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ANGELO POLIZIANO


RIME

parte prima
Pagina a cura di Nino Fiorillo == e-mail:nfiorillo@email.it ==
Angelo Poliziano
La Poetica
_________


ANGELO POLIZIANO  - RIME - parte prima
FINE
parte prima
- Una teoria originale dell'arte
Vivissima è la sensibilità del Poliziano verso i problemi dell'arte. Pur condividendo con gli altri umanisti la concezione di una funzione civilizzatrice della poesia, egli formula una teoria originale dell'ispirazione artistica, legata ai concetti dell'individualità e della creatività. I principali documenti della poetica polizianea sono due testi in latino: l'Oratio super Fabio Quintiliano et Statii “Sylvis” (Orazione su Quintiliano e sulle “Selve” di Stazio) e la Lettera a Paolo Cortese
.
- L'Orazione su Quintiliano e Stazio
L'Orazione costituisce la prolusione al corso sull' Istituzione oratoria di Quintiliano (42-96 d. C.) e sulle Selve di Stazio (45-96 d. C.), che il Poliziano tenne allo Studio di Firenze nel 1480-81. Rivolgendosi ai giovani discepoli, l'oratore spiega le ragioni che lo hanno indotto a scegliere, come autori da commentare nel suo corso di lezioni, due scrittori vissuti in un'epoca di declino letterario, e quindi considerati “minori” rispetto a un Virgilio e a un Cicerone, massimi esponenti della latinità classica. È opportuno (argomenta lo scrittore) che i giovani non siano messi bruscamente dinanzi a scrittori di primo piano, perché nessuno può arrivare di colpo all'eccellenza artistica. D'altronde, quelle opere che, come le Selve di Stazio, sono state concepite nel calore di una improvvisa ispirazione, e quindi eseguite con rapidità di stesura, non sono necessariamente inferiori a quelle che sono costate più lunga fatica e più lunghe cure; può anzi accadere che un troppo lungo lavoro di lima logori un'opera e induca il suo autore a ripudiarla, come è accaduto per l' Eneide, che Virgilio, insoddisfatto, avrebbe voluto gettare nel fuoco. Le Istituzioni di Quintiliano sono per certi aspetti più ricche delle opere retoriche di Cicerone; e le Selve di Stazio costituiscono un'opera unica nel suo genere; è illecito pertanto considerare queste opere dell'età “argentea” come inferiori ai modelli dell' età “aurea” (Virgilio e Cicerone), giudicando come una deviazione da una norma assoluta di bellezza un semplice mutamento di sensibilità: “non è lecito chiamar senz'altro peggiore quello che è diverso”, dichiara il Poliziano (stabilendo un principio che conserva tutto il suo valore anche al di là dell'ambito letterario).
La “docta varietas”. L'autore conclude polemizzando con chi sostiene la necessità di un solo modello da imitare; occorre invece trarre da ogni parte la materia dell'ispirazione. Estremamente significativa è a questo punto la citazione di un passo di Lucrezio (De rerum natura, III, 11-12): “Come le api nei prati fioriti vanno libando dovunque, cosí noi ci nutriamo dovunque di detti aurei”. È così formulata la tipica teoria polizianea della docta varietas (“dotta varietà”), che caratterizza gran parte della produzione latina e volgare del Poliziano.

- La Lettera a Paolo Cortese
La questione dell'imitazione, semplicemente enunciata nell' Orazione, è invece compiutamente sviluppata nella Lettera a Paolo Cortese, un giovane umanista romano (vivente in quella Roma che era allora la roccaforte del ciceronianismo). Il Poliziano non rifiuta il principio dell'imitazione in se stessa, ma pensa che essa debba fondarsi su diversi presupposti, in modo che non mortifichi la libertà e la creatività dell'artista. La risposta di Paolo Cortese è dignitosa: anch'egli rifiuta un'imitazione pedissequa, priva di originalità, e sostiene che la somiglianza al modello deve essere quella non della scimmia con l'uomo ma del figlio con il padre; ribadisce però che occorre scegliere il modello migliore e a quello attenersi, senza ricorrere a una molteplicità di modelli (come quelli di Quintiliano, di Seneca, di Orazio, citati dal Poliziano nella sua lettera).
La polemica, pur essendo molto garbata, contrappone due punti di vista inconciliabili: da una parte (Cortese) l'imitazione, sia pure non servile, di un solo modello; dall'altra parte (Poliziano) il recupero di tutta la latinità (e anche del mondo greco, di cui i latini si sono nutriti). La linea del Poliziano è quella stessa di Lorenzo Valla, che aveva anche lui polemizzato contro il ciceronianismo e contro l'idea di modelli intoccabili. Sarà la tesi dell'“ottimo modello” a trionfare nel secolo successivo con Pietro Bembo; ma più feconda è la tesi polizianea di una poesia della memoria letteraria, che attinga al passato (a tutto il passato) per rendere più originale e più nuovo il presente. Quella del Poliziano non è una tesi eclettica, ma il frutto personale di una lunga e appassionata lettura dei classici, non giustapposti confusamente ma assimilati pienamente e ri-creati, come carne e sangue di una nuova e originale creazione.

- Il latino del Poliziano
La polemica del Poliziano con Paolo Cortese aiuta a comprendere le caratteristiche del latino dello scrittore, che non è il linguaggio notarile e delle cancellerie (destinato a un pubblico vasto, e quindi gremito di artifici retorici per catturare l'attenzione e strappare l'applauso), ma un linguaggio di alta scuola, ricco di sterminata erudizione e di vocaboli rari: un latino per i dotti e non per il volgo. Paolo Cortese apparteneva non a caso a quell'ambiente curiale e cancelleresco romano che era un feudo del ciceronianismo, mentre il Poliziano è (con Pico della Mirandola) l'esponente della grande cultura universitaria dell'ultimo Quattrocento: quella cultura che sarà perdente nel secolo successivo, quando, con l'autorevole avallo di Pietro Bembo, trionferà la lingua delle corti e delle cancellerie, il ciceronianismo appunto.

- Il Poliziano scrittore greco
Un altro primato spetta di diritto al Poliziano, uno dei pochi poeti umanisti che si cimentarono con il greco e il primo a entrare in gara con gli antichi poeti greci, componendo una raffinatissima raccolta di epigrammi. Non è un caso che il poeta-mito del Poliziano, fin dalla appassionata adolescenza, sia stato Omero, della cui Iliade tradusse i libri II-V e che, nei suoi corsi universitari, considererà come il poeta-vate per eccellenza.
Anche se la traduzione dell'Iliade non è tra le cose migliori dello scrittore, trattandosi di una lettura in chiave “virgiliana” del capolavoro omerico (e quindi di un esercizio di stile), è significativo, come osserva Emilio Bigi, che negli ultimi due libri (il IV e il V) si manifesti un gusto più personale, quasi un'applicazione, prima della formulazione teorica, della poetica della “dotta varietà”. Lo stesso gusto prezioso nel recupero dei vocaboli greci si riscontra anche nella traduzione dell'Amor fuggitivo di Mosco (un poeta che sarà caro anche a Leopardi).
Fin dall'adolescenza, il Poliziano compose epigrammi in greco, esercitandosi nella traduzione di numerosi pezzi dell'Antologia Palatina (una raccolta di 3700 epigrammi greci, composti da circa trecento poeti dal secolo IV a. C. alla tarda età bizantina, chiamata “Palatina” perché fu scoperta nel 1607 nella Biblioteca Palatina di Heidelberg). Come è noto, l'epigramma (in greco, “iscrizione”) è caratterizzato soprattutto dalla brevità e dallo stile conciso, carattere obbligato delle frasi scolpite sui monumenti o sulle statue. Di una brevità e concisione estreme sono i polizianei Epigrammata graeca (Epigrammi greci), superiori per la varietà dei temi e dei metri e per l'intensità dell'effusione sentimentale agli epigrammi latini dello scrittore. Si veda la purezza degna di Saffo e, insieme, la modernità straordinaria di questo frammento (un esametro dattilico):




(Traduzione: “Monostico alla luna. Mandaci, luna, i tuoi notturni raggi”)

- Gli epigrammi latini
La lirica latina del Poliziano è raccolta nel postumo Liber epigrammaton (Libro degli epigrammi), che comprende, oltre ai veri e propri epigrammi, anche odi, inni ed elegie. Particolarmente violenti sono alcuni epigrammi contro gli avversari del poeta, come quello contro un certo Mabilio, deriso per il suo naso “corto, dimezzato ed ossuto”, ove “vi può fare nido una vespa”. Alcuni epigrammi rivelano nell'arguzia e nel compiacimento per il gioco di parole (ma anche nell'eleganza dello stile) l'attento lettore di Catullo, di Marziale, dell' Antologia Palatina.
Alla poesia elegiaca latina, intessuta di reminiscenze della tradizione stilnovistica e petrarchesca, il Poliziano si ispira per le sue elegie di argomento amoroso, composte negli anni 1473-78. Si è parlato per questi componimenti di una rivoluzione del genere lirico, che mescola spunti della letteratura latina e della coeva letteratura volgare (In violas), che riscopre l'ode oraziana (In Lalagen) e l'epicedio classico (In Albieram Albitiam), che si apre a deliziosi giochi sperimentali (In puellam suam).
Giustamente famosa è l'elegia In violas (Alle viole), del 1473, felice esempio dell'intreccio tra un motivo consueto al petrarchismo del Quattrocento (l'elogio dei fiori più umili, colti dalla mano della donna amata) e immagini classiche di bellezza e di grazia, in un clima floreale che rinvia alle analoghe rappresentazioni della pittura del tempo, dalla Primavera di Botticelli alla Dama col mazzolino del Verrocchio. Come le viole, un altro simbolo di bellezza femminile polizianea è Lalage (nome di una donna celebrata in versi da Orazio), che, nell'elegia In Lalagen (A Lalage), risorge dalla malattia ancora più bella (“la mia Lalage splende di più con sul volto il color della porpora. Guarda come sorride dolcemente con gli occhi lucenti come le stelle...”), anticipando un motivo che ritornerà nella lirica neoclassica di Ugo Foscolo.
Un ampio carme elegiaco è In Albieram Albitiam (Ad Albiera degli Albizi), tecnicamente un “epicedio” (componimento in onore di un defunto):bellissima fanciulla, Albiera si spense a soli quindici anni, alla vigilia delle sue nozze, e le sue esequie furono accompagnate dal pianto di tutto il popolo. Il poeta evoca inizialmente, con una fitta serie di riferimenti mitologici, la bellezza della fanciulla nel suo pieno fulgore. Ma la dea Febbre (una figurazione orrida, che ricorda gli ovidiani mostri infernali, ma rinvia anche a Lucrezio, descrittore della peste) si insedia nel corpo della fanciulla. L'atroce personaggio sosta accanto al letto dell'ignara Albiera, invitandola a prepararsi alla morte. La fanciulla si spegne lentamente, con un tenerissimo congedo dalla vita. Il poeta la contempla ancora bella malgrado la morte, come la Laura petrarchesca: “E tuttavia il pallore non aveva mutato le sue membra di neve, né il cupo squallore ne aveva deturpato il gelido volto. Ma la morte bella in lei rassomigliava ad un sonno leggero; un tale languore era sul suo bel viso!”. Con i suoi atteggiamenti trasognati e assorti e con il mescolarsi in lei di colori reali e di riferimenti mitologici, Albiera anticipa ormai da vicino la Simonetta delle Stanze.
Una squisita poesia d'amore è l'ode In puellam suam (Alla sua fanciulla), dove un'ispirazione teneramente sensuale si manifesta in una serie di affettuosi diminutivi, che ricordano la poesia catulliana:

Puella delicatior
lepusculo et cuniculo,
coaque tela mollior
anserculique plumula;
puella qua lascivior
nec vernus est passerculus,
nec virginis blande sinu
sciurus usque lusitans;
puella longe dulcior
quam mel sit Hyblae aut saccarum,
ceu lac coactum candida
vel lilium vel prima nix...

(Traduzione: “O fanciulla più graziosa di un leprottino e di un coniglietto, più morbida di un tessuto di Coo e delle piume di un anatroccolo; fanciulla di cui più divertente non è nemmeno un passerotto di primavera, né uno scoiattolo abituato a giocare affettuosamente nel grembo di una ragazza; fanciulla molto più dolce di quanto possa esserlo il miele di Ibla o lo zucchero, candida come il latte cagliato o il giglio o la nevepiù pura... ”)
Commenta Francesco Tateo: “La lode della fanciulla ne divinizza paganamente la bellezza e ne fa ancora una di quelle inafferrabili figure femminili così care alla poesia del Poliziano”.
- Poliziano poeta in volgare
Le opere in volgare del Poliziano presentano alcune caratteristiche, che possono ricondursi agli elementi del “non finito” e dell'“improvviso”: l'incompiutezza (è il caso del capolavoro, le Stanze e la Fabula di Orfeo), la frammentarietà (le Rime). Di queste caratteristiche in certo modo limitative si è data in passato un'interpretazione che oggi non appare più sostenibile: la preferenza che il poeta avrebbe accordato alla sua produzione filologica in latino rispetto a quella in volgare (ma noi sappiamo oggi che filologia e poesia sono nel Poliziano inscindibili). Si è inoltre tentato di sminuire la produzione in volgare sostenendo che essa apparterrebbe agli anni giovanili, mentre dopo il 1480 (data d'inizio dell'insegnamento universitario del Poliziano) si sarebbe verificato da parte dello scrittore un ripudio del volgare; ma anche questa tesi è stata smentita dalla critica più recente, che ha accertato una sostanziale continuità sia della produzione filologica sia di quella poetica prima e dopo il 1480. In realtà, il “non finito” e l'“improvviso” rientrano nella poetica stessa del Poliziano (vedi 10.3.3), che si richiama all'autorità di poeti come Virgilio e come Stazio per rivendicare la piena legittimità di tali procedimenti nell'invenzione artistica. Non esiste insomma contraddizione tra l'impegno umanistico del Poliziano e la rivalutazione del linguaggio toscano, caratterizzata anch'essa, fin dalla Raccolta aragonese (vedi 9.3), da una chiara intenzione filologica: recuperare la tradizione poetica toscana nel quadro della “rinascita” della classicità. Il tentativo epico delle Stanze è il momento culminante della fusione, vagheggiata dal Poliziano e, con lui, dal Magnifico, tra il fiorentino (aulico e popolare) e il più illustre genere letterario della letteratura antica: il poema epico.

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RISPETTI

I
Amor bandire e comandar vi fa,
donne belle e gentil che siete qui,
che qualunque di voi un cor preso ha,
lo renda o dia lo scambio in questo dì:
se non, ch’una scumunica farà.
Quest’è un cor che pur ieri si smarrì;
e fu veduto, quando qui calò,
ch’una di voi cantando l’allettò.

II
Se tu sapessi quanto è gran dolcezza
un suo fedele amante contentare,
gustare e modi suoi, la gentilezza,
udirlo dolcemente sospirare,
tu porresti da canto ogni durezza,
e diresti: «Una volta i’ vo’ provare».
Quando una volta l’avessi provato,
tu ti dorresti aver tanto indugiato.

III
I’ non ardisco gli occhi alti levare,
donna, per rimirar vostra adornezza,
ch’io non son degno di tal donna amare,
né d’esser servo a sì alta bellezza;
ma se degnassi un po’ basso mirare
e fare ingiuria alla vostra grandezza,
vedresti questo servo sì fedele
che forse gli sareste men crudele.

IV
Che maraviglia è s’i’ son fatto vago
d’un sì bel canto e s’i’ ne sono ingordo?
Costei farebbe inamorare un drago,
un bavalischio, anz’un aspido sordo!
I’ mi calai, e or la pena pago,
ch’i’ mi truovo impaniato com’un tordo.
Ognun fugga costei quand’ella ride:
col canto piglia e poi col riso uccide.



V
Non m’è rimaso del cantar più gocciola,
l’amor mi rode come ’l ferro ruggine:
canti costei che ben te la disnocciola,
ché pare un lusignuol fuor di caluggine.
Ell’è la cerbia, e io sono una chiocciola;
ell’è il falcone, i’ sono una testuggine.
Della matassa non ritruovo el bandolo:
però dipana tu, ch’i’ farei scandolo.

VI
Questa fanciulla è tanto lieta e frugola,
ch’a starli allato tutto mi sminuzzolo:
ciò che la dice o fa mi tocca l’ugola,
ogni suo atto, ogni suo cenno agruzzolo.
I’ son tutto di fuoco, e ’l mio cor mugola:
vorrei della sua grazia uno scamuzzolo.
Tant’ho scherzato come ’l pesce in fregola
che tu m’hai intinto, Amor, pur nella pegola.

VII
Chi vuol veder lo sforzo di Natura,
venga a veder questo lezadro viso
d’Ipolita, che ’l cor cogli occhi fura:
contempli el suo parlar, contempli el riso.
Quand’Ipolita ride onesta e pura,
e’ par ch’e’ si spalanchi el paradiso:
gli angioli al canto suo sanza dimoro
scendon tutti dal cielo a coro a coro.

VIII
Pietà, donna, per Dio, deh non più guerra!
non più guerra, per Dio, ch’i’ mi t’arrendo:
i’ son quasi che morto, io iacio in terra,
vinto mi chiamo e più non mi difendo.
Legami, e in qual prigion tu vuoi mi serra,
ché maggior gloria ti sarò vivendo:
se temi ch’io non fugga, fa’ un nodo
della tua trezza e legami a tuo modo.







IX
Io arei già un’orsa a pietà mossa,
e tu pur dura a tante mie querele;
ch’ara’ tu fatto poi che nella fossa
vedrai sepolto el tuo servo fedele?
Ecco la vita, ecco la carne e l’ossa:
che vuo’ tu far di me, donna crudele?
È questo il guidardon delle mie pene?
Donque m’uccidi perch’io ti vo’ bene?

X
Costei per certo è la più bella cosa
che ’n tutto ’l mondo mai vedesse ’l sole:
lieta, vaga, gentil, dolze, vezzosa,
piena di rose, piena di viole,
cortese, saggia, onesta, graziosa,
benigna in vista, in atto e in parole.
Così spegne costei tutte le belle,
come ’l lume del sol tutte le stelle.

XI
Gli occhi mi cadder giù tristi e dolenti
com’i’ vidi levarsi in alto el sole;
la lingua morta s’adiacciò fra’ denti
e non poté formar le suo parole;
tutti mi furon tolti e sentimenti
da chi m’uccide e sana quand’e’ vuole,
e mille volte el cor mi disse invano:
«Fatt’un po’ inanzi, e toccagli la mano».

XII
Per mille volte ben trovata sia
Ipolita gentil, caro mie bene,
viva speranza, dolce vita mia,
deh guarda quel che a riveder ti viene;
deh fagli udir la tuo dolce armonia,
da’ questo rifrigerio alle suo pene!
Se ’l tuo bel canto gli fara’ sentire,
allor allor contento è di morire.





XIII
Solevon già col canto le sirene
fare annegar nel mare e navicanti,
ma Ipolita mia cantando tiene
sempre nel fuoco e miserelli amanti.
Sol un rimedio truovo alle mie pene,
ch’un’altra volta Ipolita ricanti:
col canto m’ha ferito e poi sanato,
col canto morto e poi risucitato.

XIV
Se non arai a sdegno il nostro amore,
Ipolita gentil, fior delle belle,
farotti co’ mie versi un tale onore
che tutto il mondo n’udirà novelle.
Ma sie contenta conservarmi il core,
co’ tuo begli occhi, anzi duo vive stelle:
contentami del canto e del bel riso,
e abbisi chi vuole il paradiso.

XV
Da poi ch’io vidi el tuo leggiadro viso,
tutta la vita e’ mie pensier cangiai;
da’ tuo begli occhi uscì sì dolce riso
ch’altra dolcezza al cor non senti’ mai,
tanto ch’io fu’ da me stesso diviso,
e mille volte Amor ne ringraziai.
E fu tanto soave ogni tormento
ch’i’ arsi e ardo e son d’arder contento.

XVI
Tante bellezze non t’ha dato Iddio
perché le tenghi sempre ascose in seno,
ma perché ne contenti, al parer mio,
l’amante tuo che di gran doglia è pieno.
Né creder tu che sia peccato rio,
poi che se’ d’altri, uscire un po’ del freno:
ché, se ne dai a lui quanto è abastanza,
non si vuol gittar via quel che t’avanza.





XXI
E tuo begli occhi m’han furato el core,
la tuo durezza il fa da te partire;
s’i’ piango, tu non senti el mio dolore:
sanza speranza non si può servire.
Che val bellezza, adunque, sanza amore,
se non, tuo danno, a fare altrui morire?
Per tanti prieghi Amor facci una cosa:
o che tu sia men bella, o più pietosa.

XXII
I’ so ben che tu ’ntendi el cantar mio,
e so ben che tu sai quel ch’i’ vorrei;
ma se ’l tuo core intendessi un po’ el mio,
le pene ch’i’ ho tante, non l’arei.
Se ti piacessi, caro Signor mio,
d’esser tuo servo mi contenterei;
se vuoi alleggerir queste mie pene,
deh fammi certo se tu mi vuoi bene!

XXIII
Allor che morte arà nudata e scossa
l’alma infilice dalle membra sue,
e ch’io sarò ridutto in scura fossa,
e sarà ombra quel che corpo fue,
verran gl’innamorati a veder l’ossa
ch’Amor spogliò con le crudeltà sue.
– Ecco – diran tra lor – come Amor guida
a strazio e morte chi di lui si fida! –.

XXIV
E dolci accenti del cantar ch’i’ sento
al pianto mio raddoppiano el vigore,
e ogni festa a chi non è contento,
a chi sanza speranza è del suo amore,
è come raddoppiare il suo lamento:
e io di pianto sol pasco ’l mio core.
Ma solo una speranza mi conforta,
che ’l core ancor sì v’amerebbe morta.



XVII
Egli è pur meglio, e a Dio più accetto,
far qualche bene al povero affamato,
che, presentato nel divin cospetto,
a cento doppi fia rimunerato.
Datti tre volte colle man nel petto,
e di’ tuo colpa d’ogni tuo peccato:
troppo non chieggio; e’ basta s’i’ ragruzzolo
sotto la mensa tua qualche minuzzolo.

XVIII
A che ti gioverà tanta bellezza,
se tu o altri non ne trae diletto?
Che frutto arai di tanta tuo durezza,
se non pentirti invano, ira e dispetto?
Non ha sempre a durar tuo giovinezza;
ramentera’ti ancor quel ch’io t’ho detto.
Parmi che come un fior tuo beltà caggia:
dunque prendi partito come saggia.

XIX
Deh, vogli un po’ ch’amor me’ ti consigli
di tanta tua durezza anzi che ’nvecchi!
Veduti ho bianchi fior, gialli e vermigli
in breve tempo farsi passi e secchi,
e dove furon già viole e gigli
son fatti aridi sterpi, pruni e stecchi.
E guai a quel che si rifida al verde:
ciò che speme nutrica, el tempo perde.

XX
S’i’ ti credessi mai esser nel core,
i’ sarei degli amanti il più contento;
ma quel ch’è drento non si vede fore,
e questa è la cagion del mio tormento.
I’ so ch’io t’amo con perfetto amore,
ma se tu ami me, questo non sento:
e benché i’ creda in te esser clemenza,
i’ vorrei pur vederne esperïenza.



XXV
Io ho sentito el tuo crudo lamento
e veggo ben quanto ti sforza amore,
e s’i’ ti fu’ mai cruda, me ne pento,
benché di dolce fiamma ardessi el core.
Io spero ancor che tu sarai contento,
e sarà conosciuto el nostro onore.
Amante, poni al tuo pianto silenzio
ché più si gusta el mel dopo l’asenzio.

XXVI
Io benedisco ogni benigna stella
sotto la qual felice al mondo nacqui,
poi che tra tante donne io fu’ sol quella
che tanto agli occhi tuoi benigni piacqui.
E di non esser stata assai più bella,
per tuo cagione a me sempre dispiacqui;
e s’i’ credessi sol sare’ beata
che, quant’i’ t’amo, da te fussi amata.

XXVII - 1
O trïonfante sopra ogni altra bella,
gentile, onesta e graziosa dama,
ascolta el canto con che ti favella
colui che sopra ogni altra cosa t’ama:
perché tu sei la sua lucente stella
e giorno e notte el tuo bel nome chiama.
Principalmente a salutar ti manda,
poi mille volte ti si raccomanda.

XXVII - 2
E priegati umilmente che tu degni
considerar la sua perfetta fede,
e che qualche pietà nel tuo cor regni,
come a tanta bellezza si richiede.
Egli ha veduti mille e mille segni
della tuo gentilezza, e ognor vede:
or non chiede altro el tuo fedel suggetto
se non veder di que’ segni l’effetto.




XXVII - 3
Sa ben che non è degno che tu l’ami,
non è degno vedere i tuo begli occhi,
maxime avendo tu tanti bei dami,
che par che ognun solo el tuo viso adocchi.
Ma perché e’ sa che onore e gloria brami
e stimi poco altre frasche o finocchi,
e lui sempre mai cerca farti onore,
spera per questo entrarti un dì nel core.

XXVII - 4
Quel che non si conosce e non si vede
chi l’ami o chi l’aprezzi, mai non truova:
e di qui nasce che tanta suo fede,
non sendo conosciuta, non gli giova;
ché troverria ne’ begli occhi merzede,
se tu facessi di lui qualche pruova.
Ognun zimbella, ognun guata e vagheggia,
chi sol per fedeltà esce di greggia.

XXVII - 5
E se potessi un dì, solo soletto,
trovarsi teco sanza gelosia,
sanza paura, sanza gnun sospetto,
e raccontarti la suo pena ria,
mille e mille sospiri uscir del petto
e’ tuo begli occhi lagrimar faria;
e se sapessi aprir bene el suo core,
ne crederrebbe acquistare el tuo amore.

XXVII - 6
Tu sei de’ tuo belli anni ora in sul fiore,
tu sei nel colmo della tuo bellezza;
se di donarla non ti fai onore,
te la torrà per forza la vecchiezza:
ché ’l tempo vola e non si arreston l’ore,
e la rosa sfiorita non si aprezza.
Dunque allo amante tuo fanne un presente:
chi non fa quando può, tardi si pente.


XXVII - 7
El tempo fugge e tu fuggir lo lassi,
che non ha el mondo la più cara cosa;
e se tu aspetti che ’l maggio trapassi,
invan cercherai poi di côr la rosa.
Quel che non si fa presto, mai poi fassi:
or che tu puoi, non istar più pensosa.
Piglia el tempo che fugge pel ciuffetto,
prima che nasca qualche stran sospetto.

XXVII - 8
Egli è nello infradue pur troppo stato,
e non sa s’e’ si dorme o s’e’ s’è desto,
o se gli è sciolto, o se gli è pur legato:
deh, fa’ un colpo, dama, e sie per resto!
Hai tu piacer di tenello impiccato?
O tu l’affoga, o tu taglia el capresto.
Non più, per Dio, questa ciriegia a bocca:
o tu stendi omai l’arco, o tu lo scocca.

XXVII - 9
Tu lo pasci di frasche e di parole,
di risi e cenni, di vesciche e vento;
e di’ che gli vuoi bene, e che ti duole
di non poterlo far, dama, contento.
Ogni cosa è possibile a chi vuole,
pur che ’l foco lavori un poco drento:
non più pratiche omai, faccisi l’opra,
prima che afatto questo amor si scuopra.

XXVII - 10
Ch’egli ha diliberato e posto in sodo,
se gli dovessi esser cavato il core,
di cercare ogni via, ogni arte e modo
per côrre e frutti un dì di tanto amore.
Scior gli conviene o tagliar questo nodo
(pur sempre intende salvarti l’onore),
ma convien, dama, ch’anche tu aguzzi,
per venire ad effetto, e tuo ferruzzi.





XXVII - 11
E se tu pur restassi per paura
di non perder la tua perfetta fama,
usa qui l’arte e pon molto ben cura
che ingegno o che cervello ha quel che t’ama.
S’egli è discreto, non istar più dura,
ché più si scuopre, quanto più si brama.
Cerca de’ modi, truova qualche mezzo,
e non tener troppo el cavallo al rezzo.

XXVII - 12
Se tu guardassi a parole di frati,
i’ direi, dama, che tu fussi sciocca:
e’ sanno ben riprendere e peccati,
ma non si acorda el resto colla bocca,
e tutti siàn d’una pece macchiati.
Io ho cantato pur: zara a chi tocca!
Poi quel proverbio del diavolo è vero,
che non è come si dipigne nero.

XXVII - 13
E’ non ti die’ tanta bellezza Iddio,
perché la tenga sempre ascosa in seno,
ma perché ne contenti, al parer mio,
el servo tuo di fede e d’amor pieno.
Né creder tu che sia peccato rio,
per esser d’altri, uscir un po’ del freno:
ché, se ne dai a lui quanto è a bastanza,
non si vuol gettar via quel che t’avanza.

XXVII - 14
Egli è pur meglio e più a Dio accetto
far qualche bene al povero afamato,
che, apresentato nel divin cospetto,
cento per un ti fia rimeritato.
Datti tre volte della man nel petto,
e di’ tuo colpa di questo peccato:
e’ non vuol troppo, basta ch’e’ ragruzzoli
sotto la mensa tua di que’ minuzzoli.


   

XXVII - 15
E però, donna, rompi un tratto el ghiaccio,
assaggia anche tu el frutto dell’amore:
quando l’amante tuo t’arà poi in braccio,
d’aver tanto indugiato arai dolore.
Questi mariti non ne sanno straccio,
perché non hanno sì ’nfiammato il core:
cosa disiderata assai più giova,
e se nol credi, fanne pur la pruova.

XXVII - 16
Questo mie ragionare è un vangelo.
Io ti ho cantato apertamente tutto:
so che nell’uovo tu conosci il pelo,
e sapra’ne ben trarre el ver costrutto.
E s’io arò punto favor dal cielo,
forse ne nascerà qualche buon frutto.
Fatti con Dio, ché ’l troppo dire offende:
chi è savia e discreta, presto intende.

XXVIII
I’ mi sento passare insin nell’ossa,
ogni acento, ogni nota, ogni parola;
e par che d’altro pascer non mi possa,
ch’ogni piacer questo piacer m’imbola.
E crederrei, s’i’ fussi entro la fossa,
risuscitare al suon di vostra gola;
crederrei, quando io fussi nello inferno,
sentendo voi, volar nel regno eterno.

XXIX
Voi vedete ch’io guardo questa e quella,
e forse ancor n’avete un po’ disdegno,
ma non possa io veder mai sole o stella,
s’io non ho tutte l’altre donne a sdegno.
Voi sola agli occhi miei parete bella,
piena di grazia, piena d’alto ingegno:
abbiatene di questo mille carte,
ma per coprire el vero uso questa arte.

XXX
Io vi debbo parere un nuovo pesce
talvolta, donna, e forse ne ridete:
ma chi non fa così nulla rïesce,
e mill’esperïenzie ne vedete.
A me d’esser gufato non incresce,
pur che la pania poi tenga o la rete;
e per vedervi sol rider un tratto,
sarei contento esser tenuto matto.

XXXI
Non son però sì cieco ch’io non vegga
che voi mettete tutti e vostri ingegni
per far che dell’amor vostro m’avegga,
e fatene a ogn’ora cento segni,
tanto che nella fronte par si legga.
Ma voi sapete ch’i’ n’ho mille pegni:
dunque operate discrezione e senno
in ogni vostra guatatura e cenno.

XXXII
Or credi tu ch’io sempre durar possa
a tante villanie, a tanto strazio?
o pur deliberato hai nella fossa
di tua man sotterrarmi in poco spazio?
Vuo’mi tu mangiar crudo insino all’ossa
per far de’ miei tormenti el tuo cuor sazio?
Vuoi tu berti el mio sangue per le vene?
Vivi tu d’altro che delle mie pene?

XXXIII
Fammi quanto dispetto far mi sai,
dammi quanto tu vuoi pena e tormento,
riditi del mio male e de’ mie guai,
guastami ogni disegno, ogni contento,
mostramiti nimica come fai,
tienmi sempre in sospetto, in briga e stento:
e’ non potrà però mai fare el cielo
ch’io non ti onori e ami di buon zelo.

    

XXXIV
Visibilmente mi s’è mostro Amore
ne’ be’ vostri occhi e volea morte darmi,
ma sbigottito si fuggì el mio core,
gittando in terra tutte le sue armi,
perch’Amor lancia con tanto furore
che ’l ferro spezza, e’ diamanti e’ marmi.
Ma pur la vista vostra è tanto vaga
che ’l cor ritorna aspettar questa piaga.

XXXV
Non son gli occhi contenti o consolati,
ma fanno al cor dolente compagnia,
perché d’ogni lor ben gli hanno privati
amor, fortuna, invidia e gelosia.
Ma tor però non mi potranno e fati
in alcun tempo la speranza mia:
ché, s’altro aver del mio amor non spero,
n’arò pur la dolcezza del pensiero.

XXXVI
Che fa’ tu, Ecco, mentre io ti chiamo? Amo.
Ami tu dua o pure un solo? Un solo
E io te sola e non altri amo. Altri amo.
Dunque non ami tu un solo? Un solo.
Questo è un dirmi: i’ non t’amo. I’ non t’amo.
Quel che tu ami, amil tu solo? Solo.
Chi t’ha levata dal mio amore? Amore.
Che fa quello a chi porti amore? Ah, more!

XXXVII
Non creder, donna, per essere crudele
e per tenermi in pianti e in sospiri,
che io non t’ami e non ti sia fedele,
pur che ver me un tratto gli occhi giri,
gli occhi che son duo stelle alle mie vele
e fanno dolci tutti e mie martiri.
Volgi quegli occhi a me benigni e ridi,
e poi contento son se ben m’uccidi.

    


XXXVIII
Non potrà mai tanta vostra durezza
del petto trarmi l’amoroso foco,
ché l’alma è già sì a’ tormenti avezza
che ’l sospirar per noi gli è festa e giuoco.
L’amor d’ogni altra donna il cor disprezza,
il cor ch’a tal piacer mai non dà loco,
anzi gli è in odio quel che a voi dispiace
e ama sol quel che a’ vostri occhi piace.

XXXIX
Né morte potria far ch’io non v’amassi,
ché, poi che ’l spirto fussi uscito fora,
converria, donna, che con voi restassi
per fin venisse di voi l’utima ora,
e poi nell’altro mondo seguitassi
l’ombra mia sempre la vostra ombra ancora.
Dato dal ciel mi fu questo per sorte:
ch’i’ fussi vostro in vita e dopo morte.

XL
Chi si diletta in giovenile amore
compera la ricolta in erba verde,
ché sempre il frutto non responde al fiore
e spesso la tempesta la disperde.
Tristo a chi si confida in bel colore
che dalla sera alla maitina perde!
Però laudi ciascuno il mio consiglio
s’io disprezzo le fronde e ’l frutto piglio.

XLI
Se pure il vostro cor non è ancor sazio
di veder tanto mie crudel tormento,
i’ prego Morte mi die tanto spazio
ch’io possa far vostro disio contento.
E se non basta ciò, per più mio strazio
mora, e sia data la polvere al vento.
Ché più dolcezza mi saria morendo
per contentarvi, donna, che vivendo.




XLII
Omè, ché ’l troppo amore a morte mena
il cor sanza speranza di soccorso!
Morte sciorrà l’amorosa catena,
morte torrà dal core il duro morso.
Né so però se mancherà la pena,
alor ch’i’ serò in braccio a morte corso;
né saria questo già contro a mia voglia,
se per amarvi stessi sempre in doglia.

XLIII
Mentre ch’ogni animal dormendo posa,
raddoppio e pianti e rinnuovo e sospiri,
e sol prego che Amore facci una cosa,
ch’alquanto delle fiamme el cor respiri.
Né tu ti fai però di me pietosa,
mentr’io piango cantando e mie martiri,
anzi nascondi el tuo amoroso volto.
Rendi agli occhi mie ’l lume c’hai lor tolto!

XLIV
Ogni donna di me pietosa fassi
e ogni fera che ode el me lamento;
io ho mossi a pietà già questi sassi
ne’ quali or poso il mio corpo scontento,
e non fu mai alcun che donna amassi
che stessi com’io fo all’acqua, al vento.
In voi sol, donna, e mie pianti non ponno
rompere el vostro dolce e leggier sonno.

XLV
Se ’l vostro cor pietà non mostra ormai
agli occhi che più lacrime non hanno,
pe’ mie prieghi pietosa de’ mie guai
si facci Morte, e trarrammi d’affanno.
E benché io creda che piacere assai
arete dal mio strazio e dal mio danno,
non fia però non si dica che a torto
i’ sia da voi sol per amarvi morto.


XLVI
Piangete, occhi, da poi ch’Amor v’ha tolto
la dolce vista di madonna vostra;
tristi piangete, poi che sì bel volto
pietade alcuna ver di voi non mostra;
piangete, poi ch’amore in pianto ha volto
il riso e ’l canto e la speranza nostra.
Deh sospira, cor mio, tuo crudel sorte
fin che pietà di te vegna alla morte!

XLVII
Madonna, e’ saria dolce la mia pena,
dolce il pianto, i sospir, dolce il tormento,
s’i’ fussi certo che questa catena
sciogliessi un giorno per farmi contento.
Ma perché il corpo si sostiene a pena,
e’ be’ vostri occhi non fan mutamento,
sciorrà questa catena un giorno morte
e porrà fine alla mia trista sorte.

XLVIII
E’ non è mai sì carco di tormenti
el mio aflitto e ’ndebilito core
che, se rivede e begli occhi lucenti,
non riprenda le forze e ’l suo valore;
ma tu gliene se’ avara e nol contenti,
ché per non rivederli sol si more.
Al cor la vista de’ begli occhi rendi
tanto che dalla morte si difendi!

XLIX
Piangete, amanti, insieme, al mie dolore;
piangete sin che a pietà lei si muova;
e se pietà non ha, pregate Amore
non voglia far di me più lunga pruova,
ma che mi renda libero el mio core,
o che da lei tal crudeltà rimuova,
e che or mai e’ sia contento e sazio
di veder tanto mio crudele strazio.


L
Vedete, amanti, a quale estrema sorte
i’ son ridotto sol per donna amare,
ch’i’ sento al cor già vicina la morte,
né posso a tanto danno riparare.
Merzé chieggio a colei piangendo forte,
che d’este pene lo vogli cavare:
e lei che vede che morte m’uccide,
non se ne cura e del mio mal si ride.

LI
Pietà vi prenda del mio aflitto core,
pietà, se pietà alcuna in voi si serba!
Muovavi l’esservi stato amadore
dal dì che vostra etade era anche in erba.
Or che ne l’arbor aprire ogni fiore
veggio, e già ’l frutto che si disacerba,
del bel arbore aspetto il frutto côrre,
se vostra crudeltà non mel vuol tôrre.

LII
Contento in foco sto come Fenice,
e come Cigno canto nel morire,
però ch’i’ spero diventar felice
quando sofferto arò pena e martire.
Amor, tu vederai quanto non lice
esser crudele al mio leal servire,
ché, conosciuta la mia pura fede,
spero che avrai di me qualche merzede.

LIII
Acqua, vicin, ché nel mio cor io ardo!
Venite, soccorretelo, per Dio!
Ché c’è venuto Amor col suo stendardo,
che ha messo a foco e fiamma lo cor mio.
Dubito che l’aiuto non sia tardo,
sentomi consumare, ohimè Dio!
Acqua, vicini, e più non indugiate,
ché ’l mio cor brugia se non l’aiutate.
   

LIV
Questi tanti sospir ch’al cor si stanno,
Amor forse porrà tosto lor fine;
ché, s’io ben veggio, pietose si fanno
inver di me quelle luci divine,
gli occhi, che ancora speranza mi danno
ch’io corrò el fiore in mezzo a tante spine,
e che tosto sarò lieto e contento
d’aver sofferto tanto di tormento.

LV
Dopo tanto aspettar verrà mai l’ora
verrà mai il giorno tanto desïato?
che, se mai venir deve, tempo fora
venisse avanti i’ fussi sotterrato?
Il mio servir non conosciuto ancora
sarà cagion ch’io mora disperato,
né troverrà pietade el mio lamento?
O pure al fin mi farà Amor contento?

LVI
Credut’io non arei crudeltà tanta
regnar potessi in sì gentile aspetto:
ma or ben me n’accorgo e veggio quanta
è vana la speranza ch’io aspetto.
E bene è vero: ogni bella pianta
non tutta volta fa il pomo perfetto.
Così spesso intervien quel ch’uom non crede,
ma savio è quel che tosto se n’avede.

LVII
Donna, s’i’ debbo mai trovar merzede
ne’ be’ vostri occhi o punto di pietade,
se mai esser pagata la mia fede
debbe con altro che con crudeltade,
a’ be’ vostri occhi il cor questo sol chiede,
che venga pria che Morte usi impietade.
Al iusto priego non gli siate avara,
ché per servirvi sol la vita ha cara.

   

LVIII
Uno amoroso sguardo, un dolce riso
mi fanno un tempo star lieto e contento;
ma, se talora disdegnosa in viso
vi veggio, resta il cor tristo e scontento.
Così or sono in vita e ora ucciso
sì come veggio in voi far mutamento;
e ’n questi duo contrarii è dubbio il core
qual maggior sia, o ’l piacere o ’l dolore.

LIX
E’ non fu al mondo mai più sventurato
amante o più di me tristo e scontento,
ch’io porto penitenzia del peccato
ch’altri ha commesso con mio detrimento.
Ècci chi crede di farsi beato
con tener me in infernal tormento,
né sa ben quanto a Dio dispiace forte
colui che cagion è dell’altrui morte.

LX
I’ ti ringrazio, Amor, d’ogni tormento
ch’io soffersi e di tanti mie affanni,
e sono in fra gli amanti il più contento
che fussi mai alcun già fa mille anni,
poiché mie nave, spinta da buon vento,
il porto vede, requie a tanti danni.
Reggi la vele, Amor, ché ’l vento spinge,
mentre che ancora intorno il mar la cinge.

LXI
Bramosa voglia che ’l mie cor tormenta
mi fa prosuntuoso a voi venire;
l’ora ch’i’ non vi veggo el par ch’i’ senta
amara doglia che mi fa morire,
e sol si truova l’alma mia contenta
dove e vostri occhi debbon aparire.
In questa voglia sempre starò forte
fin che mie vita dura e alla morte.




LXII
Non arà forza mai tuo crudeltade,
donna, che sempre i’ non ti sia suggetto;
già mai non mancherà mie fedeltade
mentre che l’alma fia nel miser petto.
Forse che ancor ti moverà piatade
di tuo bellezze e di me poveretto:
del mie fedel servire invan perduto,
e del tuo fior ch’allor sarà caduto.

LXIII
Occhi leggiadri, o grazïoso sguardo,
che fusti e primi che m’innamoraro,
occhi sereni, donde uscì quel dardo
che passò il core e non valse riparo,
occhi, cagion del foco in qual sempre ardo,
senza li quali el viver non m’è caro,
a voi ne vengo a dimandar se mai
sperar debbo merzé di tanti guai!

LXIV
Occhi che sanza lingua mi parlate
l’oneste voglie di quel santo core,
e sanza ferro in pezzi mi tagliate,
e sanza man mi tenete in dolore,
e sanza piedi a morte mi guidate
lieto sperando e cieco per amore:
se voi siate occhi e l’altre forze avete,
perché del foco mio non v’avedete?

LXV
O conforto di me che ti mirai
e del mio tristo cor pace e riposo,
o rimedio solenne de’ mie guai,
o viso pellegrino e grazioso,
o tu che sempre sospirar mi fai
per te che di chiamar già mai non poso:
pietà, per Dio, pietà, pietà, ch’i’ moro,
se non m’aiuti, o caro mio tesoro!


LXVI
Ohimè, Signor mio, perché t’adiri
col tuo servo fedel sanza cagione?
Perché gli dai ognor nuovi martiri
sanza difetto e contro ogni ragione?
Tu tien mie vita in lacrime e sospiri
per poca fede e falsa opinione:
lascia, ti priego, ogni cagione omai,
ché sola al mondo t’amo e tu lo sai.

LXVII
Né morte né mai altro potrà fare
ch’i’ non t’abbi nel core a tutte l’ore,
né cosa alcuna potrà mai mutare
quel voler che t’elesse per Signore.
né resterò già mai di lacrimare
poi che sol pianto disia il mio core,
né cosa alcuna fia che mi conforte
sol ch’io speri trovarti o in vita o in morte.

LXVIII
Quando riveggo el tuo lezadro volto,
vie più s’infiamma el mio misero core;
io mi solevo andar libero e sciolto,
or nelle forze sue mi tiene Amore.
Ben credo ch’i’ sarò prima sepolto
ch’i’ esca mai di tanti affanni fore.
Poi che questo m’è dato in dura sorte
disposto sono a portarne la morte.

LXIX
Per Dio, madonna, donami soccorso
perch’io non mora giovinetto amando!
Tu hai le redine in man del duro morso
e di me puoi disporne al tuo comando.
I’ son per te in tal dolor trascorso
ch’i’ son per dare alla mia vita bando:
ben potrai tener cara tua bellezza,
se muor l’amante che tanto t’aprezza.


LXX
Soccorrimi oramai prima che morte
chiuda questi occhi e li spiriti lassi;
muta la voglia dispietata e forte,
ché le mie voci avrian già mossi e sassi!
S’a te servire el ciel mi dè per sorte,
perché sanza ragion morir mi lassi?
Soccorrimi oramai, merzé chiamando
finir mi sento, il core in te sperando.

LXXI
Che debbo io più, meschino, omai pensare,
d’aver riposo in questo mondo o pace?
a chi mi deggia, lasso, richiamare
di tanto foco che ’l mio cor disface?
a chi verrà pietà del mio stentare?
O cruda morte, o lacrime vivace,
a voi ritorno, poi ch’ogni altra cosa
a me meschino misero è noiosa.

LXXII
In mille modi io ho provato e pruovo
volger la voglia tua che è tanto dura;
di giorno in giorno più crudel ti truovo,
languir mi vedi e di me non hai cura.
El mio servir, al mio pregar, t’è nuovo;
el mio penar con te non ha ventura:
donna non vidi mai sotto le stelle
più bella in vista e nel cor più ribelle.

LXXIII
Se tu sapessi el duol che l’alma atrista
e mostrar ti potessi el tristo core,
so che saresti assai più dolze in vista
e ti dorresti del tuo lungo errore.
Per crudeltà già mai gloria s’acquista,
né per far consumare un servidore:
benché sie mie signor, io servo umile,
quanto più umana, tanto più gentile.


LXXIV
Se morte o tuo merzé non viene ormai
a trar quest’alma dall’ardente foco,
girò disperso per sfogar mie guai,
piangendo il mie destino in ogni loco,
e tu, donna crudel, cagion sarai
ch’i’ mi consumi e strugga a poco a poco.
Però se m’ami come m’hai mostrato,
non sia cagion ch’i’ mora disperato.

LXXV
Piangete, occhi dolenti, e non restate,
piangete sempre, acompagnate il core,
piangete sempre per fin che lasciate
li spiriti affannati in gran dolore;
e quando il corpo stanco abandonate,
piangendo andate bestemiando Amore,
e siate essemplo a chi spera merzede
di donna in cui non è né fu mai fede.

LXXVI
Costei ha privo el ciel d’ogni bellezza
e tolti e ben di tutto el paradiso;
privato ha il sol di lume e di chiarezza
e posto l’ha nel suo splendido viso;
al mondo ha tolto ogni suo gentilezza,
ogni atto e bel costume e dolce riso:
Amor l’ha dato sguardo e la favella
per farla sopra tutte la più bella.

LXXVII
Pigliate essemplo, voi ch’Amor seguite,
della mie morte tanto acerba e dura,
ché ’l traditor con suo crudel ferite
m’ha fatto diventare un’ombra scura,
e benché l’ossa mie sien seppellite
non è ancor l’alma dal martir secura.
Fuggite Amor, per Dio, miseri amanti,
ché dopo morte ancor restate in pianti.




LXXXII
Quando questi occhi chiusi mi vedrai,
e ’l spirito salito all’altra vita,
allora spero ben che piangerai
el duro fin dell’anima transita.
E poi, se l’error tuo conoscerai,
d’avermi ucciso ne sarai pentita,
ma ’l tuo pentir fia tardo all’utim’ora:
però non aspettar, donna, ch’i’ mora.

LXXXIII
Dove apariva un tratto el tuo bel viso,
dov’el udiva tuo dolce parole,
parëa che vi fussi el paradiso,
dove tu eri, pare’ fussi il sole.
Lasso! mirando nel tuo aspetto fiso,
la faccia tua non è com’esser suole:
dov’è fuggita tua bellezza cara?
Trist’a colui ch’alle suo spese impara!

LXXXIV
Già collo sguardo facesti tremare
l’amante tuo e tutto scolorire;
non ave’ forza di poter guardare
tant’era el grande amore e ’l gran disire.
Vidilo in tanti pianti un tempo stare,
ch’i’ dubitai assai del suo morire.
Tu ridevi del mal che s’aparecchia:
or riderai di te che sarai vecchia.

LXXXV
Quando ti cominciai amare in prima,
i’ non sapea che cosa fussi amore,
e non facea del mio nimico stima
fin che non giunse nel mio freddo core.
Ma, po’ ch’e’ fu della mia vita in cima,
l’ho riverito come mie signore:
benché faccia di me cotanto strazio
pur mille volte el dì ne lo ringrazio.



LXXXVI
Non so per qual ragion, donna, si sia,
o se gli è pur disgrazia o mio difetto,
che quand’io passo, donna, pella via,
che tu ti fuggi inanzi al mio cospetto
e non vuoi ch’i’ ti veggia come ’n pria.
O se m’avessi per altro a sospetto,
e s’io non fussi del tuo amor ben degno
se non me lo vuoi dir, fammene un cenno.

LXXXVII
E’ mi convien da te spesso partire,
poi che la mie infelice sorte vuole,
e, non potendo il suo voler fuggire,
son sforzato a far quel che più mi duole.
Lassoti il cor che non mi può seguire,
ché resta incatenato ove si suole.
Così parton da te mie membra spesso,
ma lo spirito ognor, donna, t’è presso.

LXXXVIII
Tu pensi ch’i’ mi sia da te rimosso,
non mi vedendo, e pur son teco ognora;
e s’i’ volessi ben, fuggir non posso
né viver sanza te, madonna, ancora.
Le catene crudel ch’i’ porto adosso
mi terranno prigion per fin ch’i’ mora;
né so, poi che la carne fia sotterra,
se lo spirto uscirà di tanta guerra.

LXXXIX
Talor il corpo mio da te si parte,
seguendo suo crudel disaventura,
contro a cui non mi vale o ’ngegno o arte,
sì è la sorte mia spietata e dura.
Ma ti resta di me la miglior parte:
dunche com’hai del mio partir paura?
Se alle volte da te il corpo si muove,
l’anima sai che non può stare altrove.




XC
Perché hai tu, donna, il mie partire a sdegno,
ché sai pur com’io vo contro a mie voglia,
e per fin che a vederti non rivegno,
non sarà la mie vita altro che doglia?
Non ha’ tu di mie fede il core in pegno,
con sicurtà che mai da te si scioglia?
Perché è ne’ lacci tuoi stretto sì forte,
ch’a pena il può far libero la morte.

XCI
Quando penso, amor mio, che ’l giorno è presso
che prender mi convien sì lunga via,
e con sospiri abandonar me stesso,
lassando la tuo dolze compagnia,
e che il ben che speranza m’ha promesso
come polvere el vento porta via,
son costretto a portare invidia al core,
ch’i’ parto e lui rimane al mio signore.

XCII
Già non m’incresce di lasciare il core
che resta volentier col suo disio,
ma che sia poco accetto al mio signore,
che già mi si mostrò clemente e pio,
questo radoppia il mie grave dolore,
questo fa troppo acerbo il partir mio,
questo è cagion che mai serò contento,
ch’i’ vo con pena e ’l cor sta con tormento.

XCIII
Passo senza dormir le notti tutte
mentre te, donna, sospirando chiamo,
né ho del pianto mai le luci asciutte
perch’io lascio i begli occhi ch’i’ tanto amo.
Le membra sento indebilite e strutte,
tal che per manco mal la morte bramo:
e certo i’ non sarei vivo quest’ora,
se non ch’i’ spero di vederti ancora.






XCIV
Se non fusse che spero venir presto
ov’io possa vederti, anima mia,
el viver sanza te m’è sì molesto
che già sol di dolor morto saria.
Pur col bene sperar contento resto,
né credo sempre aver sorte sì ria:
le gravi pene e ’l gran foco ov’io ardo
mi può levare un tuo benigno sguardo.

XCV
Poi che in pianto, in sospir passa il dì tutto,
la sera almen mi riposassi un poco
e stessi un’ora sol col viso asciutto!
Non s’arrende l’ardor dell’ampio foco,
che m’ha sì consumato il core e strutto
che non mi vale ormai tempo né loco.
Ma ogni grazia invano ad Amor chieggio:
sto male il giorno e poi la notte peggio.

XCVI
Godi, donna crudel, poi che tu m’hai
condotto amando in miserabil loco;
trionfa or delle pene che mi dai,
del dolor che mi strugge a poco a poco;
prendi gloria e diletto de’ mie guai,
pasci ben gli occhi tuoi del mie gran foco:
quando l’animo arai del mio mal sazio,
forse t’increscerà di tanto strazio.

XCVII
Merzede ormai, ch’i’ mi consumo e ardo,
aspettando al mie mal qualche conforto,
che, s’è per mia disgrazia a venir tardo,
el viver mio sarà doglioso e corto!
E, se non fusse alcun soave sguardo
de’ tuo begli occhi, i’ mi sarei già morto:
con questo a stento si mantien mie vita,
però convienmi aver maggior aita.


XCVIII
Ben sarà tempo, Amore, avere scosso
dal collo il giogo tuo molesto e grave,
poi che ’n tanti martir piegar non posso
quella a cui desti del mio cor la chiave.
Ma so pria serò da me rimosso
che ’l mal ch’i’ ho per lei non sia suave:
così dura come è nel cor la porto,
di lei son vivo e suo vogl’esser morto

XCIX
Se di questo crudel strazio e dispetto
ti risultassi commodo e onore,
arei tanto piacer del tuo diletto
che mi parria suave ogni dolore.
Ma perché a torto uccidere un subietto
è iattura e infamia del signore,
m’incresce assai del mio mortale affanno,
ma molto più di tuo vergogna e danno.

C
Vinto dalla durezza del tuo petto,
ov’io non seppi ancor trovar merzede,
ho cerco in altra trasferir l’affetto
da mia devota servitute e fede.
Ma è ne’ lacci tuoi mie cor sì stretto
che di spiccarsi alcuna via non vede:
e poi che vuol così mie dure sorte,
fermo son di servire insino a morte.

CI
Fuss’io pur certo nella morte almeno
poter l’aspre catene all’alma tôrre!
Ch’io ardirei con ferro o con veneno
queste languide membra in terra porre.
Ma chi sa se morendo amor vien meno,
o se può stringer l’alma e ’l corpo sciorre?
Vivendo il ciel mi sforza esser tuo preda,
né so dopo el morir quel ch’io mi creda.



5
Se mille volte Amor mel comandassi,
che può far di me istrazio quanto vuole
tanto potrebbe far ch’io non t’amassi,
quanto potrebbe far fermare il sole.
E se mille altri amanti mi mostrassi,
sarebbon tutte invan le lor parole.
Tu mi chiedesti il core, i’ tel donai,
né d’altri che di te non sarà mai.

6
Io mi dorrò di te innanzi Amore,
dicendo come tu mi fai morire
i’ gli dirò ch’i’ son tuo servidore,
e fai mie vita per pianti finire;
dirògli che tu m’hai ferito il core
e i mie prieghi non gli vuoi udire.
Io so che ti sarà dato ogni torto
veduto al tutto che per te son morto.



7
Donne mie, io potre’ dire
assai mal ch’io non vo’ dire.

Potre’ dir che non sapete
contentare e vostri amanti
e che voi non la ’ntendete
a scacciarli tutti quanti.
Se voi dicessi: – E’ son tanti,
ch’io un so come mi fare –,
io vi potrei insegnare,
ma io nol vo’ però dire.

Quando son tanti manzieri
che in persona vanno e in petto,
ch’oggi non son dove ieri
e che vi hanno pel ciuffetto,
bisogn’allor giucar netto,
e saper tener la pratica
e mostrarsi lor salvatica:
ma io nol vo’ però dire.

Ch’e’ son tanti civettoni
che l’han sopra la berretta;
vagheggiano a’ gonfaloni,
van dove ’l pazzo gli getta.
Sovi dir ch’è pazzia pretta
a mostrar loro un buon viso
che ne lievon poi un riso
che io nol potrei ma’ dire.

Bisogna dar lor di pala
e mandarli al generale,
che si può chiamar cicala
chi ne dice altro che male;
ma gli è cosa naturale
aver un che tu più ami:
lascia per me gli altri dami,
fa’ quel ch’io non posso dire.




8
I’ vi voglio confortare,
voi che avete a maritarvi,
di voler prima provarvi
con colui ch’avete a stare.

I’ so ben ch’i’ me ne pento
ch’io non presi tal partito
non arei tanto tormento
quanto sempre i’ ho sentito
Quando i’ presi il mio marito
i’ credetti aver ben fatto:
or io trovo che gli è matto,
né con lui posso durare.

Se la sera i’ gli ricordo
che provegghi da mangiare,
e’ mi dice ho dello ’ngordo
né mi posso mai saziare
Vo’ la borsa trassinare
per aver de’ mie bisogni:
truovola ch’è pien di sogni,
né mi vale il lusingare.

Pur se fussi almen discreto
che, trovandosi isvegliato,
s’io mangiassi stessi cheto,
ch’ogni assa’ m’ha contentato!
Ho perduto mezzo il fiato
per gridare e zuppa e pappa:
sciagurata a chi v’incappa,
che bisogni ire acattare!

Quando vo’ certe tre lire
che più volte m’ha promesso,
di contar non può finire
che non facci uno interesso.
Quando egli ha contato, appresso
e’ ne vien moneta falsa:
per savore e’ mi dà salsa,
e conviemel sopportare.

==>SEGUE

Non ponete troppa cura
se vedete sien garzoni,
ché faran buona misura:
sempre pagon di grossoni.
Per levar via le quistioni,
conteranno sette volte;
né macinano a raccolte
né bisogna il lusingare.

9
Buona roba abbiàn, brigata,
e facciànne gran derrata.

No’ siàn buon rivenditore
e di bella roba e nuova,
da averne sempre onore
quando altru’ po’ ne fa pruova:
cioppe vecchie a noi non giova
gir vendendo mai, né stracci,
ché nessuno è a chi piacci
una cosa stazonata.

Chi ’l vecchiume comprar vuole
per vantaggio e ’n su civanzi
quando poi l’ha adoprar, suole
volger lo drieto dinanzi:
pur non credo se n’avanzi,
tanto spesso si ricuce,
ch’ogni dì si stianta e sdruce
una cosa trassinata.

Noi abbiàn cioppe a dovizia,
e gamurre e gamurrini,
ma più bella masserizia
abbiàn poi in panni lini,
o vuo’ grossi, o vuo’ de’ fini,
d’un serrato lavorio
e chi avessi anche disio
d’una coda, fia trovata.

Tra più code, ben sapete,
coste’ una n’ha riposta,
e in ordin, se vorrete,
sarà sempre a vostra posta:
ell’è grande, e poco costa.
Ogni fanciulla l’aocchia,
perché l’ha una pannocchia
grossa, e sta bene appiccata.
==>SEGUE


Cuffie abbiàn di più maniere
(chi ne vuol, die danar su),
a bendoni e a testiere,
pur le tonde s’usan più.
Acque abbiàn di gran virtù,
per chi non può ingravidare;
pezze rosse usiàn portare
per chi fussi un po’ attempata.

Sì che, se vo’ comperrete,
donne e uomin, ciò che abbiamo,
porterello ove vorrete:
questo spesso lo facciamo,
e ne’ luoghi ove usiamo
facciàn l’anno centi accordi,
dando mille buon ricordi
alla parte più ostinata.

10
Dalla più alta stella
discende a celebrar la tua letizia,
glorïosa Fiorenza,
la dea Minerva agl’ingegni propizia:
con lei ogni scienzia
vien che di suo presenzia
vuol onorarti, acciò che sie più bella.

Poco ventura giova
a chi manca el favor di queste donne,
e tu, Fiorenza, el sai,
ché queste son le tuo ferme colonne:
la gloria che tu hai
d’altronde non la trai
che da l’ingegno di che ognor fai pruova.

Le stelle sono stiave
del senno, e lui governa le fortune:
or hai, Fiorenza, quello
che disiavi tanto, e in tante lune,
l’onorato cappello.
Verrà tempo novello
ch’arai le tre corone e le duo chiave.






11
Se ’l grán Tonante i fier fulmini acesi
perduti avesse e li sui stralli Amore
io ne ho tanti tranfiti in mezo il core
che sol da me li potrian esser resi.

E se de li ampli mar in terra stesi
fusse privo Nettuno, io spando fore
lacrime tante che cum più licore
pottrebe novi mari aver represi.

E se Vulcan perdesse i fuochi ardenti,
render pottroli al fabro dil gran divo
l’incendii del mio cor aspri e coccenti.

E se Eulo fusse dil suo regno privo,
cum mei suspir render potroli e venti:
in questo stato per vui, donna, vivo.

12
Legno agitato sol Nettuno chiama;
corpo egrotante a Febo aiuto implora,
Ceres invoca el bon villico ogni ora
pregnante in parto sol Lucina brama.

Nettuno al mar tranquilità rechiama;
Febo la vita languida ristora;
Ceres abunda, e ’l rustico non plora;
Lucina el parto suo defende e ama.

Tempesta, infirmità, fame e dolore
Nettuno, Febo, Cerere e Lucina
da me non levan, ma dan più dolore.

Seren, forteza, divizie e vigore
non so però di cui in me se inclina,
se tu, morte, non spingi tanto ardore.






13
Spera, signor mio car, e ormai t’afida
a l’alta impresa tua: el core nero
spogliato s’è, né più l’abito fero
a suspirar il tristo cor diffida.

La fede a la tua dona per te crida
e vol mercede al to servir sincero,
crida per te l’amor tuo puro e vero,
e l’uno e l’altro a bon porto ti guida.

Ecco ver te la vista tua divina
che in candido vestir se mostra lieta
e par che dica ormai: «Fede vol fede”.

Dunque la pena turbulenta acqueta:
vedo la tua salute esser vicina;
dopo la nube il sol chiaro si vede.




RIME DUBBIE

1
Mentre negli occhi tuoi risplende il sole,
dispensa il tempo che ’ngannato ha molti
prima che’ freschi gigli e le vïole
caschin dal giardin tuo sanza esser colti;
e chi del fallo suo tardi si duole
ben si può lamentar fra gli altri stolti.
A bella donna crudeltà non piace,
e ’l perder tempo a chi più sa più spiace.

2
Amor non vien se non da gentilezza,
né gentilezza regna sanza amore
ogni altra cosa si divide e spezza,
salvo costei ch’io porto drento al core.
A che ti può giovar tanta bellezza,
per esser sempre ingrata al servidore?
Deh muoviti a piatà, di me t’incresca,
poi ch’io ardo d’amor per tua dolce esca!

3
Lasso me, lasso o me, che deggio fare
in questa vita sanza alcun conforto?
O deggio sempre al mondo lacrimare,
né mai uscir di questo orribil porto?
O sorda morte, omai più non tardare,
soccorri a’ prieghi miei, non mi far torto,
ch’altro rifugio a me non si richiede,
poi che per me non è pietà né fede.

4
Che crudeltà sarebbe ch’i’ t’amassi
e fedelmente ti donassi el core
e tu, donna, la morte mie cercassi
e odio mi rendessi per amore?
Vorrei che qualche volta ci pensassi:
e vederesti se tu se’ in errore!
Non vedi tu che la giustizia offendi,
se per fedele amore odio mi rendi?




LXXVIII
Venite insieme, amanti, a pianger forte
sopra ’l mio corpo morto e steso in terra,
e vederete la mia crudel sorte
e quanto è tristo el fin della mia guerra.
Per troppo amore i’ son condotto a morte:
tristo a colui ch’amor crudele aferra!
Quest’è del mio servir sola merzede,
che mortal cosa amai con tanta fede.

LXXIX
Piangete, occhi dolenti, e ’l cor con voi
pianga suo libertà ch’amor li ha tolta;
piangete el dolce e bel tempo dapoi
ch’Amor nostra letizia in pianto ha volta;
piangete le lusinghe e’ lacci suoi
ond’io preso mi truovo, e lei disciolta.
Piangete, occhi dolenti, alla fin tanto
che morte stagni el vostro amaro pianto.

LXXX
Quando tu mi vedrai questi occhi chiusi
da morte ch’a tutta ora al fin mi sprona,
tutta affannata da pensier confusi
dirai: – Per me quest’alma s’abbandona! –
E se arai chi ’l tuo peccato accusi,
nessuno troverrai che tel perdona.
Così andrai piangendo in ogni lato,
dolente di me morte e tuo peccato.

LXXXI
Come può lo mie cor mai rallegrarsi?
Se possedessi quanto el ciel possede,
solo alla pena che ha di ricordarsi
di quanto ben si vide, or mal si vede;
pericoloso sta per disperarsi,
se già per grazia el ciel non gli provede
che la fortuna ormai mi concedessi
che, perso un tanto ben, morte mi dessi.

- Le Rime

Secondo l'edizione critica a cura di Daniela Delcorno Branca (Firenze 1986), le Rime polizianee costituiscono un corpus molto più ridotto rispetto all'edizione di G. Carducci (Firenze 1863): alla paternità del Poliziano sono riconosciuti 116 rispetti (o strambotti) e 23 ballate, oltre ad alcune Rime varie e Rime dubbie. Quanto alla questione molto discussa della datazione, alcune delle rime migliori, come il rispetto di Eco e la ballata delle rose, sono certamente da ascrivere agli anni compresi tra il 1478 e il 1487. Altri componimenti sono invece contemporanei o anteriori alle Stanze. Si tratta dunque di una produzione che si colloca lungo l'arco di tutta la vita del Poliziano. Cambiano, con l'andare del tempo, i destinatari e i lettori-ascoltatori: inizialmente essi sono i familiari di casa Medici, i compagni di studio e gli amici più cari; poi subentrano gli allievi dello Studio, ad uno dei quali, Alessandro Sarti, si deve l'iniziativa della pubblicazione delle Cose vulgare, avvenuta nel 1494 con il beneplacito dell'autore. La lirica volgare polizianea è costituita quasi per intero da rispetti e da ballate, con l'esclusione dei metri illustri della tradizione, la canzone e il sonetto. Si tratta di una scelta deliberatamente antiaulica: il poeta vuole collocare le sue Rime sotto il segno di una dissimulata eleganza e predilige, allo scopo di una più libera sperimentazione, costruzioni metriche meno architettonicamente complesse rispetto a quelle auliche del sonetto e della canzone. Sia il rispetto sia la ballata sono schemi più sciolti, che non richiedono un alto livello di interiorizzazione lirica e lasciano largo spazio all'occasione gioiosa e al piacere della comunicazione immediata. Non si tratta però di una scelta in senso “popolaresco”: anche se i rispetti e le ballate del Poliziano arieggiano le forme più lievi e cantabili della lirica d'amore popolare, l'autore vi infonde quella sobrietà espressiva, quella chiarezza classica di disegno e quel tono decoroso che conferiscono ai componimenti una nitidezza luminosa degna dei classici. Fermo è nel Poliziano il rifiuto sia del sonetto caudato e del linguaggio plebeo della tradizione burchiellesca sia del canto carnascialesco e del componimento rusticale, cari a Lorenzo e a Luigi Pulci. Lo stile delle Rime oscilla tra il gusto espressionistico del deforme e del grottesco, presente anche in componimenti latini come la Sylva in scabiem, e un registro più convenzionale e più elegante. Il linguaggio è scorrevole e limpido, come si addice a componimenti ispirati alla musica e alla danza. Nell'insieme le Rime costituiscono un affascinante documento di sperimentalismo, libero dalla soggezione al modello petrarchesco: in luogo dei colori spenti e dello struggimento interiore del Canzoniere di Petrarca, prevalgono infatti i colori vivi, in un tono di festosa socievolezza.
Lettera di Angelo Poliziano a Lorenzo dei Medici
Le opere dei poeti sono piene delle dottrine dei filosofi e delle scoperte dei filologi.

Particolare di un affresco
del Ghirlandaio