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Ugo Foscolo     -     Tragedia: RICCIARDA

























































TRAGEDIA "RICCIARDA"



La Ricciarda è una tragedia di Ugo Foscolo in cinque atti ideata prima del trasferimento dell'autore a Firenze e qui composta nell'arco di tempo che va dal settembre 1812 ai primi di giugno dell'anno successivo.
Essa venne rappresentata per la prima volta a Bologna il 17 settembre del 1813 dalla compagnia di attori diretta da Salvatore Fabbrichesi. Il ruolo del personaggio venne dato a un'attrice non molto esperta, Carolina Cavalletti Tessari, che aveva sostituito da poco tempo la primadonna Fiorilli Pellandi.
La tragedia venne pubblicata nel 1820 a Londra con una dedica a Lord John Russell per l'editore John Murray.
La tragedia, che è ambientata nel medioevo ed è versificata in endecasillabi sciolti, si svolge, secondo le regole aristoteliche, in una unica giornata.
Protagonisti della vicenda sono due innamorati, Guido e Ricciarda, i cui padri si combattono ferocemente da più di trenta anni. Ricciarda è infatti figlia di Guelfo tiranno di Salerno il cui fratellastro Averardo è padre di Guido.
In una lettera a Silvio Pellico il Foscolo scrive:
« è una tragedia tutto amore, e terribile per contrasti di pietà e di ferocia, e di affetti d'amicizia, d'amore, di fraternità »
Infatti la Ricciarda è, delle tre tragedie foscoliane, quella più concentrata e tesa e anche più adatta alla rappresentazione.
Il Foscolo si sarebbe ispirato per questa tragedia durante una rapida visita a Salerno nel 1812, il cui castello abbandonato colpì molto la sua fantasia.


Trama

Atto I
Averardo e Guelfo, pur essendo fratelli sono nemici. Guido, figlio di Averardo ama però follemente la figlia di Guelfo, Ricciarda, e per poterle stare vicino rimane nascosto nel sepolcreto della reggia dello zio. Corrado viene mandato da Averardo inutilmente dal figlio per convincerlo a tornare presso il padre. Ricciarda intanto è combattuta tra l'amore per Guido e la pietà che prova nei confronti del padre anche se la contrasta.

Atto II
Averardo si traveste da Corrado e riesce ad avere un colloquio con Guelfo e cerca di spaventarlo dicendogli che Salerno, di cui Guelfo è il signore, è pieno di nemici bavarici pronti a sostenere Averardo contro di lui e gli propone un patto: Guelfo dominerà su Salerno, le mura e il mare e Averardo su Avellino e Benevento e Guido sposerà Ricciarda.

Atto III
Averardo, grazie a Corrado, riesce ad incontrarsi con il figlio Guido nel sepolcreto. Guido desidererebbe che il padre fosse il vincitore della lotta fratricida, anche se sa che questo non può procurargli gioia. Entra in scena Guelfo con la figlia Ricciarda alla quale viene chiesto di decidere ed ella fa giuramento che non sarà sposa di Guido ma che seguirà la madre presso la sua tomba per finire la sua triste esistenza. Guelfo annuncia la guerra contro il fratello.

Atto IV
Ricciarda dice a Guido che se non potrà essere sua non sarà nemmeno del signore straniero al quale il padre l'ha promessa sposa e che ha deciso di farsi monaca. Ricciarda viene consegnata ad un fedele scudiero perché venga custodita e tenuta in salvo e intanto ha inizio la battaglia.

Atto V
Guelfo viene vinto e si reca al sepolcreto dove trova Ricciarda che non vuole svelargli dove si trovi Guido. Guelfo, sospettando che Guido si trovi nascosto tra le tombe, grida di avere ucciso la donna da lui amata e a quel punto Guido esce fuori dal suo nascondiglio e trovatosi davanti a Guelfo viene da costui ucciso. Accorre Averardo con le guardie e Guelfo, preso da terribile furore uccide Ricciarda e poi immerge il ferro nel suo petto.




Edizione di riferimento
Ugo Foscolo, Opere poetiche, edizione completa con biografia, bibliografia e note di Pietro Gori, Gherardo Casini editore, stampato nel 1991 in Jugoslavia per conto della Comarex di Verona.
Pagina a cura di Nino Fiorillo == e-mail:dlfmessina@dlf.it == Associazione DLF - Messina
TIESTE
Tragedia


PERSONAGGI

Guelfo.

Guido.

Ricciarda.

Corrado.

Averardo.

Uomini d'arme.

Guerrieri.

Scena: il castello del Principe in Salerno

ATTO PRIMO

SCENA I

Guido, Corrado.

Guido:
Fuggi! - Il mio duol col tuo periglio accresci.

Corrado:
Che dirò al signor mio, che lagrimando
Jer m'imponea di non tornarmi al campo
Senza di te? Sotto Salerno ei stesso
M'accompagnava; ei mi fu solo ajuto.
Al mio salir furtivo. Intorno al vallo





Chiuso nell'elmo, e fra nemici e l'ombre
Dubbioso errando, or ch'io ti parlo, aspetta
Il figliuol suo - Me misero! m'avanza
Poco omai della notte.

Guido:
Se del padre,
Quando a forza dal suo petto mi svelsi,
Non giovò il pianto a rattenermi, ah come
Ei non pensò che tu a mortal periglio
Venivi indarno; e che da questa casa
Prego o ragion non porrìa tormi? A lui
Torna, o Corrado; e tu per lui pugnando
Più degnamente spenderai la vita. -
La mia - dal di che la serbò Ricciarda,
A lei tutta io la deggio.

Corrado:
E tu che speri
Che Guelfo ignori che in sua reggia vivi

Guido:
Non so - ma Guelfo, ahi! di Ricciarda è padre.

Corrado:
Fremi dunque in nomarlo, e vedi sempre
Non di tuo padre il reo fratello in Guelfo
Che sue spoglie desia; non l'uccisore
D'un fratel tuo; ma di Ricciarda il padre?
Quei che dopo la lunga inutil guerra
A trucidarti, o Guido, armi più certe
Trovò nell'amor tuo? Che mentre in moglie
Ti promettea la figlia, ei sul tuo grembo
Nel convito ospital d'orrido tosco
Ti rapiva il fratello? E se Ricciarda
Da' labbri tuoi non rimovea quel nappo
Nè ti scampava in tempo, or giaceresti
Compagno alle insepolte ossa fraterne.

E or mentre il padre tuo corre a vendetta
E sovrasta a Salerno, e qui guidarti
Può la vittoria, armi abbandoni e padre
E patria e l'ombra del fratello inulta.
Or tutti a un tempo (nè di me ti parlo
Ma se tu peri, io non vivrò) noi tutti,
E pria l'amante tua misera donna,
Teco strascini a orribili sciagure

Guido:
Perchè Guelfo conosco, io mai Ricciarda
Non lascerò. S'oggi ei trionfa in guerra,
Io spento forse in campo; o vinto, errante
N'andrei.... E allor di lei che fia? di lei
Che in lunghi orridi guai (nè di ciò duolsi)
Vive per me? Schiava d'iniquo padre,
Con lentissime angosce e sotto il ferro
Sconterà allor d'avermi amato e salvo.

Corrado:
Ei fia sconfitto.

Guido:
E allor più il temo - allora
Pria di sua man darà Salerno al foco
Che in poter nostro: ultima gioja, e tomba
Gli saran le rovine: e in quelle fiamme
Per torla a me seppellirà la figlia.

Corrado:
Tardar l'assalto potrem noi; spianarti
Più vie che intanto al campo d'Averardo
Guidino teco la tua donna.

Guido:
E speme
Unica: - e vana! e s'io la nutro, temo
Che Ricciarda non m'odj. Or tu, se come

Gentile animo chiudi, amore intendi,
Sai che quando ogni speme altra è perduta,
Resta il conforto e il dolce alto desio
Di morir presso a lei per cui non puossi
Viver più omai. - Ben tu per l'infelice
Mio genitor che il morto figlio piange,
E invan l'altro richiama, almen tu vivi -
Indarno io prego? E tu mi guardi, e gemi;
E mi sforzi ai rimorsi e al pianto e all'ira!

Corrado:
Dunque per sempre il padre tuo ti perde?

Guido:
Te perde a un tempo; e di pietoso amico
Mal tu le parti con mio padre adempi.
Finchè di noi tu incerto il lasci, incerto
Sta d'assalir le rocche, e tempo e ardire
Cresce a' nemici: ma se tu di speme
Ch'io rieda il togli, anche il timor torrai;
E nel suo cor magnanimo e guerriero
Tornerà l'ira e la fidanza: e teco
Gli fia certo il trionfo; e nelle sorti
Avverse, almen tu – che di me più l'ami
Pur troppo! - a lui figlio sarai.... Ma cresce
L'alba, e cinto esser puoi da mille ferri.
Qui ogni uom l'abborre e ogni uom veglia per Guelfo –
Nè parti? - A senno tuo parti, o rimani:
Mi sarà nuova piaga ogni tuo detto;
Ma finchè morte su Ricciarda pende
Più che sul padre mio, m'odi, Corrado -
Non ch'uom mortale mai, nè Iddio potrebbe
Far ch’io mi parta, o snudi in guerra il brando.

Corrado:
Abbi il mio pianto, o Guido; altro non posso:
Ti fia dannoso or il mio sangue. Addio.
Amaro nunzio ad Averardo io torno.

Disperato partito, a racquistarti,
Piglierà al certo; e ov'ei non giunga in tempo
Sappia da me dove cercarti estinto.

Guido:
Se pur fuggir salvo potrai!... ma vieni -
Quinci ti fia cauto il partir: trapassa
L'arche e le volte oltre la quinta tomba;
Quivi è una lampa, e il mio secreto albergo:
Scendi un lungo trar d'asta a un arco angusto
Che mette al fosso; ivi men alta è l'onda.
Te il ciel guidi, o Corrado. Al padre narra,
Che ingrato io son - ma e più infelice. Addio.

Corrado:
Non sia questo l'amplesso ultimo nostro!

SCENA II.

Guido:
Ultimo! - almen perir dovessi io solo!
Non tremerei cosi vilmente. - O Guido,
Nella magion del traditor t'aggiri
Da traditor! Dell'avo mio sdegnosa
Spesso forse la sacra ombra mi guarda
Da quel sepolcro.... A che mi sproni? un tuo
Indegno figlio le tue case e l'are
All'altro da tanti anni empio contende:
E vuoi punirlo; ed a punirlo, erede
Della tua spada il padre mio lasciasti.
Ma io! - mostrar qui non m'attento un brando.
Porto ascoso il coltel come fa il ladro;
Nè oprarlo io posso contro a Guelfo. Ahi, dono
Di traditor fu questo! Ei mel donava
Allor ch'ei pace simulava e nozze:
Ei fea pensier che la sua figlia un giorno
S'io l'impugnava contro lui, m'odiasse -
Andiam, e il vile asilo mio m'accolga:

Spero or più invan di rivederla - e temo
Di rivederla; e se a me riede o parte,
Vedo Guelfo che i suoi passi circonda....
Vien forse? - ah troppo or si dirada il giorno;
E tarderà troppo la notte a farle
Men periglioso il suo venir. - Pur odo
Più a me sempre vicine affrettar l’orme....

SCENA III.

Guido, RICCIARDA.

Ricciarda:
Guido! - Qui sei.... pur ti ritrovo!

Guido:
Ahi! come
Anzi ora qui? - Misero me! ti miro
Pallida, incerta, ed anelante.

Ricciarda:
O Guido!
Io ti credea da me diviso.... e spento.

Guido:
Che spento io cada, per te sola il temo;
Ma ch'io mi parta, o donna mia, potevi
Crederlo tu?

Ricciarda:
Te a preghi miei pietoso
Spero e che alfin ti partirai; ma dianzi
(Ne tremo ancor) credei che a fuga e a morte
Corressi tu. - Dall'alto di mie stanze
Vidi un guerrier di brune armi coverto
Guadar, pur or, a gran fatica l'acque
Ond'è cinto il castello; e giunto a proda
S’aprì la via tra le guardie col brando,

E correndo per l'erta, oltre le mura
Balzò da merli perigliando e sparve.
E tu quel mi parevi; e chi potea
Chi se non tu, così fuggirsi? e ratta
Venni; e se qui non eri, io m'affrettava
Ad accertarmi se cadesti illeso,
O a raccorti morente.

Guido:
Altri in quel luogo
Perì, se il cielo nol serbò pietoso
Al padre mio!

Ricciarda:
Qui teco altri era?

Guido:
Occulto
Venne Corrado a ricondurmi al campo.
Poteva udirlo io forse? Ottenne lungo
Silenzio, e poscia irati detti e pianto;
E avrà, se è spento, eterno pianto - e vano!

Ricciarda:
Misera! ch'io dagli occhi miei ti perda
M'è sì amaro pensier, che appena il vince
La ria certezza che qui resti a morte.
Sperava io sì, che ancor sola una volta
Ti rivedrei, che fida unica scorta
Tra l'ombre, e i ferri, io ti sarei per trarti
Di mille insidie che ti stanno intorno,
Per dirti addio, per non più mai....

Guido:
Deh il versa
Sovra il mio petto sempre, e meno amaro
Ti fia quel pianto.


Ricciarda:
Da te lunge il pianto,
Che or parlando mal freno, da te lunge
Men amaro mi fia; chè allora almeno
Potrei versarlo, e non temer che misto
Scorra col sangue del tuo cor trafitto
Dal padre mio - sull'ossa ahi!... della mia
Madre trafitto.

Guido:
A piangermi, nè un’ora
Ti lascerebbe. A me crudele il temi?
Clemente a te? Dal dì, che me dal tosco,
lui da più infamia, e nuova colpa hai salvi
Ti festi rea da disperar perdono.
Ben ci sperò che l'amor mio faria
Vile o più lento d'Averardo il brando.
Per più atterrirmi, or ei ti serba in vita;
E nel tuo volto, ove mal finger sai,
Sempre esplorar che mal suo grado m'ami;
Sempre ne' suoi ricordi atri notarlo
Per cancellarlo un dì col sangue. Ogni atto,
Ogni lagrima tua, la voce, i cenni,
Ed il silenzio, a raffermar varranno
Il rio decreto, ov’ei talor rammenti
Che è padre.

Ricciarda:
È spesso, e con pietà il rammenta.
Quanto amar può chi sè medesmo ha in odio,
M'ama; e ciò tempra i suoi furori. A tutti
Svela sue colpe; ma del cor le angosce,
Fuor che a me sola, a tutti asconde. Io sola,
Quand'anche i sgherri suoi trovano il sonno.
Lo intendo andar per la sua vota casa;
E paventa esser solo: e me sua guida
Appella; e dopo un tacer lungo, invoca
Gli avi e la morte e la consorte e i figli.

- Iddio, di cui mai non favella, Iddio,
Non che conforto come a noi, ma speme
Più non gli è di perdono. Oh di che preghi,
Sovra l'altar delle più arcane stanze,
Di che minacce insieme, e di che pianti
Orribilmente insulta il cielo, e trema -,
E geme, e freme... ahi sciagurato padre!
Ed oggi che a battaglia alto vi sfida,
Io so che disperato a pugnar vola
Sol per fuggire i suoi terror sotterra.
Vedi se pianger nol degg'io? Diffida
Di me, nol niego; ma di tutti, e molto
Di sè medesmo ei trema: ed io.... son rea.

Guido:
D'amarmi?...

Ricciarda:
No, rea non mi tenni io mai
D'amarti:e innanzi che a te invano il padre
Mi promettesse, il sai, gran tempo innanzi,
Da che prima venisti, ed io ti vidi
Giovenilmente generoso e altero,
T'amai, Guido, t'amai; tacita ognora
Arsi quanto il mio core arder potea;
Piansi per te, nè men dolea; t'amai
Quanto amar sa mesta donzella e sola,
Che sol trova in amore ogni conforto;
Ma non mi tenni io rea. Poi quando infausta
Certezza ebb'io d'esser da te divisa,
Più ognor t'amai. Te sempre amo, e ti sono
D'alto innocente eterno amore avvinta;
Se rea.... - e per farmi del tuo core indegna
Forse.

Guido:
Tu mai, tu del mio core indegna
Tu che a virtù mi sei sprone ed esempio

E se non fosse che spiacerti temo,
Credi tu che porrei tutta mia speme
Nel morir teco? inutil brando io cingo
Sol perchè tu non possa oggi incolparti
D'amar colui che ti guerreggia il padre:
Sol per la fama tua, taccio, ne spero
Quel ch'io più bramo; e mille volte il labbro
Apro, e in silenzio doloroso il chiudo.

Ricciarda:
Ben io lo intendo: e oserò dirlo io prima -
Dì e notte tiemmi e lusinghiero e forte
Il pensier di fuggir teco dal padre:
E più che il padre e il suo misero stato
E il suo periglio, men rattiene amore
Di te; di te, che a snaturata figlia
Sposo infame saresti; e ad Averardo
Faresti dono d'abborrita nuora:
Ed io madre sarei di maledetti
Figli e spregiati - ahi misera! tu stesso
Forse un dì temer puoi che ben sapria
Tradir lo sposo chi tradito ha il padre.
Pur di tradirlo io mi pensai. Ma farne
Ammenda io vo' col torre a me ogni speme
E a te ad un tempo, e giurarti che mai
Per questa via non mi darai salvezza.
A te il mio core; e al ciel. la vita io fido:
E quando altri la brami, io potrò almeno
Darti innocente il mio sospiro estremo.
Ma più di me tu d'ora, in ora stai
Sotto la scure -... Intendi?... ei vien!...

Guido:
D’armati
Son passi....

Ricciarda:
Ei vien! salvati.

E fuggir sempre?

Guido:
Ahi vita indegna! - assai men grave è morte.

Ricciarda:
O Guido mio! pietà di me ti vinca....
A sera, e avrai l'ultimo addio, qui riedo;
Fuggi....

SCENA IV.

RICCIARDA, GUELFO, UOMINI D'ARME

Guelfo:
Tu qui?

Ricciarda:
Signor....

Guelfo:
Smarrita - esangue -
Tu qui! - Che il padre ti chiedea, sapevi?

Ricciarda:
Dianzi Ruggier me l'imponea.... ma quando....
Nè dove.... incerto m'era.

Guelfo:
E a me più incerto
Se tu in unir reggia stavi; altri ti vide
Dianzi avviarti fuggitiva.

Ricciarda:
E parte,
Questa dov'io men venni, è della tua
Reggia....


Guelfo:
E la, miglior parte. - E per me dunque
Qui sì ratta venivi? Ma tu cerchi,
Parmi anzi tempo, tra gli avelli il padre.

Ricciarda:
Cerco la madre mia, se pur intende
Il mio lungo doler che ad uom vivente.
Fuorchè ad un solo, io non direi; nè quanto,
Sebben talor di me ti dolga e m'ami,
Padre acerbo tu sia; nè come il crudo
Sospettar che di tua mente infelice
Tiranno è fatto, il cor mi strazi a brani.
Certo il mio volto ad altri il narra, e sai
Se anche presumi che tua morte io speri,
Veder da te, che pria de' tuoi fien tronchi
I miei dì dall'angoscia. Or finchè lieta
Vita non hai, nè tu l’avrai, pur troppo.
Viver degg'io sol per morir tua figlia.

Guelfo:
Qui dunque, innanzi di tua madre all'urna,
Ti fia men grave fra non molto udirmi -
Ma ch'io mal non sospetti, assai n'è prova
Quel traditor, che qui notturno errava.
Tu il sai?

Ricciarda:
Rumor men venne....

Guelfo:
E se nel viso
Ben ti discerno, di pietà confusi
E di terror pel rischio suo ti fai
E sai che ignoto dileguossi e illeso?
Ne sarai lieta.


Ricciarda:
Io? - d'uom ignoto....

Guelfo:
Agli altri:
A me, no - E teco io lieto son ch'ei viva.
Mi dorria se di morte altra perisse,
Che di ferro: e del mio. - Ruggier, t'appressa.
Sovra color che mal vegliaro a guardia,
E contro a un sol, viltà si fosse o trama,
Ebber ratte le piante e tardi i brandi,
Opra la scure.

Ricciarda:
Deh padre! - Soverchio
Terror a disperata ira può indurli;
Pensa deh che straniere infide genti
Provochi; e or tu commessa hai ne' lor ferri
La tua difesa - Deh ristatti alquanto,
Ruggier - O signor mio, vedi chi reca
I cenni tuoi di che ribrezzo umano
Impallidisce.

Guelfo:
Vil genia, che vende
Il braccio e il cor, m'atterrirà? - Ruggiero
Tu va; scorra quel sangue: alle altre schiere
Sovra quel sangue molto oro dispensa -
Or vien, Ricciarda.

Ricciarda:
O che oltre modo ei finge,
O troppo io spero, il crede in salvo....

Guelfo:
Or vieni

ATTO SECONDO

SCENA I.

GUELFO, RICCIARDA, UOMINI D'ARME.

Guelfo:
Uberto, co' Normandi esci oltre i ponti:
E all'orator del mio nemico intima
Ch'ei venga inerme; e tu rimani ostaggio. Ite.

SCENA II

GUELFO, RICCIARDA .

Guelfo:
Qui dianzi, e a gran fatica, io volli
Dissimulando divorarmi l'ira
Che nel cor mi rompea; vidi che noto
T'era colui che si fuggia sull'alba;
S'ei ti parlasse, io nol saprò.... e ne tremo.
Ma ch'ei venne a sedurti, e perchè questa
Via gli falliva, a nuova arte s'appigli,
M'è chiaro indizio l'orator di pace
Che il padre suo dal campo oggi m'invia:
Nè udirlo io vo', se non perchè tu meco
Piena risposta gli darai.

Ricciarda:
Che posso
Dir, signor mio, che tu nol voglia?

Guelfo:
Non sol dèi tu.; ma qui - su le sacre ossa
Di tua madre giurarlo. Ove tu il nieghi,
Saprò ch'io posso giustamente odiarti.


Ricciarda:
E a me il giusto odio tuo, misera manca,
A veder piena la sciagura mia!...
E la tua forse. Ancor talvolta, o padre,
Trovi conforto nel veder ch'io merto
La tua pietà.

Guelfo:
Assai men duro assai
Sarebbe il viver mio, s'io non t'amassi;
E men reo, se tu rea prima non eri
D'occulto amor per chi più abborro; e a cui,
Solo a chiarire i miei sospetti, io in moglie
Fingea di darti: e tu più lieta allora
Già col pensiero abbandonavi il padre,
Lieta correvi al figlio di colui
Che da astuta madrigna ebbi fratello;
Che al moribondo padre mio carpiva
Mezzo il retaggio mio; che mi diè guerra
Tal che perdesti due fratelli.... e mai,
Per vendicarmi, o al fratricidio trarlo,
Nol vidi io, mai! - Mortal veleno in petto
Mi versò la tua gioia, e rimertarne
Volli il tuo seduttore; - e tu il salvasti!
E all'onta della colpa, e alle minacce
Resto, e al terror che tu mi fugga: e vedi
Se il sospetto, e il funesto amor paterno,
E la pietà di me medesmo, e l'ira,
Ma più l'incerta mia lenta vendetta
Mi faccian dentro orribil guerra.... E spesso
Sovra il tuo cor m'armano il pugno; e or fiero
Dagli occhi miei strappato il pianto, e il vedi
Tu spesso, e n'ho rabbia e vergogna - Un solo
Scampo (e non io, che me fuggir non posso)
Un solo scampo hai tu; ma s'oggi il perdi,
Meco uscir dèi d'ogni speranza.


Ricciarda:
Ah tolta
M'è da che teco sei crudel. Ma pena
A me fu amor pria che in me fosse errore.
Errai troppo sperando; e colpa io m'ebbi
Così di farti e sventurato e reo.
Ma involontaria il feci. Ohimè! sperai
Che le mie nozze ti sarieno pace
Di tanta guerra; e che sopite alfine
Vedute avrei le crude ire fraterne.
Sperai, che se a te il ciel tolse la prole
Atta al brando e allo scettro, e insidiato
Sei d'eredi stranieri, io forse un giorno
Ti farei lieto di nepoti, e sgombra
La tua casa vedrei di compre, infide,
Barbare spade che a noi son terrore,
Più che difesa. E non per anche al tutto
Sarà, se il vuoi, la mia speranza estinta.
Dall'amor tuo per l'infelice figlia
Che rea cagion di tua miseria estimi,
Saper ben puoi quanto Averardo un figlio
Unico e sempre in gran periglio, or deggia
Amar: e forse egli a te pace or chiede
Obliando l'offese, e alla comune
Pace fors'io....

Guelfo:
Ma e pensi tu che nozze
E Amore acquietin gli odj? Amor diè sempre
Dritti a usurpare, ed armi occulte ai prenci:
Ti strascinava Amor dove al mio scettro
S'anela e al sangue; o misera! tu andavi
Ostaggio eterno e schiava: e indarno avresti
Di riveder il genitor morente
Forse implorato dagl'iniqui; e forse
Più non vivresti a darmi tomba. Io deggio
Ben io temerli, e odiarli quindi; odiarli

Quanto gli offesi; e quanto può avvilirmi
Il lor perdono: e odiarmi denrio; e ogni uomo,
Purchè nessun mi spregi, ogni uom m'abborra;.
Tremar mi faccia e tremi. - E' di tant'odio
Pace tra noi che perfida non sia?
Pace un dì recò Guido, e ti sedusse!
Vorrò dar pace ad altri, io che più averla
Nemmen sotterra.... potrò forse? - Un tempo,
Un tempo fu ch'io mi pascea di liete
Lusinghe anch'io! ma nel mio seno allora
Gioia e dolcezza il tuo sguardo spandea,:
Eri innocente allor; nè m'irritava
Una lagrima tua, nè sul tuo volto
Mi sforzavi a spiar nuovi e crudeli
Indizi, e a paventar d'esser tradito. -
Appieno almen fossi tu rea!... Ma fuggi;
Stien l'alpi e i mari in mezzo a noi: t'invola
E se più orrenda si farà la mia
Solitudine lunga, io, non foss'altro,
Dovrò in me solo incrudelire. - A sera
Te n'andrai sposa di Bretagna al Conte
Pria che le colpe e le sciagure nostre
Risappia, e averti chiesta egli si penta,.
Ma innanzi all'orator, sovra queste ossa
Rinunzia a Guido, e l'odio mio gli giura.

Ricciarda:
L'odio tuo? Qui?, dove sovente a Guido
Amor giurai? - Tu allor m'udivi, o Madre!
E se dal ciel non prevedevi i tristi
Dì della figlia tua, lieta eri forse
De'giuramenti miei. Deh padre! io sempre
Starò divisa, poichè il vuoi, da Guido:
Piangerò teco io sempre; e ben il merto,
Se pel mio fallo ogni uomo abborri, e sei
Di speme, e di te stesso, e d'Iddio privo:
Piangerò teco: e ne' solinghi amari
Ombrosi giorni che tu meni, al pianto
Della tua figlia, e spesso il provi, avrai
Talor conforto.... E se per altri il pianto

Mai verserò, tu nol vedrai. Chi, resta
Qui, se, non io, che vegliando, pregando
Con penitenti gemiti t'implori
Pietà dal cielo, e che distor ti possa
Dal morir disperato?

Guelfo:
E tu pur sempre
Mi fai forza alle lagrime?... Chi sei
Tu, perch'io deggia trapassar dall'ira,
Alla pietà? Riarde l'ira al pianto
In me; e tu il sai. Va piangi teco, e teco
Fin ch'io t'appelli ti consiglia. Poscia
Qui, non dolente, ma in regale aspetto,
Altri che or giunge dovrà udirti; e i tuoi
Detti fien norma all'oprar mio. Ti parti.

SCENA III

GUELFO, AVERARDO, CORRADO, UOMINI D'ARME.

Guelfo:
Com'io intenda d'udirti, abbi argomento
Dal loco ov'io t'accolgo.

Averardo:
I monumenti,
Signor, io veggo de' tuoi padri: e gioja
Essi n'avran se col fratel....

Guelfo:
Non ebbi
Fratelli io mai. So che scendea Tancredi,
Mentr'io versava in Palestina il sangue,
A nuove nozze: e dimezzò il mio regno
Quindi per darlo a chi credea suo figlio.
So che colui fanciullo, e inetto al brando,

Al mio tornar fuggì in Lamagna, e l'anno
Trentesmo volge omai da ch'ei pur sempre
Fratel mi chiama a guerreggiarmi e tormi
E regno, e figli, e onore. Alto or m'appella
De' suoi figli assassino, e disertarmi
Giura de' tetti miei. Se il feci - o ingiusta
Vendetta feci - ecco, alla sua vendetta,
Oppongo l'armi. Se nol feci, - io deggio
Trar dalla sua calunnia alta vendetta.
Or più assai ch'ogni taccia, or la discolpa
Vil mi faria: resterà l'onta al vinto.
Or come offerir mai, nè accettar pace,
S'egli nel sangue si richiama offeso,
Io nella fama?

Averardo:
Assai ragion di pace
Stan nelle accuse tue. Esul fuggiva
Il signor mio, perchè tu d'Asia in armi
Minacciando venivi. Che Tancredi
Tra voi partisse ingiustamente il regno,
Non so; ma ben più ingiusto era Averardo
Se abbandonava i figli suoi mendichi
Del retaggio degli avi: e sol. da quando
Fu padre, ei tel chiedea. L'armi opponesti:
E tel chiedea con l'armi: e i figli tuoi
Cadder - ma in campo, ed han sepolcro e fama.
Vinse; e ancor regni: ecco ragion di pace.

Guelfo:
Ragion di guerra è il dirlo - Astuto meco
Parli, ed ardito.

Averardo:
Ardito; e più il vorrebbe
Forse Averardo; astuto no, se m'odi.


Guelfo:
Ma e tu chi sei che parli?

Averardo:
Io son Corrado;
Guerrier d'Arrigo un dì.

Guelfo:
Ben io ti vidi
Tosto all'aspetto il ghibellino core.
Prode guerrier tu sei: ma meno antico
Della tua fama io ti credea nel volto -
Or dimmi: e quando data era la fede
Di quella pace, orrido aguato forse
Teso non fu? Guido avvilia l'altero
Cor di Ricciarda anzi che nuora il padre
Me la chiedesse; e quindi, ov'io l'avessi
Ripulso, a fuga seco trarla; e quindi
Con quel dritto sul mio trono sedersi.
Vidi l'aguato.... ahi! non in tempo a trarvi
L'iniqua stirpe tutta. E co' suoi figli
Perchè non venne allor nella paterna
Casa Averardo?... ed io l'avrei.... pur anche
Come nell'alma, conosciuto in volto.

Averardo:
Allor che Guido occultamente il core
Pose in vergin regale, e ne fu amato
Ben si fe' reo: nè ancor sapea che in corte
Delitto è amore; e ch'oggi a vil si tiene
Chi gli dà pena che non sia di sangue.
Ma di che fero duol dovea piagarti
L'orror del figlio suo, vide Averardo;
Nè ad altro intento che di pace ei chiese
La figlia a te. Che se a vendetta giusta
Simulasti assentirla, assai vendetta
Non t'è colui che spirò in grembo a Guido? -
Giusto duole armò il padre; or si rimane,

Che oltre molte cagioni oggi il costringe
Anche l'amor per l'infelice Italia.

Guelfo:
Amor d'Italia? A basso intento è velo
Spesso:e tale oggimai s'è fatta Italia,
Ch'io, non che dirmi suo campione, e inulto
Lasciar per essa d'un mio figlio il sangue,
Io sdegnerei di dominarla, ov'anche
Sterminar potess'io, tutti i suoi mille
Vili signori, e la più vil sua plebe.

Averardo:
Inerme freme, e sembra vile Italia
Da che i signori suoi vietano il brando
Al depredato cittadino, e cinti
Di sgherri o di mal compre armi straniere
Corrono a rissa per furor di strage
E di rapina; e fan de' dritti altrui
Schermo e pretesto alla vendetta.. e quindi
Or di Lamagna i ferri, or gl'interdetti
Del Vaticano invocano. Ben s'ode
Il Pastor de' fedeli gridar: Pace
Ma frattanto, a calcar l'antico scettro
Che a Cesare per tanto ordine d'anni
Diedero i cieli, attizza i prenci: e indurli
Ben può alle colpe; non celarle al guardo
Di chi vindice eterno il ver conosce.
Ma a noi che pro chi vinca? infame danno
Bensì a noi vien dal parteggiar da servi
In questa pugna fra la croce e il trono,
Per cui città a cittade, e prence a prence
E castello a castello, e il padre al figlio
Pace contende, e infiamma a guerra eterna
L'odio degli avi, ed a' nepoti il nutre.
E di sangue, e di obbrobrio inonderemo
Per l'ire altrui la patria?, Imbelle, abbietta,
Divisa la vedran dunque i nepoti

Per l'ire altrui'? Preda dell'ire altrui
Forse da tante e grandi alme d'eroi,
Fondata fu? - Togli alla Guelfa setta,
Che in te fida, l'ardire; e a' Ghibellini
Averardo il torrà. Congiunte e alfine
Brandite sien da cittadine mani
Le spade nostre; e in cittadini petti
Trasfondererno altro valore, altr'ira.
E co' pochi inagnanimi trarremo
I molti e dubbi itali prenci a farsi
Non masnadieri, o partigiani, o sgherri,
Ma guerrieri d'Italia. Ardua, è l'impresa,
E incerta forse; ma onorata almeno
Fia la rovina; e degli antichi al nome
L'età future aggiugneranno il nostro.

Guelfo:
Se grande Italia un tempo era, nol cerco.
Qual è la vedo, e la dispregio. Io patria
Non ho che il trono, a cui nulla io prepongo
Che la vendetta. E a che parli d'eroi?
Tacer fia meglio degli antichi: e giova
Che stolti più di noi sieno i nepoti:
La gloria altrui splende a mostrarci abbietti.
Io del futuro a me chiudo la porta:
Io sol dell'oggi ho cura. Ardire a' Guelfi,
Perchè voi li temete; e omaggio a Roma,
Perchè sta inerme e frena il volgo, io presto:
Mi benedice e non mi spezza il brando
Se ragioni di pace altre non rechi,
Ti parti.

Averardo:
Se nè patria omai nè fama
Ti tocca il cor, di te medesmo almeno
Amor ti vinca. Ribellanti e scarse
Son le tue schiere: e di Salerno intanto
Di bavariche spade orrido è il piano,

Al signor mio devote, alla vittoria
Anelanti e alla preda.

Guelfo:
Antica è l'arte,
Atta sol ne' codardi, onde il nemico
Vuol atterrire altrui di quel terrore
Ch'ei per sè prova; -

Averardo:
Sì,... teme Averardo
Pel figlio suo unico omai, che amore
Forsennato può torgli. E l'ira tua
Teme per la tua figlia; e per sè teme,
E perciò sol fuggì il tuo aspetto.... ei teme
Che tu a forza nol tragga un dì a macchiarsi
Del sangue tuo.

Guelfo:
Io il bramo.... ov'io del suo
Nol possa. Ah mai, se non se morto, e d'altra
Man non vorrà ch'io vegga alfin chi egli era
Quel mio fratel! - E quali patti or m'offre?

Averardo:
Che tu Salerno e le castella e il mare:
Esso Avellino e Benevento regga;
E Guido in moglie abbia Ricciarda.

Guelfo:
Accolti
Denno esser dunque da Ricciarda i patti
Pria che da me.. Perfidamente venne
Altro orator: ma, a quanto io so.... nol vide.
La udrai tu qui. Col tuo scudier frattanto
Abbiate stanza, e la mia fè. - Mi siegui.


SCENA IV.

AVERARDO, CORRADO.

Averardo:
Corrado!... e il figlio mio?...

Corrado:
Cauto qui riedi;
Da me saprà che in grave rischio stai.

ATTO TERZO

SCENA I.

CORRADO, GUIDO

Corrado:
Deh vien!

Guido:
.... A che?... sol per mostrarmi al padre
Ingrato appieno? - Eccovi soli; inermi;
Ignoti forse per brev'ora a Guelfo.
E non che trar per voi l'unico ferro
Che a noi rimane.... vedi orrido stato!...
Volger in me nol posso, e la funesta
Speme alfin torvi di mia vita. Or fatto
Vile davver son io.... Lascia ch'io rieda....

Corrado:
E che dir deggio?...

Guido:
Oh ciel!... - Ma vedi queste
Imbelli mie lagrime vane?... al padre
Di' che celarle a tutti deggio, e a lui
Più che ad altr'uomo.... lasciami....


Corrado:
Deh Guido!
Anche il vederti al padre tuo contendi?
Senza te mi rivide, e tosto ei diessi
A questo passo estremo; nè fe' motto
Se non quest'uno: "Al popol mio soccorri
Tu, s'io non riedo": e si partiva occulto:
Mal suo grado io seguivalo - Gli fia
Or destro il tempo a favellarti e il luogo:
Qui Guelfo ingiunse ch'ei l'attenda....

Guido:
Vedi....
Fuggir nol posso.... ci vien.

Corrado:
Starò da lungo
Vigile intorno del tiranno ai passi.

SCENA II.

GUIDO, AVERARDO

Guido:
.... Signor....

Averardo:
Oh figlio mio! - Tu piangi
Dimmi tu pur, se impallidir vedesti
Mai, se non oggi, di tuo padre il volto?

Guido:
A pianger tu.... forza mi fai; tu solo.

Averardo:
Nè gemi tu per l'onor nostro? Il nome
Mentir degg'io; venir furtivo e umile
Dov'io saprei correr col brando: e quasi
Da bassi iniqui oltraggi, e più dal troppo

Timor per te, tratto a svelarmi, e insieme
Perdere e fama e patria e figli: e quando
Da vincitore io dar potrei perdono,
Il chieggo; e a chi!... - Sangue vuol Guelfo.

Guido:
Il nostro
Incerto e poco è a dissetarlo: ei pronto
Tien della figlia l'innocente sangue.

Averardo:
Dono è di lei se ancor son padre; e il paga
D'acerbissime lagrime: nè mai
Mi crederei d'averti salvo, ov'ella
Schiava restasse. Ma il suo scampo e il nostro
Nell'armi sta. Se qui non eri, or certo
M'era il trionfo. Molte vele a noi
Pisa inviò che il mar quindi e la fuga
Torriano a Guelfo. Alle mie tende, irati
Del sangue ond'ei punisce ogni lor fallo,
Molti de'suoi rifuggono: e se pronti
Assalirem le mura evo la notte
Ombrosa sorga, sbaldanzito a un tratto
Il tiranno vedrai, che dal timore
Proprio e dal nostro il suo furor desume.

Guido:
Quindi il furor fia disperato - Ahi! certo,
Ricciarda mia, certo il tuo scempio or veggio.

Averardo:
E teco il mio - se patria io non avessi.

Guelfo:
Signor, deh corri a vendicar quel figlio,
Che non moriva ingrato; abbatti l'empio;
Spegni le faci onde in Italia infuria
La Guelfa setta. Io no, padre, non bramo

Che il glorioso brando tuo si calchi
Dal traditor. Ma nè sperar tu dèi,
Nè bramar più ch'io viva. Ogni mia speme,
Poca, ed iniqua.... Odimi, e fremi - tutta
Posta io l'avea nella vittoria sola
Di Guelfo.

Averardo:
O mio misero figlio!... Al pianto,
Più che all'ira mi sforzi. E sì funesto
Amor t'acceca?

Guido:
Amor, io solo il sento
Sol io mi so quanto da lunge ci scerna
Le sue vere sciagure. In forza altrui
E' l'infelice donna mia; più m'ama
Più ch'io stesso non l'amo; e in sè pur chiude
Core e virtù di figlia, e il padre mai
Non lascerà finchè è in periglio; ed io
Non vorrò indurla, a tal disdoro io mai.
Sol se un dì ci vedrà' miseri e inermi
Vinti da Guelfo e senza patria... allora
M'anteporria forse al felice padre -
Ma non che mai gioirne io sdegno e abborro
Così iniqua lusinga, e mal mio grado
Talor m'assale; e a te svelarla, io deggio:
Giusto è ben che tu sappia or per qual figlio
T'armi e t'arrischi, onde ti sia men grave
Se oggi tu il perdi.

Averardo:
Tutto perder bramo,
Anzi che te; ma tutto perdo io teco
Finchè tu chiudi a ogni speranza il core,
Finchè ogni umano ajuto or la deserta
Vergine teme o sdegna.


Guelfo:
Morir meco,
Null'altro può, nè vuol Ricciarda: e questo
Ultimo dono di sublime amore
Sol da lei sperar deggio; e da te, o padre,
Il non vietarlo. Alla tua patria vivi,
O generoso; e il deturpato scettro
A redimer degli avi, e la tua casa,
E queste tombe; e il tuo Guido, e Ricciarda
Saranno in sacro o lagrimato avello
Di tua, mano congiunti - altro non puoi.
Quai che pur sien dell'armi oggi gli eventi,
Si certo io son ch'ella sè stessa, or serba
Vittima incauta a sua virtù, ch'io spesso
Veggo lo spettro di Ricciarda; e l'odo
Parlar, e dirmi - Il padre mio m'ha uccisa.

Averardo:
Empio il conosco; non però il presumo
Sì disumano. O Guido mio! non vive
Padre sì iniquo, che non senta in core
Pietà de'flgli suoi -- Ma il cielo a'figli
Non diè pietà per gl'infelici padri!
Terror t'illude per l'amata donna;
Terror men vano è il mio....

Guido:
Né tu mi salvi
Or mi costringi a seguitar tuoi passi,
Ch'io snaturato figlio esser non posso,
Quanto infelice io sono - ma ch'io viva,
Far non potrai. S'anche pietà del padre
A tollerarle m'astringesse, ahi lente
Ali struggeranno agli occhi tuoi le angosce
Mie disperate. Con sicuro e quasi
Lieto sguardo io finor vidi la morte.
Solo il tuo lungo necessario lutto
Pianger mi fea; ma il tuo periglio orrendo

Mi strazia il cor di nuova piaga, e ch'io,
Padre.... io da te non attendea.

SCENA III.

AVERARDO, GUIDO, CORRADO.

Corrado:
Lontano
Guelfo non è forse da noi: le guardie
In armi vidi.

Averardo:
Addio.... se sconosciuto
Pur anche io resto, rivedrai tuo padre.

Guelfo:
A morto resti.... oh ciel!...

Averardo:
A prova estrema
Venni, e starmi degg'io fino all'estremo. --
Ma se il tornar qui mi fia tolto, al brando,
Spietato figlio, io disperatamente
La tua salute fiderò. Nel campo
Qual io vissi morrommi; e a Dio l'estremo
Priego per te rivolgerò, che padre
Non sia tu mai.

Guelfo:
Me misero! Il tuo prego
Cadrà su lei ch'esser dovea tua nuora!

Corrado:
Deh! t'invola.

Guido:
Purchè tu viva; ah ch'io
Più mai non tocchi la tua destra, o padre;


Piangi Ricciarda , e al figlio tuo perdona. -
E tu all'amico.

SCENA IV.

AVERARDO, CORRADO.

Averardo:
E tu - tu pur, Corrado,
Tu, più che figlio, sovrumano amico
Perir vorrai?

Corrado:
Or pel tuo figlio solo
Tremar dèi tu; ma per la patria io tremo,
Chè prence e amico, ove tu cada., e padre
Perderem tutti - Vien Guelfo.

SCENA V

AVERARDO, CORRADO, GUELFO, RICCIARDA , UOMINI D'ARME.

Guelfo:
Costei,
Di sè donna oggimai, darà alle offerte
D'Averardo risposta alta, assoluta;
Nè forse a grado mio.

Ricciarda:
Ma qual l'attende
Guelfo dalla sua figlia; e il tuo signore
Da lei che nuora elesse; e Italia tutta
Dalla nipote di Tancredi. Trema
Forse l'esangue labbro mio; ma parlo
Mentr'io dal cor la speranza mi svelgo
Con cui sostenni la mia vita;... ed ora
Più ancor m'assale.... ed io vinco morendo.
Il mio signor m'impone oggi ch'io giuri....

D'obbliar Guido ....

Guelfo:
Odiarlo.

Ricciarda:
Io nè ciò posso
Che non è in mia balia; ma se il potessi
Di abbietta alma sarei: nè torre io deggio
Anche il mio core a chi se udisse quanto
Udrete or voi, di duol morrebbe. Io lui
Unicamente amai; lui senza speme
Amo pur anche, e morir sua pur voglio.
Ma pria che data gli fui tolta: e quindi
Veggio mio padre in guerra, e tanta apersi
Piaga alla mesta anima sua, ch'io sola
Forse potrei sanarla - io che compagna,
Quando fanciulla, orfana, incauta un giorno,
Mi abbandonò la madre, unica a Guelfo
Rimasi: e a lui la moribonda donna,
Fidò la figlia; e a me il consorte, afflitto
D'occulte orride angoscie. Ah! se la calma
De' suoi dì pende da me sola, e sola
Cagione, io son di tante stragi, o il cielo
Offenderei s'io di mia man perissi,
Deh omai l'armi posate. Al padre io resto
Nè sarò d'altri mai - Odi tu, o madre!
Forse.... col mio sospiro ultimo.... il dico....
Giuro: Ch'io non sarò moglie di Guido.
E un altro, o madre, giuramento ascolta:
Finchè da te raccolta esser io possa
Nella tua pace, mi vedrai qui errando,
Tacitamente invocar l'ombra tua.
A me talamo e reggia e asilo e speme
Fia questa tomba, ch'io tocco tremante;
E dove teco -.m'accorrai, tel giuro,
Infelice, e innocente.


Guelfo:
Il primo è santo;
Dell'altro voto io ti sciorrò. Straniero
Sposo, e lontana sepoltura, avrai.
Esci.

Ricciarda:
Non morrò d'altri - Ad Averardo
Dite che il suo figlio consoli.... e il salvi.

SCENA VI.

GUELFO, AVERARDO, CORRADO, UOMINI D'ARME.

Guelfo:
T'è assai risposto. Or quanto udisti, apporta.

Averardo:
E guerra insieme

Guelfo:
E tal che poscia il piano
Sotterrar possa tutti i vostri, o i miei.

Averardo:
Da capitano il prence mio guerreggia
Sino al trionfo; nè alla strage anela,
Nè morte incauto affronta.

Guelfo:
E a me si cela
E mi manda i più arditi. Or dunque godi
La morte, tu per esso. A entrambi io scorgo
Non so che in volto di superbo e astuto
Ma tu più molto, o eroe nuovo d'Italia,
Co' sensi tuoi, col mal represso orgoglio,
Con quegli sguardi che pietoso ad arte
A Ricciarda volgevi, in cor mi svegli
L''infame figlio d'Averardo, e insieme

Tutto il mio sdegno - e tal.... ch'io t'abborriva
Com'io ti vidi.

Averardo:
Non abborro io mai;
Bensì. dispregio. Or tu rompi a tua posta
La fede

Guelfo:
E della tua chi m'assecura?

Averardo:
Inermi siam

Guelfo:
Ma non di fraudi. Guido
Ch'altri non fu di voi, non venne ei forse
Qui di soppiatto?

Averardo:
Se ciò fu, la tregua
Fu pattuita poscia. A giusta pena
Esso veniva; a indegna noi - ma infame
A te; nè invendicata. I tuoi Normandi
A te il lor duce chiederan che ostaggio
Lasciasti a noi.

Guelfo:
Se chi t'invia, qui fosse,
Non sol gli umani sdegni. e le. altrui vite
A vil terrei; ma e vita e trono e cielo,
Purch'io vedessi trucidata alflne
Quell'odiata unica vita. Ah indarno
Ciò dalla guerra io spero sempre! A voi
Di vili insidie e di codarde tregue
E' pretesto la guerra. Or va: ben d'altro
Sangue m'è d'uopo che del tuo. - Bendate
Gli occhi a costoro; abbian commiato e scorta.
Mi seguan gli altri su le rocche e al mare.

Inevitabil pugna oggi v'appresto.

Averardo:
Del di gran parte è corsa; e fin all'alba
Già fermata è la tregua.

Guelfo:
Io la disdico.
La notte a voi farà il mio ferro e il foco
Orrendo più.

Averardo:
Te preverremo: e troppa
Sarà la notte all'empia strage e al lutto.

ATTO QUARTO.

SCENA I.

Ricciarda:
Torgli il pugnal degg'io. - Nè omai può salvo
Fuggir per or; nè oggi vorria lasciarmi.
Troppa certezza, ch'io scontar col sangue
Deggia i dì che gli serbo, i suoi pensieri
Ostinata possiede - Ed oggi io stessa
Quel terror (vano forse) io mal mio grado
Più mestamento il sento. Ah di qual mano
Morrei!... Tu, Guido, spirar mi vedresti....
Fuggi o Guido, e ch'io pera. Empia son io
Se tu qui a morte e alla vendetta resti
O padre, io dunque un uccisor ti serbo?
Eccolo; e il giurar mio di duol mortale
Già l'ha piagato.... E dirgliel degg'io prima.


SCENA II.

GUIDO, RICCIARDA .

Guido:
Langue il di appena, e già qui stai?

Ricciarda:
Men lieve
È il mio periglio, or che con molti Guelfo
È alla marina, or ch'io ti deggio - ahi lassa
Alla mia giungi la tua destra, o Guido -
I detti estremi dirti; e amaro,
Amaro più ch'io non credea.... l'addio.

Guido:
Ti scorre intorno il gel di morte - Ah ch'io
Trafitto almen sia teco or dal novello
Stral che t'uccide.

Ricciarda:
Il sei, Guido - Ti ho fatto
Irrevocabilmente oggi infelice.

Guido:
Deh parla! E che farmi infelice, or teco
Può, ch'io nol sappia?

Ricciarda:
A te il celai finora -
Sin da quel dì che tuo fratel perìa,
Guelfo m'elesse altro marito, e avviso
Men diede allor; nè d'indi in poi fe' motto:
Chè dal ciel derelitto, e d'ogni umana
Gioja, non sosteneva ei di partirmi
Dalla sua casa. Io speme ebbi nel tempo.
Ma più orrende lo investono le angosce,
Quanto sa ch'io più t'amo; e per me nuova -

Ira e pietà l'assale, e a giurarti odio
Traëmi....

Guido:
E tu?

Ricciarda:
Spergiura esser non posso
Ma nè spietata figlia. Oh! se vedessi,
Come i paterni affetti, e la vendetta.
E la insultata ira divina, o l'onta
Del sangue sparso. e arder nuovo di sangue
In un solo furor travolgon misti
La perturbata alma del vecchio! Orrore
Di nuove colpe, e pietà del suo stato
A questo avel mi conducean tremando -
Dinanzi a due de' tuoi guerrier, giurai....
D'amarti sì.... ma di non viver tua.

Guido:
O Averardo, che cor, quando l'udisti
Che cor fu il tuo!

Ricciarda:
Tuo padre!

Guido:
E vide allora
Nel mio seno e nel tuo lento piantarsi
Il sol pugnale ch'io temea di Guelfo.

Ricciarda:
Nè farsi noto a me potea, nè guida
Io farmi a lui; ch'ei per te venne.

Guelfo:
E il vidi!


Ricciarda:
Se fosti sordo al generoso padre,
Me non udrai. Colpevol di tua morte
Il padre mio teco farai.

Guelfo:
Ricciarda
Pur ti lusinghi? Ancor certa non sei
Che quando il mio non abbia, ei d'ogni sangue
Si sbramerà? Lieve cagion fa giusta
Al suo pugnal, se i tiranneschi cenni
Tutti non compi, tutti. Eternamente
Fuggirmi dèi; ma fuggi, fuggi Guelfo,
Per pietà! se non vuoi morir tu figlia
D'un.... parricida.... - Deh! se m'ami, a nuovo,
Alto, tremendo - necessario sforzo
T'appresta: vedi, piangendo ten prego....
Benchè è tempo oggimai ch'io non ti provi
Col lagrimar, s'io t'ami. Altri, o Ricciarda,
Altri t'abbia. Tu lieta, ah! Non sarai
In braccio ad altri: ma, vivrai tu almeno. -
Ed io per te, per l'infelice nostro
Amor ti giuro che di ferro il mio
Dolor, nè d'altra violenta morte
Non troncherò: ma vile, e al mondo occulta,
Reggerò la mia vita.

Ricciarda:
S'io corressi
D'altr'uomo in braccio, e tollerarlo, o Guido,
Potessi tu - funesta amante e moglie
Sarei per sempre; ed anzichè obbliata
Tenermi e vile, allor ti vorrei spento.
Bramerei sempre che il rival tuo al sangue
Chiamassi; e quindi svierei il tuo braccio
Dall'innocente, e il drizzerei nel mio
Cor disleale a strapparmel dal petto,
E quanto più tu mel sbranassi, io tanto

Più t'amerei, ché l'onta iniqua a dritto
Vendicheresti e l'amor tuo.... - Ahi lassa!
Sì m'ami tu che in te sol puniresti
Ogni mia colpa. - Ma se mai.... nè il credo....
Guelfo in me incrudelisse, allor la vita
Ben sosterrai magnanimo: tu un padre
Strascinar non vorrai nel tuo sepolcro:
Viver dovrai per obbedire al santo.
Cenno ed al pregar mio che col sospiro
Eterno a te rivolgerò per dirti,
Che tu tacito, altero, a lenti passi
Mi segua.... - Un loco evvi di pace, ov'io
Preceder forse ti dovrò.

Guelfo:
Ma il varco
Il tengo io primo; e dietro guardo sempre
Se mi precorri. Vigilando aspetto
D'udir sonar la tua ora suprema
Per mostrarti la via.

Ricciarda:
Tu il puoi: nè un punto,
A calcar l'orme del tuo sangue, un punto
Non mi starei. Forte non son ch'io possa
Aspettar morte, se a perpetuo lutto
Io da te resto abbandonata. - Ah poscia
Di guerra in guerra e d'una in altra morte
Per quelle eterne tenebre del pianto
Ti cercherei, ma invano. Sol chi vede
Quanto il doler mi fe' lunga la vita,
E il pregar delle afflitte anime intende
Darammi asilo. Già sento che in breve
M'udrà pietoso. Ivi la tua Ricciarda
T'aspetterà,... Deh Guido! a te per ora
Bastin le mie lagrime estreme.


Guelfo:
Estreme
Non fien per te, se non, quando tu al cielo,
Donde certo venisti a far tremende
Di virtù prove, tornerai. - Ma inulte
Pur non. saranno. Non morrai tu inulta.

Ricciarda:
Guido, dammi quel ferro.

Guido:
Anche la fama,
A non mertarmi l'ira tua, darei:
Ma stolto amor fia il mio, se a non mertarla,
Miro il coltel sovra il tuo coro, e il lascio
Immerger tutto. Ma virtù è il soffrire
Perchè tu viva. Ad altri basti il pianto
E la memoria dell'amata donna;
A me non già.

Ricciarda:
Dammi quel ferro, Guido.

Guido:
A te il serbava, se per te il chiedevi;
Or a me il serbo, allor che disperata
Sia la tua vita.

Ricciarda:
Ma, se vedi armata
Su me la man?...

Guido:
Basta a più morti un ferro.
Mal tu volevi a me celarlo. Morte
Certa, imminente - e dal padre paventi.

Ricciarda:
Temo il suo cor turbato e il mio che indurmi

Non può che d'altri io sia - ma l'amor tuo
Pavento io più, quando il paterno braccio
Sospeso stesse, e tremasse a svenarmi...
Affretterai tu il suo delitto e il nostro...
Te vedrò ucciso ed uccisor - Te solo
Ucciso forse.... E da tua morte il dono
Funesto avrò d'odiar morendo il padre,
E d'esecrare ogni pietà che avesse
Della sua figlia.

Guelfo:
Abbi il pugnale.

Ricciarda:
Oh stato!...
Inerme stai se il lasci; e fra non molto
Ferverà orrenda la notturna pugna.

Guido:
Occulto assai qui sto. La pugna e l'alba
Chiara faran nostra ventura appieno.
Se Guelfo è rotto, io da tremendo avviso,
Che lungamente in cor mi parla, certo
Son di tua morte. Utile è a Guelfo il ferro.

Ricciarda:
Ohimè! - Deh Guido, il tieni.

Guido:
Ma, funesto
In mia mano gli fia; nè a te più ascondo
Ciò che a ragion sospetti.

Ricciarda:
Oh ciel!

Guido:
Più caro
Un brando avrò, se ad Averardo infauste

L'armi saran: teco il morir m'hai tolto.
Perché, tu viva, o mia Ricciarda, Guelfo
Trionfi e regni, e seco t'abbia ei sempre.

Ricciarda:
M'avrà Dio sol. Doman, s'oggi non pero,
Fuggirò all'ara. Il tempio e il vel di Cristo
Mi torrà agli occhi umani. - O Guido, allora
Altro rival tu non avrai che Dio.

Guido:
Meno infelice, poichè alfin non chiudi
Tutte le, vie di tua salute, or sono -
Ma per sempre io ti perdo.... Addio.... Deh parti
Che a Guelfo mai il suo pugnal non rieda.
Tremando il tolgo dal mio fianco.

Ricciarda:
.... Ahi rio
Dubbio!... Ma, se a te il lascio, a te ed al padre
Funesta e iniqua io mi sarei.... - Mel porgi.

Guido:
Fuggi; e ratto il nascondi; io tremo.... Addio.

Ricciarda:
Ti rivedrò pria che tu parta o Guido.
Ti rivedrò.

SCENA III.

Ricciarda:
... Né ancor fosca è la sera;
Me per la reggia ognun vedria col ferro....
Star qui a lungo non deggio. A ogni occhio umano
Per or fia tolto in quel, remoto avello....


SCENA IV.

RICCIARDA, GUELFO, UOMINI D'ARME.

Ricciarda:
Guelfo Qui rintracciarti io dovrò sempre?... Un'arma
Di man ti cade! - O! ti conosco atroce
Daga! Ben torni a me. Vien ch'io t'accolga,
Non come un dì.... ma per trarti pur sempre
Un'altra volta del mio sangue tinta.
(Silenzio).

Guelfo:
Empia donna, t'accosta, - Al furor mio,
Vedi, sottentri alfine orrida calma:
Non son più incerto se abborrirti io posso.
Di pianto sì, ma non di ferro; o almeno
Non ti credea di questo ferro armata. -
Conoscil tu?

Ricciarda:
.... Di Guido .... era.

Guelfo:
Snudato
L'hai tu peranche?... Or mira - Tu nol vedi,
Spietata, tu; ma il vedo io di che sangue
Grondante è ancor!... E' ver; io non tel dissi
Quando di questo fodero tu stessa
L'ornasti; è ver; - ma il cor non ti fremea?
Non t'accorgevi con che orribil gioja
D'umile ch'era questo acciaro il volli
Far gemmato e regale? E a me dagli occhi
Torlo indi volli; e al più abborrito braccio
Che fosse mai lo diedi - ed ei tel rende,
Oggi tel rende onde tu in cor mel pianti!
Tremi, perfida? - A me del pianto antico
Riardon gli occhi.... O a me daga funesta!

Nel mezzo il cor d'un mio figlio,. e il più caro
Ti trovai, quando il raccogliea nel campo.
Qual pur fosse la mano, empia, villana
Atroce man fu che sì addentro il seno
Del giovinetto aperse. - E il braccio al figlio
D'un nemico n'armai, per saper sempre
Che impugna il ferro di quel sangue intriso.

Ricciarda:
O madre mia!

Guelfo:
Arretrati. Con mani
Empie tu quella sepoltura abbracci -
Ma e chi tel die'? - Due soli erano, e inermi
Qui. Si partiano meco. A piè del mio
Destrier li vidi valicare il ponte.
Rispondi.

Ricciarda:
Io il tolsi

Guelfo:
Dove? Come? Quando?
A chi? - Perfida taci? - Ecco la notte;
Tu il redentor qui aspetti; e ognor più indugi
Me dal pugnar. Ma vincitore, o vinto
Tornerò a darti libertà sol io.

Ricciarda:
Dal ciel l'aspetto, ed innocente.

Guelfo:
Ardita
Ti se' fatta ad un tratto? In te più l'onta
Freno non è: qui tra' paterni avelli
Accoglievi il tuo drudo - e se nol celi
Qui ancor... or riede, or le mie rocche assale -.
Mi rivedrai: tu invan, perfida, allora

Eluderai le mie domande

Ricciarda:
Stava
Nella tua casa il ferro. A disviarlo
Da te che pronto se' a svenarmi ognora
Mel tolsi a forza. Alcun periglio omai
Su te non pende. Or tu svenarmi puoi:
Né più discolpe nè lamenti udrai:
Di ciò solo ti prego: d'ogni strazio
D'ogni altra man, non della tua, mio padre,
Nè col quel ferro, me dall'infelice
Mia vita sciogli....

Guelfo:
Il mio periglio cresce
Quanto io più tardo la vendetta mia....
Mal la fo, se ti perdo.... - A che più bado
Investito è Salerno; e sciagurato
Prence sarò, mentr'io venia per farmi
Men sciagurato padre. A liberarti
De' miei danni io correva, a liberarti
Della mia vista che tu abborri. Al porto
Stan su le vele i miei nocchier che tosto
Dovean recarti ove da me lontano
Avresti sposo e reggia,.... Or vil n'andresti,
Misera ed empia. Almen ti avesser pria
Punita i venti e l'onde! - Olà - Ruggero,
Premio ti sia del tuo signor la spada
Tien. Ho una daga, che al trionfo, o a morte
Fia troppa. - In guardia, e se mai cara l'ebbi,
Or l'ho più assai, ti sia Ricciarda. I tuoi
Veglino in armi ad ogni soglia; accerchia
Il castello ed il fosso: altri s'asconde
Qui forse; e certo ci venne, ed oseria
Tornarvi. Ma la figlia mia, la figlia,
Più che la reggia salvami -. Tu, donna,
Meco rimembra ch'io non ho più figli.

ATTO QUINTO

SCENA I.

Notte.

Ricciarda, uomini d'arme.

Ricciarda:
Più la comune che la mia sventura
Pianger dèi tu. Del cor discreto, umano,
Onde, o Rugger, prova mi dai, bramando
Di salvare i miei giorni, al signor tuo
Prova miglior darai, se non insulti
I suoi comandi estremi. A lui voi pochi
Fidi restate: ed or che è vinto, alcuno
Non sarà forse che l'esangue spoglia
Riporti a me, s'ei cadde! - A me, fia sola
Gioja ch'ei torni, e almen trovi la figlia.
Da voi ciò bramo. Il pianto e la pietosa
Memoria vostra mi fia cara un giorno
Vegliate or dunque a me dintorno, tanto
Che presso a questa sepoltura io vegli.

SCENA II

Guelfo, Ricciarda, uomini d'arme, guerrieri.

Guelfo:
Tempo i regnar m'avanza sol ch'io possa
Morir senz'esser domo. -- lte voi dunque,
Stranier, con gli altri a chi trionfa. Abbiate
Preda i tesor della mia reggia, innanzi
Che giunga il vile usurpatore. A Guelfo
Bastan le tombe, e la sua figlia, e un ferro.
Ite.... obbedite. - Ite... Ancor vivo.



SCENA III.

Guelfo, Ricciarda.

Guelfo:
Or m'odi
Dicesti tu, che sovra me pendeva
Il ferro?

Ricciarda:
Il dissi.

Guelfo:
E tel diè Guido. Ad altri
Concesso ei non avria sì caro arnese.
E sol d'oggi l'avesti? - Donna, al padre
E al ciel tu parli dal sepolcro.

Ricciarda:
D'oggi.

Guelfo:
Chi fuggi all'alba un brando avea: se questo
Pensatamente ci ti recava,, iniqua
Sei che il togliesti. E a che il celavi? e quando
Mi credevi alla pugna, a che t'armasti?
Dal disperato tuo silenzio io voglio
Trarti, e la via di tua salute aprirti.
Se dopo l'alba, o allor chi'io giunsi, avuto
La daga hai tu, Guido qui stassi. Chiusi
Dall'alba fur gli archi sotterra ond'altri
Venir poteva o ritornar per l'onda.
Pende da un detto il viver tuo. Rispondi:
Dov'è'?

Ricciarda:
Qui il vidi: ma non seppi io dove
S'andasse.


Guelfo:
Parla - Breve tempo a' detti,
E alla tranquilla mia ragione avanza

Ricciarda:
Qui, ove ti parlo i detti estremi, il vidi.
E ch'io signor, non menta, abbine prova
Da ciò: che ov'anche or il sapessi, indarno
Mel chiederesti. Né del suo furore
Vo' farmi rea, né di sua morte....

Guelfo:
O il sangue
Oggi darammi, o un sempiterno pianto.
Vinto non son se ho la vendetta in pugno.
Ei quindi, o tu non dèi più viver.

Ricciarda:
Io.

Guelfo:
Colpevol sei, se per lui mori, indegna!
Colpevol più, che mel sottraggi. - Or mori...

Ricciarda:
Sangue versi innocente! - a me quel ferro...
L'immergerò dentro il mio petto io sola...
Dell'orror di tua colpa impallidisco,
Non di rimorso. - No; vedi, non tremo.
Error mio fu se occultamente amai;
solo il seppe, io da quel giorno
Pagai pena di lagrime. Tu santo
Festi poi l'amor mio. Guido un fratello
Pianse per me... poteva io non amarlo?
Era qui armato: ma non che insidiarti
Mai da più dì, mi diè il ferro a non trarlo
Se mi vedeva in quest'orribil punto....


Guelfo:
Ahi nuova orrida angoscia!... ei parricida
Può ancor vedermi, e non potrò svenarlo

Ricciarda:
A me dunque quel ferro. Eccomi presso
A mia madre per sempre: in pugno l'elsa
Guido vedrammi e non sarai tu infame....
Piangerà teco su l'esangue tua
Figlia innocente e la vedrai pentito
L'abbraccerai gemendo, e a te pietoso
Fia l'eterno perdono. O Re del cielo!
Il verso io stessa, onde a te innanzi il padre
Del mio sangue non grondi.

Guelfo:
In Dio tu fidi?
In Dio che solo a vendicarsi regna?
Già della lunga sua notte invernale,
Mentre ancor alla luce apro questi occhi,
M'ha ravvolto e atterrito. Orrendamente
Rugge intorno alla trista anima mia,
Tenebroso tra i fulmini. Il suo nome
Non proferisco io mai, ch'ei non risponda:
"Alla vendetta io veglio" - e la vendetta
Nel mio petto mortale indi riarde,
Poichè perdono ei niega.... - Ah! ma te sola
Per vendicarmi io svenerò? O mia figlia!
Se tu innocente sei, te, Iddio, te muta
Insanguinata ombra, al sepolcro mio
Manderà ad aspettarmi insino al giorno
Che sorgerò dalla polve e dall'ossa....
Nè mostrerai tu a me - tu co' tuoi sguardi,
Solo rifugio all'incerta mia vita,
Già mi perdoni.... ma io ti vedrò in viso
Le angosce ond'io da sì gran tempo ho spenta
La tua lieta bellezza. - Il fumo, e il sangue
Usciran della, piaga, e Iddio stendendo

Su quel sen la sua spada: "Empio, contempla
Tu padre hai morta, l'innocente figlia" -
A terra, a terra. Fatal daga.... O figlia....
Trammi a morir.... io più viver.... non deggio.

Ricciarda:
Vien meco, vien....

Guelfo:
Profugo prence, trova
Certa una tomba mai? Potente io fui,
Sarò deriso. Fui temuto, e a' miei
Passi opporran le faci. Il mar di fiamme
Arde già.... Infida una città toscana
L'empiea di vele; e i miei navigli incende.

Ricciarda:
Apre il suo grembo agl'infelici Iddio.
Padre, deh! vien.... Te fuggir regalmente,
Solo a salvar la figlia tua, vedranno
Avran pietà di noi prostrati all'ara.

Guelfo:
L'abbian di te; d'essi non l'ebbi io mai.
Obbrobrio obbrobrio mi sarà lo scettro
Se nol porto sotterra! - O donna. Fuggi:
Sto co' miei padri che non fur mai vili.

Ricciarda:
Ch'io mai ti lasci?

Guelfo:
Io del legnaggio mio
Unico resto,, e al nuovo sol fia spento!
Tu pur.... tu dunque andrai preda al bastardo
Che il regno e l'armi ed il mio nome usurpa
Anche dal mio cadavere il tuo pianto
M'involerà?... Non m'ha già tolto i figli i


Ricciarda:
Ohimè! deh torci da quell'arma il guardo....
Non m'ode, ahi lassa! e più truce la mira!

Guelfo:
.... Torna a me dunque, o dono orrido! - Rabbia
Ti mise in cor di un mio figliuolo. Rabbia
Ti diè a un nemico che ferir non seppe,
E il diè a femmina rea. Rabbia, a qualunque
Final vendetta, e sia che può, ti afferra.
(Silenzio)
Dov'è colui?... su le reliquie sieda
Anche de' morti, io nel trarrò. - Codardo,
Tuo padre vinse; esci: or tu puoi - La sposa
Qui avrei; qui è l'ara e il talamo.

SCENA IV.

Ricciarda sola, abbracciando silenziosa il sepolcro di sua madre,
mentre Guelfo si precipita verso le volte sotterranee.

(La voce di Guelfo lontana.)

Guelfo:
La tua
Donna per te morrà.
(Silenzio, la voce di Guelfo ravvicinandosi.)
Esci, codardo!
(Silenzio)

SCENA V.

Guelfo, Ricciarda.

Guelfo:
Ma vieni tu; perfida tu, dèi farmi
Scorta a trovarlo, a scoperchiar quell'arche,
A sovvertir le ceneri, e dall'ossa

Dissotterrarlo....

Ricciarda:
Statti.... Oh ciel!... Col mio
Spirto sol lascio la tua man.

Guelfo:
Codardo!
Codardo! intendi, o la tua donna è morta.
Tremendamente io grido - Intendi.
(Silenzio)

SCENA VI.

Guelfo, Ricciarda, Guido.

Guido:
T'odo.

Ricciarda:
Non ti sciorrai fuor di mie braccia, o padre
Morta da attorno ti starò più avvinta.
Tu, Guido, fuggi.... deh!

Guelfo:
Costei nud'ombra,
Ti seguirà, se fuggi. - Non far passo;
Nè difesa; nè cenno. Ove tu immoto
Non ripigli il tuo ferro, il riavrai
Caldo dal petto dell'amata donna.

Guido:
A ripigliarlo accorsi, e puro ancora
Del sangue suo; non già che in te presuma
Pietà, nè orror di tanta colpa: io t'ebbi
Per parricida sempre; e mio conforto
Solo fu quindi di morirle appresso.
Me svenar primo dèi; le fia men duro
Così il morir: e tu in ciò sol mostrarti

Men tristo padre oggi potrai. Ma bada:
S'osi ferirla. e ch'io viva, godrai
Di poca strage. Il mio furor represso,
Furor estremo, onnipotente, il ferro
Fuor di quel seno e del tuo braccio antico
Sverrà ad un tempo. Al mar, pel sanguinente
Crin, pria che d'una lagrima tu possa
Contaminar quella candida salrna,
Strascinerò il vegliando parricida,
Al mar, tua degna tomba. - Ecco mie leggi.
Seguo or le tue. Immobil taccio, e aspetto.

Ricciarda:
Trapasseran per questo petto i colpi,
O forsennati....

Guelfo:
Svolgiti...

Ricciarda:
Mio Dio!
Mi togli.... ch'io l'empia strage.... non vegga.

Guelfo:
Non le minacce tue, ma il costei pianto
Fammi perplesso; e ancor per poco. - Ahi d'altro
Beri d'altro amor che di paterno avvampi
O seduttore! E a che pur guardi altero
Tu che ne' tetti altrui teco celavi
L'omicidio e la trama? Tu che un ferro
Desti a una figlia a trucidare il padre,
Se scellerata esser poteva e ardita
Quanto l'hai fatta vil, perfida, e stolta?
Io di man quasi, il perdo, or che pur deggio
Giustamente punirla. - No; nol perdo.
E se per altra via giunger non posso
Sino al tuo core, il piagherò per questa.


Guido:
Donna, se a lui basta il mio sangue, or lui
D'orribil colpa, e me d'orribil vita
Trarrai. Deh! il lascia - A te dunque io m'appresso
Guelfo....

Ricciarda:
Ahi! - non più....

Guido:
Fu scarso il colpo; il sangue
Mi sgorga a pena, e non dal core,: or vedi,
So più morir, che tu ferire.

Ricciarda:
Or Guido,
Sì m'ami tu?... T'arretra!...

Guelfo:
E ancor l'hai salvo!...
D'armi e di faci ecco la reggia è piena....

Ricciarda:
Guido, siam salvi! Arretrati - mio padre
Non ferirà la figlia sua.

Scena ultima

Guelfo, Ricciarda, Guido, Averardo, Corrado.

Guerrieri e Uomini d'arme con fiaccole.

Guido:
Nessuno
S'accosti a Guelfo: o svenerà Ricciarda.

Guelfo:
Mio fratel chi è di voi? - Mostrisi omai
Col trucidarmi.


Ricciarda:
Lasciami, o Averardo,
Il padre, a me, che t'ho serbato il figlio.

Guelfo:
Tu se' Averardo! Tu? Securo stavi
Fra' carnefici miei! - Tu, sciagurata,
Già il conoscevi?

Guido:
In me, Guelfo, in me piena
Farai vendetta; in me che il merto, e insieme
Di costoro l'avrai. - Divincolarmi
Saprò da voi malnati.... Or l'innocente
Immolerai tu per salvarmi, o padre?
Mi lascia....

Averardo:
E meco andrai sotto quel ferro.
Odimi, o Guelfo. Al sangue tuo perdona;
Perdona; ed abbi e vita e regno e pace;
E m'odia.

Guelfo:
Odiarti, e la ignominia e il lutto
Tollerar sempre di vederti vivo?
Vivi. Ma disperato il figliuol tuo
Funesti ognor la tua vecchiezza, e tragga
Nel tuo sepolcro il trono mio. Rimani
Deserto nella mia predata casa
A veder spento il nostro sangue e il nome.
Ratto più ad avverar che ad imprecarla
La sciagura son io. Guido, contempla
S'io so morir; so la mia destra or trema.
A me più orrenda morte, e a te più lunga,
Ma certa, omai, darà questa ferita.


Ricciarda:
Accogli, o madre!... la tua figlia.

Guido:
Crudo
Più del tuo padre il mio, mi toglie a forza
Di venir teco. Addio, ma per breve ora.

Ricciarda:
Vivi.... ch'io possa rivederti. Tua
Moro - Perdona.... al padre.... mio.

Guelfo:
Ti sieguo.


FINE DELLA TRAGEDIA
Ugo Foscolo (Zante 1778 - Londra 1827)

Rara, importante lettera del maggior poeta del Neoclassicismo italiano interamente autografa e firmata “Ugo Foscolo” indirizzata al celebre editore scozzese John Murray (1778-1843) che pubblicò a Londra Le ultime lettere di Jacopo Ortis nell’aprile 1817 (l’anno successivo all’arrivo in Inghilterra del Foscolo) e, nel 1820, la tragedia Ricciarda. Nella lettera, segnata dall’inconfondibile, elegantissimo stile epistolare foscoliano, “Dec 7 Saturday Evening”, si fa riferimento alla consegna di un testo per la pubblicazione: “Let me then have a sight of you- I have to give you a manuscript the pubblication of which will depend on your advice”. Divertito pastiche linguistico nel congedo “Buona notte - Very Cold!-

Adieu, Your faithfully”. Documento di straordinario fascino del grande poeta riconducibile ai primissimi anni del periodo londinese. Una pagina in-8. Indirizzo autografo con ceralacca nera alla quarta pagina. Tracce di antico restauro.
Ugo Foscolo