CULTURA
COLLABORA
GRANDI POETI
NEWS



















































AVVENTURA

S'erano amati troppo e poi divisi,
lei per dispetto e lui per gelosia
e quando ella partì, tra due sorrisi
disse – «Tu mi farai l'anatomia».

Ei ritornò ai maestri, ai lieti visi
de' compagni, allo studio, all'allegria,
ma i rimorsi profondi ed improvvisi
lo tormentavan come una malia.

Un dì, sul marmo a cui miseria guida
l'umana carne non ancor sepolta
perchè il coltello indagator l'incida,

la trovò morta, in un sudario avvolta,
e il viso bianco della suicida
sorrideva per lui come una volta!
______________________

Stabant autem iuxta crucem.
JOH. XIX, 25.
Al cospetto delle genti
l'Aspettato alzò la voce:
«Pace ai buoni, ai sofferenti
» che confessano la croce
» da cui sparsi moribondo
» l'innocente sangue mio
» e pagai dinanzi a Dio
» tutto il debito del mondo!

» Sono il verbo del Signore,
» son la vita e son la luce
» che feconda il campo in fiore,
» che riscalda e che produce.
» Sovra il culmine dei monti
» cresco l'ilice superba,
» movo il sommolo dell'erba
» lungo il margine dei fonti.

==>SEGUE
MAMMONA

Imagine deforme
nel fosco ciel che tuona
l'assirio Iddio Mammona
erge in un nimbo enorme
il capo di sparviero
sordidamente nero.

Scuote il flagello d'oro,
forza, strumento e segno
del suo ribaldo regno
ed il flagel sonoro
nella implacabil mano
gronda di sangue umano.

Dal pugno che la serra
una catena pende
che si disnoda e scende
come una serpe a terra,
quasi nasconder tenti
i biechi avvolgimenti.

E tu, secol civile,
che l'onta tua non vedi,
tu ti trascini ai piedi
di questa imagin vile
e strisci e baci e preghi
e la pietà rinneghi!

Or va! Poi che tu mostri
del cor la lue profonda,
va! Nella polve immonda
bene al tuo Dio ti prostri.
È il Dio dell'oro e ormai
più degno Iddio non hai.

Ma bada! Una saetta
squarcia la densa notte.
Mandan le nubi rotte
un urlo di vendetta...
Bada! Vedrai tra poco
piovere sangue e foco

e l'hai voluto! Ultrice
l'ora t'incalza e stringe,
la terra ti respinge,
il ciel ti maledice
e al colpo che t'uccide
il tuo Mammona ride!
POST PRANDIUM

Le laudi del convito
canta l'adulatore
ed urla il parassito
gli evviva al suo signore.

Le donne han lo scaltrito
sguardo che finge amore
e sovra il sen fiorito
il vezzo tentatore.

Ma intanto la cervice
piega il signor trafitto
nell'anima infelice

e l'occhio torvo e fitto
sovra la mensa, dice
che il cor cela un delitto.



PERCHÈ?

Che dolci parole diceva!
Che strette di mano mi dava!
Ma quando la bocca parlava
il core, il suo core taceva!

Dormendo apparir la vedeva
e un gaudio di baci sognava,
ma quando l'aurora spuntava,
il sogno, il mio sogno cadeva!

Un ultimo fiore io nudriva
di speme... ma venne la piova
e il fiore, il bel fior mi moriva!

O mar della vita, che giova
varcarti, se giunti alla riva
l'Amore, l'Amor non si trova?
IN MEMORIA
DI
CESARE DALLA NOCE

Povero fascio d'ossa tribolate
che recammo ier notte alla Certosa,
per le vie desolate,
sotto la pioggia fitta e freddolosa,

povero fascio d'ossa ove la mente
soffrì dell'infelice ora sepolto,
riposi finalmente
entro al sudario in cui t'abbiam raccolto?

Ahimè che triste notte! Il freddo vento
l'eco parea recar d'urli lontani,
lungo come un lamento
s'udìa pei campi l'uggiolar dei cani

e seguivam per fracidi sentieri
del carro funeral la pigra rota
dietro al chiaror de' ceri
che tremava sull'erba e sulla mota.

La bara, come in lagrime, gocciava
della gelida piova alla percossa
e così se ne andava
la giovinezza tua verso la fossa!

Felice in questo almen che più non senti
l'antico del dolor morso tenace!
Noi restiamo ai tormenti,
tu dormi il sonno dell'eterna pace.

E pure... invan la verità ci mostra
la fossa in cui per sempre avrai dimora,
chè nell'anima nostra,
nel memore pensier rivivi ancora

e parliamo di te come aspettato
negl'intimi colloqui a cui venivi...
Perchè non hai bussato
oggi a quest'uscio che una volta aprivi

e con la faccia tua buona e sincera
al fido crocchio tra le ciarle usate
non vieni questa sera
a dirci – Amici miei, mi ricordate? –

==>SEGUE
MORBUS

Chi, quando il giorno muore,
ode, seguendo il Gange,
la tortora che piange
sotto i roseti in fiore
e, lungo l'acque stanche
specchio alle palme nere,
vede passar le schiere
delle pagode bianche,

lento discerne ancora
fumar dal tardo fiume
il denso putridume
che in faccia al sol vapora,
e galleggiar sull'onde
carogne omai disfatte
che l'acqua gialla sbatte
sulle fangose sponde.

Lungo i giuncheti pigri,
nidi di serpi immani,
piangono i caimani
e ruggono le tigri,
mentre nell'aria bassa
del crepuscolo torvo
gracchia sinistro il corvo
sazio di carne grassa.

Allor nel plumbeo cielo
s'erge dall'acqua oscura
d'un angiol la figura
chiusa da un fosco velo,
e sale a poco a poco
sul livido orizzonte,
gocciando dalla fronte
sangue, veleno e fuoco.

Sale gigante e solo
dell'universo in faccia,
tende le negre braccia,
apre l'immenso volo...
Ah, invan chiudi le porte,
trista progenie d'Eva;
ecco, su te si leva
l'angelo della morte!

==>SEGUE
Turba, che il vacuo gelo
della tua fede or tocchi,
muori, volgendo gli occhi
inutilmente al cielo.
Alle pupille offese
il vero or si disserra:
non ti mentì la terra
quando per lei ti chiese.

Non ti giurò promesse
d'un avvenir mal certo,
ma dal suo fianco aperto
ti germogliò la messe.
Giovin, dell'odio invece,
l'amor ti accese in seno,
e per un giorno almeno
miglior di Dio ti fece.
________________

VISIONE

Et vidi Angelum fortem
predicantern voce magna.
APOC., V, 2.
Passò rapidamente
nel silenzio solenne
un batter d'ala, un fremito di penne
sul capo del Veggente.

Sovra la terra stava
freddo di nebbia un velo
e nella grigia immensità del cielo
l'Angiol di Dio parlava.

«Sorgi, o Veggente – disse –
» e annuncia i dì novelli:
» ecco il Verbo spezzò sette suggelli
» e aprì l'Apocalisse.

» Vedi? A Colui che vuole
» l'abisso apre le porte
» e nel freddo, nel vuoto e nella morte
» spento s'affonda il sole,

» indi, senza governo,
» la terra insterilita
» senza fior, senza luce e senza vita,
» cade nel buio eterno.
==>SEGUE



la natura così malvolentieri
dai notturni riposi uscir parea
semivelata dai vapor leggeri
che lenta l'aura del mattin movea,
ma poi ridesta e de' color primieri
rifiorendo col dì, tutta fremea
in un gaudio fecondo, in una ebbrezza
di gioventù, d'amore e di bellezza.

Non sgomentati del cavallo ai passi
l'inno di gioia ripetean gli augelli.
Pareano susurrar tra l'erbe e i sassi
giocondi epitalami anche i ruscelli
e i caprifogli penduli dai massi,
scotendo i rami a guisa di capelli,
gocciavan perle di sottil rugiada
sulle nozze de' fior lungo la strada.

Nel tripudio d'amor ringiovanita
la natura parea tutto un giardino
che vaporasse tepida e squisita
la fragranza de' fiori al ciel turchino,
sì che pien di desìo, gonfio di vita,
s'apriva il chiuso cor del Paladino
e conquisa cedea l'anima fiera
alle lusinghe della primavera.

Dimenticò Re Carlo e i suoi baroni
e il santo gonfalon del fiordaliso,
i giganti, le fate e gli stregoni,
Gano schernito ed Agramante ucciso.
Dimenticò gli assalti e le tenzoni
tra lo stuol battezzato e il circonciso
e vide col pensier mille rosate
imagini di donne innamorate.

Rivide Olimpia, offerta all'esecrando
mostro, chieder mercè nuda e tremante
e passar sorridendo e sospirando
Fiordispina, Isabella e Bradamante.
Vide Marfisa non curar pugnando
le salde nudità del petto ansante
e d'Angelica sua gli occhi procaci
languir di gaudio di Medoro ai baci.

Allor si sentì solo e in cor gli scese
gelida un'onda di malinconia,
tal che a se stesso dubitando chiese

==>SEGUE
se la gloria non fosse una pazzia;
ed una voce in fondo al core intese
dirgli: «che val la tua cavalleria,
» che valgon le tue gesta e il tuo valore
» senza un bacio di donna e senza amore?»

Discendeva così fantasticando
intorno a questa sua doglia novella
e sospirava fieramente, quando
vide dal bosco uscire una donzella
che raccogliendo fior venìa cantando
soavemente, e la persona bella
di tal vivo desìo lo prese e punse
che spronò Brigliadoro e la raggiunse.

Si trasse l'elmo, dall'arcion si sporse
e con voce tremante amor le chiese.
Lentamente a mirarlo il viso torse
la giovinetta ed a sorrider prese.
L'occhio le scintillò, ma quando scorse
la croce sull'usbergo e sul palvese,
la scintilla si spense ed il sorriso
subitamente le sparì dal viso.

E disse: «Cavalier, tu porti in petto
» del Dio che adori il segno e la dottrina.
» Tu segui Gesù Cristo, io Maometto;
» tu sei di stirpe franca, io Saracina;
» io cingo fiori al capo e tu l'elmetto,
» tu sei nato possente ed io tapina;
» vanne e ti basti sol ch'io ti confessi
» che t'amerei se tu a Macon credessi».

Deh, come lieti tra le verdi fronde
cantavano gli augelli i novi amori,
come all'aura d'april le rubiconde
corolle aprivan tripudiando i fiori,
come splendeano al sol le chiome bionde,
come ridevan gli occhi incantatori,
allor che il Paladin vinto si diede
e per un bacio rinnegò la fede!
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PRESSO TIVOLI

A voi, fecondi clivi
sabini, a voi vestiti
di frondeggianti viti
e di feraci ulivi
tra cui muggendo viene
il turbolento Aniene,

a voi, nel roseo incanto
del moribondo sole,
sante d'amor parole
disse d'Orazio il canto,
ma del tripudio il giorno
passò senza ritorno.

Oggi, ai pendii fiorenti
dove ridean le vigne,
germoglian le gramigne
agli sparuti armenti
e Roma guarda e ride
perchè il suo fiato uccide!



DIES

Il sole brucia implacabile, uguale,
le stoppie gialle del pian vaporoso,
l'azzurra volta del ciel luminoso
riflette in terra la fiamma estivale.

Non move foglia. La vita animale
langue in un grave sopor neghittoso:
turba la pace al meriggio affannoso
solo un molesto frinir di cicale.

Sull'erba verde, nel bosco frondoso,
fresco t'ho fatto di fiori un guanciale
e tu vi adagi le membra al riposo.

Dormi discinta nell'ombra ospitale
ed io contemplo con l'occhio bramoso
l'onda del petto che scende e che sale.



NEL SETTECENTO

Mormora l'arpa toccata in sordina
lento un motivo che par minuetto.
Lenta la dama danzante s'inchina,
tutta eleganza, sussiego e belletto.

Di nei segnata, la pelle argentina
manda un profumo sottil di zibetto:
sotto una nebbia di candida trina
ansano i bianchi segreti del petto.

Danza e sul molle tappeto trascina
la ricca veste ed il piè piccioletto
col portamento d'altera regina.

Tutti scoraggia col rigido aspetto,
con l'occhio pieno di calma divina,
e lo staffiere l'attende nel letto.




APENNINO

O monti, albergo di pace infinita,
ancor nel vivo ricordo rimane
il susurrar delle chiare fontane
tra la fragranza dell'erba fiorita

e il tremolar della luce salita
coll'alba fresca alle cime lontane
nel rado vel delle nebbie montane
sui boschi pieni di canti e di vita

e nel tepor della rorida mane
fioco il belar dell'agnella smarrita
od il rintocco di meste campane....

Oh, nel mister della selva romita
fuggir con lei dalle cure mondane
e tra i capelli sentir le sue dita!
ADRIATICO

Il mar lambendo instancabile, lento,
la sabbia fina dell'umida sponda,
con ritmo uguale mandava un lamento,
quasi un singhiozzo, alla notte profonda.

Occhi benigni, le stelle d'argento
guardavan fisse la terra feconda.
Amor vagava nel ciel sonnolento
ed io sperai la fortuna seconda.

Il cor t'apersi con timido accento,
sfiorai col labbro la chioma tua bionda
ed al trionfo credetti un momento....

Addio, fantasmi d'un'ora gioconda,
sogni d'amore dispersi dal vento,
care speranze cadute nell'onda!




PAROLE

Dolci parole d'amor, susurrate
presso i cespugli fioriti di rose,
parole dolci, parole gioiose,
appena dette che mai diventate?

Salite al cielo col vento e volate
degli angioletti alle labbra amorose,
o, come accade dell'ottime cose,
parole dolci, nel nulla tornate?

Ahi, che piuttosto all'inferno dannate
sì come streghe mendaci e schifose,
forma e veleno di biscie pigliate

e, tra i cespugli nativi nascose,
mordete al core gli amanti e li fate
vittime e strazio di cure gelose!
MUSICA

L'ultime note languenti, velate,
muoiono come sospiri sonori
in un tripudio di mazzi di fiori
in un profumo di donne scollate,

e il sangue tende le arterie gonfiate,
passan su gli occhi fugaci bagliori;
tutta la vita prorompe di fuori
sotto l'impulso di forze ignorate.

Allor le forme ci sembran mutate
e ridipinte di strani colori,
quasi fantasmi di cose sognate.

Poi tutto passa; ma resta nei cuori
come un rimpianto di gioie passate,
come un presagio di nuovi dolori.

SAFFO
A VENERE GENITRICE
In lectulo meo per noctes quaesivi
quem diligit anima mea: quaesivi
illum et non inveni.
CANT. CANTICOR. III, I.
– «Guarda, mortal, le fiamme
de' larghi occhi lucenti
e le chiome fluenti
sulle superbe mamme.
Guarda! L'estremo lembo
gittai che ti copriva
la pubertà giuliva
che mi fiorisce in grembo.

Vieni e sui fior ti giaci
e me sui fior ricevi;
tra le mie labbra bevi
il dolce miel de' baci,
i lombi miei circonda
con le possenti braccia,
stringimi al sen la faccia
e l'amor mio feconda» –
==>SEGUE

Così parlò e sorrise
la Dea, porgendo il fianco
soavemente bianco
al giovinetto Anchise,
poi volse le parole
in gemiti sommessi
e dei divini amplessi
fu testimonio il sole.

Vittima anch'io d'Amore
omai dispero aita
poi che la sua ferita
mi sanguina nel core,
nè lacrimar mi vale
nè maledir, costretta
a spasimar soletta
sul vergine guanciale.

Che se fugaci istanti
di pace al sonno chiedo,
mille fantasmi vedo
pel rosso ciel vaganti.
Passa sul campo arato
caldo di nozze il vento
e in sè recar lo sento
la febbre del peccato.

Desta così all'ebbrezza
del germinar, la terra
le viscere disserra
del sole alla carezza
e con le carni e il core
arsi da fiamme arcane,
urlan le genti umane
«Amore, amore, amore!»

Tra l'ombre e gli spaventi
delle materne selve
si stringono le belve
in ciechi accoppiamenti
e dalle fulve arene
che il mar commosso esclude
perfidamente ignude
mi chiaman le Sirene,      ==>SEGUE


Olindo Guerrini - ADJECTA - parte II
Pagina a cura di Nino Fiorillo           == e-mail:nfiorillo@email.it ==
 
BRANI DI VITA

di Olindo Guerrini
__________________
Usciti in prima edizione nel 1908 sono un libro di ricordi, in cui vengono raccolte alcune pagine già apparse in Brandelli. E’ una mescolanza di episodi piccoli e grandi, narrati con arguzia e scioltezza,che ci offrono un’avvincente spaccato di vita romagnola dei primi anni del ‘900. Tra bravate da studenti, bevute in osteria, passeggiate in montagna e quadretti cittadini, troviamo osservazioni che – rilette alla luce dei giorni nostri – non ci sembrano molto lontane dalla nostra esperienza. Qua e là spunta qualche nota malinconica, sul tempo che passa e gli amici che non ci sono più. Ma la certezza di aver vissuta una buona vita senza nulla di cui pentirsi fa quasi sembrare amica anche la fine che s’avvicina.
“Ahimè, di troppe cose mi ricordo! Riveggo tutta la mia vita passata con le sue gioie e i suoi dolori. Passo la rassegna delle opere e dei pensieri colla tristezza di chi non rivedrà più mai il tempo e le persone che furono e, sola mia consolazione, è l'assenza di ogni rimorso.
Scruto questa nebbia che mi cinge e mi conforto che al di là non lasciai nessuna colpa e seguito tranquillo questa via che mi conduce lentamente alla fine.... Ed ecco, anche il libro è finito!”
Si sa: quando si è scritto qualche cosa adversus gentes, viene la voglia di stamparla. Ricopiai la mia sconciatura in magnifica calligrafia e la portai ad un giornale che si chiamava l'Amico del Popolo. Era un giornale repubblicano: lo dice il titolo preso al giornale di Marat. Scritto da brave persone, aveva però il difetto di quasi tutti i giornali repubblicani d’allora, quello di parlare sui trampoli come i proclami. Aveva degli articoli di fondo scapigliati, infocati e sbraculati, e se non si fosse saputo che gli scrittori erano brava gente incapace di torcere un capello a nessuno per cattiveria, si sarebbe potuto credere che l’ufficio dell'Amico del Popolo fosse una tana di cannibali infermi mezzo d’idrofobia e mezzo di delirium tremens. E il Governo (i Governi, come i mariti, non sanno mai le cose bene) credeva proprio che in quelle innocenti camere terrene della Seliciata di Strada Maggiore ci campasse una masnada di settembrizzatori assetati di sangue umano, perchè periodicamente faceva cercare o arrestare qualcuno dei collaboratori. Che tempi erano quelli, dopo Mentana! I repubblicani confessi erano sempre aspettati nelle carceri di S. Giovanni in Monte e, tenuti pericolosi, erano però le persone più sicure della città, poichè la sera andavano a casa scortati dalle guardie di sicurezza vestite da uomini. Ma lasciamo andare.
Piano piano, con un po’ di tremarella, mi diressi all’antro dell'Amico del Popolo. Entrato sotto al portone, vidi un uscio con un cartello dov’era scritto Direzione, e dietro l’uscio si sentiva un rumore di voci, un pandemonio che ricordava una scuola di ragazzi in ricreazione. Bussai, due o tre voci mi dissero avanti, spinsi l’uscio, ma non vidi nulla.
Non vidi nulla perchè dentro c’era un fumo tanto denso che si sarebbe tagliato col coltello. Dieci o dodici pipe mantenevano quel nebbione nell’antro. Si capiva che c’era molta gente e si sentiva una voce misteriosa uscir dalla nuvola come la voce di Dio sul Sinai in caligine nubis. Rimasi ritto presso l’uscio e sentii la voce declamare un articolo di fuoco e di fiamme. È passato tanto tempo che non lo ricordo più, ma c’entravano il sangue, le fogne, la spada di Damocle, il toro di Falaride, eppur si muove, la cuffia del silenzio, Dionigi il tiranno, Torquemada, Polignac, i fulmini e le saette. Io rimasi un poco sconcertato in principio, perchè non mi pareva che la voce dicesse sul serio: ma quando sentii uscir dalla nube alcune altre voci d’approvazione, la presi sul serio anch’io e, tirato fuori un sigaro, collaborai col mio fumo a quello della comunità.
Dopo un po’ di tempo finì la declamazione dell’articolo di fondo, finirono le approvazioni, e i personaggi uscirono ad uno ad turo, involti sempre nella fitta nebbia di tante pipe. Mi avvicinai ad un monumento nero che travedevo in fondo alla camera e che giudicai un tavolo. M’immaginavo che dietro ci fosse il direttore del giornale, un buon diavolo che andò a finire, credo, nelle ferrovie, e che in quei tempi scoccava acutissime quadrella alle borse dei conoscenti. Offersi l’articolo, lo misi sul monumento che il senso del tatto mi assicurò essere proprio un tavolo, e non ebbi altra risposta che una lunga serie di grugniti che non sapevo se approvativi o improbativi. Quando ebbi finito di parlare, non sentendo di là del monumento nessun segno di vita umana, tornai indietro, e trovata la porta a tentoni, uscii all’aria aperta. Oh, come respirai largamente! Era ancor freddo, ed il vapore del mio alito mi pareva il residuo del fumo aspirato nell’antro.
Per alcuni giorni lessi assiduamente l'Amico del Popolo sperando di vedermi stampato ed ogni giorno mi portava una disillusione di più. Finalmente l’articolo apparve in appendice!
Così stampato, mi faceva un altro effetto, mi pareva più bello, e l’avrò letto dieci o dodici volte di fila. Non descrivo l’emozione e i palpiti dello sciagurato che ha peccato la prima volta in tipografia. Ferdinando Martini ha descritto tutto con un verismo così preciso, che mi rimetto a lui.
Pareva anche a me che tutti in quel giorno dovessero guardarmi. Ero superbo come Nabucco e guardavo d’alto in basso l’intera umanità. Pero, passeggiando fuori di porta, in un vicolo dove bisogna camminare con precauzione, vidi l'Amico del Popolo stracciato a pezzi e steso a terra come vittima di una faticosa battaglia. Torsi il viso e le narici con dispetto, quasi fossi stato personalmente offeso. Ahimè! Da che altezza precipitai!...
Questa è la vera e precisa relazione del mio primo passo sulla via della pubblicità.
Compiangetemi.

Olindo Guerrini trascorse l'infanzia a Sant'Alberto di Ravenna, dove il padre gestiva la farmacia del paese, e, dopo aver appreso in casa "i primi rudimenti di grammatica e di geografia", fu ammesso al collegio municipale di Ravenna. All'indomani dell'unificazione, il padre lo volle affidare al collegio nazionale di Torino, dove frequentò i corsi ginnasiali. Nel 1865 si trasferì a Bologna e si iscrisse a quella Università, laureandosi in giurisprudenza, nonostante lo scarso interesse che nutriva per quel tipo di studi. Nel 1866 fu arruolato come sergente nella guardia nazionale, ma non si mosse dalla sua regione.
Dalle numerose pagine autobiografiche che rievocano questi anni risultano, da un lato, un'insofferenza nei confronti delle regole troppo rigide e delle costrizioni più soffocanti che determina in lui atteggiamenti di vita scapigliata; dall'altro, un senso costante dei legami familiari e del lavoro, che ne rappresenta l'aspetto per così dire borghese. L'oscillazione fra queste due componenti non dà luogo nel G. a drammatici conflitti o insanabili lacerazioni, ma, smussando ogni eccesso o punta estrema, si compenetra in una più tranquilla adesione ai piaceri e ai doveri della vita, anche quando sembri prevalere l'oltranza provocatoria o polemica. È la matrice di un umorismo solo in apparenza problematico, che piuttosto si stempera nella bonomia scherzosa e nel rovesciamento comico, riconducibili spesso a una dimensione più propriamente provinciale e cittadina.
Nel 1877 il G. pubblicò a Bologna un volume di versi intitolati Postuma, attribuendoli a un fantomatico cugino, Lorenzo Stecchetti, che sarebbe morto di tisi a trent'anni. Le ragioni di questo sdoppiamento sono forse da attribuire al carattere crudo e provocatorio dei componimenti, che bene potevano esprimere gli sdegni e il malessere di un giovane scettico e disincantato, prematuramente destinato alla morte.
La misura di questa esperienza, piuttosto circoscritta e limitata (ma il successo di pubblico fu enorme, facendo registrare ben 32 edizioni dell'opera vivente l'autore), resta quella di una polemica che si richiama, nella maniera più esplicita e spesso scontata, alle ragioni dell'ideologia di sinistra, democratica e socialisteggiante (e comunque non anarchica o rivoluzionaria).
Sul piano della poetica il G. rifiuta e combatte il cosiddetto idealismo, che discendeva dalla tradizione tardoromantica, ossia da quella che F. De Sanctis aveva definito la scuola cattolico-liberale. Ai sentimentalismi più o meno edulcorati e castigati il G. contrappone una visione materialistica della realtà, aperta ai piaceri dei sensi e refrattaria a ogni metafisica: di qui, anche, il serpeggiare di una vena erotica e anticlericale che determinò accese reazioni cui egli replicò pubblicando, nel 1878, altri due volumetti, Polemica e Nova polemica , i cui versi si collocano sul medesimo registro, oltranzista e provocatorio, della raccolta precedente, riproponendone i modi e le forme.
Nel frattempo il G. era venuto pubblicando, su varie riviste, prose critiche e autobiografiche, dove si registrano impressioni e ricordi, immagini di incontri e di esperienze vissute. Se non mancano i consueti spunti polemici di tipo politico e anticlericale (ad esempio la condanna delle superstizioni e della degenerazione del culto dei santi), prevalgono tuttavia i toni di un bozzettismo scorrevole e arioso, facilmente godibile nella scioltezza di rappresentazione delle cose viste.
A ulteriore smentita di ogni immagine intemperante, lo stesso G. ricordava di aver vissuto, dopo il matrimonio, nel 1874, con Maria Nigrisoli (dalla quale ebbe tre figli: Angiolina, morta a quattro anni; Guido, futuro medico e cattedratico; e Lina), una "vita studiosa tra la biblioteca e la casa, badando all'educazione dei figli" e distraendosi "con lunghe gite in bicicletta, lavoretti di fotografia e cure di una sua villa a Gaibola".
Pubblicando, nel 1879, l'ampia monografia La vita e le opere di Giulio Cesare Croce,per la prima volta il G. ricostruiva con ricchezza di documentazione la personalità umana e culturale del cantastorie bolognese, sottolineandone, da un lato, i rapporti con l'ambiente sociale, e distinguendo, dall'altro, un tipo di poesia popolare-cittadina che sta fra la letteratura colta e la tradizione orale, con particolare attenzione alla ricerca delle fonti e alla risonanza presso i destinatari.
Alla passione per la fotografia e per la bicicletta si era intanto venuto affiancando l'interesse per la cucina: dalla conferenza all'Esposizione di Torino del 1883, su La tavola e la cucina nei secoli XIV e XV, all'edizione del Frammento di un libro di cucina del secolo XIV . Sul finire della vita il G. lavorava a una raccolta di ricette sulla cucina povera, che uscì postuma con il titolo L'arte di utilizzare gli avanzi della mensa .
Del 1897 sono le Rime di Argia Sbolenfi, dal nome di un personaggio bolognese trasformato dal G. in una macchietta caricaturale. La sedicente figlia di costui appare come autrice di versi che solo in minima parte toccano motivi poetici tradizionali. Sono, per la maggior parte, componimenti satirico-burleschi, da cui emerge una forte componente misoginica, alla quale fa da controcanto un linguaggio non di rado scurrile, soprattutto là dove il doppio senso sottolinea le smanie e le frustrazioni sessuali della protagonista-poetessa. Insieme con le sgrammaticature (oltre a non essere attraente, Argia è anche ignorante, soprattutto all'inizio), non manca la ricerca di soluzioni sperimentali (da un componimento in spagnolo maccheronico a un tipo di sonetto, definito sbolenfio, che consiste soprattutto nell'impiego di parole e rime sdrucciole).
Con un nuovo pseudonimo il G. sottoscrisse l'ultimo lavoro cui pose mano, le Ciacole di Bepi, attribuite a Pio X e pubblicate sul Travaso delle idee di Roma dal 1905 fino alla morte del pontefice; scritte e versificate in dialetto veneto, abbandonano i toni del consueto anticlericalismo per insistere piuttosto sugli aspetti umani di una figura che s'immagina rimpianga la vita di un tempo, sentendosi quasi prigioniera del ruolo cui è costretta.
(Giuseppe Zaccaria)

Guerrini usò una miriade di pseudonimi e inventò molteplici maschere per firmare molte delle sue composizioni. Il più noto è senza dubbio Lorenzo Stecchetti, firmatario di Postuma, Polemica e Nova polemica oltre che delle Rime. Varie le interpretazioni di tale pseudonimo: «probabilmente lo sedusse la cruda straziante disarmonia di quelle sillabe; gli piacque di fare un dispetto agli scrittori di moda, per cui lunga e sudata fatica è trovarsi uno pseudonimo carino piccinino da gala che riempia la bocca di fragrante dolcezza come una caramella alla vaniglia»; «Stecchetti è un nome parlante, allude cioè alla scheletrica magrezza del giovane consunto da tisi»
Un altro eteronimo famoso è lo shakesperiano Mercutio, adottato per alcuni componimenti sparsi sul giornale Il Matto e apparso poi sul frontespizio di Postuma.
Con Marco Balossardi, invece, Guerrini firmò assieme a Corrado Ricci il poema satirico Giobbe, che derideva Mario Rapisardi. Il cognome Balossardi ha la stessa radice del milanese baloss che vuol dire birbante. Altra maschera famosa fu quella di Argia Sbolenfi, una zitella dai desideri erotici spiccati, con la quale compose numerose poesie poi confluite nelle Rime di Argia Sbolenfi.
Bepi, invece, rimanda al veneto Giuseppe Sarto, uscito dal conclave con il nome di papa Pio X: con tale maschera Guerrini fece esprimere in veneto il nuovo papa. Nelle sue intenzioni, «Bepi voleva essere non la caricatura, ma l'interpretazione psicologica di Giuseppe Sarto nella vita segreta di uomo»
Senza dubbio minori sono le maschere di Odino Linguerri, anagramma di Olindo Guerrini, che firmò alcune massime sull'almanacco della birra Dreher e Giovanni Dareni, nella realtà un inserviente zoppo alla Biblioteca Universitaria di Bologna, sotto il nome del quale girarono alcune rime riunite nell'opuscolo Orribile fatto successo presso la Chiesa di Monte Calderaro, distante sette miglia da Bologna.


E passa infaticato
sulle città fastose,
sovra le ville ascose,
sovra il castel merlato,
sul casolar che ride
di sue virtù contento...
Passa solenne e lento
e dove passa, uccide.

Sul suo cammin, segnato
dai morti e dai morenti,
alto le umane genti
mandano un ululato.
L'orror dell'ecatombe
fin la speranza scaccia
e mancano le braccia
per iscavar le tombe...

Del cor premendo i moti,
sbarrando gli occhi tardi
inchiodano i vegliardi
le bare dei nipoti;
col pianto sulle gote
le madri moribonde
piegan le teste bionde
sopra le culle vote.

Dubita l'uom che venga
il mondo all'ore estreme
e guata in alto e teme
che il sole in ciel si spenga,
mentre gli grida il prete:
«Guai nel gran giorno all'empio!
» Portate l'oro al tempio,
» poichè doman morrete!»

Sul sacro limitare
cadono allor gli oranti;
lordan gli agonizzanti
le pietre dell'altare
e pur la turba stolta
che ciecamente adora,
inginocchiata implora
Iddio, che non l'ascolta.


==>SEGUE
mentre di Bromio stanche,
roche per gli ebbri canti,
le lubriche Baccanti
gittan le vesti bianche
e sui compressi fiori
curvan le rosee forme
sotto l'impulso enorme
dei Fauni assalitori.

E allor mi desto sola
sul letto immacolato
coll'urlo disperato
del mio martirio in gola...
Deh, morrei pur gioiosa
se fossi in quel momento
segnata dal cruento
stigma di nuova sposa,

se nella gonfia mole
dell'utero fecondo
balzar sentissi il pondo
della concetta prole,
se, al fin delle mie pene,
lieta chiudessi il ciglio
addormentando un figlio
tra le mammelle piene!

O Dea, Madre, Signora
dei vivi e della vita,
dal mar di Cipro uscita
al bacio dell'aurora,
che il premio a noi concedi
nella tenzon gentile
ed al vigor maschile
il fior del sangue chiedi.

se di perenni rose
t'ornino ancor l'altare
le verginelle ignare
e le coscienti spose,
==>SEGUE
se l'atra onda Letea
il biondo Adon ti renda,
pietà di me ti prenda,
Madre, Signora, Dea!!!!



SCRIVE DONNA ELVIRA

Zerlina mia, la neve
turbina in alto e cade
zitta, noiosa, greve,
sui tetti e sulle strade.

Invan la notte pesa
sulla città che tace;
la coltre bianca è stesa,
ma nulla dorme in pace.

Rugge di fuori il vento
e l'urlo furibondo
si spegne in un lamento
di bimbo moribondo

e uscir dall'ombre senti,
dall'ombre paurose,
il pianto dei viventi
e il pianto delle cose.

Ma dall'orror, dai lutti,
dolce un pensier m'invola
e tra il dolor di tutti
sono felice io sola!

Ah, degli umani affanni,
Zerlina, a me che importa?
Io sento Don Giovanni
che batte alla mia porta!


FANTASIA EGIZIANA

Al Nilo, al Nilo! Nasconderemo
laggiù, mia bella, l'amor deriso,
là sconosciuti noi ci faremo
non una casa ma un paradiso,
sul chiaro margine dell'acque calme
dove si specchiano verdi le palme.

Il chiosco vedi ch'io t'ho fiorito
di cento rose come un giardino!
Dentro ai bracieri d'oro brunito
fuman le lagrime del benzoino
e dal marmoreo balcone aperto
vampe d'amore manda il deserto.

Nera nel cielo color di rosa
che nel tramonto caldo risplende,
come una lupa libidinosa
accoccolata la sfinge attende,
e grave un alito di strani amori
l'acre vivifica nozze dei fiori.

Alle carezze molli del vento
data la lunga cesarie d'oro,
nell'onda tenue del vel d'argento
nudo del bianco seno il tesoro,
sarai mia sempre, mia tutt'intera,
se non ci viene prima il colera.
et gli huomini uedrete
per la terra et pe 'l mare,
sanza le brache andare
chome li fabricò madre natura?

Chome fa la candela
che abruscia sino al fondo,
la chometa di Biela
chosì strugerà el mondo
et uedremo el profondo
mare cum l'onde incese,
quasi un punch inghilese
facto col rhum et l'acquauite pura.

Gratia, bellezza, moda,
amor, letitia, tucto,
da la tremenda choda
arso sarà et destructo:
piouerà dapertucto
solpho bogliente et foco;
haurassi in ogne loco
puzo di mocholaia et di frictura.

Sciolto dal caldo enorme
et reducto in uapori,
questo libro deforme
non haurà più lectori
e tucti gli scrittori,
non escluso el presente,
potranno finalmente
hauer dirieto la litteratura

et lieti del riposo
andranno da qui uia
et soura el prato herboso,
ouero a l'hosteria,
beueran tuctauia,
espectando sereni
lo apparir de i baleni
et el prencipio de la schotatura.

Ohimei, donne tapine,
se uera è la nouella
che siamo gionti al fine
per chason de la stella,
se pronta è la padella,
che ue state tremando
intorno a voi guatando
se l'aria se fa chiara o se fa schura?

==>SEGUE
Ahi no, donne piagenti,
se 'l cielo è anchor sereno,
quest'ultimi momenti
godeteueli almeno
et stringeteui al seno
gli amanti che bramate.
Amate, amate, amate
et fate presto perchè c'è premura!

A l'ultima uentura
parati esser conuene,
perchè la stella uene
per lo creato et per la creatura!





ALTRA SERENATA

Come col capo sotto l'ala bianca
dormon le palombelle innamorate,
così tu adagi la persona stanca
sotto le coltri molli e ricamate.
La testa bionda sul guancial riposa
lieta pe' sogni suoi color di rosa
e tra le larve care al tuo sorriso
una ne passa che ti sfiora il viso.

Passa e ti dice che bruciar le vene,
che sanguinare il cor per te mi sento.
Passa e ti dice che ti voglio bene,
che sei la mia dolcezza e il mio tormento.
Bianca tra un nimbo di capelli biondi
dormi e sorridi ai sogni tuoi giocondi...
Ah, non destarti, o fior del Paradiso,
ch'io vengo in sogno per baciarti il viso.
VIA ÆMILIA
(IN BICICLETTA)

Volavano le rote incontro al vento
senza lasciar la traccia in sul terreno
e dal pian taciturno e sonnolento
tepido a me salìa l'odor del fieno.

Nella profondità del firmamento
cominciavan le stelle a venir meno;
tremava una sottil riga d'argento
su l'orizzonte limpido e sereno,

quando, su da le case ormai destate,
per le finestre aperte, al ciel saliva
il canto delle donne innamorate

e ne l'alba del dì, nella giuliva
serenità de la feconda estate,
bianca davanti a me la via fuggiva.



LE BALLATE DELL'AUTUNNO

I.
Giovani amanti e donne innamorate,
se mi volete bene,
vi sovvenga di me quando pregate.

Quell'albero che resse alla bufera
nella stagion nevosa e nell'asciutta,
l'albero che fiorì di primavera
e che d'agosto maturò le frutta,
or che l'inverno viene
sente cader le foglie assiderate.

Non più nidi sui rami e tra le fronde,
non più trilli d'amor nell'ombra densa.
Or l'avvolge la nebbia e lo nasconde
sotto un sudario di mestizia immensa
e morir gli conviene
senza speranza di veder l'estate!




II.
Oh come tristi son queste giornate
e queste notti piene
di cose morte e non dimenticate!

Quell'albero son io che sotto il raggio
mattutino del sol rinverdì tutto,
che di rime fiorì nel dolce maggio,
che maturò nel caldo agosto il frutto
e nell'ore serene
la speranza ospitò delle nidiate;

ed or che il triste verno s'avvicina,
perdo le foglie della poesia,
sento venir la nebbia e la pruina
ed il freddo agghiacciar l'anima mia...
Oh, piangetemi bene,
giovani amanti e donne innamorate!


I SONETTI

I.
Nel grigio ciel talvolta i miei sonetti
come falchi solinghi alzano il volo;
nell'azzurro talor, semplici e schietti,
tripudian come le colombe a stuolo.

Or si librano in alto ed or costretti
dalla fralezza lor radono il suolo;
ora tuban d'amor sotto i boschetti
ed ora in cimiter piangon di duolo.

E sen vanno così cercando il mondo,
di pensiero in pensier, di lido in lido,
col volo spensierato e vagabondo;

ma quando a sera mugge il vento infido,
quando la notte ingombra il ciel profondo,
ecco, i sonetti miei tornano al nido.




II.
«Ben tornati, o sonetti, al dolce nido
ch'io vi composi del mio core in fondo,
ben tornati all'asil morbido e fido
dove giunger non può voce dal mondo.

Con che amor vi accarezzo e vi sorrido,
figli d'un genitor troppo fecondo!
Con che piena d'affetto io vi confido
le rime tristi od il pensier giocondo!

Rimanete con me, senza sospetti
d'invidia, di malizia o di lacciuolo,
entro il nido natìo sicuri e stretti!

Non lasciatemi più deserto e solo,
restate nel cor mio, cari sonetti...»
E tornato il seren, prendono il volo!


NEL CINQVANTESIMO QVARTO ANNIVERSARIO
DELLA MIA VENVTA AL MONDO
QUESTI DVE SONETTI
A ME STESSO
BENE AVGVRANDO
OFFRO

I.
In alto, in alto, de le bianche stelle
per la divina e scintillante via,
sopra i venti, le nubi e le procelle,
in alto, in alto ascendi, anima mia.

Gitta il carico reo d'ossa e di pelle,
vesta di tradimento e di bugìa,
poichè col latte de le sue mammelle
te la incorrotta Verità nudrìa.

E sali e sali nell'azzurro immenso
dove il sol non ha più forza e governo;
dove nulla è finito e nulla è denso;

e nel salir del tramite superno,
l'immortale vedrai, negato al senso,
splendor della Giustizia e il Vero eterno.

II.
E pur, se l'occhio del pensier non erra
scrutando il corso delle umane sorti,
la Giustizia verrà dal cielo in terra
a giudicar sovrana i vivi e i morti,

dando il grano a colui che lo sotterra,
lasciando il frutto a chi coltiva gli orti,
l'ira cessando e la fraterna guerra
che insanguina la spada in mano ai forti.

O benedetti e lungamente attesi
giorni santi di pace e d'abbondanza,
fremer vicina l'ala vostra intesi!

Lento, ma certo, il regno tuo s'avanza,
Giustizia, o dei traditi e de gli offesi
ultimo sogno ed ultima speranza!!
ALLORA ED ORA

I.
Mi guardavan le donne anticamente
colla faccia guardinga e mal sicura
di chi nel bosco minacciar si sente
dall'insidia del lupo ed ha paura.

Parlavano arrossendo e cautamente,
sorridevan con studio e con misura
e i segreti del corpo e della mente
m'interdicean con pudibonda cura.

Ma il cor delle ritrose io combattei
e ne tenni qualcun come in ostaggio
a testimonio de' trionfi miei;

ed or le donne han sovra me il vantaggio,
poichè di quanto l'ardir mio perdei,
d'altrettanto s'accrebbe il lor coraggio.




II.
Persuase oramai queste signore
che l'uomo alla mia età non comprometta,
mi dicon tutto come al confessore
e mi voglion con loro in bicicletta.

Stanno sole con me, parlan d'amore
e s'allacciano il cinto alla calzetta
senza pensare a mal, senza timore,
poichè la mia virtù non è sospetta;

e nei colloqui lunghi e confidenti
una non ce n'è più che mi nasconda
desideri, bellezze o sentimenti.

Sempre così questa vitaccia immonda!
Quando era scarso il pane avevo i denti,
or che i denti se 'n vanno, il pane abbonda!
IN MEMORIA

I.
+ E. M
Forse meglio così. Non aspettata
la morte il capo giovenil toccava
quando l'età dei sogni era passata
ed il terribil vero incominciava.

La bocca sua che non fu mai baciata
al cortese mentir non si piegava:
e candida, serena, intemerata,
fra le lodi salìa, ma non guardava.

Nulla il cor nascondea, nulla il pensiero,
e la bontà che a bene amar costringe
dal volto trasparìa calmo e sincero;

e pur l'enigma che a cercar ne spinge
oltre la vita ed al di là del vero,
velava i luminosi occhi di Sfinge.



II.
Lottò la giovinezza inorridita,
la giovinezza che morir non vuole,
lottò col fato invano. Era finita!
Nessuno udrà mai più le sue parole.

La finestra per lei s'era fiorita
di giacinti novelli e di vïole,
quando, cogli occhi a cui fuggìa la vita,
entrata in agonia, cercava il sole.

Così, povero fior che piega e manca,
nel silenzio seren d'un giorno cheto,
chinata sul guancial la fronte stanca,

s'addormentò nel sol tepido e lieto
come una bimba nella cuna bianca
e portò nella tomba il suo segreto.

GIOVEDÌ GRASSO

I.
Quando il giorno apparì, livido, lento,
tra la nebbia del ciel rannuvolato,
l'ultimo lume per le vie fu spento
e l'ultimo cancan fu galoppato.

Le mascherine allor, col sonnolento
passo e col volto dalla veglia enfiato,
luride di sudor, gialle di stento,
usciron barcollando e senza fiato.

Pierrot, disfatto che mettea spavento,
mezzo briaco e mezzo addormentato,
il ritratto parea del pentimento

e Colombina intanto a lui da lato,
balbettando dicea: «Bada... mi sento...»
E con la testa al muro ha vomitato.




II.
Sotto i cenci di seta entrava il vento
che le carni mordea freddo, spietato,
e la lordura che cadea dal mento
colava a fiotti dentro il sen slacciato.

Il povero Pierrot tutto sgomento,
tossendo le chiedea: «Che cosa è stato?»
e guardava sorpreso il pavimento
dalla compagna sua contaminato.

Poi quando quell'orror fu terminato,
la mascherina si frugò un momento
in sen col fazzoletto ricamato:

indi, ripreso un poco il sentimento,
ruppe in un riso stridulo, ammalato
e sparì urlando: «Ah, che divertimento!»
SOLE D'INVERNO
(IN BICICLETTA)

I.
Nel pallido meriggio alle romite
vie che corsi ed amai son ritornato
ed ho visto fiorir le margherite
bianche tra le tenaci erbe del prato.

Un cinguettar di passere stordite
nel tepor luminoso e profumato,
come un canto di nozze acconsentite
pel deserto sentier m'ha seguitato

e le ruote leggere hanno volato
sotto l'impulso mio, quasi rapite
meco nel sogno dell'april rinato.

Oh, col bacio del sol morbido e mite,
quanti dolci pensier m'han visitato,
quante rose nel cor mi son fiorite!



II.
E con le rose ho fatto una ghirlanda
per la sepolta giovinezza mia,
la giovinezza cara e memoranda
ch'era saggezza e mi parea follìa.

La riveggo nel sogno e mi domanda
un buon ricordo, una parola pia,
povera morta che si raccomanda
nel nome santo della poesia!

Corro così la solitaria landa
e m'accompagna sol la fantasia
che sospinge le ruote e le comanda

e vivo e volo! Ah, benedetta sia
quest'ora lieta che il destin mi manda,
questo raggio d'amor che il sol m'invia!
PEDALANDO

Tutte le case han le finestre aperte
e i primi nidi cantan già sui tetti.
Le campagne di fior sono coperte,
l'aria odora di donna e di mughetti
ed io rimo per te queste parole
in bicicletta, respirando il sole.

Chi d'Arcadia parlò? L'Arcadia è questa!
Ecco le bianche agnelle ed i pastori,
ecco la terra e l'uomo in una festa
di profumi, di canti e di colori,
ecco la maestà dell'infinito,
la poesia, la gioia e l'appetito!






DI NUOVO IN BICICLETTA

Nel roseo lume della prima aurora,
nella vermiglia pace dei tramonti,
o nel meriggio che avvampando indora
la messe al piano e la vendemmia ai monti,

lungo la siepe che di salvie odora,
lungo i verdi sentier, le fresche fonti,
dove il guardo è intercluso e dove esplora
meravigliosi e liberi orizzonti,

presso il giardin ridente o il campo arato,
entro le selve susurranti al vento,
tra il canto degli uccelli e i fior del prato,

sovra il ferreo corsier passo contento
come a novella gioventù rinato
e sano e buono e libero mi sento.
CANTA MADONNA E SI DISPERA

Si levan sospinti dal vento
i bianchi vapori dei monti;
nel cielo di piombo le nubi d'argento
cacciate, travolte, nascondono il sol.

Recendo la mota dei letti
traboccan le torbide fonti;
la piova scrosciando rovina dai tetti
e un largo pantano contamina il suol.

Languisce la terra sopita
nel soffio del freddo aquilone;
ai rami gelati non torna la vita,
le gemme aspettanti non s'aprono ancor.

O fosche giornate d'orrore,
dov'è la novella stagione?
Dov'è primavera fragrante d'amore
che scalda e feconda le nozze dei fior?

Deh, riedi e coi giorni più miti,
o maggio, conduci il sereno!
I canti dei nidi sui peschi fioriti,
l'odor delle rose risveglia con te.

Infondi coi baci del sole
la vita nel freddo terreno,
fiorisci le zolle di fresche vïole,
ravviva i ligustri degli alberi al piè.

O maggio, e doman tornerai
dai fior salutato e dal canto;
a tutti domani la gioia darai,
io sola piangendo tornar ti vedrò.

Io sola son morta all'affetto,
io sola mi struggo nel pianto;
letizia di vita non sento nel petto,
germoglio d'amore nel sangue non ho.

Il verno da me più non toglie
l'orror delle bianche pruine;
al sole di maggio il gel non si scioglie,
il gelo di morte che il cor mi coprì.

Il primo capello canuto
quest'oggi mi svelsi dal crine...
Ah, giovane tempo, sì presto caduto,
con te la speranza quest'oggi morì!
?

Dal ciel smorto,
dal piano freddo e grigio
l'aria è fuggita
e della vita
non ride più vestigio.
Tutto è morto!

Ma improvviso
il ciel rifulge d'oro,
gigli e colombe
copron le tombe
e germinan l'alloro
e il sorriso;

tutto è in fiore
nel piano sterminato
e tra le foglie
la Donna coglie
il fiore insanguinato
detto Amore!




VITA

Sale una bianca teoria di vergini
ai poggi verdi e ne inghirlanda il culmine;
nell'aria chiara vola il canto e palpita
come un'ala di rondine.

Scende dai poggi e, sotto ai densi pampini
delle vitalbe, la sorgente mormora,
carezza l'erbe, ride al piè dei salici
e bacia i giunchi tremuli.

Ed ecco i veli del tramonto scendono
dal cielo grigio sulla terra livida
e l'orizzonte nei vapor del vespero
fuma, rosseggia, sanguina.

Ed ecco il canto delle vinte vergini
piange sui poggi come un coro funebre;
geme nell'ombra il fonte e l'acque gocciano
come stille di lagrime.

» Pace agli umili aspettanti
» il giudizio che promisi;
» pace all'anime penanti
» degli oppressi e dei derisi.
» Per l'abbietto è la mia gloria,
» pel caduto il mio perdono.
» Tutti a me venite! Io sono
» la giustizia e la vittoria!»

Così disse. Affettuosa
discendea sui cor la voce,
quando un'ombra mostruosa
si levò dietro la croce
e in quell'ombra un ceffo immondo
con la bocca spalancata
fuoco e tabe attossicata
vomitò sul triste mondo.

Indi l'acqua inverminita
brulicò di biscie attorte;
sulla terra inaridita
stette l'ombra della morte;
arse il ciel di vampe immense
e levossi un ululato
furibondo, disperato,
che in un rantolo si spense,

ed il mostro audacemente
affermò: «Sono il Nemico!
» Io soltanto, umana gente,
» ti governo e t'affatico.
» Son la peste, son la guerra,
» sono il fulmine improvviso...
» Regna Iddio nel paradiso
» ed io regno in questa terra!»
_________________
PER SEMPRE

Il mostro s'allungava
come un serpe schifoso,
e viscido di bava,
gonfio, gelatinoso,
aprìa larghi ed attenti
gli occhi fosforescenti,

trascinandosi lento
sulla ventraia oscena
col pigro movimento
ed il senso di pena
del rospo impegolato
nel motriglio gelato.

Poi con la cauta insidia
del polipo che caccia,
simulando l'accidia
cerchiava con le braccia
cupidamente aperte
l'umana preda inerte,

la preda rassegnata
che di levar non osa
la mano incatenata,
la vittima crucciosa
che il suo destino accetta
ed il martirio aspetta.

Ah, guai per chi seguendo
l'error del vizio abbietto,
vedrà del mostro orrendo
lo scellerato aspetto!
Guai! Nelle sue ritorte
starà fino alla morte.

Oblio, riposo e pace
invocherà, ma invano:
la stretta è più tenace
d'ogni contrasto umano
ed aspettar soccorso
non val contro il Rimorso!


Perchè coi motti dell'ingegno arguto
non torni a rider più meco in disparte?
Perchè non sei venuto
almeno a dirmi addio, come chi parte?

Ahi, quell'addio che dar tu mi dovevi
io lo dissi alla tua memoria cara,
ma tu non l'intendevi,
povero fascio d'ossa entro la bara,

povero fascio d'ossa tribolate
che recammo ier notte alla Certosa,
per le vie desolate,
sotto la pioggia fitta e freddolosa!

DISSE...

Cadde squarciato il velo
dagli occhi del Veggente!
Il fantasma giungea col capo al cielo,
guizzava come un serpe il crine ardente,

aprìa le fredde mani,
stringea gli aguzzi artigli
sovra i più sacri degli affetti umani,
sulla vita dei padri e il cor dei figli.

«A lagrime di sangue
» piangete, o figli d'Eva!
» Io son la forza che giammai non langue;
» nulla placar mi può!» – Così diceva –

«E per voler divino,
» finchè sarete al mondo,
» vi muterò in veleno il pane e il vino,
» vi strazierò con l'ugna il cor profondo.

» Non c'è tra voi chi possa
» vincer la forza mia.
» Io vi stritolerò le carni e l'ossa
» dall'utero materno all'agonia.

» No. Per staccar la fiera
» ugna dal vostro core
» non giovan le bestemmie o la preghiera,
» ma bisogna morir. Sono il Dolore!»
» Non più campagne arate,
» non più selve sui monti,
» non più riso d'aurore e di tramonti,
» non più bocche baciate!

» Umanità superba,
» che le saette hai dome,
» domani morirai, strappata come
» una festuca d'erba

» e sul detrito e sulla
» maestà dell'oblio,
» solo idea non bugiarda e solo Iddio
» starà per sempre il Nulla».

Sovra la terra e l'acque
passò ruggendo il vento,
s'alzò un urlo d'angoscia e di spavento
e l'Angelo si tacque.
_______________

L'IDILLIO DI ORLANDO

Che non può far d'un cor ch'abbia soggetto
Questo crudele e traditore amore,
Perchè ad Orlando può levar dal petto
La tanta fè che debbe al suo Signore!
ARIOSTO, Orl. Fur., c. IX, I.
Apparia tremolando all'orizzonte
la tenue luce della nuova aurora
e la vaghezza delle rosee impronte
crescea più viva coll'andar dell'ora,
quando, sul fido Brigliadoro il Conte
uscì pensoso di Baldacco fuora
e d'ignoti sentier sull'erba molle
lentamente discese il verde colle.

Come giovine sposa, allor che il sole
fra le cortine del balcon s'affaccia,
lascia lenta le coltri e volger suole
al conscio letto con desìo la faccia,
ma, rivestita poi, non più si duole
rimemorando i baci e il sonno scaccia,
indi lieta intrecciando il crin disciolto
canta allo specchio e amor le ride in volto,

==>SEGUE

NOX

Dell'alta notte la negra magia
m'empie il cervello, mi filtra nel core;
un soffio passa sull'anima mia,
un freddo soffio che m'empie d'orrore.

Sente di fuori, l'orecchio che spia,
strani bisbigli che metton terrore,
ma nelle case la vita s'oblia
come annegata in un denso stupore.

Solo nel buio, laggiù, della via,
dietro una tenda, l'immobil candore
un lume fioco da lungi m'invia.

Rischiara forse quel tardo bagliore
lo spasimar d'un'atroce agonia
od il gioir d'una notte d'amore?



NEL MILLE

Al suo balcone s'affaccia beata
la dama, tratta dal maggio fiorente.
Il sol carezza la treccia dorata,
la rosea gota ed il labbro ridente.

Il giovin paggio da lunge la guata
e tutto caldo d'amore si sente,
nè gli par cosa terrena e creata,
ma ben di cielo angioletta vivente.

Correr vorrebbe a battaglie cruente,
soffrir pugnando una morte spietata
sol per averne uno sguardo clemente;

e pur la dama dagli occhi di fata,
e pur la bianca angioletta piacente
dal dì che nacque non s'è più lavata!
IRIS FLORENTINA LINN

Fior dell'incanto,
fior di giaggiolo
azzurro e santo
del ciel figliuolo,

che come un manto
ricopri il suolo
al primo canto
dell'usignolo,

per me soltanto
parli di duolo
fior dell'incanto

e muori solo
sul cor che ha pianto,
fior di giaggiolo!

LAVDA NOUISSIMA
DE LA STELLA CHOMETA

A l'ultima uentura
parati esser conuene,
perchè la stella uene
per lo creato et per la creatura!

Ohimei, chome faremo,
donne piagenti et belle,
quando chader uedremo
la luna, el sol, le stelle
et l'altre baghatelle
che uan pel cielo a uolo?
Deh, che a pensarlo solo,
sento el core tremar da la paura!

Ohimei, tapine donne,
che balli danzarete
quando sotto le ghonne
arder ue sentirete
==>SEGUE
STUDENTESSE

I.
Eccole curve, povere figliole,
sulle pagine gravi e faticose
a contender coi testi e con le chiose,
a far l'anatomia delle parole.

Eccole curve nelle chiuse scuole
a domar pertinaci e coraggiose
nel silenzio di lunghe ore penose
l'anima che rifiuta, il cor che duole.

Ed eccole intristir, stanche, nervose,
sui saggi enigmi e sulle dotte fole
dei versi antichi e delle antiche prose!

Questa matrigna civiltà, che suole
chiamarsi buona ed è crudel, le pose
a combatter così, deboli e sole!




II.
E fuori, e fuori, ah come ride il sole
sulle pianure verdi e luminose,
baciando i fior dell'ultime vïole,
aprendo i bocci delle prime rose!

Come cantano al sol le boscaiole
e cantano con lor le selve ombrose!
Ecco Amor che trionfa e che rivuole
l'inno dei fidanzati e delle spose.

Amore, Amor, che a senno suo dispose
dell'universo la feconda mole,
anima dei viventi e delle cose!

E voi qui senza nozze e senza prole,
come la nuova civiltà v'impose,
studiate il greco, povere figliole!!
ROMANZE

I.
(Sentimentale)
Quando sento il suo passo per la via,
palpito e volo alla finestra mia.
Lo guardo di nascosto e non mi vede,
non alza gli occhi e indifferente va.
Gli ho dato la mia vita e la mia fede,
gli voglio tanto bene e non lo sa!

E se dinanzi a lui tremando passo,
impallidir mi sento e gli occhi abbasso.
Ch'io soffro per amor forse indovina
e del martirio mio sente pietà.
Lo porto fitto in cor come una spina;
è lui che mi tormenta e non lo sa!

E forse ora mi guarda ed è qui accanto
e pensa che un mistero è nel mio canto.
Sente la voce dal dolor turbata,
intende che un segreto in cor mi sta,
e, mentre chiede chi m'ha innamorata,
io canto per lui solo e non lo sa!



II.
(Drammatica)
Non ti ricordi quel che dicevi
quando una volta mi stavi ai piedi?
Tante lusinghe sul labbro avevi,
pregavi tanto che il cor ti diedi;
ma il cor l'hai preso per farlo a brani
e il sangue gronda dalle tue mani.

Non ti ricordi come ho pregato
a mani giunte, supplice anch'io?
Ma tu, che avevi dimenticato,
hai riso e ridi del pianto mio.
M'hai preso il core, l'hai fatto a brani
e il sangue gronda dalle tue mani.

Stammi lontano! Guai se mi tocchi!
A te che importa del mio destino?
Non mi guardare! T'arde negli occhi
la bieca fiamma dell'assassino.
M'hai preso il core, l'hai fatto a brani
e gronda il sangue dalle tue mani.
IN BICICLETTA ANCORA

I.
All'impulso del piè veloci e pronte
consentono le rote e m'incammino
mentre un lume rosato all'orizzonte
annuncia il sole ad apparir vicino.

L'ultima stella tramontò sul monte,
i primi bocci aperse il biancospino,
tepido il vento mi baciò la fronte,
canta vigile il gallo. Ecco il mattino!

E su dagli orti ancor mal desti e soli,
nella nebbia sottil che si disperde,
olezzano i mughetti ed i giaggioli.

Fugge la strada e il mio pensier si perde
nell'estasi del sogno e par che voli
fra il ciel turchino e la campagna verde.





II.
Giunto quasi al meriggio il sole indora
l'immenso piano e la deserta via
da cui torno canuto alla natìa
terra dove bambino ebbi dimora.

Di qui mi tolsi giubilando ed ora
vengo della tristezza in compagnia...
O case bianche della terra mia,
case de' miei, mi conoscete ancora?

Ma chi mi chiama? Il camposanto inchina
su me la vetta de' cipressi suoi
e parla basso al cor che l'indovina.

No, morti! Or lungi è la mia casa e poi
non è sepolta qui la mia bambina,
poveri morti, e non verrò tra voi!
III.

ADJECTA

parte II
OLINDO GUERRINI
PARABOLA

Doctrinam oris audite filii!
ECCL. XXXIII. 7.
Era pazzo? Digiuno e mal coperto,
sognando un Dio d'amor, fuggì la gente
e solo e ritto in faccia al sol rovente,
inascoltato predicò al deserto.

Ma dalla sua caverna uscì all'aperto
il feroce leon che l'innocente
squartò con l'ugna e maciullò col dente
così che ai corvi non restò un lacerto.

Ma il Dio che predicò ben lo soccorse
se, finalmente consolata, l'alma
dormì nel seno dell'eterno Forse.

Che se nel nulla ritornò la salma,
però la rena dove il sangue corse
fu fecondata e generò la palma.




AMORE

Non senti tu rabbrividir le cime
verdi de' pioppi ne 'l meriggio ardente
e un alito passar quasi rovente
su gli arsi campi e tra le messi opime?

Senti ne l'aria immobil che ci opprime,
senti tu ne 'l silenzio un dio presente,
un mister che ci vede e che ci sente,
qualche cosa d'ignoto e di sublime?

È amor che vibra ne le cose, e desta
del sol fecondo il vivido calore,
che alle nozze notturne i fiori appresta.

È amore in cui s'acqueta ogni desìo,
che prorompe da tutto... Amore, amore,
vita de 'l mondo ed anima di Dio.

ET IN TERRA PAX!

I.
Bianca vigilia del Santo Natale
hai tu per tutti la pace e il ristoro?
Cantan l'osanna per ogni mortale
le note allegre dell'inno sonoro?

Se i nidi ai nati non scaldano l'ale,
non c'è la fame che strilla per loro
e sulle soglie fastose del male
mancan pezzenti che piangano in coro?

Mancano ciuchi che credon lavoro
esporre al riso l'aspetto regale
della Giustizia nell'ozio invernale?

E dalle mense, dai calici d'oro,
dalle fragranze d'anguilla e d'alloro
non senti l'odio che sale, che sale?...




II.
Ah no! Tu rechi, col fumo che sale,
ghiotte fragranze d'anguilla e d'alloro
e larghi lampi di porpora e d'oro
sprazzan dai vetri nel buio invernale.

Stende la neve il suo manto regale
sulla città dove posa il lavoro,
e intorno al fuoco, stringendosi a coro,
cantano i bimbi che ignorano il male.

Ridon le madri cantando con loro
e in alto, in alto, dirizzano l'ale
le note allegre dell'inno sonoro.

Oh, benedetta, se ad ogni mortale
rechi la gioia, la pace, il ristoro,
bianca vigilia del Santo Natale.


NATALE IN CITTÀ

Dentro, nell'aria sana ed olezzante,
nel caldo allegro delle nostre sale,
simbolo d'innocenza e di morale
torna il ricordo del Divino Infante.

Abbiam sul labbro le parole sante,
abbiam nel cor la pace e l'ideale,
suonano gli inni al mistico Natale,
fuman le mense, brilla il vin spumante.

Fuori, sibila il vento e per la via
erran, fantasmi lividi e distrutti,
la miseria, la fame e l'agonia.

Guardan con gli occhi lucidi ed asciutti
lo splendor dei balconi e l'allegria,
chiedendo se Gesù nacque per tutti.




NEVICA!

Nel mio tempo miglior che fu sì breve,
quando la gioventù m'ardea ne' polsi,
spesso ignuda la fronte al ciel rivolsi
bevendo il freddo come vin si beve,

e quando vidi turbinar la neve
nell'inverno crudel, non me ne dolsi,
anzi sul ghiaccio e sulla neve colsi
spesso la rima che l'idea riceve.

Ma tutto in me cangiò cogli anni ed ora
quando nel ferreo ciel sibila il vento,
fuggon non che l'idea le rime ancora

e la neve che amai mi fa spavento,
poichè fiamma d'amor non mi ristora
e il freddo della morte in cor mi sento.

ROMANZA

I.
La quercia poderosa
che con le chiome dense
e con le braccia immense
copria la valle ombrosa,

che al verno, agli aquiloni,
come un leon ruggiva
e al maggio si copriva
di nidi e di canzoni,

la quercia fulminata
giace distesa al suolo
e l'ultimo usignolo
ha pianto e l'ha lasciata.





II.
Anch'io sento cadute
ormai dal ramo verde
le foglie e il tronco perde
la forza e la salute.

Anch'io, se ascolto il core,
sento che m'è sfuggita
la gioia della vita,
la fiamma dell'amore.

Tramonta e si scolora
fin della speme il raggio...
Ah, chiaro sol di maggio,
potrò vederti ancora?


FINIS ASINI...

I.
Guardate l'asino! magro, slombato,
tutto pillacchere, loia e marame,
trascina il carico spropositato
fin che gli durano le forze grame.

Sovra il suo misero dorso piagato
le mosche ronzano come uno sciame,
povero scheletro di tribolato
cui soli restano l'ossa e il corame!

Fino che all'ultimo vinto, spossato,
coperto d'ulceri, morto di fame,
cade sul lastrico recendo il fiato.

Tutti allor fuggono dal suo carcame,
ma l'uom di spirito che l'ha ammazzato,
sorride e mormora: «Quanto salame!»




II.
E come l'asino trascino anch'io
la soma, povera bestia sfinita,
su l'erta ripida, giù dal pendìo,
male al discendere, peggio in salita.

L'ore che passano, con un ronzìo
d'insetti, frugano la mia ferita;
il cor che sanguina non ha un desìo,
l'ingegno e l'anima non han più vita;

ed or che il ridere passato espìo
e il mondo a vivere più non m'invita,
io cado e rantolo nel pianto mio.

Amici, ah, l'ultima prova è compita!
Amici, datemi l'estremo addio!
Questa terribile farsa è finita!


ORA TRISTE

Quando tra la sottil nebbia serale
vo con la folla anch'io
ed i monelli vendono il giornale
urlando il nome mio,

mi sento dir vicino a voce bassa:
« – Guarda: Stecchetti è quello! – »
ed un occhio mi scruta e mi trapassa,
freddo come un coltello.

Anch'io mi volgo allora e leggo aperto
nel cor di chi mi guarda;
indovino il pensier chiuso e coperto
dalla faccia bugiarda.

E di dentro il dolor piange, ma fuori
sorridon gli occhi asciutti;
sanguina una ferita in tutti i cuori,
ma la nascondon tutti.

Ah no, fratelli miei, non c'è ferita
che si possa coprire!
Il destino è così, questa è la vita;
soffrire e poi soffrire!

Anche le spalle mie portan la croce,
le spalle, ahi, non più forti!
E dico spesse volte a bassa voce:
« – Come stan bene i morti! – ».

Son trascinato anch'io dalla mia sorte
col guinzaglio al collare.
Cammino come voi verso la morte...
Lasciatemi passare!


TESTAMENTO

Quando morrò, lungo la terra mossa
non piantate il cipresso e la mortella;
io la mia tomba non la voglio bella,
ma giovevole altrui più che si possa.

A che servono i fior sopra la fossa
se l'alito d'april non rinnovella
le membra, il cor, la vita e le cervella,
vestito un giorno ed anima dell'ossa?

Piantateci una vite! Il suo giocondo,
il suo celeste grappolo spremuto,
diverrà vino ghiotto e rubicondo,

e così, benchè morto, il mio tributo
ai vivi pagherò, rendendo al mondo
qualche goccia del vin che gli ho bevuto.




NOVEMBRE ANCORA

Addio sorrisi dell'albe rosate,
addio tramonti che d'oro parete!
Novembre porta le tristi giornate
e delle nebbie la bigia quïete!

Gli uccelli migran in file serrate
cercando a volo contrade più liete,
ma noi restiamo, calcando immutate,
sul fango vecchio, le vie consuete.

Restiamo e sempre le stesse infinite
noie e le stesse speranze remote
c'infliggeranno le stesse ferite,

finchè abbassando le teste canute,
chinando al suolo le pallide gote,
qui marcirem come foglie cadute.
IL MIO CUORE

I.
Il mio cuore è uno scrigno di velluto
che con sette sigilli è sigillato.
Molti voller saperne il contenuto,
ma nessuno finor l'ha indovinato.

Lungamente il segreto ho mantenuto
e il labbro come il cor tenni serrato,
ma più a lungo tacer non ho potuto
ed i sette sigilli ho lacerato.

Sappiate dunque che nel cor segreto
chiudo i ricordi del tempo remoto,
i fiori secchi dell'april mio lieto,

fra cui quest'oggi, e già ne son pentito
scendo a frugar con l'animo devoto
per cavarne un sonetto impallidito.




II.
Un povero sonetto impallidito,
fior dell'anima mia morto e seccato,
che tra le foglie sue reca smarrito
come un lontano odor del mio passato,

come un ricordo vago e scolorito,
un'eco lieve del tempo beato,
un rimpianto profondo ed infinito
di tutto quel che in giovinezza ho amato.

Ed ecco che il sonetto esce discreto
da la prigion dove dormiva ignoto
e rivede tremando il mondo lieto.

Va dunque, o mesto fior da me cresciuto,
porta a chi m'ama del mio core il voto,
ed a chi m'odia porta il mio saluto.

REQUIE

In mezzo al mar verdeggia, o l'ho sognato,
fiorita sempre un'isoletta breve
che non vide giammai fiocco di neve,
nè saetta cader dal ciel turbato.

Ivi una casa bianca in mezzo al prato
dalle finestre aperte il sol riceve,
le fontane son fresche, il vento lieve,
il silenzio profondo, il suol beato.

Nella pace dei libri e nella forte
serenità che perdonando oblìa,
ivi riposan l'anime risorte

e se tanto sperar non è follìa,
al di là della vita e della morte
ivi riposerà l'anima mia.