CULTURA
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GRANDI POETI
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LA TERRA DEI MORTI
A G. C.
1841

A noi larve d’Italia,
Mummie dalla matrice,
È becchino la balia,
Anzi la levatrice;
Con noi sciupa il Priore
L’acqua battesimale,
E quando si rimuore
Ci ruba il funerale.
Eccoci qui confitti
Coll’effigie d’Adamo;
Si par di carne, e siamo
Costole e stinchi ritti.
O anime ingannate,
Che ci fate quassù?
Rassegnatevi, andate
Nel numero dei più.
Ah d’una gente morta
Non si giova la Storia!
Di Libertà, di Gloria,
Scheletri, che v’importa?
A che serve un’esequie
Di ghirlande o di torsi?
Brontoliamoci un requie
Senza tanti discorsi.
Ecco, su tutti i punti
Della tomba funesta
Vagar di testa in testa
Ai miseri defunti
Il pensiero abbrunato
D’un panno mortuario.
L’artistico, il togato,
Il regno letterario
È tutto una morìa.
Niccolini è spedito,
Manzoni è seppellito
Co’ morti in libreria.
E tu giunto a compieta,
==>SEGUE



L’Italia fu per Lamartine la fonte delle più belle inspirazioni: nelle sue poesie si riflette l’incanto molle e dolce del mare di Napoli e parecchie delle sue Armonie sbocciarono fra i colli fiorentini e sulla riviera ligure. Ma nel Dernier Chant du Pélerinage d’Harold si unì al coro di quelli che imprecavano all’Italia vinta, schiava,avvilita. Stendhal ci aveva detti degni delle nostre sofferenze: Botta, Leopardi, Giordani, sdegnati, sfogavano l’amore alla patria nell’insultarla vedendola giacere imbelle nell’ignavia: e Niccolini che diceva «l’Italia vile non aveva di suo neppur i vizî». Ma tra noi ce le potevamo dire aspre e violenti: detto da Lamartine, l’insulto scosse i dormienti e suscitò le proteste che furono almeno segno di vita. Il poeta scrisse in quel canto:  Je vais chercher ailleurs (pardonne, ombre romaine)/ Des hommes et non pas de la poussière humaine. Proseguiva domandando se l’ombra d’un popolo aveva bisogno di tanto spazio, qui dove sopra un vecchio suolo gli uomini nascono vecchi, dove il ferro avvilito non colpisce che nell’ombra, dove l’amore non è che un tranello e il pudore un belletto, ecc. Questo canto fu pubblicato nel 1825. In Firenze viveva allora un esule del 21, il colonnello Gabriele Pepe di Civita Campomarano nel Sannio. Lesse i vituperî del Lamartine e scrisse nel 1826 un opuscolo sul verso dantesco: Poscia più che il dolor, ecc., nel quale diceva che il Lamartine «si sforza di supplire all’estro che gli manca e alle idee degne dell’estro con facezie contro l’Italia, facezie che noi chiameremmo ingiurie, se, come dice Diomede, i colpi dei deboli e dei vili potessero mai ferire.» Lamartine, ch’era segretario della legazione francese in Firenze, lo mandò a sfidare. Il duello era vietato in Toscana; e la polizia tanto più vegliava ad impedire che questo avvenisse per timore di complicazioni internazionali. Ma la vigilanza fu delusa: e i due avversari si misurarono sul terreno gareggiando di generosità. Il Pepe ferì il poeta ad un braccio e ajutò egli stesso a medicar la ferita. Il Pepe in una lettera al fratello e il Lamartine nelle sue memorie raccontarono come andò, con qualche circostanza diversa. Nell’archivio di Stato di Firenze si trova la relazione ufficiale che chi scrive, sebbene recluso, potè avere. «Il signor Lamartine, prevenendo ogni precauzione del Buon Governo, si portò alle ore sei e mezzo del mattino della domenica 19 febbrajo a prendere il suo avversario nella propria casa, e montato con esso in una carrozza e riunitosi poi a due forestieri (francese l’uno, spagnolo l’altro) che erano stati scelti per padrini, si recò fuori la Porta San Frediano presso il Pignone.» Qui ebbe luogo lo scontro come abbiamo raccontato: e il Lamartine mandò la moglie dal granduca per pregarlo a chiuder gli occhi sopra un duello che non aveva avuto conseguenze funeste. Appena si seppe l’accaduto, il Pepe ricevette biglietti e lettere da ogni parte d’Italia per ringraziarlo d’essersi fatto paladino dell’onor della patria; ma egli era sì povero che non poteva pagare la posta e dovettero supplire gli amici. Viveva egli modestamente lavorando nella Antologia di Giampietro Vieusseux e compilando compendi storici, fra i quali citeremo il Corso di storia generale antica, il Corso di storia moderna, il Corso di filosofia storica, il Corso di letteratura italiana, il parallelo tra Cesare e Napoleone. Nel 1848 divenne generale della guardia nazionale, fu imprigionato dagli Svizzeri del Borbone e morì l’anno seguente. Un altro francese, Marc Monnier, riparava poi l’offesa del Lamartine col bel libro: L’Italie est elle la terre des morts? Quindici anni dopo il duello, un po’ tardetto invero, il Giusti risuscitò l’antica offesa e scrisse la satira che mandava al Montanelli con queste parole: «Eccoti la Terra dei Morti, che scrissi nell’aprile passato in un momento d’ira che m’era saltata addosso contro le ingiurie oltramontane. Per me sarebbe tempo che una volta per sempre finisse questo punzecchiarsi di nazione con nazione, perché in fondo ciascuna ha il suo bene e il suo male, e facendo i conti chi sa chi n’andrebbe al disotto; ma quando le vogliono gli vanno date, e chi si sente scottare tiri a sé i piedi. Certo se penso che è la marmaglia dei vagabondi e dei giornalisti quella che stuzzica il can che dorme, sdegnando di ferire così basso, non vorrei avere scritti questi versi; ma oramai il dado è tratto...» La satira, che fu seguita da una miriade di altre di scrittorelli volgari (accortisi soltanto allora delle parole del Lamartine), è dedicata a Gino Capponi.
Devota al salmo
L’infamia sdrajasi
Di palmo in palmo!
Ah l’aspersorio
Per un mortorio
Slarga al postribolo
Anco il ciborio!
La bara, dicono,
Ci porta al vero:
Oh sì, fidatevi
D’un cimitero!
Un giorno i posteri
Con labbra pie
Biasciando il lastrico
Delle bugie,
Diranno: oh gli avi
Com’eran bravi!
Che spose ingenue,
Che babbi savi!
Un dotto, transeat;
Ma un’Eccellenza
Tapparlo a povero,
Certo, è indecenza!
Ribolla in lurida
Fogna plebea
Del basso popolo
La fricassea;
Spalanca, o Morte,
Vetrate e porte:
Aria a un cadavere
Che andava a Corte.
Così la postuma
Boria si placa:
E molti, a imagine
Della lumaca,
Dietro si lasciano
Sul pavimento
Impura striscia,
Che pare argento.
Ecco gli eroi
Fatti per voi,
Che a suon di chiacchiere
Gabbate il poi.
Ma dall’elogio
==>SEGUE
IL MEMENTOMO
1841

Se ti dà l’animo
D’andar pei chiostri
Contando i tumuli
Degli avi nostri,
Vedrai l’imagine
Di quattro o sei,
Chiusi per grazia
Ne’ mausolei.
Oggi c’insacca
La carne a macca:
In laide maschere
Fidia si stracca.
Largo ai pettegoli
Nani pomposi
Che si scialacquano
L’apoteosi.
Non crepa un asino
Che sia padrone
D’andare al diavolo
Senza iscrizione:
Dietro l’avello
Di Machiavello
Dorme lo scheletro
Di Stenterello1.
Commercio libero:
Suoni il quattrino,
E poi s’avvallano,
Chiesa e Casino.
Si cola il merito
A tutto staccio;
Galloni e Panteon
Sei crazie il braccio.
Scappa di Duomo
Un pover’omo
Che senta i brividi
Di galantuomo.
O mangiamoccoli,
Che a fare un santo
Date ad intendere
Di starci tanto!2
E poi nell’aula

==>SEGUE
Chi t’assicura,
O nato a vivere
Senza impostura?
Morto, e al biografo
Cascato in mano,
Nell’asma funebre
D’un ciarlatano
Menti costretto,
E a tuo dispetto
Imbrogli il pubblico
Dal cataletto.
Perdio, la lapida
Mi fa spavento!
Vo’ fare un lascito
Nel testamento
D’andar tra’ cavoli
Senza il qui giace.
Lasciate il prossimo
Marcire in pace,
O parolai,
O epigrafai,
O vendi-lacrime,
Sciupa-solai3.
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1 Il poeta intese dire che accanto alla tomba di un uomo illustre si mette quella di un buffone; ma vi furono parecchi (il Turchetti fra questi) che nel commentare questo verso asserirono trovarsi dietro il monumento del Machiavelli la lapide a Luigi Del Buono, inventore della maschera dello Stenterello. Nessuno l’ha mai veduta. 2 I morti si seppellivano in chiesa; e per questo dice il Giusti che i preti, mentre fanno tanti processi per canonizzare un santo, lasciano che bugiarde lapidi ingombrino il pavimento del tempio e per danaro santificano persone indegne e sozze. 3 Sciupa-solai, sciupatori dei pavimenti colle lapidi.
IL RE TRAVICELLO
1841

Al Re travicello
Piovuto ai rannocchi,
Mi levo il cappello
E piego i ginocchi;
Lo predico anch’io
Cascato da Dio:
Oh comodo, oh bello
Un Re Travicello!
Calò nel suo regno
Con molto fracasso;
Le teste di legno
Fan sempre del chiasso:
Ma subito tacque,
E al sommo dell’acque
Rimase un corbello
Il Re Travicello.
Da tutto il pantano
Veduto quel coso,
«È questo il Sovrano
Così rumoroso?
(S’udì gracidare)
Per farsi fischiare
Fa tanto bordello
Un Re Travicello?
Un tronco piallato
Avrà la corona?
O Giove ha sbagliato,
Oppur ci minchiona:
Sia dato lo sfratto
Al Re mentecatto,
Si mandi in appello
Il Re Travicello.»
Tacete, tacete;
Lasciate il reame,
O bestie che siete,
A un Re di legname.
Non tira a pelare,
Vi lascia cantare,
Non apre macello
Un Re Travicello.
Là là per la reggia

==>SEGUE
Tommaso Grossi che diceva il Giusti essere «il Porta toscano» giudicava questa favola, inspirata da Esopo e da Fedro, una delle più argute del poeta «per la finezza ingenua, la innocente malignità, la lingua e lo stile». E anche l’autore se ne compiaceva e confessava d’aver «viscere di babbo per codesto ghiribizzo, nato a buono stomaco e non a bile sollevata come certi suoi fratelli. Che se stesse solamente nella mia volontà, vorrei toccare un po’ più quella corda piana, che forse è la più difficile e la più efficace. Ma che vuole? già in primo luogo il fegato ha le sue intemperie; ed io, senza staccarmi dal filo al quale oramai ho raccomandato la testa, mi volto e mi rivolto, secondo le spinte che sento dentro, come quei frati di cartone che segnano il tempo: e poi mi sia permesso di dire che pochi hanno l’orecchio alle arguzie lievi, e quasi nascoste; e quando si tratta d’averla a fare coi sordi o cogli afflussionati, bisogna suonare a martello.» Quando la satira venne fuori, tutti videro nel re Travicello il ritratto del granduca Leopoldo II. Il Giusti al solito a negare d’aver pensato a lui: «quando ho voluto parlare di lui l’ho fatto senza andare a rimpiattarlo in un Travicello». Ed anche questo è vero; ma pure qui lo ha rimpiattato così poco che salta fuori da tutte le parti. Il re Travicello non è un re, ma un principe, e il Giusti lo chiama Altezza: e di principi in Italia v’erano allora il duca di Modena, ch’era un serpente, quel di Lucca che il Giusti chiama «basso e feccioso da lupanare e da taverna» e peggio: non rimane dunque che il granduca sul quale fermarsi. Ma la satira non è soltanto scritta contro il principe, ma anche contro il popolo: il principe era mite, non parlava, lasciava dire e non apriva macello: e il popolo che non si scuoteva, che non aveva denti per mordere, per ribellarsi e per difendersi, era proprio fatto per lui che andava «pascendo il bel paese ove il sì suona – di ninnoli, di sonno e di pancotto».
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NELL’OCCASIONE CHE FU SCOPERTO A FIRENZE
IL VERO RITRATTO DI DANTE
FATTO DA GIOTTO
1841

Qual grazia a noi ti mostra,
O prima gloria italica, per cui
Mostrò ciò che, potea la lingua nostra?
Come degnasti di volgerti a nuj
Dal punto ove s’acqueta ogni desìo?
Tanto il loco natìo
Nel cor ti sta, che di tornar t’è caro
Ancor nel mondo senza fine amaro?
Ma da seggio immortale
Ben puoi rieder quaggiù dove si piange;
Tu sei fatto da Dio, sua mercé, tale,
Che la nostra miseria non ti tange.
Soluto hai nelle menti un dubbio grave,
E quel desìo soave
Che lungamente n’ha tenuti in fame,
Di mirar gli occhi tuoi senza velame.
Nel mirabile aspetto
Arde e sfavilla un non so che divino
Che a noi ti rende nel vero concetto:
A te dinanzi, come il pellegrino
Nel tempio del suo voto rimirando,
Tacito sospirando,
Sento l’anima mia che tutta lieta
Mi dice: or che non parli al tuo Poeta?
Diffusa una serena
Mestizia arde per gli occhi e per le gene,
E grave il guardo e vivido balena
Come a tanto intelletto si conviene;
E nello specchio della fronte austera,
Qual sole in acqua mera,
Splende l’ingegno e l’anima, sicura
Sotto l’usbergo del sentirsi pura.
Tal nella vita nuova
Fosti, e benigne stelle ti levaro
Di cortesia, d’ingegno in bella prova,
E di valor, che allora ivan del paro.
Così poi ti lasciò la tua diletta,
La bella giovinetta,
Nella selva selvaggia incerto e solo,
Armandoti le penne a tanto volo.
Così fermo e virile
==>SEGUE
Chi cerca per lo vero e non ha l’arte.
Ben v’ha chi sente il danno,
E chi si stringe a te, ma son sì pochi
Che le cappe fornisce poco panno:
Padre, perdona agl’intelletti fiochi,
Se tardo orecchio ancor non ha sentito
Tuo nobile ruggito;
Se fraude spiuma, se jattanza veste
D’ali di struzzo l’aquila celeste.
Io, che laudarti intendo
Veracemente, con ardito innesto,
Tremando all’opra e diffidando, prendo
La tua loquela a farti manifesto.
Se troppa libertà m’allarga il freno,
Il dir non mi vien meno:
Lascia ch’io venga in piccioletta barca
Dietro il tuo legno che cantando varca.
O Maestro, o Signore,
O degli altri poeti onore e lume,
Vagliami il lungo studio e il grande amore
Che m’han fatto cercar lo tuo volume.
Io ho veduto quel che s’io ridico,
Del ver libero amico,
Da molti mi verrà noja e rampogna
O per la propria o per l’altrui vergogna.
Tantalo a lauta mensa
D’ogni saper, vegg’io scarno e digiuno,
Che scede e prose e poesie dispensa,
E scrivendo non è né due né uno.
Oimè, Filosofia, come ti muti,
Se per viltà rifiuti
De’ padri nostri il senno, e mostri a dito
Il settentrional povero sito!
Qui l’asino s’indraca
Solidamente, e con delirio alterno
Vista la greppia poi raglia, si placa,
E muta basto dalla state al verno.
Libertà va gridando ch’è sì cara
Ciurma oziosa, ignara,
E chi per barattare ha l’occhio aguzzo;
Né basta Giuda a sostenerne il puzzo.
L’antica gloria è spenta,
E le terre d’Italia tutte piene
Son di tiranni, e un martire doventa
Ogni villan che pasteggiando viene.
Pasciuto in vita di rimorsi e d’onte,
Dai gioghi di Piemonte,
E per l’antiche e per le nuove offense

==>SEGUE
Caina attende chi vita ci spense1.
Oggi mutata al certo
La mente tua s’adira e si compiagne
Che il Giardin dell’Imperio abbia sofferto
Cesare armato con l’unghie grifagne2.
La mala signoria che tutti accora
Vedi come divora
E la lombarda e la veneta gente,
E Modena con Parma n’è dolente.
Volge e rinnova membre
Fiorenza, e larve di virtù profila
Mai colorando, ché a mezzo novembre
Non giunge quello che d’ottobre fila.
Qual è de’ figli suoi che in onor l’ama,
A gente senza fama
Soggiace; e i vermi di Giustiniano
Hanno fatto il suo fior sudicio e vano3.
Basso e feccioso sgorga
Nel Serchio il bulicame di Borbone4.
E in quel corno d’Ausonia che s’imborga
Di Bari, di Gaeta e di Crotone,
E la bella Trinacria consuma;
Che là dov’arde e fuma
Dall’alto monte vede ad ora ad ora
Mosso Palermo a gridar – mora, mora!5
Al basso della ruota
La vendetta di Dio volge la chierca:
La gente che dovrebbe esser devota,
Là dove Cristo tutto dì si merca,
Puttaneggiar co’ regi al mondo è vista;
Che di farla più trista
In dubbio avidi stanno, e l’assicura
Di fede invece la comun paura.
Del par colla papale
Già l’ottomanna tirannia si sciolse6,
Là dove Gabriello aperse l’ale,
E dove Costantin l’aquila volse.
Forse Roma, Sionne e Nazzarette,
E l’altre parti elette,
Il gran decreto, che da sé è vero,
Libere a un tempo vuol dall’adultero.
Europa, Affrica è vaga
Della doppia ruina; e le sta sopra
Il Barbaro, venendo da tal plaga7
Che tutto giorno d’Elice si cuopra,
E l’angla nave all’oriente accenna:
Ma, lenta, della Senna
Turba con rete le volubili acque

==>SEGUE

La Volpe che mal regna e che mal nacque8,
E palpitando tiene
L’occhio per mille frodi esercitato
All’opposito scoglio di Pirene
Delle libere fiamme inghirlandato.
Temendo sempre alle propinque ville
Non volin le faville
Di spenta libertà sopra i vestigi,
E d’uno stesso incendio arda Parigi.
Ma del corporeo velo
Scarco, e da tutte queste cose sciolto,
Con Beatrice tua suso nel Cielo
Cotanto gloriosamente accolto,
La vita intera d’amore e di pace
Del secolo verace
Ti svia di questa nostra inferma e vile;
Si è dolce miracolo e gentile.
E beato mirando
Nel volume lassù trìplice ed uno,
Ove si appunta ogni ubi ed ogni quando,
U’ non si muta mai bianco né bruno,
Sai che per via d’affanni e di ruine
Nostre terre latine
Rinnoverà, come piante novelle,
L’Amor che muove il Sole e l’altre stelle.
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1 Dopo aver detto in generale delle condizioni d’Italia, passa a esaminare ciascun stato. 2 La Signoria austriaca che pesava sopra gran parte d’Italia. 3 In quegli anni il Granduca aveva fatto le riforme dei tribunali: i vermi di Giustiniano sono gli avvocati e i giudici che insudiciano il giglio fiorentino. 4 Il Lucchese, dove scorre il Serchio, era dominato da Carlo Lodovico del ramo dei Borboni spagnuoli; 5 Ricorda l’insurrezione di Palermo, spenta dalle bombe del Borbone di Napoli. 6 Il poeta s’illudeva sulla sperata fine dell’impero turco per una sconfitta toccata agli ottomani dal viceré d’Egitto nel 1839. 7 Il Barbaro è il Russo che dal settentrione ove ruota sempre la costellazione dell’Orsa maggiore o carro di Boote (Elice) cerca d’estendersi al mezzogiorno nelle terre dell’impero turco. 8 La volpe è Luigi Filippo che il Giusti diceva mal nato per la tradizione del Chiappini.
«E stato scoperto il vero ritratto di Dante dipinto da Giotto circa il 1298 nella cappella del Podestà in Palagio. Dai Vandali paesani era stato dato di bianco a questi affreschi; e per più centi d’anni erano rimasti sepolti i miracoli di Giotto e i volti venerandi dei nostri antichi sotto le pennellate di un imbianchino. Così talvolta la fama e il nome degli uomini dabbene rimane offuscata dall’ombra di un falsario o d’un briccone. Con somma diligenza e con arte mirabile hanno tolto appoco appoco la crosta sovrapposta, e, dopo vari tentativi, le forme di Dante, fresche di giovinezza (perché quando fu ritratto ivi aveva 32 o 33 anni), sono apparse alla meraviglia ed alla venerazione di noi tardi e tisici nipoti. Si sapeva da Giorgio Vasari che doveva esistere questo dipinto, ma s’è aspettato fino a qui a farne ricerca: meglio una volta che mai. È stata una vera gioja per tutti il vedere che i ritratti che avevamo di Dante erano veri, e che almeno in quanto a lui non avevamo adorato un idolo bugiardo.» Così scriveva il Giusti a Matteo Trenta ai 13 agosto del 1840: e poco dopo usciva la canzone nella quale aveva adattato le frasi e i versi del sommo Poeta al tempo suo e alle condizioni dell’Italia. Di siffatti lavori d’intarsio ne furono fatti parecchi, sopratutto nel secolo scorso, da manovali dell’arte, spogli d’ogni facoltà creativa e che mettevano insieme le canzoni a mosaico coi versi di questo o di quel poeta. Ma il Giusti che per il lungo studio, cominciato fin dalla prima età, aveva del divino poema fatto il sangue del suo sangue, scrisse una canzone che pare di getto, tutta d’un pezzo e d’un colore, che è di Dante e che è sua tanto si fonde insieme il pensiero dell’antico e quel del novo poeta da non potersi separare. Comincia, rivolgendosi a Dante, col rallegrarsi che la sua imagine sia ricomparsa a’ nostri occhi: tale era quando, dopo aver pianto Beatrice e combattuto a Campaldino, abbandonò la dolce patria per il lungo e doloroso esilio e compose il meraviglioso poema, del quale, a ogni lettura, appajono alla mente nostra nuove bellezze. Sventurati quelli che le trascurano per correr dietro alle scuole filosofiche straniere! Di qui prende le mosse per esporre i dolori della patria prima e poi d’Europa, e concludere esprimendo la fede che, attraverso affanni e

==>SEGUE


Giuseppe  Giusti - POESIE  SCELTE - parte III
Pagina a cura di Nino Fiorillo           == e-mail:nfiorillo@email.it ==
 
La poesia di G. GIUSTI

di Paola Belloni
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La poesia di Giuseppe Giusti nasce, com’è noto, nel momento più difficile della politica italiana, quando le idee di unità, indipendenza e rinnovamento, alla base del Risorgimento, infiammavano gli animi spronando alla rivolta. Essa non trae origine da una delle solite forme impressionistiche che trovano le loro basi in un’idea frutto di sentimenti letterari, ma scaturisce da una reazione — alla sofferenza, al sopruso, al giogo straniero — che imprime nel cuore il desiderio di educare, formare e preparare il popolo al patriottismo. Ha uno straordinario ritmo agile e sincopato e, seppur costruita con grande attenzione e cura, sembra disinvolta e perfino ribelle alle regole. Con quell’arguzia e quell’impeto che gli sono abituali, Giusti produce versi fluidi e armoniosi che sanno “colpire il vizio” ed educare il lettore. Non mancano neppure le polemiche culturali e letterarie e nei suoi versi si ritrovano termini presi dal lessico quotidiano accostati a vocaboli dotti e raffinati, in latino e persino in francese, posti qua e là per rendere la provocazione ancor più violenta. Come in ogni buono scrittore di satira, ampio spazio è concesso alla rappresentazione ironica dei costumi del mondo italiano, colto negli aspetti più retrivi, ponendo alla berlina la politica reazionaria, il malgoverno e il malcostume; ma la sua satira mordace non raggiunge mai vette di estrema cattiveria, anzi si ripiega, talvolta, nella malinconia. Sulla fortuna letteraria di Giusti è stato scritto molto; esiste una bibliografia a dir poco sterminata. Eppure non è  un poeta “canonizzato”, la sua causa di “beatificazione” è, infatti, tuttora aperta; lo si considera, piuttosto, un poeta complesso, il “contemporaneo” di tutte le varie epoche. E se rimane — agli occhi di qualche lettore poco attento — troppo paesano e prosaico, forse più uomo che poeta, con il suo acume intelligente ha saputo notare passioni, vizi, debolezze proprie di tutti i tempi e descrivere scene che, seppur pensate in Toscana, durante il regno di Leopoldo II, potrebbero gustarsi in qualsiasi parte d’Italia e in ogni tempo. Il più bel commento al Poeta è dato dai lettori, soprattutto quelli più anziani, che ricordano a memoria gran parte delle sue poesie. Quando il popolo umile, modesto, lavoratore, cita appassionatamente un verso, o parla di un poeta con entusiasmo, ciò significa che l’arte di quel poeta ha penetrato il suo animo facendogli vibrare le corde del cuore.
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La vita di un Poeta

Giuseppe Giusti nacque a Monsummano Terme, nella casa dei nonni paterni, il 12 maggio 1809. Il padre, Domenico, era un proprietario terriero che tenne per molti anni l’amministrazione delle Terme di Montecatini; la madre, Ester, era figlia di un fiero repubblicano di Pescia, Celestino Chiti, che subì persecuzioni e carcere durante la reazione del 1799, dopo la discesa degli Austro-Russi nel nostro paese, e si fece ammirare poi per la generosità mostrata contro i suoi persecutori quando, tornato Napoleone in Italia, fu chiamato a ricoprire una carica molto importante nella sua provincia. Il Nostro nutrì sempre, fin da ragazzo, una grande ammirazione per il nonno materno, di cui nel 1837 scriverà la biografia; l’esempio di Celestino Chiti dovette influire notevolmente sulla sua formazione morale e più tardi sul suo orientamento politico, con grande disappunto del padre che sperava, anzi pretendeva, che il figlio prendesse a modello della propria vita l’avo paterno, quello di cui portava il nome e che aveva assicurato alla famiglia un notevole benessere e un elevato rango sociale. Amico e confidente del granduca Pietro Leopoldo, il vecchio Giusti era stato chiamato da questi alla presidenza del Buon Governo, una specie di direzione generale della polizia con attribuzioni molto ampie. Dopo la caduta dei Lorena ed il trionfo di Napoleone, seppe barcamenarsi così abilmente coi nuovi padroni che Maria  Luisa, reggente del regno d’Etruria, lo nominò suo consigliere particolare e gli conferì un titolo nobiliare. Si capisce perciò che Domenico Giusti sognasse per quell’unico suo figlio maschio una carriera statale tanto brillante da rinverdire in famiglia le glorie paterne. Ma quel ragazzo, che pure mostrava un ingegno pronto e vivace, era destinato a dargli non poche delusioni: in primo luogo impiegando più anni
di quanti non ne fossero necessari ad ottenere una laurea in giurisprudenza e, in secondo luogo, mostrando ben presto una disposizione a mettere in burletta quelle istituzioni di cui avrebbe dovuto essere, nei sogni del padre, una solida colonna. Il cavalier Domenico, che a modo suo componeva versi ed aveva una gran passione per la musica e per la Divina Commedia, fu il primo maestro di quel figliolo ribelle ed inquieto, mentre la pratica religiosa fu affidata alla madre; «le prime cose che m’insegnò mio padre furono le note della musica e il canto del conte Ugolino», scriverà più tardi il Poeta in alcuni frammenti autobiografici:
Mio padre che avrebbe voluto fare di me un
Avvocato, un Vicario, un Auditore, insomma
un arnese simile, quando sapeva che io, invece
di stillarmi sul Codice, almanaccavo con
Dante, dopo aver brontolato un pezzo con me
e con gli altri finiva per dire: Già la colpa è
mia.
A sette anni, secondo l’uso delle famiglie agiate, fu affidato al precettore don Antonio Sacchi, guadagnando
parecchie nerbate una perfetta conoscenza
dell’ ortografia, nessuna ombra di latino, pochi
barlumi di storia […] e poi svogliatezza, stizza,
noia, persuasione interna di non esser buono a
nulla.
La modestia del primo precettore non impedì nell’allievo il formarsi precoce di un gusto letterario, orientato dai testi di scuola verso le biografie eroiche e gli episodi patetico- romanzeschi della presa di Gerusalemme. Nel 1821, all’età degli studi regolari, venne mandato a Firenze all’Istituto “Attilio Zuccagni”, dove ebbe per maestro Andrea Francioni, divenuto più tardi accademico della Crusca, il primo che gli metterà nel cuore «il bisogno e l’amore agli studi». La chiusura della scuola lo costrinse a lasciare Firenze per il liceo “Forteguerri” di Pistoia, dove si
fece notare più per la cattiva condotta che per il buon profitto. Nell’estate del ’23 passò al collegio “Carlo Lodovico” di Lucca e qui rimase due anni fino a quando fu espulso sempre per motivi disciplinari. A dodici anni iniziò a scrivere sonetti poi smarriti per incuria. Continuò a comporre anche una volta tornato a casa, a Montecatini, dove la famiglia si era trasferita dal 1815, e a Pisa, dove fu mandato per compiere gli studi universitari in giurisprudenza. Studente pigro e demotivato, dalla vocazione professionale insicura e ormai entrato in contrasto col padre, preferiva il Caffè dell’Ussero alle aule universitarie, mescolandosi ad allegre brigate, facendo conoscenze buone e cattive e collezionando debiti. La vita scapestrata e la «baraonda gioconda» che in Le memorie di Pisa si propongono come autentica lezione di conoscenza del mondo, culminano in un episodio di pubblica indisciplina: i tumulti studenteschi al Teatro dei Ravvivati, che gli fruttano una convocazione da parte dell’autorità di polizia. Il padre pretende che torni a casa, a Pescia, dove nel frattempo la famiglia si era trasferita. I tre anni seguenti sono i più tristi della sua vita: l’ambiente pesciatino ristretto e pettegolo lo priva di quelle soddisfazioni che Pisa gli aveva offerto; sola consolazione, sola àncora di salvezza, il continuo bisogno di scrivere versi: esercitazioni accademiche, sonetti amorosi, componimenti burleschi.
Così il tempo passa, ma intanto gli echi della rivoluzione parigina di luglio si propagano rapidamente in
Europa mentre, nel ducato di Modena, Ciro Menotti organizza quella temeraria insurrezione contro Francesco IV che gli sarebbe costata la vita. Giuseppe Giusti ne rimane colpito e commosso; le sue poesie di quel tempo, accese di un patriottismo generico ma sincero, restano a testimonianza della partecipazione spirituale ai nuovi ideali di libertà e d’indipendenza e segnano l’inizio di un impegno più serio nella sua attività di poeta. Questa improvvisa fiammata di sentimenti liberali rende ancor più difficili i rapporti col padre – conformista e devoto al Granduca – che, rassicurato dal fallimento dei moti romagnoli, lo rispedisce a Pisa per fargli riprendere gli studi. Nel giugno 1834, a venticinque anni, prende finalmente la laurea e si reca a Firenze per far pratica nello studio di Cesare Capoquadri, un principe del foro fiorentino; ma continua ad occuparsi di tutto fuorché di giurisprudenza. Tuttavia, dopo qualche tempo, per non rompere definitivamente col padre e per non dare un grosso dispiacere alla madre, ottiene l’abilitazione all’esercizio dell’avvocatura. Ma non volle mai esercitare la professione, anzi si arrabbiava se qualcuno lo chiamava avvocato. Intanto la sua fama di poeta era cresciuta, alcuni dei suoi vivaci scherzi satirici erano diventati popolarissimi, senza contare le liriche di stampo amoroso ispirate quasi tutte da Cecilia Burlini, maritata Piacentini, con la quale aveva stretto una relazione a Pescia nel 1829, relazione durata, tra alti e bassi, fino al 1836. La verità è che egli ebbe una sola grande passione: ‘la poesia’; per le donne della sua vita provò solo passioncelle e capricci nei quali avevano molta parte i sensi e poca il cuore. Si stabilì a Firenze. Intanto, però, la sua salute si stava aggravando e a nulla valsero i viaggi per ristabilirsi. Nel settembre del ’45 fu a Milano ospite di Alessandro Manzoni col quale aveva già intrecciato da tempo una relazione epistolare. L’affetto del grande “Sandro” e quello di Tommaso Grossi rappresentarono per lui la consacrazione letteraria, e gratificarono il bisogno di un apprezzamento anche umano della sua persona. Visitò Milano e i Laghi ma, soprattutto, discusse con Manzoni il fine della poesia ed accolse le critiche che questi muoveva sulla natura troppo personale della sua satira. Nell’inverno del 1845-46 si recò a Pisa a casa dell’amico Giovanni Frassi che avrebbe più tardi raccolto il suo epistolario e ne avrebbe scritto la biografia. Rientrato a Firenze, andò a stabilirsi nel palazzo dell’amico Gino Capponi, in via San Sebastiano – attuale via Gino Capponi –, dove rimase fino alla fine dei suoi giorni. Se le amicizie restano fedeli, tranne quelle oscurate in seguito da dissensi politici, i suoi amori si dispongono in un quadro più instabile e turbato. Al giovanile amore ideale per Isabella Fantoni, succede negli anni dell’università la tormentata relazione con Cecilia Piacentini. La bella signora pesciatina, madre del Giovannino destinatario di una lettera pedagogica, rappresenta un capitolo fondamentale della sua vita. La vicenda si conclude amaramente e con essa il Poeta congeda l’amica lontana e l’amore. Anche il legame con Isabella Rossi, poetessa e donna di fervidi interessi intellettuali, non lo rimuove dalla scelta di uno «scapolato» gaudente, appena incrinato da qualche rimpianto per la mancata vita familiare. Si susseguono poi alcune relazioni, per così dire, altolocate: quella con la marchesa Girolama U., nobildonna fiorentina, (a lei fu dedicato Il Sospiro dell’anima), e quella con Luisa d’Azeglio vedova di Enrico Blondel, fratello della prima moglie di Alessandro Manzoni. La “Marchesa” e il poeta si compresero e rimasero uniti da durevole affetto. Vedova e rimaritata, Luisa, nata Maumari, dovette essere consapevole della scelta fatta, per la quale ogni rapporto col marito, Massimo d’Azeglio, fu poi rotto per sempre. Ma, nonostante tutto, l’amore appartiene ormai per lui ad un universo di disvalori, e l’aridità interiore, rafforzatasi nella concentrazione sul proprio lavoro e sui propri mali fisici, autorizza il distacco e la freddezza. Nella quiete di palazzo Capponi continua il suo lavoro. La poesia, nel frattempo, accantona l’indagine sulla società e si lega alla cronaca politica, quasi a commento degli eventi che precedono il Quarantotto.
Il trionfo dell’ipotesi neoguelfa, dopo il Primato di Gioberti, modifica gli equilibri italiani ed incide sulla politica dei governanti. Le aperture di Leopoldo II, ottenute in seguito a vivaci sollecitazioni del partito moderato, creano un clima di attesa e di speranza che pare rispondere alle richieste mosse negli anni precedenti. Pur facendosi osservatore dei mutamenti positivi del momento, Giusti è in realtà spiazzato dagli avvenimenti. Assiste alle vicende rivoluzionarie della primavera del ’48 da palazzo Capponi e, solo
con l’ascesa al potere dei democratici, sposa la causa moderata. Nella primavera-estate del 1848 è occupato dall’organizzazione della Guardia Civica per la città di Pescia; eletto maggiore, al comando di un battaglione dimostra discrete capacità pratiche; partecipa alla prima e alla seconda legislatura concedendo il proprio appoggio ai governi moderati di Ridolfi e di Capponi e si attira, così, le ire della stampa di sinistra che lo accusa di tradimento. Nel 1849, però, non ha voti sufficienti per essere rieletto all’Assemblea Costituente creata dal governo democratico-rivoluzionario presieduto da Guerrazzi. La sfortunata campagna contro l’Austria conclusasi con l’armistizio di Salasco, il fallimento dell’ipotesi moderata, reso evidente dalla fuga di Leopoldo II e di Pio IX a Gaeta, il governo democratico a Firenze e la breve dittatura di Guerrazzi costituiscono eventi tragici per la sua lucidità mentale. Guerrazzi diventa il suo bersaglio e neppure la fine della dittatura e il ritorno del Granduca appoggiato dagli Austriaci lo distolgono dalla sua chiusura intellettuale. L’isolamento politico diventa anche solitudine morale e i dubbi sulla propria poesia si fanno così forti da costringerlo al silenzio. Alla satira sembra succedere il tentativo di un affresco collettivo.
Intanto, nell’aprile del 1848 viene eletto membro dell’Accademia della Crusca; tornato poi a Firenze all’inizio del 1850, dopo un inverno di malattia, muore in palazzo Capponi la mattina del 31 marzo, giorno di Pasqua, per soffocamento dovuto ad un improvviso flusso sanguigno. La sera del 1° Aprile il suo corpo viene portato nella chiesa di San Miniato al Monte, e lì seppellito. La vita e l’opera di Giuseppe Giusti furono segnate dalla concorrenza di due determinanti fondamentali: il conflitto nei rapporti col padre e il rifiuto del tipo di organizzazione e dei valori dominanti nella società italiana, e toscana in particolare, del suo tempo. Dal primo deriveranno quel rovello, quella insoddisfazione, quel senso di incompiutezza che caratterizzano la sua personalità e sono abbondantemente testimoniati sia dai versi che dalle prose (in specie quelle di tipo autobiografico o di confessione, assai frequenti nell’Epistolario). Esistono, nella sua struttura psichica, cariche atte a sviluppare tutta una serie di reazioni e difese, di spostamento e occultamento dell’ aggressività da una parte, di rassicurazione e riparazione dall’altra. Quelle della prima specie si identificano sostanzialmente col riso e con le sue forme giocose e satiriche, quelle della seconda comprendono l’apatia che è, a livello manifesto, disposizione a lasciarsi andare per sfuggire all’azione e ai contrasti e per sdrammatizzare le situazioni potenzialmente penose. All’angoscia della disgregazione e della morte si oppongono, quindi, tendenze costruttive, la tensione verso una comunione affettiva e sociale, assicurata da contrasti e dissonanze, che potremo chiamare il paesanismo-«chiocciolismo» giustiano:3 un massimo di chiusura ed esclusione del grande mondo che è poi solo una forma di rimpianto della condizione prenatale. Il condizionamento familiare va legato al contesto strutturale della società e del momento storico in cui il Poeta visse. Entro le coordinate storico-culturali proprie della Toscana, la sua posizione è tra le più singolari. Con chiara coscienza egli disdegnò di integrarsi nel sistema granducale della Restaurazione e, così, finì per essere un prototipo della figura moderna dell’intellettuale laureato disoccupato.
Di siffatta strozzatura storica, il nostro ebbe coscienza e cercò di definirla in una sua confessione:
Nella generale ipocondria che mette di mal’umore
i giovani del mio tempo, mi pare di ravvisare
un non so che di affettato e stucchevole.
[…] I desideri impronti, le speranze smoderate
ci avvezzano per tempo a stimarci degni di
ciò che è di meglio al mondo; d’altro canto,
una volontà fiacca in un corpiciattolo più fiacco
che mai c’inchiodano, per dir così, in una
poltrona di beata melensaggine ad aspettare
che la sorte ci dia l’imbeccata; intanto gli anni
passano, i sogni vanno in fumo e noi restiamo
lì grulli e scontenti, e buoni a nulla. […] Allora
versacci di rabbia intonacata di dolore, allora
romanzacci dove si calunnia Dio e l’umana
natura. Tempo fa la malinconia spingeva nei
monasteri o nei romitorii, oggi spinge a dar
fuori in istampa il disgusto di sé sotto colore di
romantiche ubbie.
La coscienza che avrà assai precisa della situazione del suo tempo fu condizionata a tutti i livelli dagli orientamenti della cultura dominante in Toscana. Un intellettuale come lui, specialmente negli anni giovanili, piuttosto che un ruolo di rappresentanza degli interessi di classe, sembra assumerne uno più mediato e universale. Negli anni pisani nutrì incomprensione per le posizioni più decise e radicali, specialmente se legate alle organizzazioni settarie, ma non fu esente da influenze democratico - repubblicane. La sua filosofia giudicativa fu il “buon senso”, saggezza pratica tratta dall’esperienza e dalla memoria paesana e campagnola (quella dei proverbi, di cui lui stesso fu sagace e convinto raccoglitore). Ma la “saggezza-buon senso” non gli consentiva di giungere all’analisi delle cause del problema toscano e italiano per cui la sua reazione rimase ad uno stadio emotivo e moralistico fatto di disagio e di ansia. Le sue idee, però, finirono con l’essere un adattamento alle posizioni della classe egemone, vale a dire di quel liberalismo moderato su cui modellò le proprie aspirazioni indipendentistiche e unitarie. E fu la poesia scherzoso-satirica il più efficace sfogo consentitogli; in questa, infatti, si confondono le due motivazioni della sua personalità: i dinamismi edipici – che lo portavano ad identificare il padre con gli oggetti del mondo socio-politico, emblemi di oppressione, inerzia e assenza di valori – ed il rifiuto della società della Restaurazione. Il suo mondo poetico è scomposto in “scene”, “scenette”, “farse”, “casetti”, la società appare come un confuso groviglio carnevalesco, gli uomini del suo tempo sembrano «burattini» o «pantomini», la sua stessa memoria, negli appunti presi, è fatta di «commedie vedute».5 Tale visione finirà con l’assumere un senso di espressione “corale”, è come se egli divenisse interprete degli oppressi e degli onesti in nome del buon senso. Affermazioni, queste, del tutto in linea con una poetica moderatamente romantica, di cui venne delineando i tratti per più di un decennio, dal ’35 in poi, ma senza un vero svolgimento. Fortemente influenzata dalle posizioni dell’“Antologia”, tale poetica è articolata sui principi dell’arte interprete dei bisogni del tempo, finalizzata al bene e all’utile, rappresentante del vero e destinata, almeno nelle intenzioni, al popolo. Il suo, però, è un romanticismo che si vuole collocare in una condizione di equidistanza dalle due scuole: libertà «dalle panie aristoteliche e dalle fuliggini sataniche» sul piano dei temi e dei motivi, per volontà di “paesanità”, e rifiuto dei suggerimenti stranieri in cui si paventa l’insidia di un asservimento anche intellettuale. Dunque egli non fu certo sprovvisto di una sua cultura
ma non fu neppure un gran lettore e non c’è ragione didubitare delle sue parole quando ad Atto Vannucci scrisse:
Ho avuto molta facilità di imparare, ho letto
pochi libri, ma credo d’averli letti bene assai;
del resto sono ignorantissimo di molte cose
essenziali, da far paura e pietà a me stesso.
Nella medesima lettera autobiografica accenna alla nascita e alla storia delle sue poesie:
Fino dal 1831, a forza di raspare senza guida e
senza concetto, m’era venuto fatto uno scherzo
sulle cose d’allora, e il favore degli amici, piuttosto
che il mio proprio giudizio, mi fece intendere
che poteva aprirmisi una via.
Subito dopo trascurò questa sorta di vocazione: si sentiva ignorante e aveva letto troppo poco. Poi riprese a comporre e
anno per anno ho seguitato, senza presunzione,
senza odio contro nessuno in particolare, e
senza tenere per moneta corrente tutto il bene
che me ne dicono e tutto il grido che me ne
promettono.
Così nascono gli Scherzi che si diffondono in copie manoscritte, per la Toscana prima e per l’Italia poi.
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Noi facciamo il contrario degli Egiziani: presso quel popolo la morte apriva l’uscio della verità, e ai defunti si faceva il processo della vita; oggi invece una vanitosa ipocrisia e l’abitudine sociale del mentire incensano i morti nelle necrologie e scolpiscono le bugie nei marmi. Ed è cattiva scusa quella che si mette innanzi, e cioè di dover rispettare la morte: nulla si rispetta col tradire il vero, e la tomba del furfante, sia pur fortunato, dev’essere diversa da quella del galantuomo. Contro questa costumanza insorse la musa del Giusti nel Mementomo, scritto nel 1841, per combattere, com’egli stesso scriveva, «questa diarrea di iscrizioni e di necrologie, buttate là colla pala addosso a tutti senza distinzione». La satira, fatta per correggere ridendo mores, lasciò, al solito, il tempo che aveva trovato; e il Fanfani, nel commentarla, scriveva: «Che direbbe il Giusti vedendo che la diarrea di iscrizioni si è convertita in diarrea di monumenti, e che se allora non moriva «un asino che fosse padrone di andare al diavolo senza iscrizione», oggi si scialacquano busti e monumenti a molti e molti dappochi, e spesso anche a degli scalzacani? ora che anche in Santa Croce si insacca la carne a macca, tanto che lo stesso popolino comincia a chiamarla l’osteria dei vagabondi?»
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ruine, l’Italia risorgerà a felice stato. Gino Capponi giudicava questa canzone «un centone se si vuole, ma tale però che tu ravvisi in quel centone l’arte creatrice ed un ardimento consapevole della sua propria maestria». E lo stesso Giusti la corresse e ricorresse parecchie volte, perché diceva «l’onor di Dante pericola col mio e non vorrei rinnovar al poeta lo strazio di Santa Croce e di sotto gli Uffizi». Spiegava anche d’aver ricorso, per onorare Dante, alle parole stesse di lui, mosso da reverenza, perché non voleva esser messo con quelli che abusavano del suo nome: «Se andiamo avanti altri dieci anni (scriveva al Capponi nel 1847) di questo passo a scrivere e a riscrivere di Dante per sapere quanti peli ebbe nella barba, Dante finirà per istuccare come un piatto il più scelto dato in tavola un mese di seguito. E il peggio è che taluni disperati di poter approdare alla posterità per forza di remi e di vele, si affunano ai legni maggiori per giungere di rimorchio. Dante e l’Italia sono una specie di garofano o di noce moscata per dar sapore alle vivande più scipite, e spesso il grosso delle vivande passa in grazia della droga. Io che son figliolo del mio tempo e che ho tempestato su Dante la parte mia, accorto della celia, quando volli una volta celebrare il nostro poeta feci un lavoro di ritagli presi qua e là dal Poema, e ora desiderando che se ne conosca il poco che abbiamo di certo intorno alla vita di lui, non fo altro che ripubblicare la Vita che ne scrisse Leonardo Aretino con qualche noterella d’ajuto...»

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LA SCRITTA
1841

PARTE PRIMA.

Pesa i vecchî diplomi e quei d’ieri,
Di schietta nobiltà v’è carestia:
Dacché la fame entrò ne’ Cavalieri,
La tasca si ribella all’albagia.
Ma nuovi sarti e nuovi rigattieri
A spogliare e vestir la signoria
Manda la Banca, e le raschiate mura
Ripiglian l’oro della raschiatura1.
Poco preme l’onor, meno il decoro;
E al più s’abbada a insudiciare il grado:
Che se grandi e plebei calan tra loro
A consorzio d’uffici o a parentado,
Necessità gli accozza a concistoro
O a patto conjugal, ma avvien di rado
Che non rimangan gli animi distanti,
E la mano del cor si dà co’ guanti.
Un de’ nostri usurai messe una volta
L’unica figlia in vendita per moglie,
Dando al patrizio che l’avesse tolta
Delle fraterne vittime le spoglie,
Purché negli usci titolati accolta
Venisse, a costo di rifar le soglie,
E colle nozze sue l’opere ladre
Nobilitasse del tenero padre.
Era quella fanciulla uno sgomento;
Gobba, sbilenca, colle tempie vuote;
Un muso tutto naso e tutto mento,
Che litigava il giallo alle carote;
Ma per vera bellezza un ottocento
Di mila scudi avea tra censo e dote;
Per questo agli occhî ancor d’un gentiluomo
Parea leggiadra, e il babbo un galantuomo.
Non ebbe questi da durar fatica,
Né bisognò cercar colla lanterna
Un genero, che in sé pari all’antica
Boria covasse povertà moderna;
Anzi gli si mostrò la sorte amica
Tanto, che intorno a casa era un’eterna
Folla d’illustri poveri di razza,
Che incrociarsi volean colla ragazza.
Di venti che ne scrisse al taccuino
A certi babbi-morti dirimpetto2,
Un ve ne fu prescelto dal destino
A umilïare il titolo al sacchetto.
==>SEGUE
L’albero lo dicea sangue latino
Colato in lui sì limpido e sì pretto
Che dalla cute trapelava, e vuolsi
Che lo sentisse il medico da’ polsi.
La scritta si fissò lì sul tamburo:
E il quattrinajo, a cui la cosa tocca,
Dei parenti del genero futuro
Tutta quanta invitò la filastrocca.
Coi proprî, o scelse, o stette a muso duro,
O disse per la strada a mezza bocca:
Se vi pare veniteci, ma poi
Non vi costringo... in somma fate voi.
Un gran trepestìo3
S’udiva una sera
Di zampe e di ruote:
Con tal romorìo
Lontana bufera
Gli orecchi percuote.
Gran folla di gente,
Saputa la cosa,
Al suono accorrea,
E tutta lucente
Brillar della sposa
La casa vedea.
La fila de’ cocchi
Solcava la strada
A perdita d’occhi:
Per quella contrada
Un ite e venite
Di turbe infinite;
Continuo lo strano
Vociar de’ cocchieri:
E in mezzo al baccano,
Tra torce e staffieri,
La ciurma diversa,
Plebea e signora,
Nell’atrio si versa
In duplice gora.
Là smonta la Dama,
E qua la pedina
Che adesso si chiama
O zia, o cugina;
Il gran Ciambellano
V’arriva da Corte,
E dietro un tarpano4
Da fare il panforte.
Per lunghi andirivieni
Di stanze scompagnate
==>SEGUE
Lorenzo, come mai
Infondi nella creta
La vita che non hai?1
Cos’era Romagnosi?
Un’ombra che pensava,
E i vivi sgomentava
Dagli eterni riposi2
Per morto era una cima,
Ma per vivo era corto;
Difatto, dopo morto
È più vivo di prima.
Dei nuovi morti e vecchi
L’eredità giacenti
Arricchiron parecchi
In terra di viventi.
Campando in buona fede
Sull’asse ereditario,
Lo scrupoloso erede
Ci fa l’anniversario.
Con che forza si campa
In quelle parti là!
La gran vitalità
Si vede dalla stampa.
Scrivi, scrivi e riscrivi,
Que’ Geni moriranno
Dodici volte l’anno,
E son lì sempre vivi.
O voi, genti piovute
Di là dai vivi, dite,
Con che faccia venite
Tra i morti per salute?
Sentite, o prima o poi
Quest’aria vi fa male,
Quest’aria anco per voi
E un’aria sepolcrale.
O frati soprastanti,
O birri inquisitori,
Posate di censori
Le forbici ignoranti.
Proprio de’ morti, o ciuchi,
È il ben dell’intelletto;
==>SEGUE


Perché volerci eunuchi
Anco nel cataletto?3
Perché ci stanno addosso
Selve di baionette,
E s’ungono a quest’osso
Le nordiche basette?
Come! guardate i morti
Con tanta gelosia?
Studiate anatomia,
Che il diavolo vi porti.
Ma il libro di natura
Ha l’entrata e l’uscita;
Tocca a loro la vita
E a noi la sepoltura.
E poi, se lo domandi,
Assai siamo campati;
Gino, eravamo grandi,
E là non eran nati.
O mura cittadine,
Sepolcri maestosi,
Fin le vostre ruine
Sono un’apoteosi.
Cancella anco la fossa,
O barbaro inquieto,
Ché temerarie l’ossa
Sentono il sepolcreto.
Veglia sul monumento
Perpetuo lume il sole,
E fa da torcia a vento:
Le rose, le viole,
I pampani, gli olivi,
Son simboli di pianto:
Oh che bel camposanto
Da fare invidia ai vivi!
Cadaveri, alle corte
Lasciamoli cantare,
E vediam questa morte
Dov’anderà a cascare.
Tra i salmi dell’Uffizio
C’è anco il Dies irae:
O che non ha a venire
Il giorno del giudizio?


1 Lorenzo è lo scultore Bartolini; nato a Savignano da un ferrajo volle essere scultore: lottò colla miseria, si recò a Parigi nello studio di David, ma invece di copiarlo, si volse alla natura, eterna maestra di verità. Fece la battaglia di Austerlitz per la colonna Vendôme: la granduchessa Elisa lo chiamò professore a Carrara: indi passò a Firenze. 2 Il Giusti cita sovente Romagnosi, ma in realtà l’aveva ben poco studiato. Narra il Frassi, suo ammiratore, che una sera, passeggiando sulla piazza di
Pescia con lui e coll’avvocato Leopoldo Galeotti «fece cadere il discorso sopra le opere di Romagnosi che appena conosceva, e sul quale nonostante aveva in animo di scrivere un sonetto. 3 O frati soprastanti: questa strofa diede luogo, per la sua oscurità, a una lunga, aspra polemica. Il poeta, secondo il Fanfani, volle dire: O frati e birri che ci state addosso, mettete giù le forbici da censori: forse i morti hanno l’intelletto? a che dunque castrarli nella tomba, se son morti?
Dal vento portato,
Tentenna, galleggia,
E mai dello Stato
Non pesca nel fondo:
Che scenza di mondo!
Che Re di cervello
È un Re Travicello!
Se a caso s’adopra
D’intingere il capo,
Vedete? di sopra
Lo porta daccapo
La sua leggerezza.
Chiamatelo Altezza,
Ché torna a capello
A un Re Travicello.
Volete il serpente
Che il sonno vi scuota?
Dormite contente
Costì nella mota,
O bestie impotenti:
Per chi non ha denti,
È fatto a pennello
Un Re Travicello!
Un popolo pieno
Di tante fortune,
Può farne di meno
Del senso comune.
Che popolo ammodo,
Che Principe sodo,
Che santo modello
Un Re Travicello!
___________________



Frenar tentasti il tuo popolo ingiusto;
Così, cacciato poi del bello ovile,
Mendicasti la vita a frusto a frusto,
Ben tetragono ai colpi di ventura;
E della tua sciagura
Virtù ti crebbe o poté meglio il verso
Descriver fondo a tutto l’Universo.
Solingo e senza parte
Librasti in equa lance il bene e il male,
E nell’angusto circolo dell’arte
Come in libero ciel spiegasti l’ale. -
Novella Musa ti mostrava l’Orse,
E fino a Dio ti scôrse
Per lo gran mar dell’essere l’antenna,
Che non raggiunse mai lingua né penna.
Sempre più c’innamora
Tua visïon che poggia a tanta altezza:
Nessun la vide tante volte ancora,
Che non trovasse in lei nuova bellezza.
Ben gusta il frutto della nuova pianta
Chi la sa tutta quanta;
In lei si specchia cui di ben far giova,
Per esempio di lei Beltà si prova.
Forse intera non vedo
La bellezza ch’io dico, e si trasmoda
Non pur di là da noi: ma certo io credo
Che solo il suo Fattor tutta la goda.
E così cela lei l’esser profonda:
E l’occhio che per l’onda
Di lei s’immerge prova il suo valore;
Tanto si dà quanto trova d’ardore.
Per mille penne è tôrta
La sua sentenza; e chi là entro pesca,
Per gran sete d’attingere vi porta
Ambagi e sogni onde i semplici invesca.
Uno la fugge, un altro la coarta,
O va di carta in carta
Tessendo enimmi, e sforza la scrittura
D’un tempo che delira alla misura.
Per arte e per inganno
Di tal cui sol diletta il pappo e il dindi, .
Mille siffatte favole per anno
Di cattedra si gridan quinci e quindi:
O di te stesso guida e fondamento,
Ai pasciuti di vento
Dirai che indarno da riva si parte

==>SEGUE
Sulla soglia del tempio;
E un cavalier, disceso
Dal Ciel, pesta il birbante
Colle legnate sante.
Nel soffitto si vede
D’un egregio lavoro
Mida da capo a piede
Tutto coperto d’oro,
Che sta lì spaurito
Dal troppo impoverito.
Nel campo lentamente
In vista al vento ondeggia
La canna impertinente,
E più lunge serpeggia
Volubile sul suolo
Il lucido Pattôlo.
Fa contrapposto a Mida
La presa di Sionne:
Udir credi le strida
Di fanciulli e di donne,
E divampare il fuoco
Rugghiando in ogni loco;
E nell’orrida clade,
Di sangue e d’oro ingorde,
Fra le lance e le spade
Frugar con le man lorde
Per il ventre de’ morti
Le romane coorti.
La sposa in fronzoli
Sta là impalata,
Rimessa all’ordine
E ripiallata7.
Tutte l’attorniano
Le donne in massa
Dell’alta camera
E della bassa.
Queste la pigliano,
La tiran via;
Quell’altre lisciano
Con ironia;
Essa si spiccica8
Meglio che sa,
E si divincola
Di qua e di là.
Lo sposo a latere,
Ridendo a stento,
Succhia la satira
Nel complimento;
==>SEGUE
Ma, come l’asino
Sotto il bastone,
Si piega, e all’utile
Doma il blasone.
Legato e gonfio
Come un fagotto,
Con tutta l’aria
D’un gabellotto,
Ritto a ricevere
Sta l’Usurajo:
Ciarla, s’infatua,
E arzillo e gajo,
Par che dal giubilo
Non si ritrovi.
Cogl’illustrissimi
Parenti nuovi
Si sdraja in umili
Salamelecchi,
E passa liscio
Su quelli vecchi.
Anzi affacciandosi
Spesso al salone
Grida: «Ma diavolo,
Che confusione!
Ohè, rizzatevi
Costà, Teresa;
Date la seggiola
Alla Marchesa.
Su bello, Gaspero;
Al muro, Gosto;
Lesti, stringetevi,
Sbrattate il posto.»
Quelli rinculano
Goffi e confusi,
In lingua povera
Dicendo: oh scusi.
«Ma no», ripiglia
La Dama allora,
«No, galantuomini;
Chi non lavora
Può star benissimo
Senza sedere;
Via, riposatevi,
Fate il piacere.»
Così le bestie
Scansa con arte,
E va col prossimo
Dall’altra parte,
==>SEGUE
Ove una sedia
Le porge in guanti
Uno dei soliti
Micchi eleganti9,
Che il gusto barbaro
Concittadino
Inciviliscono
Col figurino.
Sol con quei tangheri
Che stanno in piede,
Seduto a chiacchiera
Qua e là si vede
Qualche patrizia
Andata ai cani10,
Più democratica
Co’ terrazzani.
Genio, che mediti
Di porre i sarti
Nell’accademia
Delle Bell’Arti;
A cui del cranio
Sopra le cuoja
Sfavilla l’organo
Della cesoja;
Reggi la bussola
Dell’ostro gretto,
E colla critica
Dell’occhialetto
Profila i termini
Della distanza
Tra la goffaggine
E l’eleganza.
Là tra la ruvida
Folla spregiata,
Stretta negli angoli
E rinzeppata,
Vedresti d’uomini
Scorrette moli,
Piantate, immobili,
Come pioli;
Testoni, zazzere,
Panciotti rossi,
E trippe zotiche,
E cosi grossi.
Con un’indigena
Giubba a tagliere,
Ecco il quissimile
D’un cancelliere
==>SEGUE
Sotto le gocciole
D’una candela:
E con due classici
Solini a vela,
Una testuggine
Che si ripone
Nel grave guscio
D’un cravattone,
Accanto a un ebete
Che duro duro
Col capo all’aria
Puntella il muro.
Le donne avevano
La roba a balle,
E tutto un fondaco
Sopra le spalle.
Code, arzigogoli,
Penne, pennacchi,
Cesti d’indivia
E spauracchi.
Ma dal contrario
Lato splendea
Levigatissima
La nobilea.
Colori semplici,
Capi strigliati,
Gentili occhiaje,
Visi slavati;
Sostanza tenue
Che poco ingombra,
Anello medio
Fra il corpo e l’ombra;
Sorrisi fatui,
Moti veloci,
Bleso miscuglio11
D’estranee voci;
E nell’intonaco,
Nelle maniere,
L’arte che studia
Di non parere.
Così velandosi
Beltà sfruttata
D’una modestia
Matricolata,
Riduce a stimolo
Fin l’onestà,
E per industria
Si volta in là.
==>SEGUE
Ma già il notajo,
Disteso l’atto,
Si rizza e al pubblico
Legge il contratto.
Giù giù per ordine
Si firma, e poi
Per sala girano
Bricchi e vassoi;
Gran suppellettile
Ove apparia
Mista alla boria
La gretteria.
Le Dame dicono
Partendo in fretta:
«Era superflua
Tanta etichetta.
Oh! per i meriti
D’una bracina12,
Bastava l’abito
Di stamattina.»
Quelle del popolo
Tutte impastate
Di the, di briciole,
Di limonate;
Che più del solito
Strinte, impettite,
Fiacche tronfiavano
E indolenzite:
«Animo, animo,
Mi par mill’anni:
Immè, gridavano,
Con questi panni!
Uh che seccaggine!
Oh maledette
Le scritte, i nobili,
E le fascette!»

PARTE SECONDA

Partì l’ultimo lo sposo,
Sopraffatto dal pasticcio
E dall’obbligo schifoso
Di legarsi a quel rosticcio.
Con quest’osso per la gola
Si ficcò tra le lenzuola.
Chiuse gli occhi, e gli parea
D’esser solo allo scoperto;
E un grand’albero vedea
Elevarsi in un deserto;
==>SEGUE
E di tempi e di costumi,
E di simili vecchiumi.
Dietro a tutti, in fondo in fondo
Si vedea la punta ritta
D’un cappuccio andare a tondo,
Come se tra quella fitta
Si provasse a farsi avante
Qualche Padre zoccolante.
Lo vide appena che lo perse d’occhio:
Quello, alla guisa che movendo il loto
Ritira il capo e celasi il ranocchio,
In giù disparve con veloce moto;
E tosto un non so che suona calando
Dentro del fusto come fosse vuoto.
Come a tempo de’ classici, allorquando
Gli olmi e le querele aveano la matrice
E figliavano Dee di quando in quando;
Così, spaccato il tronco alla radice,
Far capolino e sorgere fu vista
Una figura antica di vernice.
Era l’aspetto suo quale un artista
Non trova al tempo degli Stenterelli,
Se gli tocca a rifare un Trecentista.
Rasa la barba avea, mozzi i capelli,
E del cappuccio la testa guernita,
Oggi sciupata a noi fin dai cappelli;
Un mantello di panno da eremita,
Tra la maglia di lana e il giustacuore
D’un cingolo di cuojo stretta la vita.
Corto di storia, il povero signore
Lo prese per un buttero, e tra ‘l sonno
Gli fece un gesto e brontolò: va fuore.
Sorrise e disse: io son l’arcibisnonno
Del nonno tuo, lo stipite de’ tuoi,
Nato di gente che vendeva il tonno.
Oh via non mi far muso, e non t’annoi
Conoscer te d’origine sì vile,
Comune, o nobilucci, a tutti voi.
Taccio come salii su, dal barile
Di quel salume; ma certo non fue
Né per onesta vita mercantile,
Né per civil virtù, che d’uno o due
Prese le menti, ond’ei poser nell’arme
Per tutta nobiltà l’opere sue.
Sai che la nostra età fu sempre in arme:
Io per quel mar di guerre e di congiure
Tener mi seppi a galla e vantaggiarme.
Ma tocche appena le magistrature,
==>SEGUE
Fui posto al bando, mi guastar le case,
E a due dita del collo ebbi la scure.
A piedi, con quel po’ che mi rimase,
Giunsi a Parigi, e un mio concittadino
D’aprir bottega là mi persuase.
Un buco come quel di un ciabattino
Scovammo; e a forza di campare a stento,
E di negar Gesù per un quattrino,
N’ebbi il guadagno del cento percento:
Quindi a prestar mi detti e feci cose,
Cose che a raccontarle è uno spavento.
Pensa alle ruberie più strepitose,
Se d’arpia battezzata ovver giudea
Ma’ mai t’hanno ghermito ugne famose.
Son tutte al paragone una miscea:
Questo socero tuo, guarda se pela,
Non le sogna nemmanco per idea.
Figlio e nipote per lunga sequela
D’anni continuando il mio mestiere,
Nel mar dell’angheria spiegò la vela.
Quelle nostre repubbliche sì fiere,
Moge obbediano un Duca, un Viceré,
Che significa birro e gabelliere,
Quando un postero mio degno di me
Rimpatriò ricchissimo, e il Bargello
Del suo rimpatriar seppe il perché.
E qui mutando penne il muovo uccello,
Fatta la roba, fece la persona,
E calò della Corte allo zimbello.
Da quel momento in casa ti risuona
Un titolaccio col superlativo,
E a bisdosso dell’arme hai la corona.
Aulico branco né morto né vivo
Da costui fino a te fu la famiglia,
Ebete d’ozio e in vivere lascivo,
Ridotto al verde per dorar la briglia:
Perché ti penti, o bestia cortigiana?
Prendi dell’usurier, prendi la figlia,
Ché siam tutti d’un pelo e d’una lana..

Nella Scritta troviamo un nuovo episodio della vita dei nobili e degli usurai. Siamo ancora nel campo della Vestizione e del Ballo, e il Bianciardi aveva ragione di scrivere che il Giusti «non aveva un troppo ampio orizzonte intorno a sé». Le cause le abbiamo vedute nella biografia e sono l’essere uscito troppo poco dalla Toscana e la noncuranza delle letterature straniere. Sono quindi persone di conoscenza le prime parti e le comparse; ma la satira acquista novità dalla forma drammatica e dalla varietà dei metri. Il nobile spiantato che vende sé, il titolo e le bestie avite dello stemma per una dote unita spesso a una brutta ragazza, talora avariata, appartiene alla società di tutti i paesi. L’aristocrazia, sorta dalla violenza e dalla rapina, come cantava Manzoni alla morente Edmengarda, ridotta ai nostri tempi dai vizi e dall’ozio in basso stato, piena di pregiudizi e d’ignoranza, traffica il nome, ultima sostanza che le resti, fortunata ancora di trovar compratori. Pochi son quelli che hanno le energie di affrontare la lotta per la vita nel suo significato più nobile, dell’utile lavoro. Poeti satirici, scrittori di drammi e di romanzi hanno tratteggiato sotto tutte le forme e in tutte le conseguenze questi matrimoni d’interesse, e l’avidità dei nobili straccioni e l’asinità degli arricchiti plebei; ma il Giusti ne fece un quadro originale mostrandoci in conclusione che il nobilissimo venditore di sé stesso aveva per avo un fior d’usurajo antico. In uno scrittarello dal titolo: Una catastrofe blasonica, il Giusti ripete il pensiero finale della Scritta. Racconta di un presuntuoso che aveva tirato fuori da certi cassoni delle cartaccie vecchie colle quali mostrava come egli fosse di famiglia antichissima cavalleresca, scesa in Italia coll’imperatore Ottone: venerunt in Italiam cum octone. Ma alcuni anni dopo, rimestando, in compagnia d’altri, nei soliti cassoni, si trovò gran quantità di libri di conti, alias vacchette, antichissime anco queste, dalle quali risultava che gli antenati eran venuti in Italia non coll’imperatore Ottone, ma con dell’ottone per far lucernine e fischietti, e nelle vacchette eran registrate le vendite e i guadagni.
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1 La Banca ajuta i vecchî nobili, i quali, dopo essere stati spogliati dagli usurai, ripigliano l’oro della raschiatura, cioè coi matrimoni fra i discendenti in miseria e le figlie degli strozzini riprendono i danari perduti. 2 Babbi morti: i debiti fatti dai figli di famiglia, pagando interessi spropositati e col patto di saldare alla morte del padre. Qui l’usurajo scrive accanto ai nomi, le cifre delle cambiali a babbo-morto dei pretendenti. 3 Trepestìo, calpestìo e confusione di rumori indistinti. 4 Tarpano, uomo goffo e grossolano. 5 Volate, latinismo per dir rubate, involate. 6 Erisitone. Forse questo nome non è comunemente noto come quelli d’Esaù, Danae, Eliodoro o Mida, citati in seguito. Erisitone era un re della Tessaglia che avendo atterrato una quercia cara a Cerere, fu punito dalla dea con una fame insaziabile; e dopo aver divorato quanto aveva intorno, cominciò a divorare le proprie carni finché morì. Il poeta lo mette ad esempio dell’avidità usuraja. 7 Ripiallata, cioè raddrizzata, levigata o racconciata. 8 Si spiccica, si disimpegna. 9 Micchi eleganti: il micco è uno scimiotto lussurioso delle cui gesta si occupa anche il Casti negli Animali parlanti. 10 Andata ai cani: una donna che ha perduta la freschezza o per gli anni o per una malattia. 11 Bleso o colui che per difetto di lingua non pronuncia nettamente le parole; il poeta applica il vocabolo a quelli che, per affettare pronuncia forastiera, mangiano l’erre o strascicano l’esse. 12 Bracina, in senso proprio donna che vende la brace o la carbonella minuta, e in traslato donna dappoco.
AVVISO PER UN SETTIMO CONGRESSO CHE È DI LÀ DA VENIRE
1841

Su’ Altezza Serenissima1,
Veduta l’innocenza
Di quelli che almanaccano
D’intorno alla scienza;
Visto che tutti all’ultimo
Son rimasti gli stessi,
E pagan sempre l’estimo
Dopo tanti Congressi;
Nelle paterne viscere
Chiuso il primo sospetto,
Spalanca uno spiraglio,
In pro dell’intelletto.
Sia noto alla Penisola
Dall’Alpe a Lilibeo;
Noto a tutto il Chiarissimo
Dottume Europeo,
Che ci farà la grazia
D’aprire alla dottrina
Gli Stati felicissimi
E la real cucina.
Per questo a tutti e singoli
Chiamati nei domìni
(Nel caso che non trovino
Oppilati i confini)
Dice di lasciar correre,
Per lo stile oramai,
L’apostrofi all’Italia
Non ascoltate mai.
Anzi, purché non tocchino
Il pastorale e il soglio,
Ai dotti cantastorie
Rilascia il Campidoglio;
Che di lassù millantino,
Scordando il tempo perso,
D’avere in illo tempore
Spoppato l’universo.
Questa, quando la trappola
Muta i leoni in topi,
È roba di Rettorica;
L’insegnan gli Scolopi.
E, tolta la Statistica
Che pubblica i segreti,
La Chimica e la Fisica

==>SEGUE
Che impermalisce i Preti;
Tolto il Commercio libero,
Tolta l’Economia,
Gli studi geologici
E la Frenologia;
Posto un sacro silenzio
d’ogni e qualunque scuola,
Del resto a tutti libera
Concede la parola.
Ora che il suo buon animo
È chiaro e manifesto,
A scanso d’ogni equivoco
Si ponga mente al resto.
Il Progresso è una favola:
E Su’ Altezza è di quelli
Rimasti tra gl’immobili,
E crede ai ritornelli.
Perciò, da savio Principe
Che in pro dei vecchi Stati
Ritorce il veneficio
Dei nuovi ritrovati,
Ha con fino criterio
Pensato e stabilito
Di promettere un premio
A chi sciolga un quesito:
«Dato che torni un secolo
Agli arrosti propizio,
Se possa il carbon fossile
Servire al Sant’Uffizio.»
___________________

1 Qualche commentatore crede che quest’Altezza sia il granduca di Toscana; ma pare debba essere piuttosto il duca di Modena, contrario dapprima ai Congressi, e che veduto d’esser stato lasciato ancora sul trono, dopo tante riunioni, si decide a invitare i dotti egli pure, ben inteso mettendo loro la museruola e proponendo un quesito degno della sua feroce indole.
Dopo aver celebrato il primo Congresso dei dotti, tenuto in Pisa, quale un fatto importante nientemeno a tutto il genere umano, vedendo che non n’erano venuti immediati frutti, il Giusti assalì col ridicolo i Congressi tutti, accusandoli di non far che chiacchiere. Veramente il poeta fa parlare un tirannello, il quale, nel mentre bandisce un nuovo Congresso, esclude dalle discussioni di questo tutte le scienze positive e le sociali che possono emancipare le menti: sola ammessa è la rettorica; e quindi il biasimo del poeta potrebbe essere preso anche come desiderio che in quelle riunioni si discutessero argomenti di pratica utilità. Il severo storico Anelli così giudica quei Congressi: «Se tali adunanze si riempirono di uomini appena mediocreggiati di dottrine, e per troppa brevità poco giovarono al progredir delle scienze, nientedimeno al bene d’Italia non furono inutili. Divisi com’eravamo da odi invecchiati e da influenza politica, ebbimo da quelli impulso a un concorde e simultaneo concitamento d’affetti, e, rinvigorite le nazionali tendenze, abbiamo rianimato il sentimento d’una patria comune.» (Storia d’Italia cap. IX.) E Cesare Cantù non facile alle lodi: «Dapprima ristretti (i Congressi) nelle scienze naturali, presto vi si innestarono anche gli studi economici e morali: nel Congresso di Firenze si propose la riforma carceraria, nesso della medicina colla scienza penale: in quel di Genova le tracce della grande strada ferrata che implicava la questione nazionale. E se erano campo ai ciarlatani, i quali di qualunque idea si fanno un trespolo, se facevano scambiare l’uomo di rumore per uomo di talento, già pareva assai il vedere Comizi italiani accumulare il frutto delle solitarie ricerche, ed applaudirsi ad altro che a mime e cantatrici.» (Storia degli italiani cap. CLXXXIX.) La beffa del poeta satirico quindi parve inopportuna e volgaruccia, come quella del popolino di Firenze che facendo giuoco della parola scenziati, diceva il Congresso degli scempiati. (Lettere familiari, Epist. Babbini-Giusti e 26 agosto 1841.)
Il Giusti collocò questa satira fra quelle da lui scritte nel 1841; ma in quell’anno s’era appena tenuto il terzo Congresso e non poteva quindi parlarsi di un invito al settimo. Al terzo Congresso, tenuto in Firenze nel 1841, assistette anch’egli, e ne scriveva al padre in questi termini: «Mercoledì fu aperto il Congresso nella gran sala dei Cinquecento con molta solennità e con moltissima decenza. Tra dotti e amatori saranno stati mille quattro o seicento, tutto il concorso tre o quattromila. Il discorso di Ridolfi fu semplice e franco, quale si conveniva all’importanza della cosa; piacque generalmente, se non che taluni incontentabili lo accusarono di nullità e di cortigianeria, appunto perché non era né gonfio, né basso, né adulatorio per nessuno. Dalla sala dei Cinquecento gli scenziati divisi per sezioni, passarono per il gran cavalcavia al palazzo Pitti e di là al gabinetto fisico. I forestieri rimasero ammirati delle varie bellezze di quel passaggio unico nel mondo. Difatti escire dal salone che rammenta la più bella epoca della repubblica, passare per la gran galleria pubblica, e poi da quella più famosa dei Pitti andare a far capo nella nuova tribuna dedicata a Galileo, era cosa veramente da entusiasmare. Questa tribuna è una meraviglia d’arte e di ricchezza...» (Lettere familiari.) Pochi giorni dopo però (lettera 28 settembre 1841) scriveva al padre ch’eran nati pettegolezzi e puntigli: «le racconterò tutto: tumulti, proteste, torbidi, paci, ecc., ecc. Stamane tutto sarà sepolto nei bicchieri imperiali e reali fuor di porta Romana.» In queste parole fa già capolino l’Avviso. Un anno dopo torna a mostrarsi il pensiero del satirico a proposito del Congresso di Padova. Il Giusti si meravigliava col Montanelli che avessero mandato indietro «dai felicissimi Stati austriaci due o tre avvocati e altri due o tre scenziati che andavano a quel Congresso. Con quarantamila caiserlicchi sul Ticino, aver paura di due o trecento dotti in cravatta bianca andati là a litigare sul volvulus batatas o sopra un ranocchio!» Seguì il Congresso di Lucca, ed egli ne scriveva molto bene alla D’Azeglio: «Il Congresso di Lucca fu piccino, ma benino. Certo scegliere una città così piccola per un’adunanza tanto solenne è voler mettere l’asino a cavallo; pure quei Lucchesi si arrabattarono tanto da levarne le gambe meglio di quel che si sarebbe imaginato.» Succedette quel di Milano che fu uno dei più importanti, anche per il valore di quei che v’erano intervenuti, sicché produsse grande impressione in Italia e impensierì gli Austriaci: sarebbe dopo questo Congresso, che fu il sesto, che il Giusti scrisse l’Avviso per il settimo? Non lo crediamo; ma supponiamo piuttosto che, abbozzata la satira, come soleva fare, dopo il Congresso dì Firenze (e lo fan credere anche gli accenni alla cucina), l’abbia lasciata lì e ripresa dopo quel di Padova (il terzo): tanto è vero che in una variante della seconda strofa leggesi: E pagan sempre l’estimo Dopo quattro Congressi. Aspettò però ancora a pubblicarla: lasciò passare quel di Lucca per non offendere i vicini, e la diede fuori dopo quel di Milano, facendo un mazzo di sei Congressi per non urtare la suscettibilità d’alcuno e dare alla satira un carattere più generale com’era suo costume. Ed ecco spiegato perché egli poneva questa satira fra quelle del 1841, nel quale fu fatta la tela, mentre fu pubblicata solamente nel 1844.
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AD UNA GIOVINETTA
1843

Non la pudica rosa
Che il volto a lei colora,
Né il labbro ove s’infiora
La vergine parola
Che dal cor parte e vola, – armoniosa;
Non la bella persona
Che vince ogni alta lode,
Né l’agil piè che gode
Della danza festiva
A cui tutta giuliva – s’abbandona;
Mi dier vaghezza e norma
Di volgermi a costei,
Ma la bontà che in lei
Splende modesta e cara
Tanto quant’è più rara – in bella forma.
Agli occhi, che non sanno
Cercar d’un bene altrove,
Della sua luce piove
Soavissima stilla
D’una gioja tranquilla – senz’affanno.
Ah! non è ver che asconda
Sé stesso il cielo a noi,
Quando agli eletti suoi
Così l’aula disserra,
Questa misera terra – a far gioconda.
Come allo specchio innante
Trattien fanciulla il fiato,
Temendo che turbato
Il muto consigliere
A lei non renda intero – il suo sembiante;
Così commossa a dire
Il trepidante affetto,
Confusa di rispetto
La voce non s’attenta,
E suona incerta e lenta – il mio desire.
O gemma, o primo onore
Delle create cose,
M’odi, e le man pietose
Porgi benigna al freno
D’un cor di fede pieno – e pien d’amore.
Né in te dubbio o paura
Desti il pungente stile,
Quasi a trastullo vile
Io, da pietà lontano,
Prenda il delirio umano – e la sventura.

==>SEGUE


Un vergognoso errore
Paleso sospirando;
Alla virtù mirando,
Muove senza sgomento
Rimprovero e lamento – il mio dolore.
Se con sicuro viso
Tentai piaghe profonde,
Di carità nell’onde
Temprai l’ardito ingegno,
E trassi dallo sdegno – il mesto riso.
Non t’abbassar col volgo
A facili sospetti;
Vedi per quanti aspetti
Ricorro alla virtute,
Quando per mia salute – a te mi volgo.
Oh se per tuo mi tieni
Come sorella amante,
Se della vita errante
Reggi nei passi amari
L’anima mia coi cari – occhi sereni,
L’ingegno sconsolato
A miglior vita sorto
Riprenderà conforto
Di vivida fragranza
Nel fior della speranza – in me rinato.
Ogni gentil costume,
Ogni potenza ascosa
La tua voce amorosa
In me desta e ravviva,
Come licor d’oliva – un fioco lume.
Già nella mente tace
Ogni ombra del passato,
Già il cor, rinnovellato
Come tenera fronda,
Consola una gioconda – aura di pace.
_______________________
GL’IMMOBILI E I SEMOVENTI
1843

Che buon pro facesse il verbo
Imbeccato a suon di nerbo
Nelle scuole pubbliche;
Come insegnino i latini,
E che bravi cittadini
Crescano in collegio;
E che razza di cristiani
Si doventi tra le mani
D’un Frate collerico:
Tutti noi, che grazie al cielo
Non siam più di primo pelo,
Lo diremo ai posteri.
Messo il muso nel capestro
Del messer Padre Maestro
(Padre nella tonaca),
Fu finito il benestare:
Il saltare, il vegetare,
Lo scherzare, il crescere,
Davan ombra ai cari frati;
E potati, anzi domati,
Messi tra gl’immobili,
Ci rendevano ai parenti
Mogi, grulli ed innocenti
Come tanti pecori.
Il moderno educatore,
Oramai visto l’errore
De’ Reverendissimi,
E che l’uomo tra i viventi
Messo qui co’ semoventi
Par che debba muoversi,
Ha pescato nel gran vuoto
La teorica del moto
Applicata agli uomini.
Il fanciullo deve andare,
Deve ridere e pensare
Appoggiato al calcolo.
D’ora innanzi, mi consolo!
Questo bipede orïolo
Anderà col pendolo.
O futura adolescenza,
Che, filata alla scïenza
Nelle scuole a macchina,
Beverai nuova dottrina
E virtù di gelatina
Che non corre e tremola;
In te sì che farà spicco
Depurato per lambicco
Gas enciclopedico!
==>SEGUE

Lo vedete? non c’è Cristi:
Siamo nati computisti
Per campar di numeri.
Certi verbi, come amare,
Tollerare, illuminare,
Gli ha composti l’Algebra.
Dunque crescano le teste
Ritondate colle seste;
Regni la meccanica.
_______________________________

Chi non ricorda che perfino il mite Manzoni ebbe una parola sdegnosa contro i frati che insegnavano a suon di bacchetta? E, prima di lui il Parini lamentava nel Giorno le nerbate dei frati maestri che Fan le capaci vôlte echeggiar sempre/ Di giovanili strida. Era quello il metodo d’istruzione, durato a tutto il primo quarto di questo secolo; e anche il Giusti, che lo provò, volle stigmatizzarlo in questa satira. Il suo coetaneo Frassi diceva che «il sistema di educare e d’istruire in quei tempi era barbaro: s’insegnava a leggere coll’abbecedario da una mano e il nerbo dall’altra: s’insegnava il latino col Limen gramaticae, cioè con un libro scritto in quella stessa lingua che si trattava d’insegnare; la gentilezza con certi prefetti rubati alla vanga e all’aratro». I maestri credevano che l’educazione consistesse nello spegnere nei fanciulli la vivacità naturale degli anni, ridurli alla passiva obbedienza, alla immobilità: e il Giusti nel commentare l’ode sulla Educazione del Parini scriveva che «l’aver chiamato utili i trastulli del proprio scolare quasi ottant’anni fa (egli lo diceva nel 1846), quando per lo più il trastullarsi era caso da nerbo reverendissimo, è cosa da far mettere il busto del Parini in capo di scala di tutte le scuole infantili». Dai frati del nerbo e del digiuno si passò ad altri educatori che presero a ingozzare gli allievi di scienze esatte, frenando in essi ogni slancio di imaginazione e di affetto. Recatosi a visitare un collegio, il Giusti ne riportò una sconfortante impressione, e scriveva: «Fu dato un esperimento nel quale la nullità e l’ostentazione fecero solenne pompa di sé: chi aveva un po’ di senno e un briciolo di cuore uscì deplorando la sorte di quei poveri giovinetti, dati in mano dei cani che te li stroppiano sotto colore d’educarli... Una delle tante torture è quella di educare l’uomo come se fosse fatto di pezzi. La testa si separa dal cuore, il cuore dalla testa e ora si trascura l’uno ora l’altro di questi due lati, che dovrebbero andare perfettamente d’accordo e procedere a perfezionarsi di pari passo. Di qui vien poi quella guerra continua tra la ragione e l’affetto, tra il reale e l’ideale, guerra che ci accompagna e spesso ci spinge nel sepolcro.»
L’AMOR PACIFICO
1844

Gran disgrazia, mia cara, avere i nervi
Troppo scoperti e sempre in convulsione,
E beati color, Dio li conservi,
Che gli hanno, si può dire, in un coltrone,
In un coltrone di grasso coi fiocchi,
Che ripara le nebbie e gli scirocchi!
Noi poveri barometri ambulanti
Eccoci qui, con tutto il nostro amore,
Piccosi, puntigliosi, stravaganti,
Sempre e poi sempre in preda al mal umore,
Senza contare una carezza sola
Che presto o tardi non ci torni a gola.
Sentimi, cara mia, questa commedia
O dura poco, o non finisce bene;
E se d’accordo non ci si rimedia,
Un di no’ due ne porterà le pene.
Tu patisci, io non godo, e mi rincresce:
Riformiamoci un po’ se ci riesce.
In via di contrapposto e di specifico
Al nostro amor che non si cheta mai,
Ecco la storia dell’amor pacifico
Di due fortunatissimi Ermolai,
Femmina e maschio, che dal primo bacio
Stanno tra loro come pane e cacio.
Essi là là, come ragion comanda,
S’adorano da un mezzo giubileo:
L’amorosa si chiama Veneranda,
E l’amoroso si chiama Taddeo,
Nomi rotondi, larghi di battuta,
E da gente posata e ben pasciuta.
La dama infatti è un vero carnevale,
Una meggiona di placido viso;
Pare in tutto e per tutto tale e quale
Una pollastra ingrassata col riso;
Negli atti lenti ha scritto: Posa piano;
E spira flemma un miglio di lontano.
Grasso, bacato, a peso di carbone,
Il suo caro Taddeo somiglia un B:
Un vero cor-contento, un mestolone
Fatto, come suol dirsi, e messo lì.
Sbuffa, cammina a pause, par di mota,
Pare un tacchino quando fa la rota.
Del rimanente, vedi, tutti e due,
Oltre all’essere onesti a tutta prova,
Levato il grasso e un briciolo di bue,
Che per un grasso non è cosa nova,
Son belli, freschi, netti come un dado,
Cosa che in gente grassa avvien di rado.

==>SEGUE
Si veggono la sera e la mattina
Comodamente all’ore stabilite;
Parlan di consumè, di gelatina,
Di cose nutrienti o saporite;
Nell’inverno di stufe, e nell’estate
Trattano, per lo più, di gramolate.
Quando arriva Taddeo, siede e domanda:
Cara, che fai? come va l’appetito? –
Mi contento, risponde Veneranda;
E tu, anima mia, com’hai dormito? –
Undici ore, amor mio, tutte d’un fiato:
A mezzo giorno, o sbaglio, o t’ho sognato. –
E per dell’ore poi resta lì fermo,
Duro, in panciolle, zitto come un olio;
O tirando sbadigli a cantofermo,
Come se fosse zucchero o rosolio
Si succhia in pace l’apatia serena
Di quel caro faccione a luna piena.
Dal canto suo la tepida signora
Quasi supina colla calza in mano,
Infilando una maglia ogni mezz’ora,
Ride belando al caro pasticciano,
E torna a dimandar di tanto in tanto:
Lo vuoi stamane un dito di vin santo? –
Perché questa signora, hai da sapere,
Che invece di bijou, di porta-spilli,
Di rococò, di bocce e profumiere,
E di quei mille inutili gingilli,
Di che, sciupando un monte di quattrini,
Tu gremisci vetrine e tavolini;
Come donna da casa e che sa bene
Il gusto proprio e quello di chi l’ama,
In luogo di quei ninnoli, ci tiene
Bottiglie, che so io, bocche di dama,
Paste, sfogliate ripiene di fratta,
Tanto per non amarsi a bocca asciutta.
La sera, quando s’avvicina l’ora
D’andare alla burletta o alla commedia,
Veneranda che mastica e lavora,
Senza scrollarsi punto dalla sedia
Sbadiglia e poi domanda: il tempo è buono? –
Stupendo. – Guarda un po’, che ore sono? –
Son l’otto. – Proprio l’otto? Ora mi vesto. –
Brava. – Ma ti rincresce d’aspettarmi? –
No, no, vestiti a comodo. – Eh fo presto! –
(E lì piantati e duri come marmi.)
Taddeo, che ore sono? – Son le nove. –
Dunque scappo a vestirmi. – (E non si move).
Taddeo, che dici, mi vesto di nero? –
Sì, vestiti di nero. – O la mantiglia
L’abbia a prendere? – Prendila. – Davvero?

==>SEGUE
O se è caldo? – Allora non si piglia. –
Così restano in asso, e dopo un pezzo:
Che ore sono? – Son le dieci mezzo. –
Diamine! O dove sia la cameriera?....
Basta, oramai sarà l’ultima scena;
Che diresti? – Anderemo un’altra sera. –
Sì, dici bene, è meglio andare a cena. –
E di questo galoppo, ognuno intende
Che vanno avanti anco l’altre faccende.
Liti, capricci, chiacchiere, dispetti,
Non turbano quel nodo arcibeato;
La Gelosia c’ingrassa di confetti,
Il Sospetto ci casca addormentato;
Amor ci va, sbrigata ogni faccenda,
E credo che ci vada a far merenda.
La Maldicenza (impara, o disgraziata,
Tu che di ciarle fai sempre un gran caso)
La Maldicenza a volte s’è provata
Nelle loro faccende a dar di naso,
Tentando forse di scuoprir terreno,
O di farli dormir mezz’ora meno:
Ma per quanto le zanne abbia appuntate
Come lesine, e lunghe più d’un passo,
Questa volta, nel mordere, ha trovate
Tante suola di muscoli e di grasso,
Che per giungere al cor colla ferita,
L’ha fatta corta almen di quattro dita.
Una volta, imagina, fu detto
A Veneranda da una sua vicina,
Che Taddeo le celava un amoretto
Di fresco intavolato alla sordina,
E ciarlando arrivò la chiacchierona
Fino a dirle la casa e la persona.
Rispose Veneranda: O che volete,
Caspiteretta, che non si diverta?
Lo compatisco; è giovane, sapete!
Solamente rimango a bocca aperta
Che la vada a cercar tanto lontana,
A rischio di pigliare una scalmana! –
Un’altra volta dissero a Taddeo
Che Veneranda, povera innocente,
Teneva di straforo un cicisbeo,
E che questo briccone era un Tenente
Che gli faceva l’amico sul muso
E dietro il Giuda, come corre l’uso.
Come! disse Taddeo, Carlo? davvero?
Povero Carlo, o tanto amico mio!
Per me ci vada pur senza mistero.
E tanto meglio se ci sono anch’io.
Ma eh? che capo ameno che è Carlo!
Fa bene Veneranda a carezzarlo. –

==>SEGUE

Così di mese in mese e d’anno in anno
Amandosi e vivendo lemme lemme,
È certa, cara mia, che camperanno
A dieci doppî di Matusalemme.
E noi col nostro amore agro e indigesto
Invecchieremo, creperemo, e presto.
O pace santa! o nodo benedetto!
viva la Veneranda e il suo tesoro!
Ma in somma delle somme, io non t’ho detto
Come andò che s’intesero tra loro:
Se non l’ho detto, te lo dico adesso;
Dirtelo o prima o poi, tanto è lo stesso.
Erano tutti e due del vicinato,
Piccioni della stessa colombaja;
E ciascuno nel mondo avrà notato
Che Dio fa le persone e poi l’appaja;
Che l’amore e la tosse non si cela,
Che vicinanza è mezza parentela.
Veneranda era vedova di poco;
Taddeo, scapolo, ricco e ben veduto;
E una volta, a proposito d’un cuoco,
V’era corso un viglietto ed un saluto,:
Ma fino a lì, da buoni conoscenti,
La cosa era passata in complimenti.
Un giorno, da un amico, a desinare
Trovandosi invitati e messi accanto,
Si vennero per caso a combaciare
Colle spalle, co’ gomiti, con quanto
Sempre (quando la seggiola non basta)
S’arroteranno due di quella pasta.
L’indole, la scambievole pinguedine,
La scintillaccia che madre Natura
Pianta perfino in corpo alla torpedine,
Il cibo, il caldo, e quell’arrotatura,
Fece sentire alle nostre balene
D’esser due còsi da volersi bene.
L’affetto stuzzicato ad ogni costo
Volea provarsi a dire una parola;
Ma scontrato dal fritto e dall’arrosto
Restava lì strizzato a mezza gola:
Intanto il desinare era finito
Combattendo l’amore e l’appetito.
S’alzaron gli altri, ed ove si mesceva
Il caffè tutti quanti erano andati;
Quando gli amanti, dandosi di leva
Co’ pugni sulla mensa appuntellati,
In tre tempi, su su, venner ponzando,
Soffiando, mugolando e tentennando.
Quando d’essere in piè fu ben sicuro,
Taddeo porse alla bella un braccio grave;
All’uscio si puntò, si strinse al muro,

==>SEGUE
Quando il Giusti s’innamorava di un tipo, lo volgeva e rivolgeva nella mente, ne parlava, ne scriveva agli amici; e intanto gli dava a poco a poco la forma dell’arte. Ed è per questo che nelle sue lettere si trovano i pensieri, perfin le frasi delle satire. L’Amor pacifico, ch’egli diceva «uno scherzo innocente come l’acqua, da dirsi a veglia e da stamparsi, con licenza de’ superiori, anco a Modena», lo troviamo sotto altra forma in una lettera alla D’Azeglio dell’8 dicembre 1844. La signora lo aveva punzecchiato sul conto d’una sua fiamma antica, ed egli le rispose d’aver riveduta quella tale una mattina di volo e colla coda dell’occhio; ma che era impossibile raccozzarsi perché essa appariva prosperosa, ed egli era mezzo disfatto né voleva porla nel caso di paragonare il Giusti vigoroso e saldo d’un tempo con quel d’adesso. Ci sarebbe voluto che altrettanto fosse accaduto a lei, di rovinarsi nella salute; e allora scriveva: «potremmo accomodarci e parlare quant’è lunga la sera, di magnesia, di china, d’acqua antisterica; lamentarsi non più degli alti e bassi del cuore, ma di quelli del barometro; trattare non di teatro o che so io, ma se sia meglio fare una passeggiata al sole come le lucertole, o stare in casa a finestre tappate. – Buona sera, cara: come è andata oggi? – Eh! che vuoi, amor mio, ho il solito reumatismo, ma del resto mi contento. – Hai dormito stanotte? – Non c’è stato male: e tu? – Oh, io, o poco o nulla, e mi sono alzato coll’ossa sfiaccolate. – Idolo mio, piglia un po’ di laudano: pensa che quando stai male tu, sto male anch’io. E l’appetito ti regge? – Oh lasciami stare, non mi vuole andar giù nulla. – Anima mia, se non mangi, finirai per non reggerti più ritto. – Cuor mio, come faresti quando i bocconi non ti passano la gola? – Si piglia un po’ d’infusione di legno quassio... Ma ti rammenti eh, una volta!... – Eh, me ne rammento io, ma una volta era una volta, – e così via discorrendo. Poi qualche sera, se capitasse un canonico, potremmo fare una partitina a’ tre setti scoperti, e così arrivare tutti e due agli anni delle grucce, con un amore da esserne più collo speziale che col confessore.»
Nell’Amor pacifico abbiamo il caso opposto: un «tenero amor nato di chilo» che si mantiene a pasticcini e a vini prelibati. Nel 1844 il poeta, come abbiamo veduto nelle note biografiche, stava poco bene di salute ed era innamorato di una dama; e siffatti amori son sempre intessuti di grilli, di puntigli, di fantasie bizzarre, di gelosie. Alla signora appunto «donna infiammabile», com’egli la chiamava, volle presentare il quadro di due amanti che ingrassano d’un amore senza inquietudini né turbamenti. Devesi però aggiungere che anch’egli era ghiribizzoso la sua parte perché scriveva a quella signora: «anco nell’amore abbiamo più piacere a litigare che a stare in pace». Il Giordani biasimò l’Amor pacifico perché non gli sembrava degno di stare colle satire politiche; ma il Giusti si difendeva molto bene. «Dopo aver dato retta agli altri (esclamava) sarà un gran che se do retta un tantino anche a me stesso? E poi tra quell’ironia, tra quei suoni composti sempre di grave e di acuto, non sarà un riposo per me e per gli altri trovarne di quando in quando uno tratto dalle corde medie, così alla buona, come facevano i nostri buoni antichi?»
________________________________________________
IL PAPATO DI PRETE PERO
1845

Il Papa! il Papa! il Papa pover’uomo
Non può far tutto né tutto ad un tratto,
Messo in un posto in cui svanito affatto
Era fin qui l’odor del galantuomo.
Il Papa è omo e non può come omo
Il mondo capovolgere issofatto;
Né lo può bestemmiar chi non è matto.
Se, correggendo, è sempre al primo tomo.
Ne’ debiti lasciato fino agli occhi,
Col parapiglia di quest’anni addietro,
Con un erario di dieci bajocchi,
Con una ciurma, d’affamati dietro,
E un’altra intorno di birbe e di sciocchi,
Or remerebbe adagio anche San Pietro!

Ma le illusioni dovevano durar poco: Pio IX, troppo debole per la missione cui lo aveva chiamato il destino, spaventato della propria responsabilità, abbandonò gli Italiani per rifugiarsi all’ombra dell’assolutismo.

Prete Pero è un buon cristiano,
Lieto, semplice, alla mano;
Vive e lascia vivere.
Si rassegna, si tien corto,
Colla rendita d’un orto
Sbarca il suo lunario.
Or m’accadde di sognare
Che quest’uomo singolare
Doventò Pontefice.
Sulla Cattedra di Piero,
Sopraffatto dal pensiero
Di pagare i debiti,
Si serbò l’ultimo piano;
E del resto al Vaticano
Messe l’appigionasi.
Abolì la Dateria,
Lasciò fare un’osteria
Di Castel Sant’Angelo;
E sbrogliato il Quirinale,
Ci fe’ scrivere: Spedale
Per i preti idrofobi.
Decimò frati e prelati;
Licenziò birri, Legati,
Gabellieri e Svizzeri;
E quel vil servitorame,
Spugna, canchero e letame
Del romano ergastolo;
Promettendo che lo Stato,

==>SEGUE
Ripurgato e sdebitato,
Ricadrebbe al popolo.
Fece poi su i cardinali
Mille cose originali
Dello stesso genere.
Diè di frego agl’ignoranti,
E rimesse tutti quanti
Gli altri a fare il parroco.
Del pensiero ogni pastoja
Abolì: per man del boja
Fece bruciar l’Indice;
E tagliato a perdonare,
Dove stava a confessare
Scrisse: Datur omnibus.
Poi, veduto che gli eccessi
Son ridicoli in sé stessi,
Anzi che si toccano,
Nella sua greggia cristiana
Non ci volle in carne umana
Angioli né Diavoli.
Vale a dir, volle che l’uomo
Fosse un uomo, e un galantuomo,
E del resto transeat.
Bacchettoni e libertini
Mascolini e femminini
Messe in contumacia
In un borgo segregato,
Che per celia fu chiamato
Il Ghetto cattolico.
Parimente i miscredenti,
Senza prenderla coi denti,
Chiuse tra gl’invalidi;
E tappò ne’ pazzarelli
I riunti cristianelli,
Rifritture d’ateo.
Proibì di ristacciare
I puntigli del collare,
Pena la scomunica;
Proibì di belare inni
Con quei soliti tintinni,
Pena la scomunica;
Proibì che fosse in chiesa
Più l’entrata che la spesa,
Pena la scomunica.
Nel veder quell’armeggìo,
Fosse il sogno o che so io,
Mi parea di scorgere
Che in quel Papa, a chiare note,
Risorgesse il Sacerdote
E sparisse il Principe.
Vo per mettermi in ginocchio,

==>SEGUE
Quando a un tratto volto l’occhio
A una voce esotica,
E ti veggo in un cantone
Una fitta di Corone
Strette a conciliabolo.
Arringava il concistoro
Un figuro, uno di loro,
Dolce come un istrice.
«No, dicea, non va lasciato,
Questo Papa spiritato,
Che vuol far l’Apostolo,
Ripescare in pro del cielo
Colle reti del Vangelo
Pesci che ci scappino.
Questo è un Papa in buona fede:
È un Papaccio che ci crede!
Diamogli l’arsenico.»
______________________
«Nel Papato di prete Pero, tratto a modo mio la questione toccata da Gioberti, da Balbo, ecc.» Così scriveva il Giusti nella primavera del 1845; e mandando il manoscritto della satira al marchese Gino Capponi, aggiungeva: «questa sì che ha bisogno del vostro imprimatur, sebbene sia certo che il mio Papa è cristianissimo». Gioberti e Balbo, come abbiam detto, facevano del papa il fondamento della redenzione d’Italia. Il Niccolini invece ripeteva la sentenza del Machiavelli: «la Chiesa di Roma è la origine di tutti i mali d’Italia.» Ma a coloro che ricordavano i mali cagionati dai pontefici all’Italia per conservare ed accrescere il loro dominio temporale e gli impedimenti da quelli frapposti allo svolgimento del progresso e le persecuzioni alla libertà del pensiero e la corruzione della corte romana, i giobertiani rispondevano ch’essi volevano un papa quale non s’era mai veduto, che come il veltro dantesco «non ciberà terra né peltro» ed avrebbe la mente aperta a tutti i bisogni della moderna civiltà. Il Giusti pensò di prenderli in parola e, sogno per sogno, metter fuori il proprio ideale, esagerando quello degli avversarî. Il suo è un papa di costumi semplici che non vuole essere circondato e oppresso dal lusso, dai cardinali, dai cortigiani; che combatte le intolleranze e le ipocrisie, che vuole liberi gli uomini e le menti e che restituisce il dominio temporale al popolo cui appartiene; ma poi il poeta pensava che se un siffatto sogno si avverasse, non potrebbe durare perché i re della terra sopprimerebbero un tal papa il cui esempio segnerebbe la fine dei troni. Un anno dopo, ai 16 giugno del 1846, era eletto Pio IX. I primi atti del nuovo pontefice, che furono di clemenza, suscitarono l’entusiasmo d’Italia e parve avverarsi il voto di Gioberti e di Balbo. La satira del Giusti cessò d’esser tale e fu recitata come profezia. Che più? Il sospetto ch’egli aveva gettato negli animi, contro i nemici d’un papa buono, col «diamogli l’arsenico» acquistava credito: e più volte si sparse voce fra il popolo che i gesuiti e l’Austria avessero tentato di avvelenare papa Mastai. Il Giusti, poi, s’era affatto cambiato a quel soffio di speranze italiche che veniva dal Vaticano. Dimessi tutti gli antichi sospetti e le paure, era diventato caldo fautore di Pio IX ed anzi lo difendeva contro quelli che lo trovavano troppo lento alle riforme sperate; ed era per questi che scriveva il sonetto:
GINGILLINO
AD ALESSANDRO POERIO
1841

PROLOGO
Sandro, i nostri Padroni hanno per uso1
Di sceglier sempre tra i servi umilissimi
Quanto di porco, d’infimo e d’ottuso
Pullula negli Stati felicissimi:
E poi tremano in corpo e fanno muso
Quando, giunti alle strette, i Serenissimi
Sentono al brontolar della bufera
Che la ciurma è d’impaccio alla galera.
Ciurma sdrajata in vil prosopopea,
Che il suo beato non far nulla ostenta
Gabba il salario e vanta la livrea,
Sempre sfamata e sempre malcontenta.
Dicasterica peste arciplebea,
Che ci rode, ci guasta, ci tormenta
E ci dà della polvere negli occhi,
Grazie a’ governi degli scarabocchi.
Sempre l’uom non volgare e non infame
O scavalcato o inutile si spense,
O presto imbirbonì nel brulicame
Dell’altre arpìe fameliche e melense.
Così sente talor di reo letame
L’erba gradita alle frugali mense,
Così per verme che la fori al piede
Languir la pianta ed intristir si vede.
O Principi Reali e Imperïali,
Gotico seme di grifagni eroi,
Forse accennando ai Lupi commensali
Nelle veci dell’Io stampate il Noi?
Spazzateci di qui questi animali
Parassiti del popolo e di voi,
Questa marmaglia che con vostro smacco
Ruba a man salva, o voi tenete il sacco.
I.
Il Voltafaccia e la Meschinità,
L’Imbroglio, la Viltà, l’Aridità
Ed altre Deità,
Come sarebbe a dir la Gretteria
E la Trappoleria,
Appartenenti a una Mitologia
Che a conto del Governo, a stare in briglia
Doma educando i figli di famiglia,
Cantavano alla culla d’un bambino,
Di nome Gingillino,
La ninna nanna in coro,
Tutta sentenze d’oro
Degnissime del secolo e di loro.

==>SEGUE
Bimbo, non piangere;
Nascesti trito2,
Ma se desideri
Morir vestito,
Ecco la massima
Che mai non falla,
E come un sughero
Ti spinge a galla.
Dagli anni teneri
Piega le cuoja
Al tirocinio
Della pastoja.
Sotto la gramola
Del pedagogo
Curvati, schiacciati,
Rompiti al giogo3.
E cogli estranei
E in mezzo ai tuoi,
Annichilandoti
Più che tu puoi.
Non far lo sveglio,
Non far l’ardito;
Se pur desideri
Morir vestito.
Non ti frastornino
La testa e il core
Larve di gloria,
Sogni d’onore.
Fuggi le noje,
Fuggi le some,
Fuggi i pericoli
Di un chiaro nome;
E limitandoti
Senz’altro fumo
A saper leggere
Pel tuo consumo,
Rinnega il genio
Sempre punito;
Se pur desideri
Morir vestito.
Cresci, e rammentati
Che dà nel naso
Più lo sproposito
Commesso a caso,
Che la perfidia
La più fratina,
Tramata in regola
E alla sordina.
Abbi di semplice
Per segno certo
Dell’uomo ingenuo
==>SEGUE
l’errore aperto,
E imita il sudicio
Che par pulito;
Se pur desideri
Morir vestito.
Studia la cabala
Del non parere,
E gli ammenicoli
Del darla a bere.
Di Dio, del Diavolo
Non farti rete;
Nega il negabile,
Ma liscia il prete.
Un letamajo
Di vizî abborra4
Giù de’ precordii
Tra la zavorra;
Ma coram populo
Esci contrito;
Se pur desideri
Morir vestito.
In corpo e in anima
Servi al reale,
E non ti perdere
Nell’ideale.
Se covi smania
Di far fagotto,
Incensa l’idolo
Quattro e quattr’otto.
Sempre la favola
Della ragione
Ceda alla storia
Del francescone;
Sempre lo scrupolo
Muoja fallito;
Se pur desideri
Morir vestito.
Non far che un libero
Sdegno ti dia
Quella poetica
Malinconia,
Per cui non pajono
Vili e modesti
Dei galantuomi
I cenci onesti.
Un gran proverbio,
Caro al Potere,
Dice che l’essere
Sta nell’avere.
Credi l’oracolo
Non mai smentito;

==>SEGUE
Se pur desideri
Morir vestito.
Vent’anni dopo, un Frate Professore,
Gran Sciupateste d’Università,
Da vero Cicerone Inquisitore,
Encomiava la docilità
E la prudenza di un certo dottore
Fatto di pianta in quel vivajo là,
Dottore in legge, ma di baldacchino5,
Che si chiamava appunto Gingillino.
In gravità dell’aurea concione
Messer Fabbricalasino si roga6
Capo Arruffacervelli; e un zibaldone
Di Cancellieri e di Bidelli in toga
Gli fa ghirlanda intorno al seggiolone,
E di quell’Ateneo la sinagoga,
Che in lucco nero, a rigor di vocabolo,
Parea di piattoloni un conciliabolo.
Chi brontola, chi tosse o chi sbadiglia,
Chi ride del Dottore e chi del Frate,
Che ansando e declamando a tutta briglia,
Con salti e con rettoriche gambate
Circonda il caro alunno e l’appariglia
Alle celebrità più celebrate,
Calandosi a concluder finalmente
Di dotta carità tutto rovente:
«Vattene, figlio, del bel numer’uno
De’ giovani posati e obbedienti,
Oh vattene digiuno
Di ragazzate, di divertimenti,
Di pipe, di biliardi, d’osterie,
Di barbe lunghe e d’altre porcherie7.
O benedetto te, che dalla culla
Se’ stato savio di dentro e di fuori;
Che non hai fatto nulla
Senza il permesso de’ Superiori,
Sempre abbassando la ragione e l’estro,
Sempre pensando a modo del maestro!
Salve, o raro intelletto, o cor leale,
Che d’una fogna d’empi e d’arroganti
Te n’esci tale e quale,
Esci come venisti, e tiri avanti;
Vattene al premio che s’aspetta al giusto,
Della gran soma dottorale onusto.
Comincia coll’esempio e coll’inchiostro
A difender l’altare a destra mano,
Ed a mancina il nostro
Dolce, amorevolissimo Sovrano:
Vattene, agnello pieno di talento,
Caro al presepio e al capo dell’armento.»
All’apostrofe barocca
==>SEGUE
Che con grande escandescenza
Esalava dalla bocca
Di quel mostro d’eloquenza,
Gingillino andato in gloria
Se n’uscìa gonfio di boria
Dal chiarissimo concilio
Colla zucca in visibilio.
Sulla porta un capannello
D’onestissimi svagati,
Un po’ lesti di cervello
E perciò scomunicati,
Con un piglio scolaresco
Salutandolo in bernesco,
Gli si mosser dietro dietro
Canticchiando in questo metro:
Tibi quoque, tibi quoque
È concessa facoltà
Di potere in jure utroque
Gingillar l’umanità.
La manìa di Sere Imbroglia,
Che nel cranio ti gorgoglia,
Ti rialza fuor di squadro
Il bernoccolo del ladro.
Che ti resta, che ti resta
D’uno sgobbo inconcludente
In quel nocciolo di testa,
Sepoltura della mente?
Ma se l’anima di stoppa
Se n’è tinta per la groppa,
Tanto basta, tanto basta
Per ficcar le mani in pasta.
Infilando la giornea
D’avvocato o di notajo,
Che t’importa la nomea
Se t’accomodi il fornajo?
Tu se’ nato a fare il bracco,
Il giannizzero, il cosacco,
E compensi il capo corto
Coll’andare a collo torto.
O pinzochere fiscale,
Ti si legge chiaro in viso
Che galoppi al Tribunale
Per la via del Paradiso;
E di più c’è stato detto
Che lavori di soffietto,
Devotissimo ab antico
Dell’Apostolo dal fico.
Ma quel Giuda era un buffone,
Un vilissimo figuro:
Tu, vincendo il paragone,
Mostrerai che a muso duro


==>SEGUE
Si può vendere un Messia,
Senza far la scioccheria
Di morire a gozzo stretto
E di rendere il sacchetto.
II.
Nel mare magno della Capitale,
Ove si cala e s’agita e ribolle
Ogni fiumana e del bene e del male;
Ove flaccidi vizî e virtù frolle
Perdono il colpo nel cor semivivo
Di gente doppia come le cipolle;
Ove in pochi magnanimi sta vivo,
A vitupero d’una razza sfatta,
Il buon volere e il genio primitivo;
E dietro a questi l’infinita tratta
Del bastardume, che di sé fa conio,
E sempre più si mescola e s’imbratta;
Col favor della Musa o del Demonio
Che il crin m’acciuffa e là mi scaraventa,
Entro e mi caccio in mezzo al Pandemonio.
O patria nostra, o fiaccola che spenta
Tanto lume di te lasci, e conforti
Chi nel passato sogna e si tormenta;
Vivo sepolcro a un popolo di morti,
Invano, invano dalle sante mura
Spiri virtù negli animi scontorti.
Quando per dubbio d’un’infreddatura
L’etica folla a notte si rintana,
Le vie nettando della sua lordura;
Quando il patrizio, a stimolar la vana
Cascaggine dell’ozio e della noja,
Si tuffa nella schiuma oltramontana;
E ne’ teatri gioventù squarquoja8
E vecchiume rifritto, ostenta a prova
False carni, oro falso e falsa gioja:
Malinconico pazzo che si giova
Del casto amplesso della tua beltade,
Sempre a tutti presente e sempre nova;
Lento s’inoltra per le mute strade
Ove più lunge è il morbo delle genti,
Ed ove l’ombra più romita cade.
Paragona locande e monumenti,
E l’antica larghezza e il viver gretto
Dei posteri mutati in semoventi;
E degli avi di sasso nel cospetto,
Colla mente in tumulto e l’occhio grosso
Di lacrime d’amore e di dispetto;
Gli vien la voglia di stracciarsi addosso
Questi panni ridicoli, che fuore
Mostrano aperto il canchero dell’osso
E la strigliata asinità del core.

==>SEGUE
Tra i mille ergastoli
Di mille tinte,
Che tutta, in pagine
Chiare e distinte,
Se reggi il vomito,
Ti fan palese
La bassa cronaca
D’un reo paese;
Vince lo stomaco,
Vince l’acume
D’ogni occhio intrepido
Al laidume,
Primo in obbrobrio
Di tanti e tanti,
Il lombricajo
Degli Aspiranti.
Immonda chiovina9,
Ove caduto
Del Fôro il fetido
Sterco e il rifiuto,
In sé medesimo
Putre e fermenta,
E immedicabili
Miasmi avventa.
A gran caratteri,
In gran cartello,
Sta sul vestibulo
Scritto: Bargello;
Parola mistica
Che il fiato in bocca
Gela, e significa
Bazza a chi tocca.
Dai Sacri Canoni,
Dalle Pandette,
Passato al codice
Delle manette,
Ringhia lo spirito
Del mio lodato
Nell’abominio
Lì rotolato.
Scorda l’ambrosia
Del tuo Parnaso,
Calza gli zoccoli,
Turati il naso,
Musa, e tenendoti
Su la sottana,
Scendi al motriglio10
Dell’empia tana.
Come in imagini
Lerce e falsate,
Nella Tebaide

==>SEGUE
Al santo Abate
Piovevan le luride
Torme dell’Orco,
Sporcando il trogolo
Perfino al porco;
Per furia idrofoba
Che giù gli mena,
Così nel baratro
Sbocca una piena
D’infami rabule11,
Di birri e spie
A mucchi, a vortici,
A litanie.
Ohimè che l’aere
Maligno e tetro
La casta Vergine
Respinge indietro,
La casta Vergine
Ond’io m’adiro,
A cui quell’alito
Mozza il respiro.
Nata alle vivide
Fonti, all’ameno
Rezzo dei lauri,
Al ciel sereno,
Di quella bozzima12
Che là s’infogna,
Sente l’ingenua
Schifo e vergogna.
La turpe bolgia
Sdegnando io stesso,
Ove alleluja
Canta il Processo,
Varco allo stabbio13
Che aduna a sera
I Birrocratici
Di bassa sfera.
Giace in un vicolo
Sghembo e remoto,
Tra le pozzanghere
D’eterno loto,
Nera casipola
A uscio e tetto,
Che d’una trappola
Ti dà l’aspetto.
Dal bugigattolo
De’ magistrati,
Dal serbatojo
Degli avvocati,
La sozza Frucola,
La vil Tartuca,

La Talpa e il Granchio
Là si trabuca14;
Là dai venefici
Rovi del Fisco,
Si striscia l’Aspide
E il Basilisco.
Là, grogiolandosi
Le invidie inermi,
Miste all’ossequio
Degli altri vermi,
Sbuffa e si gloria
L’ozio bracato
Del Tarlo pubblico
Già giubilato.
Là, colle nubili
Sciolte e vistose,
Recan le vedove,
Le mogli annose
De’ commissarii,
De’ gabellotti,
Rigiri, scandali,
Pania e cerotti:
Là per libidini
Di contrabbando
Vanno, e cimentano
Di quando in quando
La lor nullaggine
Che par persona,
Le cariatidi
Della Corona.
Tutto si rumina,
Tutto s’indaga.
Tutti si sgolano
Lì per la paga;
Tutti colorano
Al caso proprio
L’ombre, le nuvole
D’un Motuproprio;
Ogni bazzecola,
Ogni bisbiglio,
Che bolle in pentola
Del Gran Consiglio.
E lì si predica,
Lì si dibatte
La compra e vendita
Delle mignatte
Che i re ci azzeccano
Fitte alle vene,
Per controstimolo
Del troppo bene.
Come del chimico

A cui l’ex-guattera,
Tirando fuori
Della domestica
Scuola i tesori,
Senza metafora
Tracciò distinto
L’itinerario
Del laberinto.
III.
O merli tarpati
Su su da piccini,
O galli potati
Ad usum Delphini;
O gufi pennuti
Dell’antro di Cacco,
O falchi pasciuti
Del pubblico acciacco;
O nibbi vaganti
Stecchiti di fame,
O corvi anelanti
Al nostro carcame;
Sparvieri, calate,
Calate, avvoltoi;
Pappate, pappate;
Si scanna per voi:
Ma intanto, brigata,
Udite la Strega
Che dà l’imbeccata
Al vostro collega: –
Che bisogna scansare i liberali,
I giovani d’ingegno, i mal veduti;
Non chiacchierar di libri e di giornali,
Come non visti mai né conosciuti;
Chiuder l’animo a tutti e stare a sé,
So di buon luogo che lo sai da te.
Questo appartiene all’arte del non fare,
E in quest’arte sei vecchio e ti conosco;
E sarebbe, il volertela insegnare,
Portar acqua alla fonte e legne al bosco:
Ora all’ingegno tuo bene avviato
Resta l’altra metà del noviziato.
Prima di tutto incurva la persona,
Personifica in te la reverenza;
Insaccati una giubba alla carlona,
E piglia per modello un’Eccellenza18:
In questo caso l’abito fa il monaco,
E il muro si conosce dall’intonaco.
Piglia quel su e giù del saliscendi,
Quell’occhio del ti vedo e non ti vedo;
Quel tentennìo, non so se tu m’intendi,
Che dice si e no, credo e non credo;

==>SEGUE
E piglia quel saper di dolce e forte,
Che s’usa dal Bargel fino alla Corte.
Barba no, ci s’intende: un impiegato,
(Cosa chiara, provata e naturale)
Quanto più serba il muso di castrato,
Tanto più entra in grazia al Principale:
Ma in questo, per piacere a chi conviene,
Anco la mamma t’ha servito bene.
Non lasciar mai la predica e la messa,
E prega sempre Iddio vistosamente;
Vacci nell’ora e nella panca stessa
Del commissario, oppur del presidente;
Anzi, di sentinella alla piletta,
Dagli, quand’entra, l’acqua benedetta.
Fatti introdurre, e vai sera per sera
Da qualche scamonea19 fatto Ministro;
E là, secondo l’indole e la cera,
Muta strumento e gioca di registro:
Se ti par aria da farci il buffone,
Fallo, e diverti la conversazione;
Se poi si gioca e si sta sulle sue,
Chiappa le carte e fai da comodino.
Perdi alla brava, ingozzati del bue,
Doventa il Papa-Sei del tavolino20;
Ché quando t’ha sbertato e pelacchiato,
Ti salda il conto a spese dello Stato.
Fa’ di tenerlo in giorno, e raccapezza
La chiacchiera, la braca21 , il fattarello;
Tutto ciò che si fa, da Su’ Altezza
(Per così dire) infino a Stenterello.
Sia l’ozio, il posto o la meschinità,
Chi comanda è pettegolo, si sa.
Se il Diavolo si dà22 che ti s’ammali,
Visite, amico, visite e dimolte:
Metti sossopra medici, speziali,
Fa’ quelle scale centomila volte;
Piantagli un senapismo, una pecetta,
E bisognando vuota la seggetta.
Se l’omo guarirà, fattene bello:
Se poi vedi che peggiora e che muore,
A caso perso, bacia il chiavistello,
E lascia nelle péste il confessore.
Il morto giace, il vivo si dà pace,
E sempre s’appuntella al più capace.
Colle donne di casa abbi giudizio;
Perché, credilo a me, ci puoi trovare
Tanto una scala quanto un precipizio,
E bisogna saper barcamenare.
Tienle d’accordo, accattane il suffragio;
Ma prima di andar oltre, adagio Biagio.
Se avrà la moglie giovane, rispetto,

==>SEGUE
E rispetto alle serve e alle figliuole:
Se l’ha vecchia, rimurchiala a braccetto,
Servila, insomma fai quello che vuole:
Oh le vecchie, le vecchie, amico mio,
Portano chi le porta; e lo so io.
Occhio alla servitù venale e scaltra;
Ungi la rota, e tienti sull’avviso
Di non urtarla; una man lava l’altra,
Suol dirsi, e tutte e due lavano il viso:
Nel mondo va giocato a giova giova,
E specialmente se gatta ci cova.
Sempre e poi sempre un pubblico padrone
Ha un servitore più padron di lui,
Che suol fare alla roba del padrone
Come a quella di tutti ha fatto lui23;
Se l’amico avrà il suo, con questo poi
Sii pane e cacio, e datevi del voi.
Se mai nasce uno scandalo, un diverbio,
Un tafferuglio in quella casa là,
Acqua in bocca, e rammentati il proverbio:
Molto sa chi non sa, se tacer sa;
A volte, in casa propria, un Consigliere
Pare una bestia, ma non s’ha a sapere.
In quanto a lodi poi, tira pur via;
Incensa per diritto e per traverso;
Loda l’ingegno, loda la mattia,
Loda l’imprese, loda il tempo perso:
Quand’anco non vi sia capo né coda,
Loda, torna a lodare, o poi riloda.
Pesca una dote e ridi del decoro
(Della virtù, si sa, non ne discorro);
Che se piacesse all’Eccellenze loro
D’appiccicarti un canchero, un camorro24,
Purché ti sia la pillola dorata,
Beccala e non badare alla facciata.
Briga più che tu puoi: sta sull’intese;
Piglia quel che vien vien, pur di servire:
Ma chiedi, ché la Botta che non chiese,
Non ebbe coda25: e poi devi capire,
Che non sorrette dai nostri bisogni
Le loro autorità sarebber sogni.
L’animo d’un ministro, il mio e il tuo,
Son press’a poco d’uno stesso intruglio:
Dunque un nebbione26 che non fa sul suo,
E si può fare onor del sol di luglio,
Nella sua dappocaggine pomposa,
È quando crede di poter qualcosa.
Non ti sgomenti quel mar di discorsi,
Quel traccheggiar la grazia al caso estremo,
Quel nuvolo di se, di ma, di forsi,
Quel solito vedremo, penseremo...

==>SEGUE
Eterno gergo, eterna pantomima
Di queste zucche che tu vedi in cima.
Abbi per non saputo e per non visto
Ogni mal garbo, ogni atto d’annojato,
Fingiti grullo come Papa Sisto,
Se ti preme di giungere al papato:
Il dolce pioverà dopo l’amaro,
E l’importuno vincerà l’avaro. –
E Gingillino non intese a sordo
Della volpe fatidica il ricordo.
Andò, si scappellò, s’inginocchiò,
Si strisciò, si fregò, si strofinò;
E soleggiato, vagliato, stacciato,
Abburattato da Erode a Pilato,
Fatta e rifatta la storia medesima,
Ricevuto il battesimo e la cresima
Di vile e di furfante di tre cotte,
Lo presero nel branco, e buona notte.
Qui, non potendosi
Legare al collo
La grazia regia
Col regio bollo,
A capo al letto
In un sacchetto
Se l’inchiodò;
Mattina e sera
Questa preghiera
Ci bestemmiò.
– Io credo nella Zecca onnipotente27
E nel figliuolo suo detto Zecchino,
Nella Cambiale, nel Conto corrente,
E nel Soldo uno e trino28:
Credo nel Motuproprio e nel Rescritto,
E nella Dinastia che mi tien ritto.
Credo nel Dazio e nell’Imposizione,
Credo nella Gabella e nel Catasto;
Nella docilità del mio groppone,
Nella greppia e nel basto:
E con tanto di core attacco il voto
Sempre al santo del giorno che riscuoto.
Spero così d’andarmene là là,
O su su fino all’ultimo scalino,
Di strappare un cencin di nobiltà,
Di ficcarmi al Casino,
E di morire in Depositeria
Colla croce all’occhiello, e così sia.
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Gingillino non è una figura uscita senza nome dalla fantasia del poeta: no: «Gingillino visse, ebbe figura e persona», scrive il Martini, che nelle carte segrete dell’archivio del Buon Governo trovò le prove delle sozze gesta di questo figuro. Fu lui che – mentre la Università di Pisa era in tumulto per le lezioni del professor Carlo Pigli di fisiologia, che destavano ovazioni entusiastiche – si presentò al governatore, con fare compunto, a lagnarsi che si instillassero nei giovani principi falsi e irreligiosi; fu lui che, fintosi amico del Giusti, portava alla Polizia le sue poesie patriotiche e satiriche e lo faceva escludere dagli esami; fu lui che diede carte alla Polizia per cui furono imprigionati Guerrazzi, Angiolini e Agostini. E per questa scala salì ai lucrosi impieghi e agli onori. Errano quindi coloro che nel Gingillino vogliono veder effigiato Francesco Forti o il ministro Baldasseroni. Quale fosse lo scopo che moveva il Giusti a scrivere il Gingillino – una delle sue satire più importanti poeticamente e d’una verità che muta forme, ma non passa – egli lo scrisse più volte a parecchi. «Nel Gingillino ho cercato di cingere di tutte le loro viltà, di tutte le loro contumelie coloro che cercano salire alle cariche dello Stato per la via del fango e della turpitudine.» (Lettera alla D’Azeglio, 9 maggio 1845.) «.... Il Gingillino è diretto a mostrare per quali vie e per che razza di noviziato si può arrivare agli impieghi tra noi. Mi son lasciato andare e nel metro e nello stile a una libertà tale che rasenta la licenza e forse qualche volta ci dà un tuffo. Foa lascia-podere. – Se la censura fosse meno stolta, questa composizione diretta contro i divoratori del pubblico erario sarebbe da pubblicarsi apertamente, molto più che non vi nomino persone né paesi e potrebbe servire di moccolino anche ai principi per conoscere un po’ meglio la razzamaglia che si piantano alle costole.» (Lettera ad A. Vannucci, 22 aprile 1845.) Il Gingillino è dipinto quale doveva essere nel 1845; ma il Fanfani giudica che il tipo non sia finito col dominio granducale, e continui nel regno d’Italia avendo cambiato solamente le vesti. «Gingillino (scrive) è figura di quelle garbate creature le quali s’ingegnano, con ogni arte, di avvantaggiarsi, di avere uffici ed onoranze, non ispaventandosi, per arrivare dove vogliono, di commettere le più obbrobriose e vili azioni, adulando i potenti, facendo getto del decoro, della coscienza, di ogni più santa cosa, secondando e lodando principi e ministri e servendoli in ogni più vituperoso capriccio.» Pullulano i Gingillini nella burocrazia, fioriscono nei tribunali, infestano il giornalismo, si fan largo nei parlamenti e arrivano anche al ministero coll’abjura delle opinioni che servirono loro di piedestallo, e col far da mezzani nel mercato dei voti e nel broglio degli affari illeciti. Questa vergogna dei Gingillini, che discredita i governi, non cesserà sì presto: almeno fino a quando la società non avrà altre basi; e non è una rivoluzione violenta che possa mutare le basi presenti, bensì il lavoro lento dell’educazione che trasformi la coscienza delle masse tolleranti, che renda impossibili gli ipocriti, col colpir di disprezzo gl’intriganti e i bassi, e col tributare onore alla saldezza del carattere, alla dignità del lavoroe alla verità della vita.
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1 La satira è dedicata ad Alessandro Poerio, scrittore e patriota napoletano, che fu il più spiccato contrapposto del carattere del Gingillino. 2 Trito, cioè povero, o meglio che mostra la povertà nei miseri panni. 3 Questa strofa era in origine diversa. 4 Abborra: abborrare significa riempir di borra che è la cimatura o tosatura dei pannilani Dottore da baldacchino, significa dottore eccellente 6 Questi versi diedero origine a una vivace polemica tra il Fioretto e il Fanfani. 7 Gli sbirri perseguitavano, come sospetto di liberalismo, chi portava la barba o anche i soli baffi. 8 Squarquoio, dicesi d’un vecchio affranto dai mali e dagli anni. 9 Chiovina, è una fossa di spurgo o cloaca. 10 Motriglio, cioè fango. 11 Rabula, è un latinismo per indicare avvocato intrigante e senza valore. 12 Bozzima, è propriamente un miscuglio di sego e crusca, usato dalle tessitrici per unire le fila della tela; qui significa immonda mescolanza. 13 Stabbio, stalla propriamente di majali, ma talora anche di pecore. 14 Trabucarsi, è parola coniata dal Giusti ed indicherebbe, secondo i Toscani, l’atto di quegli animali che escono da una buca per entrare in un’altra. 15 Madonnina delle Grazie. 16 Trulleria, cioè minchionaggine. 17 Garga, donna molto scaltra. 18 Alludesi a Francesco Cempini 19 Scamonea, un balordo 20 Doventa il Papa-sei. Diventare il Papa-sei significa diventare il trastullo delle brigate 21 La braca, è una novella dei casi altrui raccolta in giro. 22 Darsi il Diavolo, cioè darsi la disgrazia. 23 Idiotismo non in grazia della rima, ma del dialogo. 24 Un camorro, donna quintessenza d’ogni bruttezza. 25  La botta, è un anfibio che somiglia alla rana: secondo la leggenda non ebbe la coda, perché, per modestia, non la domandò a Giove. 26  Nebbione, è il farabutto vanitoso che si attribuisce meriti che non ha. 27 Tutti i commentatori mettono a confronto le strofe 115 e 116 del canto ottavo del Morgante Maggiore del Pulci colla preghiera di Gingillino, dalle quali il Giusti ebbe l’evidente inspirazione. 28 Soldo uno e trino: il soldo era moneta di tre quattrini.
E di stambugi pieni
D’anticaglie volate5,
Tra le livree di gala
S’imbocca in una sala,
A cera illuminata
Da mille candelieri,
Di mobili stivata
Nostrali e forestieri,
E carica d’arazzi
Vermigli o paonazzi;
Ricca d’oro e di molta
Varietà di tappeti.
Dipinta era la vôlta,
Dipinte le pareti
Di storie e di persone
Analoghe al padrone.
Era in quella pittura
Colla mitologia
Confusa la scrittura:
La colpa non è mia
Se troverai descritte
Cose fritte e rifritte.
Pagato tardi e poco
L’artista, e messo al punto,
Pensò di fare un gioco
A quel ciuco riunto,
E lì sotto coperta
Gli poté dar la berta.
Da un lato, un gran carname
Erisitone ingoja6,
E dall’aride cuoja
Conosci che la fame
Coll’intimo bruciore
Rimangia il mangiatore.
Giacobbe un po’ più giù,
D’Erisitone a destra,
Al povero Esaù
Rincara la minestra;
Santa massima eterna
Di carità fraterna.
Ma dall’opposto lato
Luccica la parete
Di Giove, trasmutato
In pioggia di monete,
Che scende a Danae in braccio
Ad onta del chiavaccio.
Di là, da Danae l’empio
Eliodoro è steso
==>SEGUE
Un grand’albero, di fusto
Antichissimo e robusto.
Giù dagl’infimi legami
Fino al mezzo della fronda
Spicca in alto, stende i rami
E di frutti si feconda,
Che, di verdi, a poco a poco
S’incolorano di croco.
Un gran nuvolo d’uccelli,
Di lumache e di ronzoni,
Si pascevano di quelli
E beccavano i più buoni;
Tanto che l’albero perde
L’ubertà del primo verde.
Ma dal mezzo alla suprema
Vetta in tutto si dispoglia,
E su su langue, si scema
D’ogni frutto e d’ogni foglia,
E finisce in nudi stecchi
Come pianta che si secchi.
Mentre tutto s’ammirava
Nelle fronde il signorotto,
E il confronto almanaccava
Del di sopra col disotto,
Più stupenda visione
Lo sviò dal paragone.
Ove il tronco s’assottiglia
E le braccia apre e dilata,
Vide l’arme spiattellata
Colla bestia di famiglia,
Che soffiando corse in dentro
E lasciò rotto nel centro.
Dall’araldico sdrucito,
Come in ottico apparato
Che rifletta impiccinito
Un gran popolo affollato,
Traspariva un bulicame
D’illustrissimi e di dame.
Cappe, elmetti luccicanti,
Toghe, mitre e berrettoni,
E grandiglie e guardinfanti,
E parrucche a riccioloni,
E gran giubbe gallonate,
E codone infarinate,
Con musacci arrovellati
Bofonchiavano tra loro
Di contee, di marchesati,
Di plebei, di libri d’oro,
==>SEGUE
Chi fu la musa che inspirò al Giusti questi versi casti, delicati e dolcissimi? Egli contava allora 34 anni e la poesia ha la freschezza timida e pudica d’un’anima vergine che s’apre al primo amore. Biografi e commentatori han messo accanto a questi versi parecchi nomi; la contessa Isabella Rossi Gabardi diceva al Ghivizzani ch’erano stati fatti per lei, e può essere. Nel 1843, quando il Giusti scrisse (o probabilmente completò) questa poesia, il suo cuore era occupato di donna che non era giovinetta, bensì ad altri legata e alla quale in quell’anno indirizzava invece i versi lasciati incompiuti:
In lei vergini ancora
Son gli affetti gentili,
E per la morta gora
Degli ozî signorili
L’animo suo bennato
Passa incontaminato...
Crediamo che nei versi alla Giovinetta il poeta diede forma a un ideale di purità che travide sulla terra in fugace visione nella pudica Isabella, ma li scrisse quand’essa era già sposa d’altri. Egli medesimo confessa all’Orlandini: «È nata, questa poesia, nella primavera del 1843. La fanciulla è una lontana reminiscenza, anzi quasi un sogno. È vero però che sul proposito de’ miei scherzi mi son sentito dire più volte dalle donne: – V’è poco da fidarsi d’uno che scrive in codesta guisa. – La scorza ha nuociuto al midollo e forse è stato meglio per me. Credo bensì di non avere mai derisa la virtù, né burlati gli affetti gentili; ma il mondo giudica a modo suo, né io me ne curerò, rimettendomi al giudizio di chi ci vede chiaro.»
Molto probabilmente il Giusti voleva mostrare alla donna della quale era allora innamorato com’egli sapesse cantare l’amore più ideale e persuaderla di questa facoltà del suo ingegno, mentr’essa fingeva di stare in sospetto per lo scetticismo delle satire. Anzi in quel torno deplorava di non essersi dedicato alla poesia erotica, trascinato invece dalla satirica; e fu buon per lui, perché a quest’ultima deve la sua fama.
_________________________
Quando il tenero cervello,
Preso l’albero a modello
(Per esempio il sughero),
Succhierà fede e morale
Come un’acqua senza sale
Dal maestro agronomo;
Spunteranno foglie e fiori
Senza puzza e senza odori,
Come le camelie.
Misurati gl’intelletti
E le fasi degli affetti
Con certezza fisica,
E sopite nel pensiero
Le sublimi ombre del vero,
Avventate ipotesi,
Troverem nel positivo
Uno stato negativo
Buono per lo stomaco.
Il pacifico marito
Proponendo per quesito
La pace domestica,
Colla tepida campagna
Sommerà sulla lavagna
Gli obblighi del vincolo;
E Imeneo, fatto architetto,
Darà figli al quieto letto
d’ordine composito.
Biasceranno unti di teglia
I fedeli in dormiveglia
Salmi geometrici;
Ci daranno i magistrati
Certi codici stillati
Che parranno spirito;
E vangato e rivangato
Sarà imagine lo Stato
Del giardin dei semplici.
Chi piantò l’ordin civile
Sulla base puerile
Dell’amore unanime?
Chi ci fece quest’oltraggio
Di premettere il coraggio
Alla poltronaggine?
Ah l’amore è un parosismo!
In un lento quietismo
Va cullato il popolo.
Perché il mondo esca di pene,
Tanto il male quanto il bene
Deve star nei gangheri:
E tu, scatto e generoso,
Abbi titolo e riposo
Nell’Arte Poetica.
==>SEGUE
E lì deposto il carico soave
Nelle stanze di là la mandò sciolta,
Ché bisognò passare uno alla volta.
Di qua, di là, per casa e nel giardino
Tutta si sparpagliò la compagnia;
Ma fiacchi dal disagio del cammino
Di due salotti e d’una galleria,
Provvidero gli amanti alla persona,
E fecer alto alla prima poltrona.
Nel primo abbocco degl’innamorati
Si sa che non v’è mai senso comune;
Ma quando tutti e due sono impaniati,
Ognun dal canto suo slenta la fune;
Ognuno sa ciò che l’altro vuol dire
Ognun capisce perché vuol capire.
Dopo mezz’ora e più di pausa muta,
Taddeo si fece franco e ruppe il ghiaccio,
E cominciò: Signora, l’è piaciuta
La crema? – Eccome! – Sì? me ne compiaccio:
E quei tordi? – Squisiti! – E lo zampone? –
Eccellente! – E quel dentice? – Bonone! –
Per verità, si stava un po’ pigiati...
Era un bene per me l’averla accosta;
Ma se per caso ci siamo inciampati,
Creda, signora, non l’ho fatto a posta. –
Oh le pare! anzi lei ci stava stretto;
Scusi, vede, son grassa... È un bel difetto! –
Lo crede? – in verità! codesto viso
È una Pasqua, che il ciel glielo mantenga. –
Son sana. – Altro che sana! è un Paradiso! –
Ma via, sono un po’ grossa... – Eh se ne tenga!
Per me... vorrei... se mi fosse concesso... –
Che cosa? – Rivederla un po’ più spesso. –
S’annojerebbe. – Oibò! m’annojerei?
Anzi sarebbe il mio divertimento. –
Oh! troppo bono! allora... faccia lei... –
Vede, signora, il suo temperamento
Mi pare che col mio possa confarsi;
Che ne direbbe? – Eh, gua’, potrebbe darsi. –
Via, faremo così: ci penseremo,
Ci proveremo, e poi, se si combina,
Quand’è contenta lei, seguiteremo:
La strada è pari, la casa è vicina,
Tutto, secondo me, va per la piana.
Comincerò quest’altra settimana. –
E così, tra volere e non volere,
Fu sentito, scoperto, ventilato,
E poi con tutto il comodo, a sedere,
Senza malinconie continuato
Per tanti e tanti e tanti anni di filo,
Questo tenero amor nato di chilo.
Nel cavo rame
Si scioglie in glutine
L’accolto ossame,
Così l’intingolo
d’un’altra colla,
Dal gran carnajo
Che là s’affolla,
Tira una Taide,
Che adesso è nonna,
Di quel postribolo
Donna e madonna15.
Fu già da giovane
Cuoca e pietanza
D’un Rodipopolo
Su di Finanza,
Che dietro un seguito
D’apoplessie,
d’ire, di scrupoli,
Di trullerie16,
In facie Ecclesiae
Tirando innanzi,
Di sé, del pubblico
Biasciò gli avanzi:
Finché, lasciandole
Sgombro il canile,
Col copertojo
Del vedovile,
Fece all’erario
Costar salato
Anco il rimedio
Del suo peccato.
Se al mondo è femmina
Garga e maestra17,
Costei del Diavolo
Può stare a destra;
Costei che, a titolo
Di ben servito,
Rosola il Principe
Come il marito.
l’Eccellentissimo
Dottor Gingilla,
Entrato in grazia
Della Sibilla,
Dopo un proemio
D’incensi abietti,
Di basse lacrime,
Di sconci affetti,
Le chiese il bandolo
Che mena al varco,
E schiude i pascoli
Del regio Parco.

==>SEGUE