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Ugo Foscolo - OPERE POETICHE









































































Di alcune poesie


A Napoleone Bonaparte liberatore

E' la prima ode scritta dal giovane Foscolo che venne stampata verso la fine del 1799 durante l'assedio di Genova. Premessa all'ode vi era una lettera dedicatoria rivolta al Primo Console, nella quale il poeta lo esortava ad accorrere in aiuto agli italiani e a non lasciarsi tentare dalle seduzioni della tirannide. L'ode è composta da nove strofe, ciascuna di ventisei versi, endecasillabi e settenari. Nell'ode viene invocata la dea Libertà che è fuggita da Roma al tempo della tirannia, perché ispiri il poeta in questo felice momento, in cui non viene più considerato un delitto dire la verità. La dea giunge in Italia inneggiata dal canto dei combattenti, tra i quali uno sfodera la spada e, preceduto dalla Gloria e seguito dalla Vittoria e dalla Fama, fa strage. Il poeta si chiede che cosa ha spinto la dea a giungere in Italia, che una volta era regina ed ora è schiava, da riva straniera. Roma, dice il poeta, ha assistito al rovesciamento dei troni, ha visto insediarsi nuovi Neroni e nuovi imperi costruiti sulle stragi, sulla violenza e il peccato fino a quando Dio disse "non più!". Ma l'Italia non si è liberata dai livori e dalla schiavitù e Roma e Firenze invocano la libertà, mentre le altre regioni si dilaniano nelle lotte interne e Torino tenta inutilmente di liberarsi dalla prigionia. Ma la Libertà chiama alle armi e infonde forza al suo giovane eroe che abbatte ogni ostacolo e così dalla Francia si diffonde ovunque il nome "Libertà". Mentre l'Italia brucia nella guerra e la Germania è pronta a spiccare il suo volo rapace, essa viene vinta e il novello guerriero, incitando e vincendo, occupa il suolo alemanno e doma la pontificia Roma portando la Libertà all'Italia che, non più soffocata dalla tirannide, vive serena retta da buone leggi godendo nuovamente di ricca agricoltura e di commercio. L'ode termina con un invito alla Virtù, perché non esiste Libertà né amor patrio senza di essa e lo straniero è sempre in agguato.

A Luigia Pallavicini caduta da cavallo

Ode pubblicata nel 1802, ma scritta nel marzo del 1800 quando la nobildonna genovese Luigia Pallavicini, nota per la sua bellezza, cadde da cavallo ferendosi e deturpandosi il volto. L'ode è composta da diciotto strofe di sei settenari ciascuna.
Il poeta si rivolge alle Grazie perché portino alla donna ferita i balsami e i lini (usati per Venere punta da uno spino il giorno che piangeva Adone morto) per risanarla. Gli Amori piangono per essa ed offrono voti ad Apollo perché ella guarisca e possa ritornare presto alle danze. Il poeta, dopo essersi rammaricato che la donna non si sia data alla poesia ma abbia scelto occupazioni virili, racconta quanto accaduto quel triste giorno. Il vento e il morso tentarono inutilmente di frenare il cavallo imbizzarrito che correndo impaurito si lanciò verso il mare. Ma mentre le onde stavano per inghiottirlo, Nettuno intervenne e respinse dal mare l'animale che arretrando si impennò rovesciando dall'arcione la bella donna trascinandola sulla strada lastricata di sassi. Il poeta, a questo punto, maledice chi ha insegnato alle donne l'arte del cavalcare ma spera e prega che alla sua amica tocchi la sorte di Diana che caduta dal cocchio ne ebbe il viso rovinato ma che poté in seguito ritornare lieta tra le sue ninfe dalle feste di Efeso e salire, più bella di prima, al cielo.

All'amica risanata

Ode scritta da Ugo Foscolo nell'aprile del 1802 e pubblicata nel 1803 per la guarigione della contessa milanese Antonietta Fagnani Arese. L'ode è composta da sedici strofe, di sei versi ciascuna, cinque settenari e un endecasillabo. Al confronto con l'ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, All'amica risanata è di gran lunga poeticamente più perfetta e intensa. Se nell'ode precedente il poeta cantava la trepidazione per la bellezza che è in pericolo, in questa ode egli esulta per quella che risorge. Il canto diventa libero da ogni intento descrittivo e svela il nucleo romantico del mito neoclassico della Bellezza che non è da intendere come sola gioia per gli occhi, ma come rasserenamento e consolazione dell'animo.
Così, come la stella Lucifero si alza brillante a far fuggire le tenebre, così l'amica si alza, guarita, dal letto e in lei rinasce quella bellezza che faceva trepidare. Le ore, durante la malattia dispensatrici di medicine, le porgono ora i bei vestiti e gli ornamenti in modo che, quando ella ritornerà nei luoghi notturni, tutti la potranno ammirare come se fosse una dea.
La bellezza della donna non morrà ma durerà eterna se un poeta la canterà, così come per Diana, cacciatrice mortale, che il canto dei poeti rese immortale. Foscolo, che è nato in quel mare dove regnò Venere e dove va errante lo spirito di Saffo, trasporterà nella poesia italiana i ritmi della poesia eolica per cantare la donna amata che sarà venerata come dea dalle donne lombarde.

Alla sera

E' un sonetto composto da Ugo Foscolo nel 1803 e inserito dallo stesso in testa ai dodici sonetti nella definitiva edizione delle Poesie. Esso rappresenta infatti una sorta di premessa generale al momento di disagio umano e politico che Foscolo sta attraversando. La sera offre un'immagine momentanea dello sparire di ogni forma di vita nel silenzio immobile della sera, non è più sentita dal poeta come una drammatica sfida al destino ma come il perdersi dolce di una vita. La sera, forse perché rappresenta l'immagine della quiete finale, arriva gradita al poeta in qualunque stagione. Quando giunge la sera il pensiero del poeta si proietta verso il silenzio della morte e del nulla eterno, mentre il tempo consuma se stesso e gli affanni della vita. Assorto così nella pace della sera anche lo spirito guerriero del poeta si placa. L'autore sembra essersi già posto implicitamente delle domande che il lettore può forse solo immaginare dopo aver letto gli ultimi versi. Il poeta, in un difficile periodo di vita personale e della sua patria, è lacerato da uno spirito ribelle che tormenta il suo animo, ma al calar della sera questo sentimento si assopisce perché la sera è un'immagine di anticipazione della morte. Si può osservare che il sonetto foscoliano esce dallo schema consueto che associa la sera placida alla pace interiore (come in La mia sera di Giovanni Pascoli). Anche la sera tempestosa o cupa dell'inverno è pur sempre, in quanto immagine di morte, portatrice di serenità.Foscolo fa una sorta di analisi della sua esistenza nel momento in cui viene la sera, come quando la giornata finisce e si fa un resoconto di ciò che si è vissuto.

I sepolcri

E' un carme scritto da Ugo Foscolo tra il 1806 e il 1807
Lo spunto per la composizione del carme fu dato al Foscolo dall'estensione all'Italia, avvenuta il 5 settembre del 1806, dell'editto napoleonico di Saint-Cloud (1804), che stabiliva le regole per gli usi cimiteriali: oltre a proibire la sepoltura dei morti all'interno del perimetro della città, stabiliva per ragioni democratiche che le lapidi dovessero essere tutte della stessa grandezza e le iscrizioni controllate da una commissione apposita. L'estensione del decreto all'Italia aveva acceso vivaci discussioni sulla legittimità di questa legislazione di impronta illuministica che era contraria alle tradizioni radicate nel nostro paese. Il Foscolo si era trovato presente ad una di queste discussioni nel maggio del 1806 nel salotto veneziano di Isabella Teodochi Albrizzi e aveva affrontato il problema con Ippolito Pindemonte, che stava lavorando ad un poemetto, I cimiteri, con il quale intendeva riaffermare i valori del culto cristiano. Ne era nata una disputa perché il Foscolo, in quell'occasione, lo aveva contraddetto con considerazioni scettiche e materialistiche. Più tardi, riesaminando la questione da un altro punto di vista, era nata in lui l'idea del carme che aveva voluto indirizzare al suo interlocutore di una volta. Da ciò nasce la forma esterna del carme che si presenta come un'epistola poetica al Pindemonte. Durante la permanenza in Francia il Foscolo aveva infatti avuto occasione di seguire tutto un filone di discussioni che si erano sviluppate sull'argomento tra il 1795 e il 1804 e che tendevano alla rivalutazione dei riti e delle tradizioni funerarie, del culto dei morti e del ricordo perpetuo delle loro virtù. Foscolo, nel riprendere il discorso interrotto con Pindemonte, si sofferma sul significato e la funzione che la tomba viene ad assumere per i vivi impostando il carme come una celebrazione di quei valori e di quegli ideali che possono dare un significato alla vita umana. Questo non significa che il Foscolo abbia mutato le sue convinzioni materialistiche che sono sempre presenti, perché la morte non è altro che il disfacimento totale. Ma se il Foscolo accetta con la ragione questa legge ineluttabile egli la respinge con il sentimento e cerca di superarla stabilendo tra i vivi e i defunti una corrispondenza di sentimenti amorosi. Il carme si apre infatti con la negazione di ogni trascendenza riaffermando la validità del pensiero materialistico e, se inizia con l'asserire l'inutilità delle tombe per i morti, ne afferma l'utilità per i vivi procedendo verso affermazioni sempre più alte che vanno dal loro valore civile e patriottico fino ad esaltare le tombe come ispiratrici della poesia che è, per il Foscolo, la scuola più alta dell'umanità. Al centro di queste meditazioni vi è il concetto di "illusione" che riafferma sul piano del sentimento quanto viene negato dall'intelletto che può negare l'immortalità dell'anima ma non quegli affetti ai quali tutti gli uomini, per vivere, devono credere. Così, anche se la vita dell'individuo ha fine nella materia, le illusioni, gli ideali, i valori e le tradizioni dell'uomo vanno oltre la morte perché rimangono nella memoria dei vivi consentendo a chi ha lasciato eredità d'affetti una sopravvivenza dopo la morte. Il Foscolo svolge nel carme questo concetto seguendo una linea ascendente che va dalla tomba come centro sul quale si uniscono la pietà e il culto degli amici e dei parenti, alla tomba come simbolo delle memorie di tutta una famiglia attraverso i secoli realizzando una continuità di valori da padre in figlio, dalla tomba come segno di civiltà dell'uomo stesso, alla tomba che porta in sé i valori ideali e civili di tutto un popolo e, infine, alla tomba i cui valori sono resi eterni dal canto dei poeti. Nell'estratto che accompagna la "Lettera a Monsieur Guillon sulla sua incompetenza a giudicare i poeti italiani", scritta nel 1807, in risposta alla critica che l'abate francese Amato Guillon aveva pubblicato contro il carme nel "Giornale Ufficiale di Milano" del 22 giugno del 1807, il Foscolo fornisce la struttura quadripartita del carme: I (vv. I-90), II (91-150), III (151-212), IV (213-295).

Prima sezione (vv. 1 - 90)
Il sonno della morte, afferma l'autore, non è certamente meno duro nei sepolcri curati e confortati dall'amore dei vivi e quando, per il poeta, le bellezze della vita saranno perdute, non sarà certo una tomba, che distingua le sue ossa dalle numerose altre sparse in terra e in mare, a compensarne la perdita. Anche la speranza, che è l'ultima dea, abbandona i sepolcri e l'oblio trascina con sé ogni cosa. Ma il poeta si chiede perché l'uomo deve togliersi l'illusione di vivere, anche dopo la morte, nel pensiero dei suoi cari se il suo sepolcro sarà curato e onorato nella sua terra natale da chi è rimasto in vita. Solamente coloro che morendo non lasciano affetti o rimpianti possono trarre poca gioia dalla tomba. Una legge ostile toglie oggi i sepolcri agli sguardi dei pietosi e tenta di strappare il nome ai morti e così il Parini, che in vita pur nella povertà adorò la poesia ed ispirato da Talia fustigava i signorotti di Milano, giace senza tomba. La Musa sta cercando la sua salma nei cimiteri suburbani perché Milano non gli ha eretto un sepolcro tra le sue mura ed ora, forse, le ossa del grande poeta si trovano nella desolata campagna mescolate a quelle di un ladro qualunque. La prima parte della sezione sembrerebbe negare la concezione di tipo materialistico di Foscolo: l'uomo è un aggregato di atomi (come sostenuto da Epicuro e anche da un poeta ben conosciuto dall'autore, Lucrezio) e tale rimane prima e dopo la morte. Le domande iniziali si riferiscono invece alla parte sensibile umana, che si dispiace per la morte, introducendo il tema della prima parte: la tomba e l'eredità affettiva ad essa associata. Procedendo nella lettura si comprende infatti che l'intento dell'autore non è rinnegare la sua concezione materialistica e meccanicistica dell'uomo, bensì sottolineare come sia possibile per l'uomo, comunque destinato a perire, non avvilirsi del tutto: chi muore, perché potrà essere ricordato dai vivi (proprio attraverso la sepoltura), chi rimane in vita perché potrà compiangere e ricordare i cari perduti (ancora una volta attraverso la sepoltura). L'esistenza sulla Terra, dunque, non è del tutto vana. Di questa consolazione non può godere il poeta Parini. A lui la città non diede una dignitosa sepoltura e le sue ossa vennero gettate in una fossa comune. La presenza di Parini apre una serie di riferimenti ai grandi autori del passato che si incontreranno nelle seguenti sezioni.

Seconda sezione (vv. 91 - 150)
Gli uomini, iniziando ad istituire forme legali come le nozze, le leggi e la religione, diventarono civili e cominciarono a seppellire i morti e a considerare le tombe sacre. I morti non furono sempre seppelliti nelle chiese o abbandonati per le vie con il terrore delle madri che temevano la vendetta dei loro congiunti sui loro figli, ma le tombe furono anche curate con alberi, fiori e lampade e i vivi indugiavano spesso a parlare con i cari estinti nella pietosa illusione che rende piacevoli alle giovani inglesi i confortevoli cimiteri suburbani dove esse pregano i numi perché facciano ritornare in patria Nelson.
Dove però non esiste più il desiderio di gesta eroiche e lo Stato è servo di chi comanda, le tombe sono inutile pompa, come nel Regno d'Italia dove i dotti, i mercanti e i possidenti sono sepolti nelle loro regge mentre il poeta desidera solamente una semplice tomba dove poter riposare in pace dopo aver lasciato agli amici una poesia libera. Il ragionamento nella seconda sezione, che introduce il valore civile del sepolcro, avviene attraverso immagini: due negative all'inizio e alla fine, due positive centrali. Inizialmente viene presentato il periodo classico come esempio di civiltà che si occupò di trasmettere il valore del culto dei morti, ma quest'immagine verrà ripresa meglio nella parte centrale poiché positiva. La prima epoca analizzata è, in realtà, il Medioevo, un'epoca in cui superstizione, cattive condizioni igieniche e nullo valore della tomba avevano la meglio. Il secondo esempio positivo della storia, accanto alla ripresa della civiltà classica, è quello dei cimiteri inglesi (v. poesia cimiteriale inglese, T.Gray). All'interno di questa penultima evocazione si inserisce l'episodio di Nelson, un capitano inglese che avrebbe dato ordine alla sua ciurma di costruire la sua bara con il legno dell'albero maestro della nave (da lui comandata). Le tombe e il culto dei morti sono alla base della civiltà umana: l'ultima immagine è proprio riferita al contemporaneo provvedimento napoleonico, che mostra di essere totalmente insensibile a quest'idea, con la creazione dell'editto di St, Cloud (come chiarito nella prima parte) che colloca i cimiteri all'esterno delle città e impone che tutte le tombe siano uguali.

Terza sezione (vv. 151 - 212)
Le tombe dei forti rendono bella la terra che li ospita e spingono a grandi opere. Quando il Foscolo vide in Santa Croce le tombe di Machiavelli, di Michelangelo, di Galilei inneggiò a Firenze considerandola beata per la bellezza della sua terra e per aver dato i genitori e la lingua al Petrarca e a Dante ma ancora più beata perché ha conservato in un tempio le glorie d'Italia che sono le uniche che ci sono rimaste dopo che gli stranieri ci hanno rapito tutto tranne la memoria. In Santa Croce, dove ora riposa, veniva l'Alfieri per cercare di dar pace alla sua anima tormentata. La pace che ispira le tombe ha alimentato il valore dei Greci contro i Persiani a Maratona dove gli Ateniesi, caduti in quella battaglia, furono seppelliti. All'ultimo verso della seconda sezione si ricollega la terza: "sensi e di liberal carme l'esempio" Nella terza parte Foscolo si sofferma sul valore politico della tomba. Ma in che senso? Il collegamento non è poi così complesso: come è importante per i cari ricordare i propri defunti (parte 1), così per una civiltà è importante possedere un buon culto dei morti (parte 2), così dal ricordo dei morti si ricordano gli uomini di grande valore (e tanti ne vengono presentati in questa parte). questi "grandi" uomini possono, attraverso il loro ricordo, sucitare nelle generazioni future la memoria dei grandi valori morali. Verso emblematico al riguardo è il 188 "quindi trarrem gli auspici", cioè dal ricordo di gesta valorose ecco che può scaturire l'azione politica futura, nel nome dei grandi valori. I personaggi presentati sono: - Machiavelli: chiaro riferimento al Principe ("quel grande che temprando lo scettro a' regnatori gli allor ne sfronda"); - MIchelangelo: "colui che nuovo Olimpo alzà in Roma a' Celesti"; - Galileo: riferimento alla teoria eliocentrica sostenuta da Galileo. L'Anglo di cui si parla è Newton, a cui Galileo apre la strada per i suoi studi; - Dante: definito il "ghibellin fuggiasco"; - Petrarca: è il momento di presentare dei poeti; - Alfieri: ultimo personaggio dell sezione, che racchiude in sè il valore politico della poesia, appunto tema centrale.

Quarta sezione (vv. 213 - 295)
Probabilmente durante i suoi lunghi viaggi il giovane Pindemonte varcò l'Egeo e sentì dire che la marea aveva trasportato le armi gloriose di Achille, che erano state assegnate ingiustamente ad Ulisse, sopra la tomba di Aiace dal momento che solo la morte è dispensatrice della gloria. Il Foscolo, che è costretto a fuggire di gente in gente (In morte del fratello Giovanni, vv.1-2), spera che un giorno le Muse, che conservano la memoria dei defunti anche quando il tempo ne abbia distrutto le tombe, lo chiamino ad evocare gli eroi. Dove un giorno sorse Troia si trova un luogo che Elettra ha reso eterno, quando supplicò, morendo, Giove, di farla vivere nel ricordo dei posteri e il dio rese sacra la sua tomba. In quel luogo furono sepolti Erittonio ed Ilio, e Cassandra che predisse la distruzione della città e insegnò ai nipoti un canto d'amore e di pietà nel quale li assicurava che, nelle rovine del centro, sarebbero rimaste in eterno le ombre degli eroi troiani nelle loro tombe circondate e protette dagli alberi coltivati con lacrime e devozione. E Omero stesso si sarebbe ispirato ad esse per rendere eterni in tutto il mondo i prìncipi di Argo ed Ettore, l'eroe troiano tra i più valorosi e infelici.

In morte del fratello Giovanni

E' un sonetto scritto da Ugo Foscolo (Zacinto, 6 febbraio 1778 – Londra, 10 settembre 1827) nel 1803. Il brano è stato scritto, come afferma appunto il titolo, in occasione della morte del fratello del poeta: Giovanni Dionigi, tenente dell'esercito cisalpino, si era probabilmente ucciso nel 1801 (a soli venti anni d'età) a causa dei suoi numerosi debiti di gioco. Esso è una ripresa del carmen 101 di Catullo, dedicato al fratello la cui tomba si trova in Bitinia.
Parafrasi
Un giorno, se io non sarò più costretto ad errare di paese in paese, mi vedrai, o fratello mio, seduto sulla tua lapide a piangere per la tua giovinezza che è stata troncata prematuramente dalla morte. Solo nostra madre ora, portando avanti la sua vecchiaia, parla di me con la tua cenere che mai potrà risponderle: ma io tendo inutilmente le mie braccia verso i miei cari e anche se posso solo salutare da lontano (a causa dell'esilio) la mia patria, sento il destino avverso che mi allontana sempre più da essa e avverto le angosce interiori che sconvolsero la tua esistenza (spingendoti al suicidio), perciò desidero di condividere con te la pace della morte. Solo questo mi resta, ora, di tante speranze passate! Persone straniere (presso cui io vivo il mio esilio), restituite le mie ossa alle braccia della mia triste madre.
Tematiche
I principali temi attorno ai quali è costruito il sonetto sono l'esilio,la morte e la tomba. Il tema dell'esilio non ha solo un valore biografico (riferito cioè alla vita del Foscolo lontano dal suo paese natio), ma ha anche significati simbolici: è il simbolo della precarietà della vita e ricorda la sorta di "alter-ego" eroico che Foscolo ama costruire attorno a sè, richiama all'uomo nobile ma infelice a cui la sventura e le sfavorevoli circostanze storiche impediscono di avere una patria e una vita serena vicino alla sua famiglia. In contrapposizione a tutto questo, troviamo il motivo della tomba che rappresenta l'ideale ricongiungimento, attorno alla madre, di un nucleo familiare che era stato precedentemente smembrato. Gli unici punti fermi nell'incerta vita di Foscolo sono la famiglia e la patria; solo il loro pensiero riesce, seppur in minima parte, ad alleviare le sofferenze del poeta: la serenità è una meta impossibile da raggiungere, poiché l'esilio avrà sempre la meglio sulla sua volontà di riavvicinarsi ai suoi affetti. Difatti, l'unica strada che Foscolo vede davanti a sè è la morte, ultimo porto di pace, che gli dà l'illusione di poter tornare dall'esilio attraverso la restituzione delle sue ossa alla madre.

A Zacinto

è uno dei più celebri sonetti della produzione di Ugo Foscolo, scritto nel 1803. Il sonetto affronta il tema dell'esilio e della nostalgia della terra natale, e il poeta paragona la sua condizione a quella di Ulisse, che però fu più fortunato di lui in quanto riuscì a rimettere piede sulla sua petrosa Itaca, mentre Foscolo è condannato ad una illacrimata sepoltura, cioè morirà lontano dalla sua terra che non potrà rimpiangerne la scomparsa. Questa poesia è di genere tipicamente Neoclassico, cioè (a grandi linee) il ritorno, da parte di alcune persone, ai pensieri tipici classici come la patria, le proprie origini e la mitologia greca. Il sonetto è stato di ispirazione per To Zante di Edgar Allan Poe.
Parafrasi
Non toccherò più le sacre rive dove vissi da ragazzo oh mia Zacinto che ti specchi nelle acque del mar Ionio, dalle quali nacque vergine Venere che col suo primo sorriso rese fertili quelle isole. Perciò, non potè non celebrare le tue limpide nuvole e la tua flora, il verso illustre di Omero che cantò il vagabondare (attraverso i nomi, di Ulisse) nel suo esilio (voluto dal fato) in seguito al quale Ulisse fu reso famoso anche per le sue sventure e potè baciare la sua rocciosa Itaca. Tu, Zacinto terra in cui nacqui, avrai solo la poesia di questo tuo figlio (Foscolo); per me il destino ha deciso una sepoltura in terra straniera che non sarà confortata dalle lacrime delle persone care.

Le Grazie

Contenuto
E' divisa in tre parti, dedicate a Venere, Vesta e Pallade, simboli rispettivamente della bellezza, dell'intelligenza e della virtù. Dopo la dedica ad Antonio Canova e l'invocazione alle Grazie, il poeta immagina di innalzare alle tre figlie gemelle di Venere un'ara sul poggio di Bellosguardo e di celebrarne la storia del loro primo comparire sulla terra. Dapprima descrive la nascita delle Grazie emergenti con Venere dal mare ellenico, indi la commozione che esse suscitano fra gli uomini ancora ferini, il loro viaggio per la Grecia che allora s'apre alla luce della civiltà, il loro commiato dalla madre che, risalendo all'Olimpo, diffonde una mirabile armonia che le Grazie accolgono: l'armonia da cui ebbero inizio le arti belle: la pittura, la scultura e l'architettura.
Nel secondo inno, il poeta immagina di guidare all'ara delle grazie tre bellissime donne: Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti, Maddalena Bignami, diversa incarnazione dei doni che le tre figlie di Venere dispensano agli uomini.
La prima intona sull'arpa un inno alla segreta armonia che regge il mondo. La seconda reca all'ara un favo, simbolo dei doni della poesia e dell'eloquenza, dell'amabilità della parola che ingentilisce gli animi. Il poeta fa quindi la storia mitologica delle api e narra come, concesse dalle Grazie alle Muse, abbiano dato origine alla poesia greca; e come, cacciate dalla Grecia per l'irrompere del barbaro Ottomano, siano passate dalle Grecia in Italia dividendosi in due schiere: delle quali una, risalendo l'Adriatico, venne al Po e alimentò la poesia del Boiardo, dell'Ariosto e del Tasso; l'altra, risalendo il Tirreno, giunse in Toscana e ispirò la poesia di Dante, del Petrarca e del Boccaccio. La terza, la danzatrice, che rivela l'armonia delle forme e dell'animo attraverso la danza, reca da Milano, come dono votivo della viceregina d'Italia, un candido cigno.
Nel terzo inno, il poeta immagina che le Grazie, turbate per la potenza delle passioni umane, che mette in forse i loro doni, trovino soccorso e protezione in Pallade, che sul suo cocchio le guida in un'isola remota e beata, inaccessibile agli uomini, ove essa si rifugia quando essi si abbandonano alla furia guerresca. Là alle dee minori Pallade fa tessere un velo raffigurante quanto di sacro e prezioso offre la vita umana: la giovinezza, l'amore coniugale, la compassione, l'ospitalità, l'amore materno. Protette da questo velo e capaci ormai di raddolcire le passioni pur senza dovere temerne il contagio, le Grazie potranno tornare alla terra e diffondere di nuovo fra i mortali i loro doni. Il poeta chiude il carme con l'invocazione alle Grazie, che mirino consolatrici la più infelice delle donne da lui, la Bignami, e ridestino nei suoi occhi il sorriso e con la promessa di rinnovare ad esse, al ritorno dell'aprile di ogni anno, il sacro rito.
Pagina a cura di Nino Fiorillo == e-mail:dlfmessina@dlf.it == Associazione DLF - Messina
A Napoleone Bonaparte
liberatore

A BONAPARTE
Io ti dedicava questa Oda quando tu, vinte dodici giornate e venticinque combattimenti, espugnate dieci fortezze, conquistate otto provincie, riportate centocinquanta insegne, quattrocento cannoni e contomila prigionieri, annientati cinque eserciti, disarmato il re sardo, atterrito Ferdinando IV, umiliato Pio VI, rovesciate due antiche repubbliche, e forzato l'imperatore alla tregua, davi pace a' nemici, costituzione alla Italia, e onnipotenza al popolo francese. Ed ora pur te la dedico non per lusingarti col suono delle tue gesta, ma per mostrarti col paragone la miseria di questa Italia che giustamente aspetta restaurata la libertà da chi primo la fondò. Possa io intuonare di nuovo il canto della vittoria quando tu tornerai a passare le Alpi, a vedere ed a vincere! Vero è che, più che della tua lontananza, la nostra rovina è colpa degli uomini guasti dall'antico servaggio e dalla nuova licenza. Ma poiché la nostra salute sta nelle mani di un conquistatore, ed è vero pur troppo che il fondatore di una repubblica deve essere un despota, noi e per i tuoi beneficii, e pel tuo Genio che sovrasta tutti gli altri della età nostra siamo in dovere di invocarti, e tu in dovere di soccorrerci, non solo perché partecipi del sangue italiano, e la rivoluzione d'Italia è opera tua, ma per fare che i secoli tacciano di quel Trattato che trafficò la mia patria, insospettì le nazioni, e scemò dignità al tuo nome. E' pare che la tua fortuna, la tua fama e la tua virtù te ne abbiano aperto il campo. Tu stai sopra un seggio donde e col braccio e col senno puoi restituire libertà a noi, prosperità e fede alla tua Repubblica, e pace all'Europa. Pure né per te glorioso, né per me onesto sarebbe s'io adesso non t'offerissi

che versi di laude. Tu se' omai più grande per i tuoi fatti, che per gli altrui detti: né a te quindi s'aggiugnerebbe elogio, né a me altro verrebbe tranne la taccia di adulatore. Onde t'invierò un consiglio, che essendo da te liberamente accolto, mostrerai che non sono sempre insociabili virtù e potenza, e ch'io, quantunque oscurissimo, sono degno di laudarti perché so dirti fermamente la verità. Uomo tu sei e mortale e nato in tempi ove la universale scelleratezza sommi ostacoli frappone alle magnanime imprese, e potentissimi incitamenti al mal fare. Quindi o il sentimento della tua superiorità, o la conoscenza del comune avvilimento potrebbe trarti forse a cosa che tu stesso abborri. né Cesare prima di passare il Rubicone ambiva alla dittatura del mondo. Anche negli infelicissimi tempi le grandi rivoluzioni destano feroci petti ed altissimi ingegni. Che se tu aspirando al sommo potere sdegni generosamente i primi, aspirando alla immortalità, il che è più degno delle sublimi anime, rispetterai i secondi. Avrà il nostro secolo un Tacito, il quale commenterà la tua sentenza alla severa posterità.
Salute
Genova 5 agghiacciatore anno VIII
[27 novembre 1799].

UGO FOSCOLO

Dove tu, diva, de l'antica e forte
dominatrice libera del mondo
felice a l'ombra di tue sacre penne,
dove fuggivi, quando ferreo pondo
di dittatoria tirannia le tenne
umil la testa fra servaggio e morte?
Te seguir le risorte
ombre de' Bruti, ai secoli mostrando
alteramente il brando
del padre tinto e dei figliuol nel sangue;
te, o Libertà, se per le gelid'onde

del Danubio e del Reno
gisti fra genti indomite guerriere;
te se raccolse nel sanguineo seno
Britannia, e t'asconda mortifer angue;
te se al furor di mercenarie spade
de l'oceano da le ignote sponde
t'invitar meste, e del tuo nome altere
le americane libere contrade;
o le batave fonti,
o ti furo ricetto
coronati di gel gli elvezii monti;
or che del vero illuminar l'aspetto
non è delitto, or io te, diva, invoco:
scendi, e la lingua e il petto
mi snoda e infiamma di tuo santo foco.


Ma tu de l'alpi da l'aerie cime
al rintronar di trombe e di timballi
Ausonia guati e giù piombi col volo;
anelanti ti sieguono i cavalli
che Palla sferza, e sul latino suolo
Marte furente orme di foco imprime:
odo canto sublime
di mille e mille che vittoria, o morte
da l'italiche porte
giuran brandendo la terribil asta;
e guerrier veggo di fiorente alloro
cinto le bionde chiome
su cui purpuree tremolando vanno
candide azzurre piume; egli al tuo nome
suo brando snuda e abbatte, arde, devasta;
Senno de' suoi corsier governa il morso,
Ardir li 'ncalza, e de' marziali il coro
Genii lo irraggia, e dietro lui si stanno
in aer librate con perpetuo corso
Sorte, Vittoria, e Fama.

Or che fia dunque, o diva?
Onde tal'ira? e qual fato te chiama
a trar tant'armi da straniera riva
su questa un dì reina, or nuda e schiava
Italia, ahi! solo al vituperio viva,
al vituperio che piangendo lava!

E depor le corone in Campidoglio,
e i re in trionfo tributarii e schiavi
Roma già vide, e rovesciati i troni:
re-sacerdoti or con mentite chiavi
di oro ingordi e di sangue, altri Neroni,
grandeggiar mira in usurpato soglio:
siede a destra l'Orgoglio
cinto di stola, e ferri e nappi accoglie
sotto le ricche spoglie,
vendendo il cielo, ai popoli rapite;
sgabello al seggio fanno e fondamento
cataste di frementi
capi co gli occhi ne le trecce involti,
e tepidi cadaveri innocenti,
cui sospiran nel fianco alte ferite
pel fulminar di pontificio labbro;
e misti in pianto e in sangue, atro cemento,
calcati busti e cranii disepolti
fanvi; e lo Inganno di tal soglio è fabbro:
quindi, al Solopossente
la folgore strappata,
eran d'Orto terrore e d'Occidente,
e si pascean di regni e di peccata.
Non più: - Dio disse: e lor possa disparve;
pur ne l'Ausonia ancor egra e acciecata
passeggian truci le adorate larve.

Passeggian truci, e 'l dïadema e il manto
de' boreali Vandali ai nepoti
vestendo, al scettro sposano la croce;

onde il Tevere e l'Arno a te devoti,
Libertà santa dea, cercan la foce
sdegnosamente in suon quasi di pianto;
e la turrita Manto
offre scampo ai tiranni, e il bel Sebeto
irriga mansueto
le al Vesuvio soggette auree campagne
e ricche aduna a usurpator le messi;
abbevera il Ticino
ungari armenti, e l'ospitali arene
non saluta il Panaro in suo cammino;
t'ode gridar oltre le sue montagne
la subalpina donna e l'elmo allaccia
e s'alza e terge i rai nel duol dimessi,
ma le gravano il piè sardo catene,
onde ricade e copresi la faccia;
e le a te care un giorno
città nettunie, or fatte
son di mille Dionisii empio soggiorno:
Liguria avara contro sè combatte;
e l'inerme leon prostrato avventa
ne' suoi le zampe e la coda dibatte
e gli ammolliti abitator spaventa.

Deh! mira, come flagellata a terra
Italia serva immobilmente giace
per disperazïon fatta secura:
or perchè turbi sua dolente pace,
e furor matto e improvida paura
le movi intorno di rapace guerra?
Piaghe immense rinserra
nel cor profondo; a che piagar suo petto,
forse d'invidia oggetto,
per chi suo gemer da lontan non sente?
Ma tu, feroce Dea, non badi e passi,
e a l'armi chiami, a l'armi,
e al tuon de' bronzi e al fulminar tremendo

e a l'ululo guerrier perdonsi i carmi.
Cede Sabaudia, e in alto orribilmente
del tuo giovin Campion splende la lancia;
tutto trema e si prostra anzi i suoi passi,
e l'Aquila real fugge stridendo
ferita ne le penne e ne la pancia.
Gallia intuona e diffonde
di Libertade il nome
e mare e cielo Libertà risponde:
l'Angel di morte per le imbelli chiome
squassa ed ostende coronata testa:
Libertà! grida a le provincie dome,
del Re dei folli Re vendetta è questa.

Del Re dei Re! - Quindi tra il fumo e i lampi
s'involve in sen di tempestosa nube,
che occupa e offusca di Germania il suolo;
donde precorsa da mavorzie tube
balda rivolge e minacciosa il volo
l'Aquila, e ingombra di falangi i campi;
e par che Italia avvampi
di foco e guerra, di ruina e morte:
né spezzar sue ritorte
osa, né armarsi del francese usbergo.
Ma s'affaccia l'Eroe; sieguonlo i prodi
repubblicano in fronte
nome vantando con il sangue scritto;
ecco d'estinti e di feriti un monte,
ecco i schiavi aleman ch'offrono il tergo
e la tricolorata alta bandiera
in man del Duce che in feral conflitto
rampogna, incalza, invita, e in mille modi
passa e vola qual Dio di schiera in schiera:
pur dubbio è marte; ei dove
più de' cavalli l'ugna
nel sangue pesta, e sangue schizza e piove,
e regna morte in più ostinata pugna

co' suoi si scaglia, e la fortuna sfida
guerriero invitto, e tra le fiamme pugna
e vince; e Italia libertade grida.

E del Giove terren l'augel battuto
drizza a l'aere natìo tarpati i vanni
e sotto il manto imperïal si cela:
ma il vincitor lo inceppa, e gli alemanni
colli che borea eternamente gela,
senton lo altero vertice premuto
dal Guerrier cui tributo
offre atterrita dal suo cenno e doma
la pontificia Roma,
dal Guerrier che ad Esperia i lumi terge
e falla ricca de' tuoi puri doni,
o Libertà gran dea,
e l'uom ritorna ne gli antichi dritti
che prepotente tirannia premea.
In vetta a l'Aventin Cesare s'erge
tirannic'ombra rabbuffata e fera,
e mira uscir di Libertà campioni
popoli dal suo ardir vinti e sconfitti,
ond'alza il brando, e cala la visiera ...
Ombra esecranda! torna
sitibonda di soglio
ove lo stuol dei despoti soggiorna
oltre Acheronte a pascerti d'orgoglio:
eroe nel campo, di tiran corona
in premio avesti, or altro eroe ritorna,
vien, vede, vince, e libertà ridona.

Italia, Italia, con eterei rai
su l'orizzonte tuo torna l'aurora
annunziatrice di perpetuo sole;
vedi come s'imporpora e s'indora
tuo ciel nebbioso, e par che si console
de' sacri rami dove a l'ombra stai!

I desolati lai
non odi più di vedove dolenti,
non orfani innocenti
che gridan pane ove non è chi 'l rompa: -
ve' ricomporsi i tuoi vulghi divisi
nel gran Popol che fea
prostrare i re col senno e col valore,
poi l'universo col suo fren reggea;
vedi la consolar guerriera pompa
e gli annali e le leggi e i rostri e il nome!
Come, non più del civil sangue intrisi,
vestonsi i campi di feconde messi
e di spiche alla pace ornan le chiome!
E come benedice
il cittadin villano,
tergendo il fronte, Libertà felice!
Come dovizïanti a l'oceàno
fendon gl'immensi flutti onusti pini,
cui commercio stranier stende la mano
sin da gli americani ultimi fini!

Ma de l'Italia o voi genti future,
me vate udite cui divino infiamma
libero genio e ardor santo del vero:
di Libertà la non mai spenta fiamma
rifulse in Grecia sin al dì che il nero
vapor non surse di passioni impure;
e le mura secure
stettero, e l'armi del superbo Serse
dai liberi disperse
di civico valor fur monumento:
ambizïon da le dorate piume
sanguinosa le mani,
e di argento libidine feroce,
e molli studii, e piacer folli e vani
a libertà cangiar spoglia e costume.
Itale genti, se Virtù suo scudo

su voi non stende, Libertà vi nuoce;
se patrio amor non vi arma d'ardimento,
non di compre falangi, il petto ignudo,
e se furenti modi
dal pacifico tempio
voi non cacciate, e sacerdozie frodi,
sarete un dì a le età misero esempio:
vi guata e freme il regnator vicino
de l'Istro, e anela a farne orrido scempio;
e un sol Liberator dievvi il destino.

A Luigia Pallavicini
caduta da cavallo

I balsami beati
Per te Grazie apprestino,
Per te i lini odorati
Che a Citerea porgeano
Quando profano spino
Le punse il piè divino,

Quel dì che insana empiea
Il sacro Ida di gemiti,
E col crine tergea
E bagnava di lacrime
Il sanguinoso petto
Al ciprio giovinetto.

Or te piangon gli amori,
Te fra le dive Liguri
Regina e diva! e fiori
Votivi all'ara portano
D'onde il grand'arco suona
Del figlio di Latona.

E te chiama la danza
Ove l'aure portavano
Insolita fragranza,

Allor che a' nodi indocile
La chioma al roseo braccio
Ti fu gentile impaccio.

Tal nel lavacro immersa,
Che fiori, dall'inachio
Clivo cadendo, versa,
Palla i dall'elmo liberi
crin su la man che gronda
contien fuori dell'onda

Armonïosi accenti
Dal tuo labbro volavano,
E dagli occhi ridenti
Taluceano di Venere
I disdegni e le paci,
La speme, il pianto, e i baci.

Deh! perché hai le gentili
Forme e l'ingegno docile
Vòlto a studj virili?
Perchè non dell'Aonie
Seguivi, incauta, l'arte,
Ma i ludi aspri di Marte?

Invan presaghi i venti
Il polveroso agghiacciano
Petto e le reni ardenti
Dell'inquïeto alipede,
Ed irritante il morso
Accresce impeto al corso.

Ardon gli sguardi, fuma
La bocca, agita l'ardua
Testa, vola la spuma,
Ed i manti volubili
Lorda, e l'incerto freno,
Ed il candido seno;


E il sudor piove, e i crini
Sul collo irti svolazzano,
Suonan gli antri marini
Allo incalzato scalpito
Della zampa che caccia
Polve e sassi in sua traccia.

Già dal lito si slancia
Sordo ai clamori e al fremito,
Già già fino alla pancia
Nuota... e ingorde si gonfiano
Non più memori l'acque
Che una Dea da lor nacque.

Se non che il re dell'onde
Dolente ancor d'Ippolito
Surse per le profonde
Vie dal Tirreno talamo,
E respinse il furente
Col cenno onnipotente.

Quei dal flutto arretrosse
Ricalcitrando e, orribile!
Sovra l'anche rizzosse;
Scuote l'arcion, te misera
Su la pietrosa riva
Strascinando mal viva.

Pera chi osò primiero
Discortese commettere
A infedele corsiero
L'agil fianco femineo,
E aprì con rio consiglio
Nuovo a beltà periglio!

Chè or non vedrei le rose
Del tuo volto sí languide,
Non le luci amorose
Spïar ne' guardi medici

Speranza lusinghiera
Della beltà primiera.

Di Cintia il cocchio aurato
Le cerve un dí traeano,
Ma al ferino ululato
Per terrore insanirono,
E dalla rupe etnea
Precipitar la Dea.

Gioïan d'invido riso
Le abitatrici olimpie,
Perché l'eterno viso
Silenzïoso, e pallido
Cinto apparia d'un velo
Ai conviti del cielo:

Me ben piansero il giorno
Che dalle danze efesie
Lieta facea ritorno
Fra le devote vergini,
E al ciel salia più bella
Di Febo la sorella.

Alla amica risanata

Qual dagli antri marini
L'astro più caro a Venere
Co' rugiadosi crini
Fra le fuggenti tenebre
Appare, e il suo vïaggio
Orna col lume dell'eterno raggio,

Sorgon cosí tue dive
Membra dall'egro talamo,
E in te beltà rivive,
L'aurea beltate ond'ebbero
Ristoro unico a' mali
Le nate a vaneggiar menti mortali.


Fiorir sul caro viso
Veggo la rosa, tornano
I grandi occhi al sorriso
Insidïando; e vegliano
Per te in novelli pianti
Trepide madri, e sospettose amanti.

Le Ore che dianzi meste
Ministre eran de' farmachi,
Oggi l'indica veste,
E i monili cui gemmano
Effigïati Dei
Inclito studio di scalpelli achei,

E i candidi coturni
E gli amuleti recano
Onde a' cori notturni
Te, Dea, mirando obbliano
I garzoni le danze,
Te principio d'affanni e di speranze.

O quando l'arpa adorni
E co' novelli numeri
E co' molli contorni
Delle forme che facile
Bisso seconda, e intanto
Fra il basso sospirar vola il tuo canto

Più periglioso; o quando
Balli disegni, e l'agile
Corpo all'aure fidando
Ignoti vezzi sfuggono
Dai manti, e dal negletto
Velo scomposto sul sommosso petto.

All'agitarti, lente
Cascan le trecce, nitide
Per ambrosia recente,
Mal fide all'aureo pettine

E alla rosea ghirlanda
Che or con l'alma salute april ti manda.

Cosí ancelle d'Amore
A te d'intorno volano
Invidïate l'Ore,
Meste le Grazie mirino
Chi la beltà fugace
Ti membra, e il giorno dell'eterna pace.

Mortale guidatrice
D'oceanine vergini
La Parrasia pendice
Tenea la casta Artemide
E fea terror di cervi
Lungi fischiar d'arco cidonio i nervi.

Lei predicò la fama
Olimpia prole; pavido
Diva il mondo la chiama,
E le sacrò l'Elisio
Soglio, ed il certo telo,
E i monti, e il carro della luna in cielo.

Are cosí a Bellona,
Un tempo invitta amazzone,
Die' il vocale Elicona;
Ella il cimiero e l'egida
Or contro l'Anglia avara
E le cavalle ed il furor prepara.

E quella a cui di sacro
Mirto te veggo cingere
Devota il simolacro,
Che presiede marmoreo
Agli arcani tuoi lari
Ove a me sol sacerdotessa appari

Regina fu, Citera

E Cipro ove perpetua
Odora primavera
Regnò beata, e l'isole
Che col selvoso dorso
Rompono agli euri e al grande Ionio il corso.

Ebbi in quel mar la culla,
Ivi erra ignudo spirito
Di Faon la fanciulla,
E se il notturno zeffiro
Blando sui flutti spira
Suonano i liti un lamentar di lira:

Ond'io, pien del nativo
Aer sacro, su l'Itala
Grave cetra derivo
Per te le corde eolie,
E avrai divina i voti
Fra gl'inni miei delle insubri nepoti.



Sonetti


I
ALLA SERA

Forse perchè della fatal quïete
Tu sei l'immago a me sí cara vieni
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,

E quando dal nevoso aere inquïete
Tenebre e lunghe all'universo meni
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.


Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme

Delle cure onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.

II

NON SON CHI FUI;
PERÍ DI NOI GRAN PARTE

Non son chi fui; perí di noi gran parte:
Questo che avanza è sol languore e pianto.
E secco è il mirto, e son le foglie sparte
Del lauro, speme al giovenil mio canto.

Perchè dal dí ch'empia licenza e Marte
Vestivan me del lor sanguineo manto,
Cieca è la mente e guasto il core, ed arte
La fame d'oro, arte è in me fatta, e vanto.

Che se pur sorge di morir consiglio,
A mia fiera ragion chiudon le porte
Furor di gloria, e carità di figlio.

Tal di me schiavo, e d'altri, e della sorte,
Conosco il meglio ed al peggior mi appiglio,
E so invocare e non darmi la morte.


III

PER LA SENTENZA CAPITALE
PROPOSTA NEL
GRAN-CONSIGLIO CISALPINO
CONTRO LA LINGUA LATINA

Te nudrice alle muse, ospite e Dea
Le barbariche genti che ti han doma
Nomavan tutte; e questo a noi pur fea
Lieve la varia, antiqua, infame soma.

Chè se i tuoi vizi, e gli anni, e sorte rea
Ti han morto il senno ed il valor di Roma,
In te viveva il gran dir che avvolgea
Regali allori alla servil tua chioma.

Or ardi, Italia, al tuo Genio ancor queste
Reliquie estreme di cotanto impero;
Anzi il Toscano tuo parlar celeste

Ognor più stempra nel sermon straniero,
Onde, più che di tua divisa veste,
Sia il vincitor di tua barbarie altero.

IV

PERCHÈ TACCIA

Perchè taccia il rumor di mia catena
Di lagrime, di speme, e di amor vivo,
E di silenzio; chè pietà mi affrena
Se con lei parlo, o di lei penso e scrivo.

Tu sol mi ascolti, o solitario rivo,
Ove ogni notte amor seco mi mena,
Qui affido il pianto e i miei danni descrivo,
Qui tutta verso del dolor la piena.


E narro come i grandi occhi ridenti
Arsero d'immortal raggio il mio core,
Come la rosea bocca, e i rilucenti

Odorati capelli, ed il candore
Delle divine membra, e i cari accenti
M'insegnarono alfin pianger d'amore.

V

COSÍ GL'INTERI GIORNI

Cosí gl'interi giorni in lungo incerto
Sonno gemo! ma poi quando la bruna
Notte gli astri nel ciel chiama e la luna,
E il freddo aer di mute ombre è coverto;

Dove selvoso è il piano più deserto
Allor lento io vagabondo, ad una ad una
Palpo le piaghe onde la rea fortuna,
E amore, e il mondo hanno il mio core aperto.

Stanco mi appoggio or al troncon d'un pino,
Ed or prostrato ove strepitan l'onde,
Con le speranze mie parlo e deliro.

Ma per te le mortali ire e il destino
Spesso obblïando, a te, donna, io sospiro:
Luce degli occhi miei chi mi t'asconde?

VI

MERITAMENTE

Meritamente, però ch'io potei
Abbandonarti, or grido alle frementi
Onde che batton l'alpi, e i pianti miei
Sperdono sordi del Tirreno i venti.


Sperai, poichè mi han tratto uomini e Dei
In lungo esilio fra spergiure genti
Dal bel paese ove or meni sí rei,
Me sospirando, i tuoi giorni fiorenti,

Sperai che il tempo, e i duri casi, e queste
Rupi ch'io varco anelando, e le eterne
Ov'io qual fiera dormo atre foreste,

Sarien ristoro al mio cor sanguinente;
Ahi vota speme! Amor fra l'ombre inferne
Seguirammi immortale, onnipotente.

VII

SOLCATA HO LA FRONTE

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
Crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
Labbro tumido acceso, e tersi denti,
Capo chino, bel collo, e largo petto;

Giuste membra; vestir semplice eletto;
Ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
Sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
Avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

Talor di lingua, e spesso di man prode;
Mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
Pronto, iracondo, inquïeto, tenace:

Di vizi ricco e di virtù, do lode
Alla ragion, ma corro ove al cor piace:
Morte sol mi darà fama e riposo.


VIII

E TU NE' CARMI
AVRAI PERENNE VITA

E tu ne' carmi avrai perenne vita
Sponda che Arno saluta in suo cammino
Partendo la città che dal latino
Nome accogliea finor l'ombra fuggita.

Già dal tuo ponte all'onda impaurita
Il papale furore e il ghibellino
Mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino
Del fero vate la magion si addita.

Per me cara, felice, inclita riva
Ove sovente i pie' leggiadri mosse
Colei che vera al portamento Diva

In me volgeva sue luci beate,
Mentr'io sentia dai crin d'oro commosse
Spirar ambrosia l'aure innamorate.

IX

A ZACINTO

Né più mai toccherò le sacre sponde
Ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
Del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
Col suo primo sorriso, onde non tacque
Le tue limpide nubi e le tue fronde
L'inclito verso di colui che l'acque


Cantò fatali, ed il diverso esiglio
Per cui bello di fama e di sventura
Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.

X

IN MORTE DEL FRATELLO GIOVANNI

Un dí, s'io non andrò sempre fuggendo
Di gente in gente, me vedrai seduto
Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
Il fior de' tuoi gentili anni caduto.

La Madre or sol suo dí tardo traendo
Parla di me col tuo cenere muto,
Ma io deluse a voi le palme tendo
E sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
Cure che al viver tuo furon tempesta,
E prego anch'io nel tuo porto quïete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
Allora al petto della madre mesta.

XI

ALLA MUSA

Pur tu copia versavi alma di canto
Su le mie labbra un tempo, Aonia Diva,
Quando de' miei fiorenti anni fuggiva
La stagion prima, e dietro erale intanto


Questa, che meco per la via del pianto
Scende di Lete ver la muta riva:
Non udito or t'invoco; ohimè! soltanto
Una favilla del tuo spirto è viva.

E tu fuggisti in compagnia dell'ore,
O Dea! tu pur mi lasci alle pensose
Membranze, e del futuro al timor cieco.

Però mi accorgo, e mel ridice amore,
Che mal ponno sfogar rade, operose
Rime il dolor che deve albergar meco.

XII

CHE STAI?

Che stai? già il secol l'orma ultima lascia;
Dove del tempo son le leggi rotte
Precipita, portando entro la notte
Quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia.

Che se vita è l'error, l'ira, e l'ambascia,
Troppo hai del viver tuo l'ore prodotte;
Or meglio vivi, e con fatiche dotte
A chi diratti antico esempi lascia.

Figlio infelice, e disperato amante,
E senza patria, a tutti aspro e a te stesso,
Giovine d'anni e rugoso in sembiante,

Che stai? breve è la vita, e lunga è l'arte;
A chi altamente oprar non è concesso
Fama tentino almen libere carte.


D E I   S E P O L C R I

A

IPPOLITO PINDEMONTE

DEORUM MANIUM IURA
SANCTA SUNTO.
XII TAB.

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d'erbe famiglia e d'animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l'ore future,
nè da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
nè piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell'amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l'obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
e l'estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.

Ma perchè pria del tempo a sè il mortale
invidierà l'illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando


gli sarà muta l'armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de' suoi? Celeste è questa
corrispondenza d'amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l'amico estinto,
e l'estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall'insultar de' nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d'affetti
poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
fra 'l compianto de' templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d'lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove nè donna innamorata preghi,
nè passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.

Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t'appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de' buoi
che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d'ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento



spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov'io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch'or con dimesse frondi va fremendo
perchè non copre, o Dea, l'urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d'ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la citta, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l'úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l'immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto.

Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
all'etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a' fasti eran le tombe,
ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
de' domestici Lari, e fu temuto

su la polve degli avi il giuramento:
religïon che con diversi riti
le virtú patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d'anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
fean pavimento; nè agl'incensi avvolto
de' cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; nè le città fur meste
d'effigïati scheletri: le madri
balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l'amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l'urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perchè gli occhi dell'uom cercan morendo
il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d'aura de' beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de' suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
che tronca fe' la trïonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d'inclite gesta

e sien ministri al vivere civile
l'opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell'Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l'amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi e di liberal carme l'esempio.

A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a' regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l'arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
sotto l'etereo padiglion rotarsi
piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
onde all'Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento:
- Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe' lavacri
che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell'aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d'oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,

e tu i cari parenti e l'idïoma
dèsti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d'un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;
ma piú beata che in un tempio accolte
serbi l'itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l'alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t' invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all'Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a' patrii Numi, errava muto
ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
desïoso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l'austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
fremono amor di patria. Ah sí! da quella
religïosa pace un Nume parla:
e nutria contro a' Persi in Maratona
ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
la virtú greca e l'ira. Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
vedea per l'ampia oscurità scintille
balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d'armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all'orror de' notturni
silenzi si spandea lungo ne' campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.


Felice te che il regno ampio de' venti,
Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l'antenna
oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
certo udisti suonar dell'Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l'armi d'Achille
sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
nè senno astuto nè favor di regi
all'Itaco le spoglie ardue serbava,
chè alla poppa raminga le ritolse
l'onda incitata dagl'inferni Dei.

E me che i tempi ed il desio d'onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de' sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Troade inseminata
eterno splende a' peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
talami e il regno della giulia gente.
Però che quando Elettra udí la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
mandò il voto supremo: - E se, diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontà de' fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d'Elettra tua resti la fama. -


Cosí orando moriva. E ne gemea
l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
da' lor mariti l'imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dí mortale,
venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l'amoroso
apprendeva lamento a' giovinetti.
E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,
ove al Tidíde e di Läerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; chè de' Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l'altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far piú bello l'ultimo trofeo

ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il Sole
risplenderà su le sciagure umane.



Inno alla nave delle Muse

I doni di Lieo nell'auree tazze
Coronate d'alloro, o naviganti.
Adorando, e libateli dall'alta
Poppa In onor della palmosa Delo,
Ospizio di Latona, isola cara
Al divino Timbrèo, cara alla madre
Delle Nereidi, e al forte Enosigèo.
Non ferverà per voi l'ira del flutto
Dalle Cicladi chiuso ardue di sassi,
Né dentro al nembo suo terrà la notte
L'aure seconde, e l'orïente guida
Delle spiate nubi. Udrà le preci
Febo; dal gioghi altissimi di Cinto
Lieti d'ulivi e di vocali lauri,
Al vostro corso le cerulee vie
Spianerà tutte, e agevoli alle antenne
Devote manderà gli Eolii venti.
Però che l'occhio del figliuol di Giove
Lieto fa ciò che mira: Apollo salva
Chi Delo onora. O stanza dell'errante
Latona! Invan la Dea liti e montagne
Dolorando cercò: fuggìanla i fiumi
E contendeano a correre col vento.
Ove più poserai dal grave fianco

Lo peso tuo? né avrà culle e lavacri
Dell'Olimpio la prole, o dolorosa?
Ma la nuotante per l'Icario fonte
Isola, a' venti e all'acque obbedïente,
Lei ricettò, sebben in ciel si stesse
La minaccia di Giuno alla vedetta.
Amor di Febo e de' Celesti è Delo.
Immota, veneranda ed immortale,
Ricca fra tutte quante isole siede
E le sorelle a lei fanno corona.
I doni di Lieo nell'auree tazze
D'alloro inghirlandate o naviganti
Adorando; e libateli dall'alta
Poppa in onor della palmosa Delo.

Tale cantando Alceo strinse dl grato
Ozio i Tritoni, e i condottieri infidi
Della nave che gìa pel grande Egeo
Italia e le Tirrene acque cercando
Onde posar nella toscana terra
Le Muse che fuggien l'arabo insulto
E le spade e la fiamma ed il tripudio
De' nuovi numi, e del novello impero;
Come piacque all'eterna onnipotenza
Di quella calva che non posa mai
Di vendicar sul capo de' Comneni
Le vittorie di Roma, ed i tributi
D'Asia, e di Costantin gli Dei mutati.

Salìa dell'Athos nella somma vetta
Il duca, e quindi il flutto ampio guardava
E l'isole guardava e il continente
Però che si chinava all'orizzonte
Diana liberai di tutta luce.
Gli suonavano intorno il brando e l'arme
Sfolgoranti fra l'ombre, e giù dall'elmo
Gli percuoteva in fulva onda le spalle
La giuba de' corsier presi in battaglia;


Negro cimiero ondeggiavagli, e il negro
Paludamento si portavan l'aure.



A Vincenzo Monti

Se fra' pochi mortali a cui negli anni
Che mi fuggìr, fui caro, alcun ti chiede
Novella d'Ugo; — perché indegno fora
All'amor nostro il non saperne, o Monti
Rispondi: — In terra che non apre il seno
Obbedïente al scintillar del sole
Passa la vita sua colma d'obblio,
Doma il destriero a galoppar per l'onde;
Sulle rocce piccarde aguzza il brando,
E l'oceàn traversando con gli occhi
D'Anglia le minacciate alpi saluta. —
M'udrai felice benedir, m'udrai
Commiserar; tu fammi lieto ai lieti,
Dolente a' dolorosi; ognun sé pasce
Del parer suo; qual io mi viva, solo
Tu l'odi, e dove coronato libi
Al Genio e all'Ira d'Alighieri, il Fauno
Pedestre mio discreto ospite accogli.
Da te non laudi al mio verso, né vino
Al desco mio, né il tuo pregar sull'ara
Della Possanza in mio favor ti chiedo:
Ma cor che il fuggitivo Ugo accompagni
Ove fortuna il mena aspra di guai.
Mi mentirà così, Vincenzo, quella
Che in molti uomini lessi, e in pochi libri
(Perch'io cultor di pochi libri vivo)
Ardua sentenza: Amico unico è l'oro.

Alla Donna Gentile

Vigile è il cor sul mio sdegnoso aspetto,
E qual tu il pingi, Artefice elegante,
Dal dl ch'io vidi nel mio patrio tetto
Libertà con incerte orme vagante.

Armi vaneggio, e il docile intelletto
Contesi alle febee Vergini sante;
Armi, armi grido; e Libertade affretto
Più ognor deluso e pertinace amante.

Voce inerme che può? Marte raccende,
Vedilo, all'opre e a sacra ira le genti:
Siede Italia, e al flagel l'omero tende.

Pur, se nell'onta della Patria assorte
Fien mie speranze, e i dì taciti e spenti,
Per te il mio volto almen vince la morte.

Le Grazie

Carme
ad ANTONIO CANOVA

Alle Grazie immortali
le tre di Citerea figlie gemelle
è sacro il tempio, e son d'Amor sorelle;
nate il dì che a' mortali
beltà ingegno virtù concesse Giove,
onde perpetue sempre e sempre nuove
le tre doti celesti
e più lodate e più modeste ognora
le Dee serbino al mondo. Entra ed adora.

Inno primo
VENERE

Cantando, o Grazie, degli eterei pregi
di che il cielo v'adorna, e della gioia
che vereconde voi date alla terra,
belle vergini! a voi chieggo l'arcana
armonïosa melodia pittrice
della vostra beltà; sì che all'Italia
afflitta di regali ire straniere
voli improvviso a rallegrarla il carme.

Nella convalle fra gli aerei poggi
di Bellosguardo, ov'io cinta d'un fonte
limpido fra le quete ombre di mille
giovinetti cipressi alle tre Dive
l'ara innalzo, e un fatidico laureto
in cui men verde serpeggia la vite
la protegge di tempio, al vago rito
vieni, o Canova, e agl'inni. Al cor men fece
dono la bella Dea che in riva d'Arno
sacrasti alle tranquille arti custode;

ed ella d'immortal lume e d'ambrosia
la santa immago sua tutta precinse.
Forse (o ch'io spero!) artefice di Numi,
nuovo meco darai spirto alle Grazie
ch'or di tua man sorgon dal marmo. Anch'io
pingo e spiro a' fantasmi anima eterna:
sdegno il verso che suona e che non crea;
perché Febo mi disse: Io Fidia, primo,
ed Apelle guidai con la mia lira.

Eran l'Olimpo e il Fulminante e il Fato,
e del tridente enosigèo tremava
la genitrice Terra; Amor dagli astri
Pluto feria: nè ancor v'eran le Grazie.
Una Diva scorrea lungo il creato
a fecondarlo, e di Natura avea
l'austero nome: fra' celesti or gode
di cento troni, e con più nomi ed are
le dan rito i mortali; e più le giova
l'inno che bella Citerea la invoca.

Perché clemente a noi che mirò afflitti
travagliarci e adirati, un dì la santa
Diva, all'uscir de' flutti ove s'immerse
a ravvivar le gregge di Nerèo,
apparì con le Grazie; e le raccolse
l'onda Ionia primiera, onda che amica
del lito ameno e dell'ospite musco
da Citera ogni dì vien desiosa
a' materni miei colli: ivi fanciullo
la Deità di Venere adorai.
Salve, Zacinto! All'antenoree prode,
de' santi Lari Idei ultimo albergo
e de' miei padri, darò i carmi e l'ossa,
e a te il pensier: chè piamente a queste
Dee non favella chi la patria obblìa.
Sacra città è Zacinto. Eran suoi templi,
era ne' colli suoi l'ombra de' boschi

sacri al tripudio di Dïana e al coro;
pria che Nettuno al reo Laomedonte
munisse Ilio di torri inclite in guerra.
Bella è Zacinto. A lei versan tesori
l'angliche navi; a lei dall'alto manda
i più vitali rai l'eterno sole;
candide nubi a lei Giove concede,
e selve ampie d'ulivi, e liberali
i colli di Lieo: rosea salute
prometton l'aure, da' spontanei fiori
alimentate, e da' perpetui cedri.

Splendea tutto quel mar quando sostenne
su la conchiglia assise e vezzeggiate
dalla Diva le Grazie: e a sommo il flutto,
quante alla prima prima aura di Zefiro
le frotte delle vaghe api prorompono,
e più e più succedenti invide ronzano
a far lunghi di sé äerei grappoli,
van alïando su' nettarei calici
e del mèle futuro in cor s'allegrano,
tante a fior dell'immensa onda raggiante
ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude
le amorose Nereidi oceanine;
e a drappelli agilissime seguendo
la Gioia alata, degli Dei foriera,
gittavan perle, dell'ingenue Grazie
il bacio le Nereidi sospirando.

Poi come l'orme della Diva e il riso
delle vergini sue fêr di Citera
sacro il lito, un'ignota violetta
spuntò a' piè de' cipressi; e d'improvviso
molte purpuree rose amabilmente
si conversero in candide. Fu quindi
religïone di libar col latte
cinto di bianche rose, e cantar gl'inni
sotto a' cipressi, e d'offerire all'ara

le perle, e il primo fior nunzio d'aprile.

L'una tosto alla Dea col radïante
pettine asterge mollemente e intreccia
le chiome dell'azzurra onda stillanti.
L'altra ancella a le pure aure concede,
a rifiorire i prati a primavera,
l'ambrosio umore ond'è irrorato il petto
della figlia di Giove; vereconda
la lor sorella ricompone il peplo
su le membra divine, e le contende
di que' mortali attoniti al desìo.

Non prieghi d'inni o danze d'imenei,
ma de' veltri perpetuo l'ululato
tutta l'isola udìa, e un suon di dardi
e gli uomini sul vinto orso rissosi,
e de' piagati cacciatori il grido.
Cerere invan donato avea l'aratro
a que' feroci: invan d'oltre l'Eufrate
chiamò un dì Bassarèo, giovine dio,
a ingentilir di pampini le rupi.
Il pio strumento irrugginia su' brevi
solchi, sdegnato; e divorata, innanzi
che i grappoli recenti imporporasse
a' rai d'autunno, era la vite: e solo
quando apparian le Grazie, i cacciatori
e le vergini squallide, e i fanciulli
l'arco e 'l terror deponeano, ammirando.

Con mezze in mar le rote iva frattanto
lambendo il lito la conchiglia, e al lito
pur con le braccia la spingean le molli
Nettunine. Spontanee s'aggiogarono
alla biga gentil due delle cerve
che ne' boschi dittei schive di nozze
Cintia a' freni educava; e poi che dome
aveale a' cocchi suoi, pasceano immuni
da mortale saetta. Ivi per sorte

vagolando fuggiasche eran venute
le avventurose, e corsero ministre
al viaggio di Venere. Improvvisa
Iri che segue i Zefiri col volo
s'assise auriga, e drizzò il corso all'istmo
del Laconio paese. Ancor Citèra
del golfo intorno non sedea regina:
dove or miri le vele alte su l'onda,
pendea negra una selva, ed esiliato
n'era ogni Dio da' figli della terra
duellanti a predarsi; e i vincitori
d'umane carni s'imbandian convito.
Videro il cocchio e misero un ruggito,
palleggiando la clava. Al petto strinse
sotto al suo manto accolte, le tremanti
sue giovinette, e: Ti sommergi, o selva!
Venere disse, e fu sommersa. Ahi tali
forse eran tutti i primi avi dell'uomo!
Quindi in noi serpe, ahi miseri, un natìo
delirar di battaglia; e se pietose
nel placano le Dee, spesso riarde
ostentando trofeo l'ossa fraterne.
Ch'io non le veggia almeno or che in Italia
fra le messi biancheggiano insepolte!

Ma chi de' Numi esercitava impero
su gli uomini ferini, e quai ministri
aveva in terra il primo dì che al mondo
le belle Dive Citerea concesse?
Alta ed orrenda n'è la storia; e noi
quaggiù fra le terrene ombre vaganti
dalla fama n'udiam timido avviso.
Abbellitela or voi, Grazie, che siete
presenti a tutto, e Dee tutto sapete.

Quando i pianeti dispensò agli Dei
Giove padre, il più splendido ei s'elesse,
e toccò in sorte a Citerea il più bello,

e l'altissimo a Pallade, e le genti
di que' mondi beate abitatrici
sentìr l'imperio del lor proprio Nume.
Ma senza Nume rimanea negletto
il picciol globo della terra, e nati
alle prede i suoi figli ed alla guerra,
e dopo breve dì sacri alla morte.
* * * * * * * * * * *

Il bel cocchio vegnente, e il doloroso
premio de' lor vicini arti più miti
persuase a' Laconi. Eran da prima
per l'intentata selva e l'oceàno
dalla Grecia divisi; e quando eretta
agli ospitali Numi ebbero un'ara,
vider tosto le pompe e le amorose
gare e i regi conviti; e d'ogni parte
correan d'Asia i guerrieri e i prenci argivi
alla reggia di Leda. Ah non ti fossi
irato Amor! e ben di te sovente
io mi dorrò, da che le Grazie affliggi.
Per te all'arti eleganti ed a' felici
ozi, per te lascivi affetti, e molli
ozi, e spergiuri a' Greci; e poi la dura
vita, e nude a sudar nella palestra
[sottentrar] le fanciulle onde salvarsi
Amor da te. Ma quando eri per anche
delle Grazie non invido fratello
Sparta fioriva. Qui di Fare il golfo
cinto d'armonïosi antri a' delfini,
qui Sparta e le fluenti dell'Eurota
grate a' cigni; e Messene offria securi
ne' suoi boschetti alle tortore i nidi;
qui d'Augìa 'l pelaghetto, inviolato
al pescator, da che di mirti ombrato
era lavacro al bel corpo di Leda
e della sua figlia divina. E Amicle
terra di fiori non bastava ai serti

delle vergini spose; dal paese
venian cantando i giovani alle nozze.
Non de' destrieri nitidi l'amore
li rattenne, non Laa che fra tre monti
ama le caccie e i riti di Dïana,
né la Maremma Elea ricca di pesce.
E non lunge è Brisea, donde il propinquo
Taigeto intese strepitar l'arcano
tripudio e i riti, onde il femmineo coro
placò Lieo, e intercedean le Grazie.
.
* * * * * * * * * * *
Ma dove, o caste Dee, ditemi dove
la prima ara vi piacque, onde se invano
or la chieggo alla terra, almen l'antica
religïone del bel loco io senta.

Tutte velate, procedendo all'alta
Dorio che di lontan gli Arcadi vede,
le Dive mie vennero a Trio: l'Alfeo
arretrò l'onda, e die' a' lor passi il guado
che anc'oggi il pellegrin varca ed adora.
Fe' manifesta quel portento a' Greci
la Deità; sentirono da lunge
odorosa spirar l'aura celeste.

De' Beoti al confin siede Aspledone:
città che l'aureo sol veste di luce
quando riede all'occaso; ivi non lunge
sta sull'immensa minïèa pianura
la beata Orcomèno, ove il primiero,
dalle ninfe alternato e da' garzoni,
amabil inno udirono le Grazie.

* * * * * * * * * * *

Così cantaro; e Citerea svelossi;
e quanti allor garzoni e giovinette
vider la Deità furon beati,

e di Driadi col nome e di Silvani
fur compagni di Febo. Oggi le umane
orme evitando, e de' poeti il volgo,
che con la lira inesperta a sé li chiama,
invisibili e muti per le selve
vagano. Come quando esce un'Erinne
a gioir delle terre arse dal verno,
maligna, e lava le sua membra a' fonti
dell'Islanda esecrati, ove più tristi
fuman sulfuree l'acque; o a groelandi
laghi, lambiti di [sulfuree] vampe,
la teda alluma, e al ciel sereno aspira;
finge perfida pria roseo splendore,
e lei deluse appellano col vago
nome di boreale alba le genti;
quella scorre, le nuvole in Chimere
orrende, e in imminenti armi converte
fiammeggianti; e calar senti per l'aura
dal muto nembo l'aquile agitate,
che veggion nel lor regno angui, e sedenti
leoni, e ulular l'ombre de' lupi.
Innondati di sangue errano al guardo
delle città i pianeti, e van raggiando
timidamente per l'aereo caos;
tutta d'incendio la celeste volta
s'infiamma, e sotto a quell'infausta luce
rosseggia immensa l'iperborea terra.
Quinci l'invida Dea gl'inseminati
campi mira, e dal gelo l'oceàno
a' nocchieri conteso; ed oggi forse
per la Scizia calpesta armi e vessilli,
e d'itali guerrier corpi incompianti.

* * * * * * * * * * *

E giunte
le Dive appiè de' monti, alla sdegnosa
Diana Iride il cocchio e mansuete

le cerve addusse, amabil dono, in Creta.
Cintia fu sempre delle Grazie amica,
e ognor con esse fu tutela al core
dell'ingenue fanciulle ed agl'infanti.
E solette radean lievi le falde
dell'Ida irriguo di sorgenti; e quando
fur più al Cielo propinque, ove una luce
rosea le vette al sacro monte asperge,
e donde sembran tutte auree le stelle,
alle vergini sue che la seguieno
mandò in core la Dea queste parole:
- Assai beato, o giovinette, è il regno
de' Celesti ov'io riedo; a la infelice
Terra ed a' figli suoi voi rimanete
confortatrici; sol per voi sovr'essa
ogni lor dono pioveranno i Numi.
E se vindici sien più che clementi,
allor fra' nembi e i fulmini del Padre,
vi guiderò a placarli. Al partir mio
tale udirete un'armonia dall'alto,
che diffusa da voi farà più liete
le nate a delirar vite mortali,
più deste all'Arti e men tremanti al grido
che le promette a morte. Ospizio amico
talor sienvi gli Elisi; e sorridete
a' vati, se cogliean puri l'alloro,
ed a' prenci indulgenti, ed alle pie
giovani madri che a straniero latte
non concedean gl'infanti, e alle donzelle
che occulto amor trasse innocenti al rogo,
e a' giovinetti per la patria estinti.
Siate immortali, eternamente belle! -
Più non parlava, ma spargea co' raggi
de le pupille sue sopra le figlie
eterno il lume della fresca aurora,
e si partiva: e la seguian cogli occhi
di lagrime soffusi, e lei da l'alto
vedean conversa, e questa voce udiro:

- Daranno a voi dolor novello i Fati
e gioia eterna. - E sparve; e trasvolando
due primi cieli, s'avvolgea nel puro
lume dell'astro suo. L'udì Armonia
e giubilando l'etere commosse.
Chè quando Citerea torna a' beati
cori, Armonia su per le vie stellate
move plauso alla Dea pel cui favore
temprò un dì l'universo . . . . . . . .
Come nel chiostro vergine romita,
se gli azzurri del cielo, e la splendente
Luna, e il silenzio delle stelle adora,
sente il Nume, ed al cembalo s'asside,
e del piè e delle dita e dell'errante
estro e degli occhi vigili alle note
sollecita il suo cembalo ispirata,
ma se improvvise rimembranze Amore
in cor le manda, scorrono più lente
sovra i tasti le dita, e d'improvviso
quella soave melodia che posa
secreta ne' vocali alvei del legno,
flebile e lenta all'aure s'aggira;
così l'alta armonia che . . . . . .
discorreva da' Cieli . . . . . . . .
Udiro intente
le Grazie; e in cor quell'armonia fatale
albergàro, e correan su per la terra
a spirarla a' mortali. E da quel giorno
dolce ei sentian per l'anima un incanto,
lucido in mente ogni pensiero, e quanto
udian essi o vedean vago e diverso
dilettava i lor occhi, e ad imitarlo
prendean industri e divenia più bello.
Quando l'Ore e le Grazie di soave
luce diversa coloriano i campi,
e gli augelletti le seguiano e lieto
facean tenore al gemere del rivo
e de' boschetti al fremito, il mortale

emulò que' colori; e mentre il mare
fra i nembi, o l'agitò Marte fra l'armi,
mirò il fonte, i boschetti, udì gli augelli
pinti, e godea della pace de' campi.
.
* * * * * * * * * * *
E l'arte
agevolmente, all'armonia che udiva,
diede eleganza alla materia; il bronzo
quasi foglia arrendevole d'acànto
ghirlandò le colonne; e ornato e legge
ebber travi e macigni, e gìan concordi
curvati in arco aereo imitanti
il firmamento. Ma più assai felice
tu che primiero la tua donna in marmo
effigïasti: Amor da prima in core
t'infiammò del desìo che disvelata
volea bellezza, e profanata agli occhi
degli uomini. Ma venner teco assise
le Grazie, e tal diffusero venendo
avvenenza in quel volto e leggiadrìa
per quelle forme, col molle concento
sì gentili spirarono gli affetti
della giovine nuda; e non l'amica
ma venerasti Citerea nel marmo.
E non che ornar di canto, e chi può tutte
ridir l'opre de' Numi? Impazïente
il vagante inno mio fugge ove incontri
grazïose le menti ad ascoltarlo;
pur non so dirvi, o belle suore, addio,
e mi detta più alteri inni il pensiero.
Ma e dove or io vi seguirò, se il Fato
ah da gran giorni omai profughe in terra
alla Grecia vi tolse, e se l'Italia
che v'è patria seconda i doni vostri
misera ostenta e il vostro nume oblia?
Pur molti ingenui de' suoi figli ancora
a voi tendon le palme. Io finché viva


ombra daranno a Bellosguardo i lauri,
ne farò tetto all'ara vostra, e offerta
di quanti pomi educa l'anno, e quante
fragranze ama destar l'alba d'aprile,
e il fonte e queste pure aure e i cipressi
e segreto il mio pianto e la sdegnosa
lira, e i silenzi vi fien sacri e l'arti.
Fra l'arti io coronato e fra le Muse,
alla patria dirò come indulgenti
tornate ospiti a lei, sì che più grata
in più splendida reggia e con solenni
pompe v'onori: udrà come redenta
fu due volte per voi, quando la fiamma
pose Vesta sul Tebro e poi Minerva
diede a Flora per voi l'attico ulivo.
Venite, o Dee, spirate Dee, spandete
la Deità materna, e novamente
deriveranno l'armonia gl'ingegni
dall'Olimpo in Italia: e da voi solo,
né dar premio potete altro più bello,
sol da voi chiederem, Grazie, un sorriso.

Inno secondo
VESTA

I
Tre vaghissime donne a cui le trecce
infiora di felici itale rose
giovinezza, e per cui splende più bello
sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra
sacerdotesse, o care Grazie, io guido.

Qui e voi che Marte non rapì alle madri
correte, e voi che muti impallidite
nel penetrale della Dea pensosa,
giovinetti d'Esperia. Era più lieta
Urania un dì, quando le Grazie a lei

il gran peplo fregiavano. Con esse
qui Galileo sedeva a spïar l'astro
della lor regina; e il disvïava
col notturno rumor l'acqua remota,
che sotto a' pioppi delle rive d'Arno
furtiva e argentea gli volava al guardo.
Qui a lui l'alba, la luna e il sol mostrava,
gareggiando di tinte, or le severe
nubi su la cerulea alpe sedenti,
or il piano che fugge alle tirrene
Nereidi, immensa di città e di selve
scena e di templi e d'arator beati,
or cento colli, onde Appennin corona
d'ulivi e d'antri e di marmoree ville
l'elegante città, dove con Flora
le Grazie han serti e amabile idïoma.
Date principio, o giovinetti, al rito,
e da' festoni della sacra soglia
dilungate i profani. Ite, insolenti
genii d'Amore, e voi livido coro
di Momo, e voi che a prezzo Ascra attingete.
Qui né oscena malìa, né plauso infido
può, né dardo attoscato: oltre quest'ara,
cari al volgo e a' tiranni, ite, profani.

Dolce alle Grazie è la virginea voce
e la timida offerta: uscite or voi
dalle stanze materne ove solinghe
Amor v'insidia, o donzellette, uscite:
gioia promette e manda pianto Amore.
Qui su l'ara le rose e le colombe
deponete, e tre calici spumanti
di latte inghirlandato; e fin che il rito
v'appelli al canto, tacite sedete:
sacro è il silenzio a' vati, e vi fa belle
più del sorriso.

E tu che ardisci in terra

vestir d'eterna giovinezza il marmo,
or l'armonia della bellezza, il vivo
spirar de' vezzi nelle tre ministre,
che all'arpa io guido agl'inni e alle carole,
vedrai qui al certo; e tu potrai lasciarle
immortali fra noi, pria che all'Eliso
su l'ali occulte fuggano degli anni.

Leggiadramente d'un ornato ostello,
che a lei d'Arno futura abitatrice
i pennelli posando edificava
il bel fabbro d'Urbino, esce la prima
vaga mortale, e siede all'ara; e il bisso
liberale acconsente ogni contorno
di sue forme eleganti; e fra il candore
delle dita s'avvivano le rose,
mentre accanto al suo petto agita l'arpa.

Scoppian dall'inquïete aeree fila,
quasi raggi di sol rotti dal nembo,
gioia insieme e pietà, poi che sonanti
rimembran come il ciel l'uomo concesse
alle gioie e agli affanni onde gli sia
librato e vario di sua vita il volo,
e come alla virtù guidi il dolore,
e il sorriso e il sospiro errin sul labbro
delle Grazie, e a chi son fauste e presenti,
dolce in core ei s'allegri e dolce gema.
Pari un concento, se pur vera è fama,
un dì Aspasia tessea lungo l'Ilisso:
era allor delle Dee sacerdotessa,
e intento al suono Socrate libava
sorridente a quell'ara, e col pensiero
quasi a' sereni dell'Olimpo alzossi.
Quinci il veglio mirò volgersi obliqua,
affrettando or la via su per le nubi,
or ne' gorghi letèi precipitarsi
di Fortuna la rapida quadriga

da' viventi inseguita; e quel pietoso
gridò invano dall'alto: A cieca duce
siete seguaci, o miseri! e vi scorge
dove in bando è pietà, dove il Tonante
più adirate le folgori abbandona
su la timida terra. O nati al pianto
e alla fatica, se virtù vi è guida,
dalla fonte del duol sorge il conforto.
Ah ma nemico è un altro Dio di pace,
più che Fortuna, e gl'innocenti assale.
Ve' come l'arpa di costei sen duole!
Duolsi che a tante verginette il seno
sfiori, e di pianto alle carole in mezzo,
invidïoso Amor bagni i lor occhi.
Per sé gode frattanto ella che amore
per sé l'altera giovane non teme.
Ben l'ode e su l'ardenti ali s'affretta
alle vendette il Nume: e a quelle note
a un tratto l'inclemente arco gli cade.
E i montanini Zefiri fuggiaschi
docili al suono aleggiano più ratti
dalle linfe di Fiesole e dai cedri,
a rallegrare le giunchiglie ond'ella
oggi, o Grazie, per voi l'arpa inghirlanda,
e a voi quest'inno mio guida più caro.

Già del piè delle dita e dell'errante
estro, e degli occhi vigili alle corde
ispirata sollecita le note
che pingon come l'armonia diè moto
agli astri, all'onda eterea e alla natante
terra per l'oceàno, e come franse
l'uniforme creato in mille volti
co' raggi e l'ombre e il ricongiunse in uno,
e i suoni all'aere, e diè i colori al sole,
e l'alterno continüo tenore
alla fortuna agitatrice e al tempo;
sì che le cose dissonanti insieme

rendan concento d'armonia divina
e innalzino le menti oltre la terra.

Come quando più gaio Euro provòca
sull'alba il queto Lario, e a quel sussurro
canta il nocchiero e allegransi i propinqui
lïuti, e molle il fläuto si duole
d'innamorati giovani e di ninfe
su le gondole erranti; e dalle sponde
risponde il pastorel con la sua piva:
per entro i colli rintronano i corni
terror del cavrïol, mentre in cadenza
di Lecco il malleo domator del bronzo
tuona dagli antri ardenti; stupefatto
perde le reti il pescatore, ed ode.
Tal dell'arpa diffuso erra il concento
per la nostra convalle; e mentre posa
la sonatrice, ancora odono i colli.

Or le recate, o vergini, i canestri
e le rose e gli allori a cui materni
nell'ombrifero Pitti irrigatori
fur gli etruschi Silvani, a far più vago
il giovin seno alle mortali etrusche,
emule d'avvenenza e di ghirlande;
soave affanno al pellegrin se innoltra
improvviso ne' lucidi teatri,
e quell'intenta voluttà del canto
ed errare un desio dolce d'amore
mira ne' vólti femminili, e l'aura
pregna di fiori gli confonde il core.
Recate insieme, o vergini, le conche
dell'alabastro, provvido di fresca
linfa e di vita, ahi breve! a' montanini
gelsomini, e alla mammola dogliosa
di non morir sul seno alla fuggiasca
ninfa di Pratolino, o sospirata
dal solitario venticel notturno.

Date il rustico giglio, e se men alte
ha le forme fraterne, il manto veste
degli amaranti invïolato: unite
aurei giacinti e azzurri alle giunchiglie
di Bellosguardo che all'amante suo
coglie Pomona, e a' garofani alteri
della prole diversa e delle pompe,
e a' fiori che dagli orti dell'Aurora
novella preda a' nostri liti addussero
vittorïosi i Zefiri su l'ale,
e or fra' cedri al suo talamo imminenti
d'ospite amore e di tepori industri
questa gentil sacerdotessa edùca.
Spira soave e armonïoso agli occhi
quanto all'anima il suon, splendono i serti
che di tanti color mesce e d'odori;
ma il fior che altero del lor nome han fatto
dodici Dei ne scevra, e il dona all'ara
pur sorridendo; e in cor tacita prega:
che di quei fiori ond'è nudrice, e l'arpa
ne incorona per voi, ven piaccia alcuno
inserir, belle Dee, nella ghirlanda
la quale ogni anno il dì sesto d'aprile
delle rose di lagrime innaffiate
in val di Sorga, o belle Dee, tessete
a recarle alla madre.

II

Ora Polinnia alata Dea che molte
Lire a un tempo percote, e più d'ogni altra
Musa possiede orti celesti, intenda
anche le lodi de' suoi fiori; or quando
la bella donna, delle Dee seconda
sacerdotessa, vien recando un favo.
Nostro e disdetto alle altre genti è il rito
per memoria de' favi, onde in Italia
con perenne ronzìo fanno tesoro

divine api alle Grazie: e chi ne assaggia
parla caro alla patria. Ah voi narrate
come aveste quel dono! E chi la fama
a noi fra l'ombre della terra erranti
può abbellir se non voi, Grazie, che siete
presenti a tutto, e Dee tutto sapete?

Quattro volte l'Aurora era salita
su l'orïente a riveder le Grazie,
dacchè nacquero al mondo; e Giano antico,
padre d'Italia, e l'adriaca Anfitrite
inviavan lor doni, e un drappelletto
di Naiadi e fanciulle eridanine,
e quante i pomi d'Anïene e i fonti
godean d'Arno e di Tebro, e quante avea
Ninfe il mar d'Aretusa; e le guidavi
tu, più che giglio nivea Galatea.

* * * * * * * * * * *

E cantar Febo pieno d'inni un carme.
Vaticinò, com'ei lo spirto, e varia
daranno ai vati l'armonia del plettro
le sue liete sorelle, e Amore il pianto
che lusinghi a pietà l'alme gentili,
e il giovine Lïeo scevra d'acerbe
cure la vita, e Pallade i consigli,
Giove la gloria, e tutti i Numi eterno
poscia l'alloro; ma le Grazie il mèle
persüadente grazïosi affetti,
onde pia con gli Dei torni la terra.
E cantando vedea lieto agitarsi
esalando profumi, il verdeggiante
bosco d'Olimpo, e rifiorir le rose,
e [scorrere] di nèttare i torrenti,
e risplendere il cielo, e delle Dive
raggiar più bella l'immortal bellezza;
però che il Padre sorrideva, e inerme

a piè del trono l'aquila s'assise.

* * * * * * * * * * *

Inaccessa agli Dei splende una fiamma
solitaria nell'ultimo de' cieli,
per proprio foco eterna; unico Nume
la veneranda Deità di Vesta
vi s'appressa, e deriva indi una pura
luce che, mista allo splendor del sole,
tinge gli aerei campi di zaffiro,
e i mari, allor che ondeggiano al tranquillo
spirto del vento facili a' nocchieri,
e di chiaror dolcissimo consola
con quel lume le notti, e a qual più s'apre
modesto fiore a decorar la terra
molli tinte comparte, invidïate
dalla rosa superba.

* * * * * * * * * * *

Dite, o garzoni, a chi mortale, e voi,
donzelle, dite a qual fanciulla un giorno
più di quel mèl le Dee furon cortesi.
N'ebbe primiero un cieco; e sullo scudo
di Vulcano mirò moversi il mondo,
e l'alto Ilio dirùto, e per l'ignoto
pelago la solinga itaca vela,
e tutto Olimpo gli s'aprì alla mente
e Cipria vide e delle Grazie il cinto.
Ma quando quel sapor venne a Corinna
sul labbro, vinse tra l'elèe quadrighe
di Pindaro i destrier, benché Elicona
li dissetasse, e li pascea di foco
Eolo, e prenunzia un'aquila correva,
e de' suoi freni li adornava il Sole.

* * * * * * * * * * *


Di quel mèl la fragranza errò improvvisa
sul talamo all'eolïa fanciulla,
e il cor dal petto le balzò e la lira
ed aggiogando i passeri, scendea
Venere dall'Olimpo, e delle sue
ambrosie dita le tergeva il pianto.
Indarno Imetto
le richiama dal dì che a fior dell'onda
ergea, beate volatrici, il coro
eliconio seguieno, obbedïenti
all'elegia del fuggitivo Apollo.
Però che quando su la Grecia inerte
Marte sfrenò le tartare cavalle
depredatrici, e coronò la schiatta
barbara d'Ottomano, allor l'Italia
fu giardino alle Muse, e qui lo stuolo
fabro dell'aureo mèl pose a sua prole
il felice alvear. Né le Febee
api (sebben le altre api abbia crudeli)
fuggono i lai della invisibil Ninfa,
che ognor delusa d'amorosa speme,
pur geme per le quete aure diffusa,
e il suo altero nemico ama e richiama;
tanta dolcezza infusero le Grazie,
per pietà della Ninfa, alle sue voci,
che le lor api immemori dell'opra,
ozïose in Italia odono l'eco
che al par de' carmi fe' dolce la rima.

Quell'angelette scesero da prima
ove assai preda di torrenti al mare
porta Eridàno. Ivi la fata Alcina
di lor sorti presàga avea disperso
molti agresti amaranti; e lungo il fiume
gran ciel prendea con negre ombre un'incolta
selva di lauri: su' lor tronchi Atlante
di Ruggiero scrivea gli avi e le imprese,
e di spettri guerrier muta una schiera

e donne innamorate ivan col mago,
aspettando il cantor; e questi i favi
vide quivi deposti, e si mietea
tutti gli allori; ma de' fior d'Alcina
più grazïoso distillava il mèle,
e il libò solo un lepido poeta,
che insiem narrò d'Angelica gli affanni.
Ma non men cara l'api amano l'ombra
del sublime cipresso, ove appendea
la sua cetra Torquato, allor che ardendo
forsennato egli errò per le foreste
"sì che insieme movea pietate e riso
"nelle gentili Ninfe e ne' pastori:
"né già cose scrivea degne di riso
"se ben cose facea degne di riso".

...Deh! perché torse
i suoi passi da voi, liete in udirlo
cantar o Erminia, e il pio sepolcro e l'armi?
Né disdegno di voi, ma più fatale
Nume alla reggia il risospinse e al pianto.

...A tal ventura
fur destinate le gentili alate
che riposâr sull'Eridano il volo.
Mentre nel Lilibeo mare la fata
dava promesse, e l'attendea cortese
a quante all'Adria indi posaro il volo
angiolette Febee, l'altro drappello
che, per antico amor Flora seguendo,
tendea per le tirrene aure il suo corso,
trovò simile a Cerere una donna
su la foce dell'Arno; e l'attendeva
portando in man purpurei gigli e frondi
fresche d'ulivo. Avea riposo al fianco
un'etrusca colonna, a sé dinanzi
di favi desïoso un alveare.
Molte intorno a' suoi piè verdi le spighe

spuntavano, e perìan molte immature
fra gli emuli papaveri; mal nota,
benché fosse divina, era l'Ancella
alle pecchie immortali. Essa agli Dei
non tornò mai, da che scendea ne' primi
dì noiosi dell'uomo; e il riconforta
ma le presenti ore gl'invola; ha nome
Speranza e men infida ama i coloni.
Già negli ultimi cieli iva compiendo
il settimo de' grandi anni Saturno
col suo pianeta, da che a noi la Donna
precorrendo le Muse era tornata
per consiglio di Pallade, a recarne
l'ara fatale ove scolpite in oro
le brevi rifulgean libere leggi,
madri dell'arti onde fu bella Atene.

* * * * * * * * * * *

Ecco prostrata una foresta, e fianchi
rudi d'alpe, e masse ferree immani
al braccio de' Ciclòpi, a fondar tempio
che ceda tardo a' muti urti del tempo.
E al suono che invisibili spandeano
le Grazie intorno, assunsero nell'opra
nuova speme i viventi: e l'Architetto
meravigliando della sua fatica,
quasi nubi lievissime, di terra
ferro e abeti vedea sorgere e marmi,
a le sue leggi arrendevoli, e posarsi
convessi in arco aereo imitanti
il firmamento. Attonite le Muse
come vennero poscia alla divina
mole il guardo levando, indarno altrove
col memore pensier ivan cercando
se altrove Palla, . . . . . . . . . . . . .
o quando in Grecia di celeste acànto
ghirlandò le colonne, o quando in Roma

gli archi adornava a ritornar vittrice
trïonfando con candide cavalle,
miracolo sì fatto avesse all'arti
mai suggerito. Quando poi la Speme
veleggiando su l'Arno in una nave
l'api recò e l'ancora là dove
sorger poscia dovea delle bell'arti
sovra mille colonne una gentile
reggia alle Muse, ... corser l'api
a un'indistinta di novelle piante
soavità che intorno al tempio oliva.

Un mirto
che suo dall'alto Beatrice ammira,
venerando slpendeva; e dalla cima
battea le penne un Genio disdegnoso
che il passato esplorando e l'avvenire
cieli e abissi cercava, e popolato
d'anime in mezzo a tutte l'acque un monte;
poi, tornando, spargea folgori e lieti
raggi, e speme e terrore e pentimento
ne' mortali; e verissime sciagure
all'Italia cantava.

Appresso al mirto
fiorian le rose che le Grazie ogni anno
ne' colli euganei van cogliendo, e un serto
molle di pianto il dì sesto d'aprile
ne recano alla Madre. A queste intorno
dolcemente ronzarono, e sentiro
come forse d'Eliso era venuto
ad innestare il cespo ei che più ch'altri
libò il mèl sacro su l'Imetto, e primo
fe' del celeste amor celebre il rito.
Pur con molti frutteti e con l'orezzo
le sviò de' quercioli una valletta
dove le Ninfe alle mie Dee seguaci
non son Genii mentiti.


Io dal mio poggio
quando tacciono i venti fra le torri
della vaga Firenze, odo un Silvano
ospite ignoto a' taciti eremiti
del vicino Oliveto: ei sul meriggio
fa sua casa un frascato, e a suon d'avena
le pecorelle sue chiama alla fonte.
Chiama due brune giovani la sera,
né piegar erba mi parean ballando.
Esso mena la danza. N'eran molte
sotto l'alpe di Fiesole a una valle
che da sei montagnette ond'è ricinta
scende a sembianza di teatro acheo.
Affrico allegro ruscelletto accorse
a' lor prieghi dal monte, e fe' la valle
limpida d'un freschissimo laghetto.
Nulla per anco delle Ninfe inteso
avea Fiammetta allor ch'ivi a diporto
novellando d'amori e cortesie
con le amiche sedeva, o s'immergea,
te, Amor, fuggendo e tu ve la spïavi,
dentro le cristalline onde più bella.
Fur poi svelati in que' diporti i vaghi
misteri, e Dïoneo re del drappello
le Grazie afflisse. Perseguì i colombi
che stavan su le dense ali sospesi
a guardia d'una grotta: invan gementi
sotto il flagel del mirto onde gl'incalza
gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi
che non s'accosti; sanguinanti e inermi
sgombran con penne trepidanti al cielo.
Dalla grotta i recessi empie la luna,
e fra un mucchio di gigli addormentata
svela a un Fauno confusa una Napea.
Gioì il protervo dell'esempio, e spera
allettarne Fiammetta; e pregò tutti
allor d'aita i Satiri canuti,
e quante emule ninfe eran da' giochi

e da' misteri escluse: e quegli arguti
ozïando ogni notte a Dïoneo
di scherzi e d'antri e talami di fiori
ridissero novelle. Or vive un libro
dettato dagli Dei; ma sfortunata
la damigella che mai tocchi il libro!
Tosto smarrita del natìo pudore
avrà la rosa; né il rossore ad arte
può innamorar chi sol le Grazie ha in core.
O giovinette Dee, gioia dell'inno,
per voi la bella donna i riti vostri
imìta e le terrene api lusinga
nel felsineo pendio d'onde il pastore
mira Astrea che or del ciel gode e de' tardi
alberghi di Nereo; d'indiche piante
e di catalpe onde i suoi Lari ombreggia
sedi appresta e sollazzi alle vaganti
schiere, o le accoglie ne' fecondi orezzi
d'armonïoso speco invïolate
dal gelo e dall'estiva ira e da' nembi.
La bella donna di sua mano i lattei
calici del limone, e la pudica
delle vïole, e il timo amor dell'api,
innaffia, e il fior delle rugiade invoca
dalle stelle tranquille, e impetra i favi
che vi consacra e in cor tacita prega.
Con lei pregate, donzellette, e meco
voi, garzoni, miratela. Il segreto
sospiro, il riso del suo labbro, il dolce
foco esultante nelle sue pupille
faccianvi accorti di che preghi, e come
l'ascoltino le Dee. E certo impetra
che delle Dee l'amabile consiglio
da lei s'adempia. I preghi che dal Cielo
per pietà de' mortali han le divine
vergini caste, non a voi li danno,
giovani vati e artefici eleganti,
bensì a qual più gentil donna le imìta.

A lei correte, e di soavi affetti
ispiratrici e immagini leggiadre
sentirete le Grazie. Ah vi rimembri
che inverecondo le spaventa Amore!

III

Torna deh! torna al suon, donna dell'arpa;
guarda la tua bella compagna; e viene
ultima al rito a tesser danze all'ara.

Pur la città cui Pale empie di paschi
con l'urne industri tanta valle, e pingui
di mille pioppe aerëe al sussurro,
ombrano i buoi le chiuse, or la richiama
alle feste notturne e fra quegli orti
freschi di frondi e intorno aurei di cocchi
lungo i rivi d'Olona. E già tornava
questa gentile al suo molle paese;
così imminente omai freme Bellona
che al Tebro, all'Arno, ov'è più sacra Italia,
non un'ara trovò, dove alle Grazie
rendere il voto d'una regia sposa.
Ma udì 'l canto, udì l'arpa; e a noi si volse
agile come in cielo Ebe succinta.
Sostien del braccio un giovinetto cigno,
e togliesi di fronte una catena
vaga di perle a cingerne l'augello.
Quei lento al collo suo del flessuoso
collo s'attorce, e di lei sente a ciocche
neri su le sue lattee piume i crini
scorrer disciolti, e più lieto la mira
mentr'ella scioglie a questi detti il labbro:

GRATA AGLI DEI DEL REDUCE MARITO
DA' FIUMI ALGENTI OV'HANNO PATRIA I CIGNI,
ALLE VIRGINEE DEITÀ CONSACRA
L'ALTA REGINA MIA CANDIDO UN CIGNO


Accogliete, o garzoni, e su le chiare
acque vaganti intorno all'ara e al bosco
deponete l'augello, e sia del nostro
fonte signor; e i suoi atti venusti
gli rendan l'onde e il suo candore, e goda
di sé, quasi dicendo a chi lo mira,
simbol son io della beltà. Sfrondate
ilari carolando, o verginette,
il mirteto e i rosai lungo i meandri
del ruscello, versate sul ruscello,
versateli, e al fuggente nuotatore
che veleggia con pure ali di neve,
fate inciampi di fiori, e qual più ameno
fiore a voi sceglia col puniceo rostro,
vel ponete nel seno. A quanti alati
godon l'erbe del par l'aere e i laghi
amabil sire è il cigno, e con l'impero
modesto delle grazie i suoi vassalli
regge, ed agli altri volator sorride,
e lieto le sdegnose aquile ammira.
Sovra l'òmero suo guizzan securi
gli argentei pesci, ed ospite leale
il vagheggiano, s'ei visita all'alba
le lor ime correnti, desïoso
di più freschi lavacri, onde rifulga
sovra le piume sue nitido il sole.
Fioritelo di gigli.

Al vago rito
Donna l'invia, che nella villa amena
de' tigli (amabil pianta, e a' molli orezzi
propizia, e al santo coniugale amore)
nudrialo afflitta; e a lei dal pelaghetto
lieto accorrea, agitandole l'acque
sotto i lauri tranquille. O di clementi
virtù ornamento nella reggia insùbre!
Finché piacque agli Dei, o agl'infelici
cara tutela, e di tre regie Grazie

genitrice gentil, bella fra tutte
figlie di regi, e agl'Immortali amica!
Tutto il Cielo t'udìa quando al marito
guerreggiante a impedir l'Elba ai nemici
pregavi lenta l'invisibil Parca
che accompagna gli Eroi, vaticinando
l'inno funereo e l'alto avello e l'armi
più terse e giunti alla quadriga i bianchi
destrieri eterni a correre l'Eliso.
Ma come Marte, quando entro le navi
rispingeva gli Achei, vide sul vallo
fra un turbine di dardi Aiace solo,
fumar di sangue; e ove dirùto il muro
dava più varco a' Teucri, ivi attraverso
piantarsi; e al suon de' brandi, onde intronato
avea l'elmo e lo scudo, i vincitori
impäurir del grido; e rincalzarli
fra le dardanie faci arso e splendente;
scagliar rotta la spada, e trarsi l'elmo
e fulminar immobile col guardo
Ettore, che perplesso ivi si tenne:
tal dell'Ausonio Re l'inclito alunno
fra il lutto e il tempestar lungo di Borea
si fe' vallo dell'Elba, e minacciando
il trïonfo indugiava e le rapine
dello Scita ramingo oltre la Neva.
Quinci indignato il sol torce il suo carro,
quando Orïone predator dell'Austro
sovra l'Orsa precipita e abbandona
corrucciosi i suoi turbini e il terrore
sul deserto de' ghiacci orridi, d'alto
silenzio e d'ossa e armate esuli larve.
Sdegnan chi a' fasti di fortuna applaude
le Dive mie, e sol fan bello il lauro
quando Sventura ne corona i prenci.
Ma più alle Dive mie piace quel carme
che d'egregia beltà l'alma e le forme
con la pittrice melodia ravviva.


Spesso per l'altre età, se l'idïoma
d'Italia correrà puro a' nepoti,
(è vostro, e voi, deh! lo serbate, o Grazie!)
tento ritrar ne' versi miei la sacra
danzatrice, men bella allor che siede,
men di te bella, o gentil sonatrice,
men amabil di te quando favelli,
o nutrice dell'api. Ma se danza,
vedila! tutta l'armonia del suono
scorre dal suo bel corpo, dal sorriso
della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo
manda agli sguardi venustà improvvisa.
E chi pinger la può? Mentre a ritrarla
pongo industre lo sguardo, ecco m'elude,
e le carole che lente disegna
affretta rapidissima, e s'invola
sorvolando su' fiori; appena veggio
il vel fuggente biancheggiar fra' mirti.

Inno terzo
PALLADE

I

Pari al numero lor volino gl'inni
alle vergini sante, armonïosi
del peregrino suono uno e diverso
di tre favelle. Intento odi, Canova;
ch'io mi veggio d'intorno errar l'incenso,
qual si spandea sull'are a' versi arcani
d'Anfïone: presente ecco il nitrito
de' corsieri dircèi; benché Ippocrene
li dissetasse, e li pascea dell'aure
Eolo, e prenunzia un'aquila volava,
e de' suoi freni li adornava il Sole,
pur que' vaganti Pindaro contenne
presso il Cefiso, ed adorò le Grazie.

Fanciulle, udite, udite: un lazio Carme
vien danzando imenei dall'isoletta
di Sirmïone per l'argenteo Garda
sonante con altera onda marina,
da che le nozze di Pelèo, cantate
nella reggia del mar, l'aureo Catullo
al suo Garda cantò. Sacri poeti,
a me date voi l'arte, a me de' vostri
idïomi gli spirti, e co' toscani
modi seguaci adornerò più ardito
le note istorie, e quelle onde a me solo
siete cortesi allor che dagli antiqui
sepolcri m'apparite, illuminando
d'elisia luce i solitari campi
ove l'errante Fantasia mi porta
a discernere il vero. Or ne preceda
Clio, la più casta delle Muse, e chiami
consolatrici sue meco le Grazie.

* * * * * * * * * * *

Come se a' raggi d'Espero amorosi
fuor d'una mìrtea macchia escon secrete
le tortorelle mormorando a' baci,
guata dall'ombra l'upupa e sen duole,
fuggono quelle impaurite al bosco;
così le Grazie si fuggian tremando.
Fu lor ventura che Minerva allora
risaliva que' balzi, al bellicoso
Scita togliendo il nume suo. Di stragi
su' canuti, e di vergini rapite,
stolto! il trionfo profanò che in guerra
giusta il favore della Dea gli porse.
Delle Grazie s'avvide e della fuga
immantinente, e dietro ad un'opaca
rupe il cocchio lasciava, e le sue quattro
leonine poledre; ivi lo scudo
depose, e la fatale ègida, e l'elmo,

e inerme agli occhi delle Grazie apparve.
- Scendete, disse, o vergini, scendete
al mar, e venerate ivi la Madre;
e dolce un lutto per Orfeo nel core
vi manderà, che obblierete il vostro
terror, tanto ch'io rieda a offrirvi un dono,
né più vi offenda Amore. - E tosto al corso
diè la quadriga, e la rattenne a un'alta
reggia che al par d'Atene ebbe già cara;
or questa sola ha in pregio, or quando i Fati
non lasciano ad Atene altro che il nome.

II

* * * * * * * * * * *
E a me un avviso Eufrosine, cantando,
porge, un avviso che da Febo un giorno
sotto le palme di Cirene apprese.
Innamorato, nel pierio fonte
guardò Tiresia giovinetto i fulvi
capei di Palla, liberi dall'elmo,
coprir le rosee disarmate spalle;
sentì l'aura celeste, e mirò l'onde
lambir a gara della Diva il piede,
e spruzzar riverenti e paurose
la sudata cervice e il casto petto,
che i lunghi crin discorrenti dal collo
coprian, siccome li moveano l'aure.
Ma né più rimirò dalle natìe
cime eliconie il cocchio aureo del Sole,
né per la coronèa selva di pioppi
guidò a' ludi i garzoni, o alle carole
l'anfïonie fanciulle; e i capri e i cervi
tenean securi le beote valli,
chè non più il dardo suo dritto fischiava,
però che la divina ira di Palla
al cacciator col cenno onnipotente
avvinse i lumi di perpetua notte.

Tal destino è ne' fati. Ahi! senza pianto
l'uomo non vede la beltà celeste.

III

* * * * * * * * * * *

Isola è in mezzo all'oceàn, là dove
sorge più curvo agli astri; immensa terra,
come è grido vetusto, un dì beata
d'eterne messi e di mortali altrice.
Invan la chiede all'onde oggi il nocchiero,
or i nostri invocando or dell'avverso
polo gli astri; e se illuso è dal desio,
mira albeggiar i suoi monti da lunge,
e affretta i venti, e per l'antica fama
Atlantide l'appella. Ma da Febo
detta è Palladio Ciel, che da la santa
Palla Minerva agli abitanti irata,
cui il ricco suolo e gl'imenei lascivi
fean pigri all'arti e sconoscenti a Giove,
dentro l'Asia gli espulse, e l'aurea terra
cinse di ciel pervio soltanto ai Numi.
Onde, qualvolta per desìo di stragi
si fan guerra i mortali, e alla divina
libertà danno impuri ostie di sangue;
o danno a prezzo anima e brandi all'ire
di tiranni stranieri, o a fera impresa
seguon avido re che ad innocenti
popoli appresta ceppi e lutto a' suoi;
allor concede le Gorgòni a Marte
Pallade, e sola tien l'asta paterna
con che i regi precorre alla difesa
delle leggi e dell'are, e per cui splende
a' magnanimi eroi sacro il trionfo.
Poi nell'isola sua fugge Minerva,
e tutte Dee minori, a cui diè giove
d'esserle care alunne, a ogni gentile

studio ammaestra: e quivi casti i balli,
quivi son puri i canti, e senza brina
i fiori e verdi i prati, ed aureo il giorno
sempre, e stellate e limpide le notti.
Chiamò d'intorno a sé le Dive, e a tutte
compartì l'opre del promesso dono
alle timide Grazie. Ognuna intenta
agl'imperî correa: Pallade in mezzo
con le azzurre pupille amabilmente
signoreggiava il suo virgineo coro.
Attenuando i rai aurei del sole,
volgeano i fusi nitidi tre nude
Ore, e del velo distendean l'ordito.
Venner le Parche di purpurei pepli
velate e il crin di quercia; e di più trame
raggianti, adamantine, al par de l'etre
e fluide e pervie e intatte mai da Morte,
trame onde filan degli Dei la vita,
le tre presàghe riempiean la spola.
Né men dell'altre innamorata, all'opra
Iri scese fra' Zefiri; e per l'alto
le vaganti accogliea lucide nubi
guareggianti di tinte, e sul telaio
pioveale a Flora a effigïar quel velo;
e più tinte assumean riso e fragranza
e mille volti dalla man di Flora.
E tu, Psiche, sedevi, e spesso in core,
senz'aprir labbro, ridicendo: "Ahi, quante
gioie promette, e manda pianto Amore!",
raddensavi col pettine la tela.
E allor faconde di Talia le corde,
e Tersicore Dea, che a te dintorno
fea tripudio di ballo e ti guardava,
eran conforto a' tuoi pensieri e a l'opra.
Correa limpido insiem d'Èrato il canto
da que' suoni guidato; e come il canto
Flora intendeva, e sì pingea con l'ago.
Mesci, odorosa Dea, rosee le fila;

e nel mezzo del velo ardita balli,
canti fra 'l coro delle sue speranze
Giovinezza: percote a spessi tocchi
antico un plettro il Tempo; e la danzante
discende un clivo onde nessun risale.
Le Grazie a' piedi suoi destano fiori,
a fiorir sue ghirlande: e quando il biondo
crin t'abbandoni e perderai 'l tuo nome,
vivran que' fiori, o Giovinezza, e intorno
l'urna funerea spireranno odore.
Or mesci, amabil Dea, nivee le fila;
e ad un lato del velo Espero sorga
dal lavor di tue dita; escono errando
fra l'ombre e i raggi fuor d'un mìrteo bosco
due tortorelle mormorando ai baci;
mirale occulto un rosignuol, e ascolta
silenzïoso, e poi canta imenei:
fuggono quelle vereconde al bosco.
Mesci, madre dei fior, lauri alle fila;
e sul contrario lato erri co' specchi
dell'alba il sogno; e mandi a le pupille
sopite del guerrier miseri i volti
de la madre e del padre allor che all'are
recan lagrime e voti; e quei si desta,
e i prigionieri suoi guarda e sospira.
Mesci, o Flora gentile, oro alle fila;
e il destro lembo istorïato esulti
d'un festante convito: il Genio in volta
prime coroni agli esuli le tazze.
Or libera è la gioia, ilare il biasmo,
e candida è la lode. A parte siede
bello il Silenzio arguto in viso e accenna
che non volino i detti oltre le soglie.
Mesci cerulee, Dea, mesci le fila;
e pinta il lembo estremo abbia una donna
che con l'ombre e i silenzi unica veglia;
nutre una lampa su la culla, e teme
non i vagiti del suo primo infante

sien presagi di morte; e in quell'errore
non manda a tutto il cielo altro che pianti.
Beata! ancor non sa quanto agl'infanti
provido è il sonno eterno, e que' vagiti
presagi son di dolorosa vita.
Come d'Èrato al canto ebbe perfetti
Flora i trapunti, ghirlandò l'Aurora
gli aerei fluttuanti orli del velo
d'ignote rose a noi; sol la fragranza,
se vicino è un Iddio, scende alla terra.
E fra l'altre immortali ultima venne
rugiadosa la bionda Ebe, costretti
in mille nodi fra le perle i crini,
silenzïosa, e l'anfora converse:
e dell'altre la vaga opra fatale
rorò d'ambrosia; e fu quel velo eterno.
Poi su le tre di Citerea Gemelle
tutte le Dive il diffondeano; ed elle
fra le fiamme d'amore invano intatte
a rallegrar la terra; e sì velate
apparian come pria vergini nude.

* * * * * * * * * * *

E il velo delle Dee manda improvviso
un suon, qual di lontana arpa, che scorre
sopra i vanni de' Zeffiri soave;
qual venìa dall'Egeo per l'isolette
un'ignota armonia, poi che al reciso
capo e al bel crin d'Orfeo la vaga lira
annodaro scagliandola nell'onde
le delire Baccanti; e sospirando
con l'Ionio propinquo il sacro Egeo
quell'armonia serbava, e l'isolette
stupefatte l'udiro e i continenti.

* * * * * * * * * * *

Addio Grazie: son vostri, e non verranno

soli quest'inni a voi, né il vago rito
obblieremo di Firenze ai poggi
quando ritorni April. L'arpa dorata
di novello concento adorneranno,
disegneran più amabili carole
e più beato manderanno il carme
le tre avvenenti ancelle vostre all'ara:
e il fonte, e la frondosa ara e i cipressi,
e i serti e i favi vi fien sacri, e i cigni
votivi, e allegri i giovanili canti
e i sospir delle Ninfe. Intanto, o belle
o dell'arcano vergini custodi
celesti, un voto del mio core udite.
Date candidi giorni a lei che sola,
da che più lieti mi fioriano gli anni,
m'arse divina d'immortale amore.
Sola vive al cor mio cura soave,
sola e secreta spargerà le chiome
sovra il sepolcro mio, quando lontano
non prescrivano i fati anche il sepolcro.
Vaga e felice i balli e le fanciulle
di nera treccia insigni e di sen colmo,
sul molle clivo di Brianza un giorno
guidar la vidi; oggi le vesti allegre
obliò lenta e il suo vedovo coro.
E se alla Luna e all'etere stellato
più azzurro il scintillante Èupili ondeggia,
il guarda avvolta in lungo velo, e plora
col rosignuol, finché l'Aurora il chiami
a men soave tacito lamento.
A lei da presso il piè volgete, o Grazie,
e nel mirarvi, o Dee, tornino i grandi
occhi fatali al lor natìo sorriso.

- FINE -

Le tre Grazie
Antonio Canova, 1813 - 1816
Marmo, altezza 182 cm
San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage