In cotal dubbio errando,
si ritrassero entrambi, e lasciâr sola
la taciturna Diva. Ella dal seggio
si tolse allora, e due e tre volte scorse
pensierosa la stanza, e poi di nuovo
sospirando s'assise, e in questi accenti
al suo fiero dolor le porte aperse:
- Donde prima degg'io, Giove crudele,
il mio lamento incominciar? Già tempo
fu che, superba del tuo amor, chiamarmi
potei felice ed onorata e diva.
Or eccomi deserta; e non mi resta
che questo sol di non poter morire
privilegio infelice. E fino a quando
alla fierezza della tua consorte
esporrai questa fronte? Il premio è questo
de' concessi imenei? Questi gli onori
e le tante in Ausonia are promesse,
onde speme mi desti che la prima
mi sarei stata delle dee latine?
Tu m'ingannasti: l'ultima son io
degl'immortali, ahi lassa! e non mi fêro
illustre e chiara, che le mie sventure.
Rendimi, ingrato, rendimi alla morte,
alla qual mi togliesti. Entro quell'onde
concedimi perir, che la tua Giuno

sul mio regno sospinse, o ch'io ritrovi
agli arsi boschi in mezzo e alle ruine
de' miei templi abbattuti il mio sepolcro. -
Così la Diva lamentossi, e tacque.
Era la notte, e d'ogni parte i venti
e l'onde e gli animanti avean riposo,
fuorché l'insetto che ne' rozzi alberghi
a canto al focolar molce con lungo
sonnifero stridor l'ombra notturna;
e Filomena nella siepe ascosa
va iterando le sue dolci querele.
In quel silenzio universale anch'essa
adagiossi la Dea vinta dal sonno,
che dopo il lagrimar sempre sugli occhi
dolcissimo discende, e la sua verga
le pupille celesti anco sommette.
Quando il gran padre degli dèi, che udito
dell'amica dolente il pianto avea,
a lei tacito venne; e poi che stette
del letto alquanto su la sponda assiso,
di quel volto sì caro addormentato
la beltà contemplando, alfin la mano
leggermente le scosse, e nell'orecchio
bisbigliando soave: - O mia diletta,
svegliati, - disse - svegliati; son io
che ti chiamo; son Giove. - A questa voce
il sonno l'abbandona, apre le luci,
e stupefatta si ritrova in braccio
del gran figliuolo di Saturno. Ed egli


riconfortala in pria con un sorriso
che di dolcezza avrìa spetrati i monti,
ed acchetato il mar quando è in fortuna;
poscia in tal modo a ragionar le prese:
- Calma il duolo, Feronia; immoti e saldi
stanno i tuoi fati e le promesse mie;
né ingannator son io, né si cancella
mai sillaba di Giove. Ma profonde
sono le vie del mio pensiero, e aperta
a me solo de' fati è la cortina.
Non lagrimar sul tuo perduto impero:
tempo verrà, che largamente reso
tel vedrai, non temerne, e i muti altari
e le cittadi e i campi e le pianure
dai ruderi e dall'onde e dalla polve
sorger più belle e numerose e colte.
D'Italia in questo i più lodati eroi
porran l'opra e l'ingegno. Io non ti nomo
che i più famosi; e in prima Appio, che in mezzo
spingerà delle torbide Pontine
delle vie la regina. Indi Cetego:
indi il possente fortunato Augusto
esecutor della paterna idea,
al cui tempo felice un Venosino
cantor sublime ne' tuoi fonti il volto
laverassi e le mani; e tu di questo
orgogliosa n'andrai più che l'Anfriso,
già lavacro d'Apollo. Ecco venirne
poscia il lume de' regi, il pio Traiano



che, domata con l'armi Asia ed Europa,
col senno domerà la tua palude;
e le partiche spade e le tedesche
in vomeri cangiate impiagheranno,
meglio d'assai che de' Romani il petto,
le glebe pometine. E qui trecento
giri ti volve d'abbondanza il sole,
e di placido regno, infin che il Goto
furor d'Italia guasterà la faccia.
Da boreal tempesta la ruina
scenderà de' tuoi campi; ma del pari
un'alma boreal, calda e ripiena
del valor d'Occidente, al tuo bel regno
porterà la salute, e poi di nuovo
(ché tal de' fati è il corso) alto squallore
lo coprirà; né zelo, arte o possanza
di sommi sacerdoti all'onor primo
interamente il renderan; ché l'opra
immortal, gloriosa ed infinita
ad un più grande eroe serba il destino.
Lo diran Pio le genti e di quel nome
sesto sarà..............

Medaglione decorativo
sulla facciata di Palazzo Brentani,
in via Manzoni a Milano
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