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Giosuè Carducci - ODI BARBARE




















































Odi barbare



Dal punto di vista artistico, è giunto per lui il momento di tentare una nuova strada, di lasciare quella rima strenuamente difesa poco prima per incamminarsi sulla "strada barbara". Infatti la nuova raccolta poetica Odi barbare (il titolo si avvicina sensibilmente ai raffinati e paganeggianti Poèmes barbares di Leconte de Lisle) la cui edizione definitiva uscì nel 1893 e consisteva in due libri di venticinque componimenti ciascuno, presenta una novità che è essenzialmente ritmica ed essa è data dal voler riprodurre nella lingua italiana, la metrica classica. Egli aveva in realtà avuto dei predecessori in queste sperimentazioni. Già infatti a partire dal Certame Coronario del 1441 e per tutto il cinquecento si tentò questa traslazione dei ritmi classici in lingua italiana con alterne fortune fino ad arrivare ai tentativi di Tolomei, Chiabrera e Fantoni e a quelli dei tedeschi Klopstock e Ramler. Questi ultimi si avvicinarono di più alla soluzione del problema, ma il Carducci volle seguire la strada battuta dai connazionali, riproducendo i versi latini con le sillabe, gli accenti, le pause avvertiti dall'orecchio italiano e lasciando da parte le quantità. Così si spiega anche quell'aggettivo "barbare" che indica la reazione che avrebbero avuto i greci e i latini (e non solo) leggendole e considerandole straniere: Queste odi […] le intitolai barbare perché tali sonerebbero agli orecchi e al giudizio dei greci e dei romani sebbene volute comporre nelle forme metriche della loro lirica, e perché tali soneranno pur troppo a moltissimi italiani, se bene composte e armonizzate di versi e di accenti italiani". Il loro universo tematico, fatto di affetti civili e patriottici, di aneliti storici, di toni intimistici (amore e morte), non è certo molto diverso dalle coeve Rime nuove. Ormai certi atteggiamenti spirituali che già si mostravano in queste ultime, si consolidano col tempo e diventano un bagaglio sentimentale che riaffiora zampillando vigorosamente e nutrendo l'ispirazione del maremmano. Il primo albore dell'Urbe, nell'Annuale della fondazione di Roma in cui è prevalente l'afflato civile, appare correlato al risveglio, sottolineato da quel "salve" anaforico, della Roma odierna, che si era redenta dalla servitù e dal cattolicesimo, capitale del Regno, ma anche capitale ideologica del mondo :"[…] tutto che al mondo è civile,/ Grande, augusto, egli è romano ancora". Quindi si affaccia il concetto cardine dell'ode, la inscindibile unità dell'Italia e di Roma. Questo connubio che sarà foriero di trionfi e glorie liberandosi da "l'età nera", da "l'età barbara" e da "i mostri" è sancito persino dal segno favorevole del fulmine a ciel sereno. Anche in Dinanzi alle terme di Caracalla, mossa da sdegno patriottico, in un atmosfera piranesiana, egli si scaglia contro gli speculatori edilizi, i precursori dei "palazzinari", che egli chiama "ciociari", che affastellano costruzioni minacciando di vituperare le grandi e degne vestigia di un passato più lontano moralmente che storicamente. La visita al un Museo civico di Brescia, tra il 7 e l'8 ottobre 1876, dove era conservata una statua bronzea del I sec. d.C., raffigurante la Vittoria, rinvenuta nella stessa città nel 1826, presso le rovine del Capitolium di Vespasiano, offre l'occasione che viene subito colta, dalla "sacerdotessa" Lidia, di libare alla Vittoria, che ritorna dopo secoli e in una città che ne è ben degna. E quell'aurea aetas, sempre riecheggiante, ritorna in Alle fonti del Clitumno vestita dei panni del nobile fiume umbro che gli illustri scrittori latini Virgilio, Properzio, Plinio hanno cantato. Alle sue acque scendevano giovenchi, e le pecore guidate dai fanciulli, lui prezioso e selvaggio. Ormai egli con l'Umbria verde saluta il dio Clitumno a cui si addicono non gli umili e molli salici piangenti, ma gli antichi e possenti alberi italici, frassini, lecci, cipressi, che serbano il ricordo del succedersi delle signorie degli Umbri, degli Etruschi e dei Romani, la riscossa e la vittoria italica contro Annibale a Spoleto. Ma quel tempo è volato via lasciando solo il silenzio, sono fuggite le ninfe, che cantavano le nozze di Giano e Camesena, da cui ebbe origine la stirpe italica, né ha più culto il nume Clitumno, ora che il cristianesimo soverchia l'antica civiltà fervida di vita e rende vile l'animo umano. Rinnovando all'Italia il saluto virgiliano, il poeta la invita a risorgere nella chiarezza, nella libertà e nel progresso dei tempi nuovi. Paesaggio e mito, natura e storia, passato e presente, poesia ed eloquenza coesistono. La nemesi storica è viva in Per la morte di Napoleone Eugenio e in Miramar. Nella prima, fatali frangenti legati alle malefatte avite, portano alla morte di Francesco Napoleone che si spegne alla corte austriaca e di Eugenio Napoleone che muore in Africa trafitto da una "zagaglia barbara" il tutto si chiude con una visione di antica tragedia: Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone, "domestica ombra" che "abita la vuota casa" tende le braccia verso il mare invocando che qualcuno della sua tragica prole le venga restituito. L'altra contiene lo sventurato destino dei consorti Massimiliano d'Asburgo e Carlotta del Belgio. Lui inviato nel regno del Messico voluto dal nonno, cade preda di indigeni rivoltosi a questa triste notizia lei impazzisce di dolore. L'esito appare similare a quello che vede protagonisti due personaggi del mito, quali Protesilao e Laodamia che conferiscono un'aura di nobiltà alla fine sciagurata dei consorti. Le dolci corde dell'amore, un'amore però contrastato, animano Sirmione. Essa gemma delle penisole sembra caduta dal cielo nella coppa del Benaco. Qui Catullo cercò quiete mentre a Roma l'infedele Lesbia "spossava i fianchi dei discendenti di Romolo" e la ninfa del lago cantava invitandolo e promettendogli pace nell'abisso. Il poeta lo ricorda a Lalage, e maledice Amore, nemico delle Muse. Ma come resistere agli occhi di Lalage? Colga ella tre rami di lauro e di mirto e li agiti al sole, conciliando le Muse e l'Amore e in omaggio ai grandi poeti che il luogo ricorda. Intessuta di suggestioni hölderiniane, Nevicat, con il ritmo lento della neve che fiocca nel cielo plumbeo e che sembra cancellare con tutti i rumori anche ogni segno di vita, con gli uccelli sperduti che picchiano alle finestre appannate e le ombre e i cari defunti che il poeta, chetando il suo indomito cuore, riabbraccerà, contiene il presentimento di una vita che declina e si dissolve nella morte. Pensieri questi, che al di là delle frequentazioni dell'Hölderin, sono suggerite anche dalla viva esperienza autobiografica che vedeva in questo periodo (1881) la lenta agonia di Lina.




Pagina tratta da: giosuecarducci.iitalia.com/

Pagina a cura di Nino Fiorillo == e-mail:dlfmessina@dlf.it == Associazione DLF - Messina
PRELUDIO

Odio l'usata poesia: concede
comoda al vulgo i flosci fianchi e senza
palpiti sotto i consueti amplessi
stendesi e dorme.

A me la strofe vigile, balzante
co 'l plauso e 'l piede ritmico ne' cori:
per l'ala a volo io còlgola, si volge
ella e repugna.

Tal fra le strette d'amator silvano
torcesi un'evia su 'l nevoso Edone:
più belli i vezzi del fiorente petto
saltan compressi,

e baci e strilli su l'accesa bocca
mesconsi: ride la marmorea fronte
al sole, effuse in lunga onda le chiome
fremono a' venti.

5 - 7 novembre 1875.


LIBRO I

Schlechten, gestümperten Versen genügt ein geringer Gehalt schon,
Während die edlere Form tiefe Gedanken bedarf:
Wolte man euer Geschwätz ausprägen zur sapphischen Ode,
Würde die Welt einsehn, dass es ein leeres Geschwätz.
AUGUST v. PLATEN.

I
IDEALE

Poi che un sereno vapor d'ambrosia
da la tua coppa diffuso avvolsemi,
o Ebe con passo di dea
trasvolata sorridendo via;

non più del tempo l'ombra o de l'algide
cure su 'l capo mi sento, sentomi,
o Ebe, l'ellenica vita
tranquilla ne le vene fluire.

E i ruinati giù pe 'l declivio
de l'età mesta giorni risursero,
o Ebe, nel tuo dolce lume
agognanti di rinnovellare;

e i novelli anni da la caligine
volenterosi la fronte adergono,
o Ebe, al tuo raggio che sale
tremolando e roseo li saluta.

A gli uni e gli altri tu ridi, nitida
stella, da l'alto. Tale ne i gotici
delùbri, tra candide e nere
cuspidi rapide salienti

con doppia al cielo fila marmorea,
sta su l'estremo pinnacol placida
la dolce fanciulla di Jesse
tutta avvolta di faville d'oro.

Le ville e il verde piano d'argentei
fiumi rigato contempla aerea,
le messi ondeggianti ne' campi,
le raggianti sopra l'alpe nevi:


a lei d'intorno le nubi volano;
fuor de le nubi ride ella fulgida
a l'albe ondeggianti ne' campi,
a gli occasi di novembre mesti.

[ Giugno 1874 - maggio 1877 ].

II
ALL'AURORA

Tu sali e baci, o dea, co 'l roseo fiato le nubi,
baci de' marmorei templi le fosche cime.

Ti sente e con gelido fremito destasi il bosco,
spiccasi il falco a volo su con rapace gioia;

mentre ne l'umida foglia pispigliano garruli i nidi,
e grigio urla il gabbiano su 'l violaceo mare.

Primi nel pian faticoso di te s'allegrano i fiumi
tremuli luccicando tra 'l mormorar de' pioppi:

corre da i paschi baldo vèr l'alte fluenti il poledro
sauro, dritto il chiomante capo, nitrendo a' venti:

vigile da i tuguri risponde la forza de i cani
e di gagliardi mugghi tutta la valle suona.

Ma l'uom che tu svegli a oprar consumando la vita,
te giovinetta antica, te giovinetta eterna

ancor pensoso ammira, come già t'adoravan su 'l monte
ritti fra i bianchi armenti i nobili Aria padri.

Ancor sovra l'ali del fresco mattino rivola
l'inno che a te su l'aste disser poggiati i padri.

—Pastorella del cielo, tu, frante a la suora gelosa
le stelle, riadduci le rosse vacche in cielo.


Guidi le rosse vacche, guidi tu il candido armento
e le bionde cavalle care a i fratelli Asvini.

Come giovine donna che va da i lavacri a lo sposo
riflettendo ne gli occhi il desiato amore,

tu sorridendo lasci caderti i veli leggiadri
e le virginee forme scuopri serena a i cieli.

Affocata le guance, ansante dal candido petto,
corri al sovran de i mondi, al bel fiammante Suria,

e il giungi, e in arco distendi le rosee braccia al gagliardo
collo; ma tosto fuggi di quel tremendo i rai.

Allora gli Asini gemelli, cavalieri del cielo,
rosea tremante accolgon te nel bel carro d'oro;

e volgi verso dove, misurato il cammino di gloria,
stanco ti cerchi il nume ne i mister de la sera.

Deh propizia trasvola —così t'invocavano i padri—
nel rosseggiante carro sopra le nostre case.

Arriva da le plaghe d'oriente con la fortuna,
con le fiorenti biade, con lo spumante latte;

ed in mezzo a' vitelli danzando con floride chiome
molta prole t'adori, pastorella del cielo. —

Così cantavano gli Aria. Ma piàcqueti meglio l'Imetto
fresco di vénti rivi, che al ciel di timi odora:

piàcquerti su l'Imetto i lesti cacciatori mortali
prementi le rugiade co 'l coturnato piede.

Inchinaronsi i cieli, un dolce chiarore vermiglio
ombrò la selva e il colle, quando scendesti, o dea.


Non tu scendesti, o dea: ma Cefalo attratto al tuo bacio
salìa per l'aure lieve, bello come un bel dio.

Su gli amorosi venti salìa, tra soavi fragranze,
tra le nozze de i fiori, tra gl'imenei de' rivi.

La chioma d'oro lenta irriga il collo, a l'omero bianco
con un cinto vermiglio sta la faretra d'oro.

Cadde l'arco su l'erbe; e Lèlapo immobil con erto
il fido arguto muso mira salire il sire.

Oh baci d'una dea fragranti tra la rugiada!
oh ambrosia de l'amore nel giovinetto mondo!

Ami tu anche, o dea? Ma il nostro genere è stanco;
mesto il tuo viso, o bella, su le cittadi appare.

Languon fiochi i fanali; rincasa, e né meno ti guarda,
una pallida torma che si credé gioire.

Sbatte l'operaio rabbioso le stridule impòste,
e maledice al giorno che rimena il servaggio.

Solo un amante forse che placida al sonno commise
la dolce donna, caldo de' baci suoi le vene,

alacre affronta e lieto l'aure tue gelide e il viso.
— Portami — dice—, Aurora, su 'l tuo corsier di fiamma!

ne i campi de le stelle mi porta, ond'io vegga la terra
tutta risorridente nel roseo lume tuo,

e vegga la mia donna davanti al sole che leva
sparsa le nere trecce giù pe 'l rorido seno.

Gennaio 1876 [ 1880 ].


III
NELL'ANNUALE DELLA
FONDAZIONE DI ROMA

Te redimito di fior purpurei
april te vide su 'l colle emergere
dal solco di Romolo torva
riguardante su i selvaggi piani:

te dopo tanta forza di secoli
aprile irraggia, sublime, massima,
e il sole e l'Italia saluta
te, Flora di nostra gente, o Roma.

Se al Campidoglio non più la vergine
tacita sale dietro il pontefice,
né più per Via Sacra il trionfo
piega i quattro candidi cavalli,

questa del Fòro tuo solitudine
ogni rumore vince, ogni gloria:
e tutto che al mondo è civile,
grande, augusto, egli è romano ancora.

Salve, dea Roma! Chi disconósceti
cerchiato ha il senno di fredda tenebra,
e a lui nel reo cuore germoglia
torpida la selva di barbarie.

Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi
del Fòro, io seguo con dolci lacrime
e adoro i tuoi sparsi vestigi,
patria, diva, santa genitrice.

Son cittadino per te d'Italia,
per te poeta, madre de i popoli,
che desti il tuo spirito al mondo,
che Italia improntasti di tua gloria.


Ecco, a te questa, che tu di libere
genti facesti nome uno, Italia,
ritorna, e s'abbraccia al tuo petto,
affisa ne' tuoi d'aquila occhi.

E tu dal colle fatal pe 'l tacito
Fòro le braccia porgi marmoree,
a la figlia liberatrice
additando le colonne e gli archi:

gli archi che nuovi trionfi aspettano
non più di regi, non più di cesari,
e non di catene attorcenti
braccia umane sugli eburnei carri;

ma il tuo trionfo, popol d'Italia,
su l'età nera, su l'età barbara,
su i mostri onde tu con serena
giustizia farai franche le genti.

O Italia, o Roma! quel giorno, placido
tonerà il cielo su 'l Fòro, e cantici
di gloria, di gloria, di gloria
correran per l'infinito azzurro.
[ 22 aprile - 8 maggio 1877 ].

IV
DINANZI ALLE TERME DI CARACALLA

Corron tra 'l Celio fosche e l'Aventino
le nubi: il vento dal pian tristo move
umido: in fondo stanno i monti albani
bianchi di neve.

A le cineree trecce alzato il velo
verde, nel libro una britanna cerca
queste minacce di romane mura
al cielo e al tempo.


Continui, densi, neri, crocidanti
versansi i corvi come fluttuando
contro i due muri ch'a più ardua sfida
levansi enormi.

«Vecchi giganti, —par che insista irato
l'augure stormo— a che tentate il cielo?»
Grave per l'aure vien da Laterano
suon di campane.

Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,
grave fischiando tra la folta barba,
passa e non guarda. Febbre, io qui t'invoco,
nume presente.

Se ti fûr cari i grandi occhi piangenti
e de le madri le protese braccia
te deprecanti, o dea, dal reclinato
capo de i figli:

se ti fu cara su 'l Palazio eccelso
l'ara vetusta (ancor lambiva il Tebro
l'evandrio colle, e veleggiando a sera
tra 'l Campidoglio

e l'Aventino il reduce quirite
guardava in alto la città quadrata
dal sole arrisa, e mormorava un lento
saturnio carme);

Febbre, m'ascolta. Gli uomini novelli
quinci respingi e lor picciole cose:
religioso è questo orror: la dea
Roma qui dorme.

Poggiata il capo al Palatino augusto,
tra 'l Celio aperte e l'Aventin le braccia,
per la Capena i forti omeri stende
a l'Appia via.
[ 14-24 aprile 1877 ].


V
ALLA VITTORIA
TRA LE ROVINE DEL TEMPIO
DI VESPASIANO IN BRESCIA

Scuotesti, vergin divina, l'auspice
ala su gli elmi chini de i pèltasti,
poggiati il ginocchio a lo scudo,
aspettanti con l'aste protese?

o pur volasti davanti l'aquile,
davanti i flutti de' marsi militi,
co 'l miro fulgor respingendo
gli annitrenti cavalli de i Parti?

Raccolte or l'ali, sopra la galea
del vinto insisti fiera co 'l poplite,
qual nome di vittorioso
capitano su 'l clipeo scrivendo?

È d'un arconte, che sovra i deposti
gloriò le sante leggi de' liberi?
d'un consol, che il nome i confini
e il terror de l'impero distese?

Vorrei vederti su l'Alpi, splendida
fra le tempeste, bandir ne i secoli:
«O popoli, Italia qui giunse
vendicando il suo nome e il diritto».

Ma Lidia in tanto de i fiori ch'èduca
mesti l'ottobre da le macerie
romane t'elegge un pio serto,
e, ponendol soave al tuo piede,

— Che dunque — dice— pensasti, o vergine
cara, là sotto ne la terra umida
tanti anni? sentisti i cavalli
d'Alemagna su 'l greco tuo capo?


—Sentii— risponde la diva, e folgora—
però ch'io sono la gloria ellenica,
io sono la forza del Lazio
traversante nel bronzo pe' tempi.

Passâr l'etadi simili a i dodici
avvoltoi tristi che vide Romolo,
e sursi «O Italia» annunziando
«i sepolti son teco e i tuoi numi!»

Lieta del fato Brescia raccolsemi,
Brescia la forte, Brescia la ferrea,
Brescia leonessa d'Italia
beverata nel sangue nemico. —

14-16 maggio 1877.

VI
ALLE FONTI DEL CLITUMNO

Ancor dal monte, che di foschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l'aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,

scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l'umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l'onda
immerge, mentre

vèr lui dal seno de la madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sorride:

pensoso il padre, di caprine pelli
l'anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
de' bei giovenchi,


de' bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su 'l capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.

Oscure intanto fumano le nubi
su l'Apennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
l'Umbria guarda.

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l'antica
patria e aleggiarmi su l'accesa fronte
gl'itali iddii.

Chi l'ombre indusse del piangente salcio
su' rivi sacri? ti rapisca il vento
de l'Apennino, o molle pianta, amore
d'umili tempi!

Qui pugni a' verni e arcane istorie frema
co 'l palpitante maggio ilice nera,
a cui d'allegra giovinezza il tronco
l'edera veste:

qui folti a torno l'emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l'ombre, tu fatali canta
carmi, o Clitumno.

O testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne' duelli atroce
cesse a l'astato velite e la forte
Etruria crebbe:

di' come sovra le congiunte ville
dal superato Cìmino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
fieri di Roma.


Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
e, quando tonò il punico furore
dal Trasimeno,

per gli antri tuoi salì grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
—O tu che pasci i buoi presso Mevania
caliginosa,

e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne la marzia
Todi fai nozze,

lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l'inclinata quercia il cuneo, lascia
la sposa a l'ara;

e corri, corri, corri! con la scure
corri e co' dardi, con la clava e l'asta:
corri! minaccia gl'itali penati
Annibal diro. —

Deh come rise d'alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l'alta Spoleto

i Mauri immani e i nùmidi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d'olio ardente, e i canti
de la vittoria!

Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro saliente vena:
trema, e d'un lieve pullular lo specchio
segna de l'acque.


Ride sepolta a l'imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l'ametista,

e di zaffiro i fior paiono, ed hanno
de l'adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.

A piè de i monti e de le querce a l'ombra
co' fiumi, o Italia, è de' tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.

Emergean lunghe ne' fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,

e danze sotto l'imminente luna
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quanto amor lo vinse
di Camesena.

Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l'Apennino fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l'itala gente.

Tutto ora tace, o vedovo Clitunno,
tutto: de' vaghi tuoi delùbri un solo
t'avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.

Non più perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori, vittime orgogliose,
trofei romani a i templi aviti: Roma
più non trionfa.


Più non trionfa, poi che un galileo
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce, e disse
—Portala, e servi.—

Fuggîr le ninfe a piangere ne' fiumi
occulte e dentro i cortici materni,
od ululando dileguaron come
nuvole a i monti,

quando una strana compagnia, tra i bianchi
templi spogliati e i colonnati infranti,
procedé lenta, in neri sacchi avvolta,
litaniando,

e sovra i campi del lavoro umano
sonanti e i clivi memori d'impero
fece deserto, et il deserto disse
regno di Dio.

Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
maledicenti.

Maledicenti a l'opre de la vita
e de l'amore, ei deliraro atroci
congiugnimenti di dolor con Dio
su rupi e in grotte:

discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al crocefisso supplicarono, empi,
d'essere abietti.

Salve, o serena de l'Ilisso in riva,
o intera e dritta a i lidi almi del Tebro
anima umana; i foschi dì passaro,
risorgi e regna.


E tu, pia madre di giovenchi, invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi,
e d'annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,

madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! a te i canti de l'antica lode
io rinnovello.

Plaudono i monti al carme e i boschi e l'acque
de l'Umbria verde: in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie in corsa
fischia il vapore

[ 2 luglio - 21 ottobre 1876 ].

VII
ROMA

Roma, ne l'aer tuo lancio l'anima altera volante:
accogli, o Roma, e avvolgi l'anima mia di luce.

Non curioso a te de le cose piccole io vengo:
chi le farfalle cerca sotto l'arco di Tito?

Che importa a me se l'irto spettral vinattier di Stradella
mesce in Montecitorio celie allobroghe e ambagi?

e se il lungi operoso tessitor di Biella s'impiglia,
ragno attirante in vano, dentro le reti sue?

Cingimi, o Roma, d'azzurro, di sole m'illumina, o Roma:
raggia divino il sole pe' larghi azzurri tuoi.

Ei benedice al fosco Vaticano, al bel Quirinale,
al vecchio Capitolio santo fra le ruine;

e tu da i sette colli protendi, o Roma, le braccia
a l'amor che diffuso splende per l'aure chete.





Oh talamo grande, solitudini de la Campagna!
e tu Soratte grigio, testimone in eterno!

Monti d'Alba, cantate sorridenti l'epitalamio;
Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli;

mentr'io dal Gianicolo ammiro l'imagin de l'urbe,
nave immensa lanciata vèr l'impero del mondo.

O nave che attingi con la poppa l'alto infinito
varca a' misteriosi lidi l'anima mia.

Ne' crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti
tranquillamente lunghi su la Flaminia via,

l'ora suprema calando con tacita ala mi sfiori
la fronte, e ignoto io passi ne la serena pace;

passi a i concilii de l'ombre, rivegga li spiriti magni
de i padri conversanti lungh'esso il fiume sacro.

Roma, 9 ottobre 1881.

VIII
ALESSANDRIA
A GIUSEPPE REGALDI
QUANDO PUBBLICÒ "L'EGITTO"

Ne l'aula immensa di Lussor, su 'l capo
roggio di Ramse il mistico serpente
sibilò ritto e 'l vulture a sinistra
volò stridendo,

e da l'immenso serapèo di Memfi,
cui stanno a guardia sotto il sol candente
seicento sfingi nel granito argute,
Api muggìo,


quando da i verdi immobili papiri
di Mareoti al livido deserto
sonò, tacendo l'aure intorno, questo
greco peana.

— Ecco, venimmo a salutarti, Egitto,
noi figli d'Elle, con le cetre e l'aste.
Tebe, dischiudi le tue cento porte
ad Alesandro.

Noi radduciamo a Giove Ammone un figlio
ch'ei riconosca; questo caro alunno
de la Tessaglia, questa bella e fiera
stirpe d'Achille.

Come odoroso laureto ondeggia
a lui la chioma: la sua rosea guancia
par Tempe in fiore: ha ne' grand'occhi il sole
ch'a Olimpia ride:

ha de l'Egeo la radiante in viso
pace diffusa; se non quanto, bianche
nuvole, i sogni passanvi di gloria
e poesia.

Ei de la Grecia a la vendetta balza
leon da l'aspra tessala falange,
sgomina carri ed elefanti, abbatte
satrapi e regi.

alve, Alessandro, in pace e in guerra iddio!
A te la cetra fra le eburnee dita,
a te d'argento il fulgid'arco in pugno,
presente Apollo!

A te i colloqui di Stagira, i baci
a te co' serti de le ionie donne,
a te la coppa di Lieo spumante,
a te l'Olimpo.


Lisippo in bronzo ed in colori Apelle
ti tragga eterno; ti sollevi Atene,
chete de' torvi demagoghi l'ire,
al Partenone.

Noi ti seguiamo: il Nilo in vano occulta
i dogmi e il capo a la possanza nostra:
noi farem pace qui tra i numi e al mondo
luce comune.

E se ti piaccia aggiogar tigri e linci,
Bacco novello, noi verrem cantando,
te duce, in riva al sacro Gange i sacri
canti d'Omero. —

Tale il peana de gli achei sonava
E il giovin duce, liberato il biondo
capo da l'elmo, in fronte a la falange
guardava il mare.

Guardava il mare e l'isola di Faro
innanzi, a torno il libico deserto
interminato: dal sudato petto
l'aurea corazza

sciolse, e gittolla splendida nel piano:
—Come la mia macedone corazza
stia nel deserto e a' barbari ed a gli anni
regga Alessandria.—

Disse; ed i solchi a le nascenti mura
ei disegnava per ottanta stadi,
bianco spargendo su le flave arene
fior di farina.

Tale il nipote del Pelìde estrusse
la sua cittade; e Faro, inclito nome
di luce al mondo, illuminò le vie
d'Africa e d'Asia.


E non il flutto del deserto urtante
e non la fuga de i barbarici anni
valse a domare quella balda figlia
del greco eroe.

Alacre, industre, a la sua terza vita
ella sorgea, sollecitando i fati,
qual la vedesti, o pellegrin poeta,
ammiratore,

quando fuggendo la incombente notte
di tirannia, pien d'inni il caldo ingegno
ivi chiedendo libertade e luce
a l'oriente,

e su le tombe di turbanti insculte
star la colonna di Pompeo vedesti
come la forza del pensier latino
su 'l torbid'evo.

Deh, le speranze de l'Egitto e i vanti
nel tuo volume vivano, o poeta!
Oggi Tifone l'ire del deserto
agita e spira.

Sepolto Osiri, il latratore Anubi
morde a i calcagni la fuggente Europa,
e avanti chiama i bestiali numi
a le vendette.

Ahi vecchia Europa, che su 'l mondo spargi
l'irrequieta debolezza tua,
come la triste fisa a l'oriente
sfinge sorride!

29-30 luglio 1882.

IX
IN UNA CHIESA GOTICA

Sorgono e in agili file dilungano
gl'immani ed ardui steli marmorei,
e ne la tenebra sacra somigliano
di giganti un esercito

che guerra mediti con l'invisibile:
le arcate salgono chete, si slanciano
quindi a vol rapide, poi si riabbracciano
prone per l'alto e pendule.

Ne la discordia così de gli uomini
di fra i barbarici tumulti salgono
a Dio gli aneliti di solinghe anime
che in lui si ricongiungono.

Io non Dio chieggovi, steli marmorei,
arcate aeree: tremo, ma vigile
al suon d'un cognito passo che piccolo
i solenni echi suscita.

È Lidia, e volgesi: lente nel volgersi
le chiome lucide mi si disegnano,
e amore e il pallido viso fuggevoli
tra il nero velo arridono.

Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico
tempio avvolgendosi, l'Alighier, trepido
cercò l'imagine di Dio nel gemmeo
pallore d'una femina.

Sott'esso il candido vel, de la vergine
la fronte limpida fulgea ne l'estasi,
mentre fra nuvoli d'incenso fervide
le litanie saliano;


salian co' murmuri molli, co' fremiti
lieti saliano d'un vol di tortore,
e poi con l'ululo di turbe misere
che al ciel le braccia tendono.

Mandava l'organo pe' cupi spazii
sospiri e strepiti: da l'arche candide
parea che l'anime de' consanguinei
sotterra rispondessero.

Ma da le mitiche vette di Fiesole
tra le pie storie pe' vetri roseo
guardava Apolline: su l'altar massimo
impallidiano i cerei.

E Dante ascendere tra inni d'angeli
la tósca vergine transfigurantesi
vedea, sentiasi sotto i piè ruggere
rossi d'inferno i baratri.

Non io le angeliche glorie né i dèmoni,
io veggo un fievole baglior che tremola
per l'umid'aere: freddo crepuscolo
fascia di tedio l'anima.

Addio, semitico nume! Continua
ne' tuoi misterii la morte domina.
O inaccessibile re de gli spiriti,
tuoi templi il sole escludono.

Cruciato martire tu cruci gli uomini,
tu di tristizia l'aer contamini:
ma i cieli splendono, ma i campi ridono,
ma d'amore lampeggiano

gli occhi di Lidia. Vederti, o Lidia,
vorrei tra un candido coro di vergini
danzando cingere l'ara d'Apolline
alta ne' rosei vesperi



raggiante in pario marmo tra i lauri,
versare anemoni da le man, gioia
da gli occhi fulgidi, dal labbro armonico
un inno di Bacchilide.
9-12 marzo 1876.

X
NELLA PIAZZA DI SAN PETRONIO

Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,
e il colle sopra bianco di neve ride.

È l'ora soave che il sol morituro saluta
le torri e 'l tempio, divo Petronio, tuo;

le torri i cui merli tant'ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.

Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
e l'aer come velo d'argento giace

su 'l fòro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.

Su gli alti fastigi s'indugia il sole guardando
con un sorriso languido di viola,

che ne la bigia pietra nel fosco vermiglio mattone
par che risvegli l'anima de i secoli,

e un desio mesto pe 'l rigido aere sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,

quando le donne gentili danzavano in piazza
e co' i re vinti i consoli tornavano.

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica.

[ 6-10 febbraio 1877 ].

XI
LE DUE TORRI
ASINELLA
Io d'Italia dal cuor tra impeti d'inni balzai
quando l'Alpi di barbari snebbiarono
e su 'l populeo Po pe 'l verde paese i carrocci
tutte le trombe reduci suonavano.

GARISENDA
Memore sospirai sorgendo e la fronte io piegai
su le ruine e su le tombe. Irnerio
curvo tra i gran volumi sedeva e di Roma la grande
lento parlava al palvesato popolo.

ASINELLA
Bello di maggio il dì ch'io vidi su 'l ponte di Reno
passar la gloria libera del popolo,
sangue di Svevia, e te chinare la bionda cervice
a l'ondeggiante rossa croce italica.

GARISENDA
Triste mese di maggio, che intorno al bel corpo d'Imelda
cozzâr le spade de i fratelli e corsero
lunghi quaranta giorni le furie civili crollando
tra 'l vasto sangue l'ardue torri in polvere.

ASINELLA
Dante vid'io levar la giovine fronte a guardarci,
e, come su noi passano le nuvole,
vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno
premergli tutti i secoli d'Italia.

GARISENDA
Sotto vidimi il papa venir con l'imperatore
l'un a l'altro impalmati; ed oh me misera,
in suo giudicio Dio non volle che io ruinassi
su Carlo quinto e su Clemente settimo!
23 settembre 1889 [ 1872? ].

XII
FUORI ALLA CERTOSA DI BOLOGNA

Oh caro a quelli che escon da le bianche e tacite case
de i morti il sole! Giunge come il bacio d'un dio:

bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso
cantano le cicale l'inno di messidoro.

Il piano somiglia un mare superbo di fremiti e d'onde:
ville, città, castelli emergono com'isole.

Slanciansi lunghe tra 'l verde polveroso e i pioppi le strade:
varcano i ponti snelli con fughe d'archi il fiume.

E tutto è fiamma ed azzurro. Da l'alpe là giù di Verona
guardano solitarie due nuvolette bianche.

Delia, a voi zefiro spira dal colle pio de la Guardia
che incoronato scende da l'Apennino al piano,

v'agita il candido velo, e i ricci commove scorrenti
giù con le nere anella per la superba fronte.

Mentre domate i ribelli, gentil, con la mano, chinando
gli occhi onde tante gioie promette in vano Amore,

udite (a voi de le Muse lo spirito in cuore favella),
udite giù sotterra ciò che dicono i morti.

Dormono a' piè qui del colle gli avi umbri che ruppero primi
a suon di scuri i sacri tuoi silenzi, Apennino:

dormon gli etruschi discesi co 'l lituo con l'asta con fermi
gli occhi ne l'alto a' verdi misteriosi clivi,


e i grandi celti rossastri correnti a lavarsi la strage
ne le fredde acque alpestri ch'ei salutavan Reno,

e l'alta stirpe di Roma, e il lungo–chiomato lombardo
ch'ultimo accampò sovra le rimboschite cime.

Dormon con gli ultimi nostri. Fiammeggia il meriggio su 'l colle:
udite, o Delia, udite ciò che dicono i morti.

Dicono i morti —Beati, o voi passeggeri del colle
circonfusi da' caldi raggi de l'aureo sole.

Fresche a voi mormoran l'acque pe 'l florido clivo scendenti,
cantan gli uccelli al verde, cantan le foglie al vento.

A voi sorridono i fiori sempre nuovi sopra la terra:
a voi ridon le stelle, fiori eterni del cielo.—

Dicono i morti — Cogliete i fiori che passano anch'essi,
adorate le stelle che non passano mai.

Putridi squagliansi i serti d'intorno i nostri umidi teschi:
ponete rose a torno le chiome bionde e nere.

Freddo è qua giù: siamo soli. Oh amatevi al sole! Risplenda
su la vita che passa l'eternità d'amore.

[ 31 agosto - 9 settembre 1879 ].

XIII
SU L'ADDA

Corri, tra' rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su 'l placido
fiume, e il tenero amore,
al sole occiduo naviga.


Ecco, ed il memore ponte dilungasi:
cede l'aereo de gli archi slancio,
e al liquido s'agguaglia
pian che allargasi e mormora.

Le mura dìrute di Lodi fuggono
arrampicandosi nere al declivio
verde e al docile colle.
Addio, storia de gli uomini.

Quando il romuleo marte ed il barbaro
ruggîr ne' ferrei cozzi, e qui vindice
la rabbia di Milano
arse in itali incendii,

tu ancor dal Lario verso l'Erìdano
scendevi, o Addua, con desio placido,
con murmure solenne,
giù pe' taciti pascoli.

Quando su 'l dubbio ponte tra i folgori
passava il pallido còrso, recandosi
di due secoli il fato
ne l'esile man giovine,

tu il molto celtico sangue ed il teutono
lavavi, o Addua, via: su le tremule
acque il nitrico fumo
putrido disperdeasi.

Moriano gli ultimi tuon de la folgore
franca ne i concavi seni: volgeasi
da i limpidi lavacri
il bue candido, attonito.

Ov'è or l'aquila di Pompeo? l'aquila
ov'è de l'ispido sir di Soavia
e del pallido còrso?
Tu corri, o Addua cerulo.


Corri tra' rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su 'l placido
fiume, e il tenero amore,
al sole occiduo naviga.

Sotto l'olimpico riso de l'aere
la terra palpita: ogni onda accendesi
e trepida risalta
di fulgidi amor turgida.

Molle de' giovani prati l'effluvio
va sopra l'umido pian: l'acque a' margini
di gemiti e sorrisi
un suon morbido frangono.

E il legno scivola lieve: tra le uberi
sponde lo splendido fiume devolvesi:
trascorrono de' campi
i grandi alberi, e accennano,

e giù da gli alberi, su da le floride
siepi, per l'auree strisce e le rosee,
s'inseguono gli augelli
e amore ilari mescono.

Corri tra' rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su 'l placido
fiume naviga, e amore
d'ambrosia irriga l'aure.

Tra' pingui pascoli sotto il sole aureo
tu con l'Erìdano scendi a confonderti:
precipita a l'occaso
il sole infaticabile.

O sole, o Addua corrente, l'anima
per un elisio dietro voi naviga:
ove ella e il mutuo amore,
o Lidia, perderannosi?




Non so; ma perdermi lungi da gli uomini
amo or di Lidia nel guardo languido,
ove nuotano ignoti
desiderii e misterii.
[ Bologna, 8-20 dicembre 1873 ].

XIV
DA DESENZANO
A G.R.

Gino, che fai sotto i felsinei portici?
mediti come il gentil fiore de l'Ellade
d'Omero al canto e a lo scalpel di Fidia
lieto sorgesse nel mattin de i popoli?

Da l'Asinella gufi e nibbi stridono
invidiando e i cari studi rompono.
Fuggi, deh fuggi da coteste tenebre
e al tuo poeta, o dolce amico, vientene.

Vienne qui dove l'onda ampia del lidio
lago tra i monti azzurreggiando palpita:
vieni: con voce di faleuci chiàmati
Sirmio che ancor del suo signore allegrasi.

Vuole Manerba a te rasene istorie,
vuole Munìga attiche fole intessere,
mentre sui i merli barbari fantasimi
armi ed amori con il vento parlano.

Ascoltiam sotto anacreòntea pergola
o a la platonia verde ombra de' platani,
freschi votando gl'innovati calici
che la Riviera del suo vino imporpora.

Dolce tra i vini udir lontane istorie
d'atavi, mentre il divo sol precipita
e le pie stelle sopra noi viaggiano
e tra l'onde e le fronde l'aura mormora.


Essi che queste amene rive tennero
te, come noi, bel sole, un dì goderono,
o ti gittasser belve umane un fremito
da le lacusti palafitte, o agili

Veneti a l'onda le cavalle dessero
trepida e fredda nel mattino roseo,
o co 'l terreno lituo segnassero
nel mezzogiorno le pietrose acropoli.

Gino, ove inteso a le vittorie retiche
o da le dacie glorioso il milite
in vigil ozio l'aquile romulee
su 'l lago affisse ricantando Cesare,

ivi in fremente selva Desiderio
agitò a caccia poi cignali e daini,
fermo il pensiero a la corona ferrea
fulgida in Roma per la via de' Cesari.

Gino, ove il giambo di Catullo rapido
l'ala aprì sovra la distesa cerula,
Lesbia chiamando tra l'odor de' lauri
con un saliente gemito per l'aere,

ivi il compianto di lombarde monache
salmodiando ascese vèr la candida
luna e la requie mormorò su i giovani
pallidi stesi sotto l'asta francica.

E calerem noi pur giù tra i fantasimi
cui né il sole veste di fulgor purpureo
né le pie stelle sovra il capo ridono
né de la vite il frutto i cuor letifica.

Duci e poeti allor, fronti sideree,
ne moveranno incontro, e «Di qual secolo
—dimanderanno— di qual triste secolo
a noi venite, pallida progenie?



A voi tra' cigli torva cura infóscasi
e da l'angusto petto il cuore fumiga.
Noi ne la vita esercitammo il muscolo,
e discendemmo grandi ombre tra gl'inferi».

Gino, qui sotto anacreòntea pergola
o a la platonia verde ombra de' platani,
qui, tra i bicchieri che il vin fresco imporpora,
degna risposta meditiamo. Versasi

cerula notte sovra il piano argenteo,
move da Sirmio una canora imagine
giù via per l'onda che soave mormora
riscintillando e al curvo lido infrangesi.

Desenzano, 3 luglio 1883.

XV
SIRMIONE

Ecco: la verde Sirmio nel lucido lago sorride,
fiore de le penisole.

Il sol la guarda e vezzeggia: somiglia d'intorno il Benaco
una gran tazza argentea,

cui placido olivo per gli orli nitidi corre
misto a l'eterno lauro.

Questa raggiante coppa Italia madre protende,
alte le braccia, a i superi;

ed essi da i cieli cadere vi lasciano Sirmio,
gemma de le penisole.

Baldo, paterno monte, protegge la bella da l'alto
co 'l sopracciglio torbido:


il Gu sembra un titano per lei caduto in battaglia,
supino e minaccevole.

Ma incontro le porge dal seno lunato a sinistra
Salò le braccia candide,

lieta come fanciulla che in danza entrando abbandona
le chiome e il velo a l'aure,

e ride e gitta fiori con le man piene, e di fiori
le esulta il capo giovine.

Garda là in fondo solleva la ròcca sua fosca
sovra lo specchio liquido,

cantando una saga d'antiche cittadi sepolte
e di regine barbare.

Ma qui, Lalage, donde per tanta pia gioia d'azzurro
tu mandi il guardo e l'anima,

qui Valerio Catullo, legato giù a' nitidi sassi
il fasèlo bitinico,

sedeasi i lunghi giorni, e gli occhi di Lesbia ne l'onda
fosforescente e tremula,

e 'l perfido riso di Lesbia e i multivoli ardori
vedea ne l'onda vitrea,

mentr'ella stancava pe' neri angiporti le reni
a i nepoti di Romolo.

A lui da gli umidi fondi la ninfa del lago cantava:
— Vieni, o Quinto Valerio.

Qui ne le nostre grotte discende anche il sole, ma bianco
e mite come Cintia.


Qui de la vostra vita gli assidui tumulti un lontano
d'api susurro paiono,

e nel silenzio freddo le insanie e le trepide cure
in lento oblio si sciolgono.

Qui 'l fresco, qui 'l sonno, qui musiche leni ed i cori
de le cerule vergini,

mentr'Espero allunga la rosea face su l'acque
e i flutti al lido gemono. —

Ahi triste Amore! egli odia le Muse, e lascivo i poeti
frange o li spegne tragico.

Ma chi da gli occhi tuoi, che lunghe intentano guerre,
chi ne assicura, o Lalage?

Cogli a le pure Muse tre rami di lauro e di mirto,
e al Sole eterno li agita.

Non da Peschiera vedi natanti le schiere de' cigni
giù per il Mincio argenteo?

da' verdi paschi dove Bianore dorme non odi
la voce di Virgilio?

Volgiti, Lalage, e adora. Un grande severo s'affaccia
a la torre scaligera.

—Suso in Italia bella— sorridendo ei mormora, e guarda
l'acqua la terra e l'aere.

[ 10 novembre 1876 - 31 luglio 1881 ].


XVI
DAVANTI IL CASTEL VECCHIO DI VERONA

Tal mormoravi possente e rapido
sotto i romani ponti, o verde Adige,
brillando dal limpido gorgo,
la tua scorrente canzone al sole,

quando Odoacre dinanzi a l'impeto
di Teodorico cesse, e tra l'èrulo
eccidio passavan su i carri
diritte e bionde le donne amàle

entro la bella Verona, odinici
carmi intonando: raccolta al vescovo
intorno, l'italica plebe
sporgea la croce supplice a' Goti.

Tale da i monti di neve rigidi,
ne la diffusa letizia argentea
del placido verno, o fuggente
infaticato, mormori e vai

sotto il merlato ponte scaligero,
tra nere moli, tra squallidi alberi,
a i colli sereni, a le torri,
onde abbrunate piangon le insegne

il ritornante giorno funereo
del primo eletto re da l'Italia
francata: tu, Adige, canti
la tua scorrente canzone al sole.

Anch'io, bel fiume, canto: e il mio cantico
nel picciol verso raccoglie i secoli,
e il cuore al pensiero balzando
segue la strofe che sorge e trema.


Ma la mia strofe vanirà torbida
ne gli anni: eterno poeta, o Adige,
tu ancor tra le sparse macerie
di questi colli turriti, quando

su le rovine de la basilica
di Zeno al sole sibili il còlubro,
ancor canterai nel deserto
i tedi insonni de l'infinito.

[ 9-11 gennaio 1884 ].

XVII
PER LA MORTE DI NAPOLEONE EUGENIO

Questo la inconscia zagaglia barbara
prostrò, spegnendo li occhi di fulgida
vita sorrisi da i fantasmi
fluttuanti ne l'azzurro immenso.

L'altro, di baci sazio in austriache
piume e sognante su l'albe gelide
le diane e il rullo pugnace,
piegò come pallido giacinto.

Ambo a le madri lungi; e le morbide
chiome fiorenti di puerizia
pareano aspettare anche il solco
de la materna carezza. In vece

balzâr nel buio, giovinette anime,
senza conforti; né de la patria
l'eloquio seguivali al passo
co' i suon de l'amore e de la gloria.

Non questo, o fosco figlio d'Ortensia,
non questo avevi promesso al parvolo:
gli pregasti in faccia a Parigi
lontani i fati del re di Roma.


Vittoria e pace da Sebastopoli
sopìan co 'l rombo de l'ali candide
il piccolo: Europa ammirava:
la Colonna splendea come un faro.

Ma di decembre, ma di brumaio
cruento è il fango, la nebbia è perfida:
non crescono arbusti a quell'aure,
o dan frutti di cenere e tòsco.

Oh solitaria casa d'Aiaccio,
cui verdi e grandi le querce ombreggiano
e i poggi coronan sereni
e davanti le risuona il mare!

Ivi Letizia, bel nome italico
che omai sventura suona ne i secoli,
fu sposa, fu madre felice,
ahi troppo breve stagione! ed ivi,

lanciata a i troni l'ultima folgore,
date concordi leggi tra i popoli,
dovevi, o consol, ritrarti
fra il mare e Dio cui tu credevi.

Domestica ombra Letizia or abita
la vuota casa; non lei di Cesare
il raggio precinse: la còrsa
madre visse fra le tombe e l'are.

Il suo fatale da gli occhi d'aquila,
le figlie come l'aurora splendide,
frementi speranze i nepoti,
tutti giacquer, tutti a lei lontano.

Sta ne la notte la còrsa Niobe.
sta su la porta donde al battesimo
le usciano i figli, e le braccia
fiera tende su 'l selvaggio mare:


e chiama, chiama, se da l'Americhe,
se di Britannia, se da l'arsa Africa
alcun di sua tragica prole
spinto da morte le approdi in seno.
[ 23-24 gennaio 1879 ].

XVIII
A GIUSEPPE GARIBALDI
III NOVEMBRE MDCCCLXXX
Il dittatore, solo, a la lugubre
schiera d'avanti, ravvolto e tacito
cavalca: la terra ed il cielo
squallidi, plumbei, freddi intorno.

Del suo cavallo la pésta udivasi
guazzar nel fango: dietro s'udivano
passi in cadenza, ed i sospiri
de' petti eroici ne la notte.

Ma da le zolle di strage livide,
ma da i cespugli di sangue roridi,
dovunque era un povero brano,
o madri italiche, de i cuor vostri,

saliano fiamme ch'astri parevano,
sorgeano voci ch'inni suonavano:
splendea Roma olimpica in fondo,
correa per l'aere un peana.

—Surse in Mentana l'onta de i secoli
dal triste amplesso di Pietro e Cesare:
tu hai, Garibaldi, in Mentana
su Pietro e Cesare posto il piede.

O d'Aspromonte ribelle splendido,
o di Mentana superbo vindice,
vieni e narra Palermo e Roma
in Capitolio a Camillo.—


Tale un'arcana voce di spiriti
correa solenne pe 'l ciel d'Italia
quel dì che guairono i vili,
botoli timidi de la verga.

Oggi l'Italia t'adora. Invòcati
la nuova Roma novello Romolo:
tu ascendi, o divino: di morte
lunge i silenzii dal tuo capo.

Sopra il comune gorgo de l'anime
te rifulgente chiamano i secoli
a le altezze, al puro concilio
de i numi indigeti su la patria.

Tu ascendi. E Dante dice a Virgilio
«Mai non pensammo forma più nobile
d'eroe». Dice Livio, e sorride,
«È de la storia, o poeti.

De la civile storia d'Italia
è quest'audacia tenace ligure,
che posa nel giusto, ed a l'alto
mira, e s'irradia ne l'ideale».

Gloria a te, padre. Nel torvo fremito
spira de l'Etna, spira ne' turbini
de l'alpe il tuo cor di leone
incontro a' barbari ed a' tiranni.

Splende il soave tuo cor nel cerulo
riso del mare del ciel de i floridi
maggi diffuso su le tombe
su' marmi memori de gli eroi.

4-5 novembre 1880.

XIX
SCOGLIO DI QUARTO

Breve ne l'onda placida avanzasi
striscia di sassi. Boschi di lauro
frondeggiano dietro spirando
effluvi e murmuri ne la sera.

Davanti, larga, nitida, candida
splende la luna: l'astro di Venere
sorridele presso e del suo
palpito lucido tinge il cielo.

Par che da questo nido pacifico
in picciol legno l'uom debba movere
secreto a colloqui d'amore
leni su i zefiri, la sua donna

fisa guatando l'astro di Venere.
Italia, Italia, donna de i secoli,
de' vati e de' martiri donna,
inclita vedova dolorosa,

quindi il tuo fido mosse cercandoti
pe' mari. Al collo leonino avvoltosi
il puncio, la spada di Roma
alta su l'omero bilanciando,

stiè Garibaldi. Cheti venivano
a cinque a dieci, poi dileguavano,
drappelli oscuri, ne l'ombra,
i mille vindici del destino,

come pirati che a preda gissero;
ed a te occulti givano, Italia,
per te mendicando la morte
al cielo, al pelago, a i fratelli.


Superba ardeva di lumi e cantici
nel mar morenti lontano Genova
al vespro lunare dal suo
arco marmoreo di palagi.

Oh casa dove presago genio
a Pisacane segnava il transito
fatale, oh dimora onde Aroldo
sitì l'eroico Missolungi!

Una corona di luce olimpica
cinse i fastigi bianchi in quel vespero
del cinque di maggio. Vittoria
fu il sacrificio, o poesia.

E tu ridevi, stella di Venere,
stella d'Italia, stella di Cesare:
non mai primavera più sacra
d'animi italici illuminasti,

da quando ascese tacita il Tevere
d'Enea la prora d'avvenir gravida
e cadde Pallante appo i clivi
che sorger videro l'alta Roma.

Scoglio di Quarto, 12 luglio 1889.
[ Courmayeur, 24-27 luglio 1889 ].

XX
SALUTO ITALICO

Molosso ringhia, o antichi versi italici,
ch'io co 'l batter del dito seguo o richiamo i numeri

vostri dispersi, come api che al rauco
suon del percosso rame ronzando si raccolgono.

Ma voi volate dal mio cuor, com'aquile
giovinette dal nido alpestre a i primi zefiri.


Volate, e ansiosi interrogate il murmure
che giù per l'alpi giulie, che giù per l'alpi retiche

da i verdi fondi i fiumi a i venti mandano,
gravi d'epici sdegni, fiero di canti eroici.

Passa come un sospir su 'l Garda argenteo,
è pianto d'Aquileia su per le solitudini.

Odono i morti di Bezzecca, e attendono:
«Quando?» grida Bronzetti, fantasmi erto fra i nuvoli.

«Quando?» i vecchi fra sé mesti ripetono,
che un dì con nere chiome l'addio, Trento, ti dissero.

«Quando?» fremono i giovani che videro
pur ieri da San Giusto ridere glauco l'Adria.

Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animi
volate co 'l nuovo anno, antichi versi italici:

ne' rai del sol che San Petronio imporpora
volate di San Giusto sovra i romani ruderi!

Salutate nel golfo Giustinopoli,
gemma de l'Istria, e il verde porto e il leon di Muggia;

salutate il divin riso de l'Adria
fin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!

Poi presso l'urna, ove ancor tra' due popoli
Winckelmann guarda, araldo de l'arti e de la gloria,

in faccia a lo stranier, che armato accampasi
su 'l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!

2-3 gennaio 1879.


XXI
A UNA BOTTIGLIA
DI VALTELLINA DEL 1848

E tu pendevi tralcio da i retici
balzi odorando florido al murmure
de' fiumi da l'alpe volgenti
ceruli in fuga spume d'argento,

quando l'aprile d'itala gloria
dal Po rideva fino a lo Stelvio
e il popol latino si cinse
su l'Austria cingol di cavaliere.

E tu nel tino bollivi torbido
prigione, quando d'italo spasimo
ottobre fremeva e Chiavenna,
oh Rezia forte!, schierò a Vercea

sessanta ancora di morte libera
petti assetati: Hainau gli aspri animi
contenne e i cavalli de l'Istro
ispidi in vista de i tre colori.

Rezia, salute! di padri liberi
figlia ed a nuove glorie più libera!
È bello al bel sole de l'alpi
mescere il nobil tuo vin cantando:

cantando i canti de i giorni italici,
quando a' tuoi passi correano i popoli,
splendea tra le nevi la nostra
bandiera sopra l'austriaca fuga.

A i noti canti lievi ombre sorgono
quei che anelando vittoria caddero?
Sia gloria, o fratelli! Non anche,
l'opra del secol non anche è piena.



Ma ne i vegliardi vige il vostro animo.
il sangue vostro ferve ne i giovani:
o Italia, daremo in altre alpi
inclita a i venti la tua bandiera.
Madesimo, 17 agosto 1888.
[ Bologna, 21 gennaio 1889 ].

XXII
MIRAMAR

O Miramare, a le tue bianche torri
attediate per lo ciel piovorno
fosche con volo di sinistri augelli
vengon le nubi.

O Miramare, contro i tuoi graniti
grige dal torvo pelago salendo
con un rimbrotto d'anime crucciose
battono l'onde.

Meste ne l'ombra de le nubi a' golfi
stanno guardando le città turrite,
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo,
gemme del mare;

e tutte il mare spinge le mugghianti
collere a questo bastion di scogli
onde t'affacci a le due viste d'Adria,
rocca d'Absburgo;

e tona il cielo a Nabresina lungo
la ferrugigna costa, e di baleni
Trieste in fondo coronata il capo
leva tra' nembi.

Deh come tutto sorridea quel dolce
mattin d'aprile, quando usciva il biondo
imperatore, con la bella donna,
a navigare!


A lui dal volto placida raggiava
la maschia possa de l'impero: l'occhio
de la sua donna cerulo e superbo
iva su 'l mare.

Addio, castello pe' felici giorni
nido d'amore costruito in vano!
Altra su gli ermi oceani rapisce
aura gli sposi.

Lascian le sale con accesa speme
istoriate di trionfi e incise
di sapienza. Dante e Goethe al sire
parlano in vano

da le animose tavole: una sfinge
l'attrae con vista mobile su l'onde:
ei cede, e lascia aperto a mezzo il libro
del romanziero.

Oh non d'amore e d'avventura il canto
fia che l'accolga e suono di chitarre
là ne la Spagna de gli Aztechi! Quale
lunga su l'aure

vien da la trista punta di Salvore
nenia tra 'l roco piangere de' flutti?
Cantano i morti veneti o le vecchie
fate istriane?

—Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro,
figlio d'Absburgo, la fatal Novara.
Teco l'Erinni sale oscura e al vento
apre la vela.

Vedi la sfinge tramutar sembiante
a te d'avanti perfida arretrando!
È il viso bianco di Giovanna pazza
contro tua moglie.


È il teschio mózzo contro te ghignante
d'Antonietta. Con i putridi occhi
in te fermati è l'irta faccia gialla
di Montezuma.

Tra i boschi immani d'agavi non mai
mobili ad aura di benigno vento,
sta ne la sua piramide, vampante
livide fiamme

per la tenèbra tropicale, il dio
Huitzilopotli, che il tuo sangue fiuta,
e navigando il pelago co 'l guardo
ulula — Vieni.

Quant'è che aspetto! La ferocia bianca
strussemi il regno ed i miei templi infranse:
vieni, devota vittima, o nepote
di Carlo quinto.

Non io gl'infami avoli tuoi di tabe
marcenti o arsi di regal furore;
te io voleva, io colgo te, rinato
fiore d'Absburgo;

e a la grand'alma di Guatimozino
regnante sotto il padiglion del sole
ti mando inferia, o puro, o forte, o bello
Massimiliano.
[ 8 luglio 1878 - 20 settembre 1889 ].

XXIII
ALLA REGINA D'ITALIA
XX NOV. MDCCCLXXVIII
Onde venisti? quali a noi secoli
sì mite e bella ti tramandarono?
fra i canti de' sacri poeti
dove un giorno, o regina, ti vidi?


Ne le ardue ròcche, quando tingeasi
a i latin soli la fulva e cerula
Germania, e cozzavan nel verso
nuovo l'armi tra lampi d'amore?

Seguiano il cupo ritmo monotono
trascolorando le bionde vergini,
e al ciel co' neri umidi occhi
impetravan mercé per la forza.

O ver ne i brevi dì che l'Italia
fu tutta un maggio, che tutto il popolo
era cavaliere? Il trionfo
d'Amor gìa tra le case merlate

in su le piazze liete di candidi
marmi, di fiori, di sole; e «O nuvola
che in ombra d'amore trapassi, —
l'Alighieri cantava— sorridi!»

Come la bianca stella di Venere
ne l'april novo surge da' vertici
de l'alpi, ed il placido raggio
su le nevi dorate frangendo

ride a la sola capanna povera,
ride a le valli d'ubertà floride,
e a l'ombra de' pioppi risveglia
li usignoli e i colloqui d'amore:

fulgida e bionda ne l'adamàntina
luce del serto tu passi, e il popolo
superbo di te si compiace
qual di figlia che vada a l'altare;

con un sorriso misto di lacrime
la verginetta ti guarda, e trepida
le braccia porgendo ti dice
come a suora maggior «Margherita!»


E a te volando la strofe alcaica,
nata ne' fieri tumulti libera,
tre volte ti gira la chioma
con la penna che sa le tempeste:

e, Salve, dice cantando, o inclita
a cui le Grazie corona cinsero,
a cui sì soave favella
la pietà ne la voce gentile!

Salve, o tu buona, sin che i fantasimi
di Raffaello ne' puri vesperi
trasvolin d'Italia e tra' lauri
la canzon del Petrarca sospiri!
16-17 novembre 1878.

XXIV
COURMAYEUR

Conca in vivo smeraldo tra foschi passaggi dischiusa,
o pia Courmayeur, ti saluto.
Te da la gran Giurassa da l'ardua Grivola bella
il sole più amabile arride.

Blandi misteri a te su' boschi d'abeti imminente
la gelida luna diffonde,
mentre co 'l fiso albor da gli ermi ghiacciai risveglia
fantasime ed ombre muoventi.

Te la vergine Dora, che sa le sorgive de' fonti
e sa de le genti le cune
cerula irriga, e canta; gli arcani ella canta de l'alpi,
e i carmi de' popoli e l'armi.

De la valanga il tuon da l'orrida Brenva rintrona
e rotola giù per neri antri:
sta su 'l verone in fior la vergine e tende lo sguardo,
e i verni passati ripensa.


Ma da' pendenti prati di rosso papavero allegri
tra gli orzi e le segali bionde
spicca l'alauda il volo trillando l'aerea canzone:
io medito i carmi sereni.

Salve, o pia Courmayeur, che l'ultimo riso d'Italia
al piè del gigante de l'Alpi
rechi soave! te, datrice di posa e di canti,
io reco nel verso d'Italia.

Va su' tuoi verdi prati l'ombria de le nubi fuggenti
e va su' miei spirti la musa.
Amo al lucido e freddo mattin da' tuoi sparsi casali
il fumo che ascende e s'avvolge

bigio al bianco vapor da l'are de' monti smarrito
nel cielo divino. Si perde
l'anima in lento error: vien da le compiante memorie
e attinge l'eterne speranze.
Courmayeur, 29-30 agosto [ 7 ottobre ] 1889.

XXV
IL LIUTO E LA LIRA
A MARGHERITA REGINA D'ITALIA

Quando la Donna Sabauda il fulgido
sguardo al liuto reca e su 'l memore
ministro d'eroici lai
la mano e l'inclita fronte piega,

commove un conscio spirito l'agili
corde e dal seno concavo mistico
la musa de' tempi che fûro
sale aspersa di faville d'oro;

e un coro e un canto di forme aeree,
quali già vide l'Alighier movere
ne' giri d'armonica stanza,
cinge l'italica Margherita.


«Io —dice l'una, cui la cesarie
inonda bionda gli omeri nivei
e gli occhi natanti nel lume
de l'estasi chiedono le sfere—

io son, regina, —dice— la nobile
Canzone; e a' cieli volai da l'anima
di Dante, quand'egli nel maggio
angeli e spiriti lineava.

Io del Petrarca sovra le lacrime
passai tingendo d'azzurro l'aere
e accesi corone di stelle
in su l'aurea treccia d'Avignone.

Non mai più alto sospiro d'anime
surse dal canto. Di te le laudi
a' due leverò che l'Italia
poeti massimi rivelaro».

«A me la terra piace —nel cantico
una seconda balzando applaude
con l'asta e lo scudo, e da l'elmo
fosca fugge a' venti la criniera—.

Piace, se lampi d'acciaio solcano,
se ferrei nembi rompono l'aere
e cadon le insegne davanti
al flutto e a l'impeto de' cavalli.

A cui la morte teme non ridono
le muse in cielo, quaggiù le vergini.
Avanti, Savoia! non anche
tutta desti la bandiera al vento.

La Sirventese sono. A me l'aquila
che da Superga rivola al Tevere
e i folgori stringe severa
dritta ne l'iride tricolore».


«Ed io —la terza dice, di mammole
viole un cerchio tessendo, e semplice
di rose e ligustri il sembiante
ombra sotto la castanea chioma—

la Pastorella sono. Di facili
amori e sdegni, danze e tripudii,
non più rendo gli echi: una nube
va di tristizia su la terra.

A te da' verdi mugghianti pascoli,
da' biondi campi, da le pomifere
colline, da' boschi sonanti
di scuri e dal fumo de' tuguri,

io reco il blando riso de' parvoli,
di spose e figlie reco le lacrime
e i cenni de' capi canuti
che ti salutano pia madre».

Tali, o Signora, forme e fantasimi
a voi d'intorno cantando volano
dal vago liuto: a la lira
io li do di Roma imperiante,

qui dove l'Alpi de le virginee
cime più al sole diffusa raggiano
la bianca letizia da immenso
circolo, e cerula tra l'argento

per i tonanti varchi precipita
la Dora a valle cercando Italia,
e sceser vostri avi ferrati
con la spada e con la bianca croce.

Dal grande altare nival gli spiriti
del Montebianco sorgono attoniti,
a udire l'eloquio di Dante,
ne' ritmi fulgidi di Venosa,



dopo cotanto strazio barbarico
ponendo verde sempre di gloria
il lauro di Livia a la fronte
de la Sabauda Margherita,

a voi, traverso l'onde de i secoli,
di due forti evi ricantar l'anima,
o figlia e regina del sacro
rinnovato popolo latino.

[ Luglio - agosto 1889 ].

Giosuè Carducci
Centenario della morte
Giosuè Carducci
Odi barbare, 1877
Bologna, N. Zanichelli