CULTURA
COLLABORA
GRANDI POETI
NEWS
Giosuè Carducci - JUVENILIA
















































Juvenilia



L'opera raccoglie anche le Rime di San Miniato oltre alle poesie composte tra il 1850 e il 1861 e consta in tutto di cento poesie (esclusa la Licenza) articolantisi in sei libri. Il Titolo deriva dal verso 339 tratto dal II libro dei Tristia di Ovidio: "Ad leve rursus opus iuvenilia carmina, veni". Con quest'opera il Carducci comincia la sua milizia come scudiero dei classici a dire il vero l'opera vive spesso di reminiscenze e loci litterari classici e desunti dai neoclassici. L'apparato tematico si snoda a partire da un I libro, costituito da sonetti in cui la nota melica predomina costituita dai sentimenti e affetti più reconditi e dall'amore e dalla nostalgia, il II intessuto di mitologia che si riverbera anche nel IV, il III ha una sfumatura civile e da spazio alle figure esenplari dell'Italia, nel V dispute di carattere letterario, nell'ultimo la tematica politica predomina tra polemica e amore verso la patria eletta. L'amore appare caratterizzato da molteplici echi da quelli stilnovistici a le rimenbranze leopardiane (come il sonetto X del primo libro) e trova posto anche l'amato Orazio, presenza costante nell'opera del leone maremmano e riferimenti al Foscolo e all'Alfieri. È viva la polemica contro il romanticismo ed il vino è opposto alla scellerata astemica romantica famiglia e di conseguenza la satira non risparmia i suoi avversari romantici o pedanti che siano, esempio ne sono Alla Musa odiernissima, Ai poeti, Pietro Fanfani e le postille, A Bambolone e Messerino. L'anticlericalismo che è presente nel Al Beato Giovanni della pace, in cui ritornano improvvisamente di moda le reliquie, ma a suo parere il potere temporale è uno dei responsabili anche della ritardata unità (Modena e Bologna, Per le stragi di Perugia). Il tema politico investe in pieno l'ultimo libro della raccolta e si divide tra l'esaltazione della figure che hanno permesso l'unità Vittorio Emanuele II e Garibaldi, rispettivamente in: A Vittorio Emanuele e Sicilia e rivoluzione, e gli episodi eroici che portarono alla stessa unità ricordati in liriche quali Montebello, Palestro, Magenta.




Pagina a cura di Nino Fiorillo == e-mail:dlfmessina@dlf.it == Associazione DLF - Messina
LIBRO III

XXXVI

Passa la nave mia, sola, tra il pianto
De gli alcion, per l'acqua procellosa:
E la involge e la batte, e mai non posa
De l'onde il tuon, de i folgori lo schianto.

Volgono al lido, ormai perduto, in tanto
Le memorie la faccia lacrimosa,
E vinte le speranze in faticosa
Vista s'abbatton sovra il remo infranto.

Ma dritto su la poppa il genio mio
Guarda il cielo ed il mare, e canta forte
De' venti e de le antenne al cigolio:

– Voghiam, voghiamo, o disperate scorte,
Al nubiloso porto de l'oblio,
A la scogliera bianca de la morte.
XXXVII
Che ti giovò su le fallaci carte
Sfiorar gli anni tuoi novi ed il natio
Vigore in su la cóte aspra de l'arte,
O troppo a questa amico e a te non pio?

Or qui te da la luce alma diparte
Dura quiete e sempiterno oblio:
O speranze d'onore al vento sparte!
O brama di saper che ti tradio!

Pèra chi al vero inesorato e a' danni
Del vero addisse quella età migliore
Che più pronta risponde a' belli inganni!

Ch'ora non piangerei spento il fulgore
Gaio del tuo sembiante e i candidi anni
E de la cara vita il caro fiore.

XXXVIII
A F. T.
Due voglie, anzi due furie, entro il cor mio
Seggon, Felice, e a me di me l'impero
E contendono e strappano: desio
Che di bellezza nacque, e vie più altero

Di egregie cose amor. L'una con rio
Fuoco depreda il vinto petto: intero
Seco traggemi l'altra in parte ov'io
Fantasmi evoco e pur gràvami il vero.

Tale, schiavo di me, me ogn'or d'inganno
Nudro volente; e 'l venen suo m'instilla
La cura che diversa entro mi strugge:

E corre intanto il ventunesim'anno,
E il solitario spirito sfavilla,
Ed ombra lenta i dì sterili adugge.

XXXIX

Poi che mal questa sonnacchiosa etade
Di forti esempi a' vivi suoi provvede,
Posa, o spirito mio; né acquistin fede
Mie fiacche rime a la comun viltade.

Lunge, canti d'amore: altro richiede
Quel novo ardor che tutto entro m'invade:
Io voglio tra rumor d'ire e di spade
Atroci alme rapir d'Alceo co 'l piede.

Risorgerem poeti allor che sia
Scosso il torpore senza fine amaro,
E la patria virtù musa ne fia.

Tremante un re le attee scene miraro
Ne' carmi ancor, ma tinse Eschilo pria
Ne' Medi fuggitivi il greco acciaro.

XL
GIUSEPPE PARINI
Non io pe 'l verso onde sentia lo stuolo
De l'ignavi potenti il grave morso,
Né pe 'l canto superbo onde in suo corso
Tornasti la civil musa tu solo,

Non io fo vóti. Altera aquila al polo
Troppo ogni emulo ardire hai tu precorso;
Né da le forze mie spero soccorso,
Picciole forze a così largo volo.

Sol vuo' di te la schiva anima, e il retto
Non domabile ingegno, e l'ira e il forte
Spregio pe' vili, e la parola franca.

E voglio, e posso. Tu mi reggi e affranca:
Ché tu sai ben ch'io pe 'l tuo fiero petto
Aspro vivere eleggo e oscura morte.
XLI
PIETRO METASTASIO
No, non morranno, in fin che tempra umana
Non sia dal vizio o da barbarie doma,
Il tuo nobile Cato e la sovrana
Virtù del prigionier consol di Roma.

Io ben tutti gli allori a la tua chioma,
O degna d'altri giorni alma romana,
Dar voglio e al canto che soave doma
Tutte ree volontadi e il cor risana.

Scuola è la scena or d'ogni cosa ria,
Dove scherza il delitto e dove ardito
L'adulterio in gentil vista passeggia:

E a questi esempi il gener suo nodrito
Vuole e te mastro di virtude oblia
Il secoletto vil che cristianeggia.

XLII
CARLO GOLDONI
O Terenzio de l'Adria, al cui pennello
Diè Italia serva i vindici colori,
Onde si parve a quanti frutti e fiori
Surga latino ingegno in suol rubello,

Vedi: pur là dove più il retto e 'l bello
Eccitar di sé dee pubblici amori,
Ivi ebra l'arte più di rei furori
Tra sanguinose scede or va in bordello.

Riedi; e i goti ricaccia. A questa putta
Strappa tu il culto oscen, rendi a le sparte
Chiome il tuo lauro che la fe' sí bella.

Ma no; ch'oggi tu biasmo e onor la brutta
Schiera s'avrebbe. Oh per viltà novella
Quanto basso caduta italic'arte!
XLIII
VITTORIO ALFIERI
O de l'italo agon supremo atleta
Misurator, di questa setta imbelle,
Che straniata il sacro allòr ti svelle,
Che vuol la santa bile irrequieta?

E a qual miri sai tu splendida meta
Ed a che fin drizzato abbian le stelle
Questa età che di ciance e di novelle
Per quanto ingozzi e più e più asseta?

– Secol ingrato, o figlio; e a viltà giunge,
Chi ben lo guardi senz'amore od ira,
Ogni passo che move per sua via:

E, dove al mal pensar viltà s'aggiunge,
Ivi non sente cor, mente non mira
Quant'alto salga la grandezza mia.

XLIV
VINCENZO MONTI
Quando fuor de la pronta anima scossa
Dal dio che per le vene a te fluia
T'usciva il canto rapido in sua possa
Come de l'Eridàn l'onda natia,

La sirena immortal, che guarda l'ossa
Di Maro, alzossi per l'equorea via,
E spirò da l'antica urna commossa
Di cetere e d'avene un'armonia.

Al lazio suon pe' i curvi lidi errante
Come tuon rispondea che chiuso romba
Da Ravenna il toscan verso di Dante,

Rispondea di su 'l Po l'epica tromba.
Tacesti; e tacquer le melodi sante,
Tacque di Maro e d'Allighier la tomba.
XLV
ANCORA VINCENZO MONTI
Te non il sacro verso e non la resa
A' primi fonti e a la natia drittura
Itala poesia, vate, assecura
Da la rea pèste ond'è l'Italia offesa.

Mente che il bene e il male austera pesa
E possente co' tempi si misura
Perché negaro a te culto e natura,
O buona a' vari effetti anima accesa?

Ch'or non udrei de' bordellier Catoni
Pronta pur contro te la facil gola,
Pronti e de' cortigian Bruti i polmoni.

Tu moristi in vecchiezza oscura e sola,
O poeta di Gracco e Mascheroni:
Costoro ingrassa la servil parola.

XLVI
GIOVAN BATTISTA NICCOLINI
Tempo verrà che questa madre antica
A gli esempli che fûr levi la fronte
E nostre terre per virtù già conte
Tenga una gente di virtude amica.

Or tra' due mari e da Pachino al monte
Sola un'oblivione i petti implìca,
Né questo molle cielo alma nodrica
Che a' suoi padri o con sé mai si raffronte.

Che te laudassim noi, plebi assonnate
Tra un fiottar lento d'incresciosi carmi,
A te saria vergogna ed a noi danno.

O beati i nepoti! in mezzo a l'armi
Te di giorni miglior ben degno vate
Con Dante e con Vittorio invocheranno.
XLVII
AD ANTONIO GUSSALLI
RACCOGLITORE DEGLI SCRITTI DI PIETRO GIORDANI
       Qual tra le ingiurie di Fortuna e i danni
Il dì traesse di conforto nudi,
Pur preparando ne' solinghi studi
Questa Italia novella a liberi anni,
       Quel grande cui tremar preti e tiranni
E d'ogni servitù gli eterni drudi
Quand'ei gli ozi turbò de' tristi ludi
Cui diritto è forza e son ragion gl'inganni,
       Narrasti, ospite egregio; e i degni accenti
Che pietà di suo zel dritto infiammava,
Più vivi spirti a l'amor santo dierci.
       Oh degno ei ben che de le fiacche menti
L'oblio lui segua e de la turba prava
E il feroce oltre al rogo odio de' cherci!

XLVIII
A TERENZIO MAMIANI
Come basti virtù, perché suprema
Ira e furor d'ingegni e pellegrino
Regno più in fondo il nome italo prema,
A contrastare il fato in cor latino,

Ben mostri or tu: che, mentre ignuda e scema
D'ogni loda e bel pregio a reo cammino
Torce la gente, in su l'etade estrema
Sofo e vate d'Italia e cittadino

Vero pur sorgi, come al secol bello
Quando al valor natio spazio era dato
D'addimostrarsi in generosi esempi.

O d'antica virtù gentile ostello
Petto latin, pur come suoli, al fato
Dura, e di te nostro difetto adempi.
XLIX
IN SANTA CROCE
O grandi, o nati a le stagion felici
Di questa Italia ch'or suo verno mira,
A cui tanto spiraro i cieli amici
Che in voi fûr pari amor potenza ed ira;

In servitù che pur giova e s'ammira
Cresciuto a' giorni di valor nemici,
In van de gli anni miei contro la dira
Oblivion chieggo da voi gli auspìci.

Al gener vostro ozio è la vita, scherno
Ogni virtude: in questi avelli or vive,
Qui solo, e in van, la patria nostra antiqua:

A i quali io siedo e fremo a le mal vive
Genti imprecando, de l'etade obliqua
Dispregiator, ch'altro non posso, eterno.

L
A UN CAVALLO
Viva, o prode corsiero! A te la palma,
A te del circo il plaudir fremente!
L'uom che te bruta disse ignobil salma,
Per te lo giuro, a sé adulando ei mènte.

Da quel corpo tuo bello oh come l'alma
Splendeva a i premi ed a le mete ardente!
Or posi; e guardi in tua leggiadra calma
I vinti angli polledri alteramente.

e vinto avresti quei famosi tanto,
Quei che immortali Automedon giugnea
E sferzava il Pelide in ripa a Csanto.

Deh, ché non ferve a te l'arena elea,
E de l'uguale a' dii Pindaro il canto
Ché non ti segue là su l'onda alfea?

LI
Non vivo io, no. Dura quiete stanca
L'ingegno, e 'l sempre vaneggiar lo irrita
Indarno. Manca ogni ragion di vita,
Se libertade, ahi libertà!, ne manca.

Qui dischiusa dal cor parola franca
È con pavento e con ischerno udita,
E argomento di riso altrui si addita
Uom che per sé del vulgo esce e si affranca.

Or che mi val, se co 'l pensier trascendo
Tra 'l ceto de gli eroi fuor de' neri anni
Te libertà, divina ombra, seguendo?

Vissuto io fossi a sterminar tiranni
Con voi, Roma ed Atene; e non garrendo,
Infermo augel ch'ebbe tarpati i vanni!

LII
PER I FUNERALI D'UN GIOVANE
Se affetto altro mortal per te si cura,
Spirto gentil cui diamo il rito pio,
Pon dal ciel mente a questa vita oscura
Che già ti piacque e al bel nido natio.

Vedi la patria come sua sventura
Di tua candida vita il fato rio
Piangere e 'l fior de gli anni tuoi cui dura
Preme l'ombra di morte e il freddo oblio.

Quindi ne impetra tu, che a te simìle,
Dritta a l'oprar, modesta a la parola,
Cresca la bella gioventù virile,

E senta come a fatti egregi è scola
Anche una tomba cui pietà civile
E largo pianto popolar consola.

LIII
Poi che l'itale sorti e la vergogna
Del rio servizio a quale animo altero
O d'ingegno o di mano il pregio agogna
Interrompono inique ogni sentiero,

Peso è la vita insopportabil fero
A chi virtude e libertà pur sogna.
Ond'io quasi de' vili i premi or chero,
Se non che il genio mio tal mi rampogna:

– Oh, che pensi, che vuoi? spettacol degno
De i numi e di sublimi animi, uom forte
Pugnar più sempre quanto più constretto,

E 'l fato lui d'ogn'ira sua far segno
E lui soffrire ed aspettar la morte
Pur contro il mondo e contro i fati eretto.

LIV
E ch'io, perché lo schernir tuo m'incalza,
Vinto porga la man, turba molesta?
Non io son fiore a cui brev'aura è infesta,
Elce son io che a' venti indura e s'alza.

Mitrata il crine e cinta i fianchi e scalza
Salmeggi itala musa; o, qual rubesta
Menade oscena a suon di corno desta,
Salti ed ululi pur di balza in balza.

Io, dispregiato e sol, de' padri miei
Io l'urne sante abbraccio; e mi conforta
Riparar qui dove posar vorrei.

Manchi a me pur l'ignuda gloria, morta
Giaccia co 'l corpo la memoria, a' rei
Sia scherno il vuoto nome: oh che m'importa?

LV
IN UN ALBO
Spirto gentil, che chiedi? Omai l'altero
Sogno vanio per l'aure, e il mondo tace.
Cadde l'ellena dea; del mio pensiero
Madre, l'ellena dea per sempre giace.

Ahi, le pupille che nel sen d'Omero
Arser di poesia cotanta face,
Che de' dardi cissèi tra 'l nugol fero
Ridean superbe ad Eschilo pugnace!

Ah, da la morte l'ultimo suggello
Ebber l'alme pupille! Altri deliro
Abbraccia il corpo ancor, gelido e bello:

Ne i secoli mutati ombra io m'aggiro,
E i novi templi guardo, e al vuoto ostello
De la ionica dea torno e sospiro.


LVI
A N. F. P.
RISPOSTA
Chi mi rimembra la speranza altera
Che giacque fulminata entro il mio core?
Te ragguardò con mite occhio d'amore
Su 'l nascer tuo Melpomene severa.

Canta; e de gl'inni tuoi l'ala guerriera
A vol segua il risorto italo onore:
Canta; ed infondi a' cor di quel valore
Che gli rapisca a più sublime sfera.

Male co' dì novelli ahi mal s'accorda
Alma che da' sepolcri anche s'ispira,
E a lei risponder la camena è sorda.

Veggo il suo vel fuggente: e a la mia lira
Rompon, amico, omai l'ultima corda
Increscioso dispetto e steril'ira.



LIBRO IV

LVII
LA SELVA PRIMITIVA
Fuggendo
Per la gran selva de la terra il nato
De la donna ululò già co' leoni
A la preda cruenta; indi, con vitto
Ferin la vita propagando, incerti
Videsi intorno i figli; e lui rendente
De la materia a le vicende eterne
L'immane salma, per lo gran deserto
Dilaceraro i lupi. E tu, febea
Lampade solitaria entro l'immenso

Radiante, non gemere le vite
Chine su l'opra del crescente pane,
Non danze d'imenei vedesti, e madri
Veglianti a studio de la culla, e curvi
De' pii parenti a' funerali i figli.
Ma quindi per lo pian stridea la roggia
Alluvione de' vulcani, intorno
Funereo lume coruscando; e sempre
Caligavan le cime ardue tonanti;
E l'oceàn muggiva; e in su l'azzurra
Alpe salian le nuvole fumanti
Da l'oceàno: paurosamente
Minacciavano al ciel roveri negre
Di vastissima ombra quinci; e a l'ombra
Con lupi urlanti e fere altre la prole
S'accogliea de gli umani. Al picciol uomo
E de la fulva leonessa a i parti
Uno era il nido: al fanciulletto atroce
Era sollazzo provocar li sdegni
De' feri alunni, e le crescenti giube
E l'unghie e l'armi de la bocca orrende
Tentar con man pargoleggiante, e lieto
Via contendere a correre co' pardi.
Ma de l'atro vulcan l'uomo e del fuoco,
De l'instancabil fuoco, egli temea;
E con rozzo stupor guatava il mare
Immenso. Anche fuggìa l'urlo de' venti
Signoreggiante ne' boschi; e del tuono,
Che pe' monti da l'aere ermo rimbomba,
Chiuso ne le spelonche isbigottiva.
E al suon de la procella, e a l'esultante
Per li templi de l'etra ira de' nembi,
E al fulmine stridente, un tremor gelido
Per l'ossa ime gli corse; e s'atterrava,
E gemea. Lieto del superbo sole
Era, e pensoso il verno aere ammirava:
Ma più seduto a lungo in verde zolla
Si compiacea de le verginee stelle.

LVIII
PROMETEO
Fama è che allor Prometeo, fuggendo
Le sedi auree d'olimpo e de le sfere
L'immortal suono, al nostro mondo errasse
Peregrino divin. Muto correa
Il sole almo e la luce
Per l'infinito oceàno, e del mondo
L'ignota solitudine tacea:
Deserta s'accogliea
La greggia umana a l'ombra
De la gran selva de la terra: ed egli
Seco recava nel fatal cammino
Il rapito dal ciel fuoco divino.
Se non che dura a tergo
Gli si premea la Forza e la ferrata
Necessità: scuotea l'una i legami
De l'adamante eterno, e l'altra i chiovi
Con la imminente mano
Su la fronte stendea del gran Titano:
Mentre il Saturnio ne la rupe infame
Instigava del negro augel la fame.
Ma rinfiammò in Orfeo
L'inestinguibil foco, ed egli mosse
Il duro sasso de le umane menti
Citareggiando e le foreste aurite;
Fin che pittore de l'uman pensiero
Pari a' numi ed al fato alzossi Omero.

LIX
OMERO
Tra le morti e l'alte
Ruine de gli umani e lo sgomento
Viaggiando la Parca, il ferreo carro
Agitava la Forza; e lei reina
La Vittoria seguia con il compianto
De la terra e del cielo. Al doloroso

Genere allora sovvenian le Muse,
Care tra tutte gl'immortali e pie
Divinità. Correvate la terra
Imaginando e ricordando, e tempio
V'era l'uman pensiero, o pellegrine;
Quando voi nel sonante etra, ne l'ampio
De la luce splendor, ne la procella
Che divina scoscende e i cori prostra,
Prima Omero sentì. La mano ei porse
A la cetra, e lo sguardo al mar di molte
Isole verdi popolato, al cielo
Almo su la beata Eubea raggiante,
E a voi tessali monti esercitati
Dal piè de gl'immortali. Ardea, fremea,
Trasumanato, il giovinetto; e mille
Di numi ombre e d'eroi nel faticato
Petto surgeano a domandargli il canto.
Ed ei pregò, la genitrice Terra
Molto adorando e il Cielo antico; e a' suoi
Voti secondo te chiamò che in alto
Hai sede e regni l'invernal Dodona,
Giove pelasgo. E voi spesso invocando,
Voi già prodotti in più sereno giorno
Eroi figli de' numi e di tiranni
Domatori e di mostri, e quei che forti
Furo e co' forti combatteano, venne
Del re Pelide al tumulo. E sedeva
Inneggiando, e chiamava – O crollatore
Terribile de l'asta, o d'immortali
Cavalli agitator, móstrati al vate,
Uom nato de la diva. Un fatal canto,
Ecco, io medito a te; che n'abbian gloria
Ellade e Ftia regale e d'Eaco i figli,
Incremento di Giove. E, deh m'assenta
Questo voto la Parca!, io ne la gloria
Tua de gli elleni il bel nome disperso
Raccoglierò poeta. Odo, la diva
Odo: e di te la grave ira mi canta.

O re Pelide, al tuo poeta móstrati. –
Disse: E l'udia l'eroe; che da le belle
Isole fortunate, ove i concenti
De' vati ascolta e quanto a' numi è caro
Chi a la patria versò l'anima grande,
Venne; ed in sue divine armi lucente
Isfolgorava deiforme. Un sole
Eran armi e sembiante; e, come stella
Di Giove che in sereno aere declina,
Pioveagli su le spalle ampie il cimiero
Flutto di chiome equine. E Omero il vide
Attonito; né più gli occhi d'Omero
Vider ne i campi d'Argo il dolce sole.
Né se 'n pianse il poeta. Errò mendico
(E avea ne gli occhi la stupenda forma)
Il suol de i forti elleni; e le cittadi,
Opra di numi, ei non vedea; sí tutte
Di lor sedi erompean le achee cittadi
A l'incontro del vate. Un drappelletto
Di garzoni e fanciulle (avevan bianco
Il vestimento e lauri in pugno avvolti
De la mistica lana) intorno al vate
Stringeasi con amor: – Vieni, o poeta,
A i nostri numi; e i nostri avi ne canta –
E l'adducean per mano. Egli passava:
Gli ondeggiavan di popolo le strade;
E le madri accorreano, i pargoletti
Protendendo al poeta. Orava a' numi
Ne l'entrar de le porte – O dii paterni
E o dee che avete la cittade in cura,
Deh guardatela molti anni a' nepoti. –
Ne l'àgora sedea, curvo a la terra
Il capo venerando; e parea Giove
Quando ne l'areòpago discende
Da la reggia d'olimpo. Erangli intorno
In su l'aste di lunga ombra appoggiati
I prenci figli de gli eroi: diverso
E d'infanti e di femmine e di vegli

E di chiomati giovinetti un vulgo
Addensato co' gli omeri attendea.
Stavan presenti i patrii numi: il cielo
Patrio rideva in suo diffuso lume
Allegrato del sol: riscintillando
In vista ardea la ionia onda famosa,
E biancheggiavan lunge i traci monti.
Ed Omero cantò. Cantò di un nume
Che in nube argentea chiuso ognora il petto
Assecura de' giusti; e come il divo
Senno di Palla per cotanto mare
Di perigli e di morte al caro amplesso
Radducea di Penelope e a la vista
De la sua cilestrina isola Ulisse.
Anche, su 'l capo a gli empi assidua l'ira
Minacciando ed il fato, a l'alme leggi
De l'umano consorzio e a la vendetta
Le deità d'averno addusse il vate
Proteggitrici forze: onde solenne
La ruina di Troia, e spirò il duolo
Dal tragico terrore e il miserando
Edippo da le attee scene ed Oreste
Esagitaron l'anime cruente.
Ecco! gli immoti e spenti occhi levando
Nel cielo e desiando il sol che vide
Le guerre sotto il sacro Ilio pugnate,
Di tutto il capo alzasi il veglio; e Grecia,
Senza moto e respiro, in lui riguarda.
Ecco! la man su l'apollinea cetera
Rapidissima batte, orride stridono
Le ionie corde, i volti impallidiscono.
E cantò del Tidide a tutta corsa
Disfrenante su' Dardani la biga,
Dritto ei nel mezzo, e mena l'asta in volta:
Caggiono i corpi: infuriano nel sangue
I corridor fumanti: urla la morte
Dietro l'eroe: corron le furie innanzi
Lo spavento, la fuga. E te piantato

In su la nave, o re Telamonìde,
Cantò; come e del gran corpo e de l'asta
Grande e ben ventidue cubiti lunga
Reggei lo sforzo de la pugna, ed eri
Solo tu contro mille: a fronte urlavano,
Accorrenti, irrompenti, risplendenti
D'armi e di faci i Teucri: Ettor crollava
Con man la poppa: sovra èrati Apollo
E l'egida scotea: tonava il padre
Da l'olimpo su' greci: affaticato
A te cadeva il braccio, e ti battea
Alto anelito i fianchi. – Oh viva, oh viva! –
Gridan l'anime achive asta con asta
Percotendo, e il clamor levan di guerra.
Balza il poeta; e la canizie santa
Scote e la fronte ampia serena, in vista
Nume veracemente. – Udite, o figli:
La gloria udite de la lega ellena,
Achille ftio sangue di Giove. – E disse
Come d'un grido (gli splendea dal capo
Di Pallade la luce) isbigottì
Le dardane caterve; impauriti
Ricalcitraro orribili i cavalli,
Ed annitrendo sbaragliati i cocchi
Rapivano a le mura: e qual con Csanto
Fiume di Giove ei contrastasse; e come
Dopo la biga, a le difese mura
Intorno, egli il divin corpo di Ettorre
Tre volte orribilmente istrascicasse
Entro l'iliaca polve. Armi fremendo
E prenci e vulgo gridano il peàna:
Marte spiran gli sguardi: e tutti in cuore
Già calcavan nemici, e a le paterne
Are affiggean le belle armi votate.
Ma pio davan le argee vergini un pianto
Su la morte di Ettorre: e chi a la cara
Patria e a le spose e a' pargoletti imbelli
E a' templi santi il suo sangue fea sacro,



Gioia avea de la morte: onde nel giorno
De le battaglie infuriò tra' Medi
La virtù greca, e il nome Atene e l'ire
Commise del potente Eschilo al canto.

LX
DANTE
Forti sembianze di novella vita
Circondar la tua cuna,
O re del canto che più alto mira.
Gentil virago ardita,
Quale non vider mai le argive sponde
Né le latine, e d'amor balda e d'ira,
A te venìa la bella
Toscana libertade; e il pargoletto
Già magnanimo petto
Ti confortava de la sua mammella.
Tutta accesa ne' raggi di sua sfera,
Mite insieme ed austera,
Venne la fede; e per un popoloso
Di visioni e d'ombre oscuro lito
La porta ti mostrò de l'infinito.
Gemebondo e pensoso, e pur di rose
Ad altr'aura fiorite il crin splendente,
Con te si stette amore
Lunga stagione; e sí soavi cose
Ti parlò con le labbra vereconde,
E sí dolce ti entrò le vie del core,
Che niuno al par di te sentìo d'amore.
Ma spesso ancor dal meditar solingo
O giovinetto schivo,
Te scuotevan clamor fiero e tumulto
E furor di fratelli
Duellanti ad uccidersi. Stridenti
Per le vicine mura
Civili fiamme udisti; e donne udisti
Ferire a grida il ciel, che l'are e i letti

E i fuochi almi e le cune,
E tutto ciò che bello
Fe' a gli occhi loro il maritale ostello,
Tutto scorgeano in ampio ardore involto
E ruinare in armi esso marito
Da gli amplessi erompendo, e i giovanetti
Armi gridar, sdegno anelando e stragi.
E tu vedesti un furiar di spade
Cercanti a morte i petti,
E nel guerrier che cade
Minacciar viva la bestemmia e l'ira,
E in gran sangue confuse
Bionde teste e canute, e a libertade
Spettacolo di umane ostie esecrate
Dar le furie, e crollar la morte
Le immani torri e le ferrate porte.
Crebbe tra i feri obietti
L'italo ardito spirto;
E, al lungo odio civil pregando fine,
D'amor sí pure imagini e sí nove
Vide e ritrasse a l'ombra
D'un mirto giovinetto
Che le inchina adorando ogni intelletto
Lui dal soave inganno
Destò voce di pianto
Sonando amara su 'l materno fiume.
Ahi, dal turbine infranto
Giacque il bel mirto, e con aperte piume
La colomba d'amore ahi se n'è gita
Impetrando al suo volo aura più pura.
Ei per entro l'oscura
Caligine de' secoli ondeggiante
Rifuggì tra le antiche ombre famose,
Ch'ebbe sé in odio e le presenti cose,
Ed uscì, nel crepuscolo, gigante.
Ed ombra apparve ei stesso; ombra crucciosa,
Che ad una ad una interroga le tombe
Nel deserto, e le abbraccia ad una ad una;

Fin che dinanzi a lui tra le ruine
Barbariche e la polve
Fumò il vigor de le virtù latine,
E tutto quel che una ruina involve
Ferì l'aura silente
Di un grido alto e possente.
Ne l'alta visione
Divin surse il poeta; e disdegnando
La triste Italia e per mancar d'obietto
Pargoleggiante il gran vigor natio,
Te salutò in desio,
Alma Italia novella,
Una d'armi di leggi e di favella.
A riportar nel vero
Imagine cotanta, egli la vita
Che per lo mar de l'essere si volve
Cercò; d'entro la polve
E dal suon del passato il bene e il male
Trasse, vate fatale: e la sua voce
Come voce di Dio da' sette colli
Tuonò su 'l mondo, e tutti a sé d'intorno
I secoli evocò. Giudice e donno
In lor suo sguardo mise;
Ammirò e pianse, disdegnò e sorrise:
Poi li schierava ne l'eterno canto,
Piacendo pure a sé di poter tanto.
Ma questa umile aiuola
Ove si piange e s'odia,
E questo eterno inganno, e questa vana
Ombra ch'ha nome vita ed è sí bassa,
T'era in dispetto. Poi che il sacro verso
A tutto l'universo
Descrisse fondo, e il buon sofo gentile
Te mise dentro a le secrete cose,
Veder volesti come l'angel vede
Colà dove non è di nebbia velo,
Amar volesti come s'ama in cielo.
Su per le vie d'amore

Quest'umil creatura
Risospingendo innanzi al creatore,
Quetar volesti in quell'eterno vero
Che il grande amor ti dette e il gran pensiero.
Cesse Virgilio a tanto:
E tu deserto e solo
Spirito uman, per entro il gran desio
Sommerso vaneggiavi, e dubitando
Tu disperavi: quando
Su l'angeliche penne
Al tuo dolor sovvenne
Quella ch'è amore e visione e luce
Tra l'intelletto e 'l vero:
Nomarla a me lingua mortal non lice;
Tu la dicesti, amando, Beatrice.
Così di sfera in sfera,
Tutto era melodia quello che udivi,
Tutto quel che vedevi era una luce,
E tutti quanti erano amore i sensi,
E lo spirto ed il verso un'armonia
Simile a quella che là su s'indìa.
Deh, qual parveti allora
Quest'umil patria e qual de le partite
Città la lite (ahi come quella eterna
Che sempre trista fa la valle inferna!),
Quando novellamente
Di ciel disceso ne portavi il canto
Supremo, e tutto avevi il nume in fronte,
Come l'antico che scendea dal monte?
Innanzi a te, splendente
Pur anche nel fulgor del regno santo,
Balenò di vermiglia
Luce il campo feral di Montaperto,
E pe 'l tristo deserto
De le crete maligne
Un fioco suon correa
Come sospir di battaglier morenti;
Cui lontan rispondea

Con un rumor di molto pianto umano
Di Campaldino il maledetto piano.
E tu dal mar toscano,
Rea Meloria, sorgesti;
E la gloria dicesti
De le nefande stragi, e da la nostra
Rabbia infamati i sassi ermi al Tirreno,
E 'l grande equoreo seno
Incestato di sangue, e tristo il bello
Ligure lito di pisani esigli,
E nati solo al fratricidio i figli.

LXI
BEATRICE
La luminosa testa
Dritta al ciel sorridea,
E il collo si volgea – roseo fulgente.
La fronte splendiente,
Alta, serena, bella,
E la rosa novella – del suo viso
E il freschissimo riso
Di pura giovinezza
Mi svegliaron dolcezza – nova in cuore.
Ma di soave orrore
Tutto mi sbigottiva
De la persona diva – il portamento.
Ondeggiava co 'l vento
A l'aere mattutina
La vesta cilestrina – e il bianco velo.
Così donna dal cielo
Mi passava d'avanti
Angelica in sembianti – e tutta accesa.
La mente mia sospesa
Pur a lei riguardava,
E l'alma quietava – sospirando.
Poi dissi: “Or come, or quando
Fu la terra sí degna

Che tal d'amore insegna – in lei si posi?
Che padri avventurosi
Al secol ti donaro?
Che tempi di portaro – così bella?
Qual più serena stella
Prima forma t'accolse?
Qual divo amor t'avvolse – del suo lume?
Ben fia l'uman costume
Volto a segno felice
Se di te beatrice – si ricrea”.
– «Non donna, io sono idea
Che a l'uomo il ciel propose
Quando de l'alte cose – ardean gli studi,
E i cuor non anche nudi
Di lor potenza ignita
Combattean con la vita – aspra e co 'l vero,
E al valido pensiero
E a la balda speranza
Dièr l'armi di costanza – amor e fede.
Allor d'aerea sede
Tra quei gagliardi io venni,
Ed accesi e sostenni – le tenzoni,
E stretta a' miei campioni
Fei ne l'amplesso forte
Bella parer la morte – e la disfatta.
Da i vaghi ingegni tratta
In versi ed in colori
Io vagai tra gli allori – in riva d'Arno.
Voi mi cercate indarno
Ne' vostri angusti lari.
Non Bice Portinari, – io son l'idea».

LXII
AGL'ITALIANI
Divinatrice d'altre genti indaghe
Barbari flutti la britanna prora
Là dove l'indo pelago colora

L'ultime plaghe:
Artici ghiacci a' liberi navili
Vietino indarno i bene invasi mari,
E 'l fero lito d'Orenoco impari
Culti civili:
Frema natura, e i combattuti arcani
Ceda a l'intenta chimica pupilla:
Fulminea voli elettrica scintilla
Per gli oceàni:
Umana industria in divo lume avvolta
Spezzi il mistero e le sognate porte,
E minacciando insultino a la morte
Galvani e Volta:
Che val, se in vizi pallidi feconda
Del lento morbo suo l'età si gode
E colpe antiche di moderna lode
Orna e circonda?
Odi sonare i facili profeti
Con larga bocca e Cristo ed evangelo
Odi rapiti in santo ardor di cielo
Sofi e poeti
Vaticinanti. – Da l'avita asprezza
Nel mitic'oro il docil tempo riede:
Del lauro antico degnamente erede
La giovinezza
Già de la patria medita l'onore:
Gli anni volanti interroga la speme:
Guatan placati al bello italo seme
Gloria e valore. –
Oh non di forza un secol guasto allieta
Sillogismo di mistica sofìa,
Non clamor di tribuni e non follìa
D'ebro poeta.
Putre fluisce, e ne le sue sorgive
Livida già la vita: da le prime
Cune l'inerzia noi caduche opprime
Genti mal vive.
Quando virtude con fuggente piuma

Sprezza la terra e chiede altro sentiero,
L'ardor del buono e lo splendor del vero
Rado s'alluma,
Languido il cor gli spirti suoi più belli
Ammorza e stagna torbida la mente,
Speme si vela e disdegnosamente
Guarda a gli avelli.
O padri antichi, a' vostri petti degno
Culto eran patria e libertà; verace
Vita agitava l'anima capace
E il forte ingegno.
Pii documenti di civil costume,
Opre gentili, e amore intellettivo
Del buon del vero del decente, e vivo
D'esempi lume
Vedeano i figli ne la sacra etate
De' genitori e ne' pudichi lari;
E sobri uscieno cittadini cari
Ne la cittate.
Crescean nel lieto strepito frequente
De le officine, gioventù severa,
Forte le membra, indomita ed intera
L'alma e la mente.
Durar nel ferro il giovin corpo altiero,
Vegliar le notti gelide, ed immoti
Prostrare a morte libera devoti
Marte straniero,
Fûr loro studi. Poi con man trattando
Con trionfale mano, e lane e sete,
Appesi a la domestica parete
L'asta ed il brando,
A le pie mogli dissero le dure
Fortune de le pugne, ulte le offese
Ne le barbare torme al pian distese,
E le paure
De le regie consorti e gli anelanti
Sogni su 'l fato del signor. Pietose
De i dolori non suoi piangean le spose

Memori pianti.
Ma il figliuoletto, le domate squadre
Seco pensando ed il clamor di guerra,
Con occhio ingordo riguardò da terra
L'armi del padre;
E crebbe fero giovinetto, spene
Cara a la patria e forza di sua gente.
Bello di gioventù, d'armi lucente,
Ei viene, ei viene.
Suonano i campi sotto il gran cavallo
Che altero agita in corso onda di chiome:
Fuggon le schiere e pavide il suo nome
Gridan nel vallo.
Chi fia che tenti quel novel lione?
Morte de la sua vista esce e paura.
Ei passa, e pianta su le vinte mura
Il gonfalone.
Or tòsco a i figli è il prepotente canto
E il docil guizzo de' seguaci moti
Onde vergogna passerà a i nepoti
D'Ellsler il vanto.
Vile ed infame chi annebbiò il pudico
Fior de' tuoi sensi ne' frementi balli,
O giovinetta, e stimolò de' falli
Il germe antico!
E maledetta la procace nota
Ch'alto ti scuote il bel virgineo petto
E che nel foco del segreto affetto
Tinge la gota!
Gioite, o padri; e a l'alma ed a la mente
Galliche fole di peccar mezzane
Esca porgete. Da le carte insane
Surga sapiente,
Surga e proceda l'erudita e bella
Vostra Lucrezia a gl'itali mariti,
Pura accrescendo a i sacri rami aviti
Fronda novella.
Ma non di tal vasello uscia l'antico
Guerrier, che a sciolte redini, feroce,
Premea de l'asta infensa e de la voce
Te, Federico.
O di cor peregrina e di favella
E di vesti e di vizi, o in odio a' numi
E a gli avi ed a la patria, or che presumi,
Stirpe rubella?
Sgombra di te la sacra terra; o in fondo
Putrida giaci dal tuo morbo sfatta,
E i vanti posa e la superbia matta,
Favola al mondo.
Oh, poi ch'avverso è il fato ed a noi giova
L'oblio perenne e i gravi pesi e l'onte,
Rompa su d'oltre mare e d'oltre monte
Barbarie nova!
Frughin de gli avi ne le tombe sante
Con le spade ne' figli insanguinate,
E calpestin le sacre al vento date
Ossa di Dante!

LXIII
A E. PAZZI
QUANDO SCOLPIVA IL BUSTO
DI VITTORIO ALFIERI E
ALTRI ILLUSTRI UOMINI
Perché sdegno di fati
E l'ozio reo che nostre voglie ha piene
Vie più ti prema, italo sangue, in basso,
Né tu ti volga o guati,
Peregrin tardo e vuoto d'ogni spene,
A le glorie che son sovra il tuo passo;
Non è senza gl'iddii se teco in basso
Luogo ancor non ruina
Ogni antica virtù: ché in te sormonta
Viltade sí ch'ogni speranza è gioco.
Oh, se pur sotto a' gravi pesi e a l'onta
Sfavilla ancor di quel leggiadro foco

Che tutta corse un dí terra latina,
Vostra mercé, petti gentili, dove
Or fa nostro valor l'ultime prove.
E te a la bella schiera
Il fortissimo amor fece consorte
Che oprando hai mostro per sí nove guise.
Deh chi potea la fiera
E grande imago vendicar da morte
Di noi da ignavia rea menti conquise?
Te, certo, te l'ombra divina arrise;
Sí ch'eguale al subietto
Tua virtú si levò. D'amor, d'iroso
Amor vampò su l'alta impresa il core.
Come cred'io che al ciglio lacrimoso
E a l'occhio ardente ed a l'ansar del petto
Si paresse il magnanimo furore!
Ché nulla, o prode, è di tua man la bella
Lode verso il pensier che in te favella
O caro, a cui possente
Spirò pietà di questa madre antica
E a l'opra degna carità suase!
Vedi la nova gente
Come a' parenti suoi fatta è nemica
E deserta di sua luce rimase.
Rea servitú gli antichi spirti rase
Da' cor difformi; e omai
A noi disnaturar fatti siam pronti,
Come turbo d'usanza avvien che spiri.
Ahi scesa giù de' mal vietati monti
Pèste diversa che le menti aggiri;
Per te vita n'è spenta. E nostri guai
Cresce la vana gioventù superba
Che tutti i frutti suoi consuma in erba.
Alto è d'amor consiglio
Ritornare al primier rito civile
Quel che di tanta gloria oggi ci avanza,
Sì che dal turpe esiglio
Ripigli l'arte il suo cammin, gentile

Confortatrice a l'itala speranza.
Deh, per questa valente abbian possanza
Indurre a' cor vergogna
Le imagini de' grandi in cui s'aduna
Quantunque è del buon seme a' tempi nostri.
Ben procurasti contro rea fortuna,
Se le dive sembianze or sí ne mostri,
Ch'esciam del sonno, ove nostr'alma agogna
Disdegnando e fremendo. È degno affetto
Ira, sol ira, in servo italo petto.
Vittorio, e s'or ne pari
Tu qui veracemente e quel tuo sdegno
Che sol del ricordar ne fa sgomenti,
Qual fia l'anima pari
A tanta vista e 'l ben creato ingegno
Che sé da l'ira tempri e da' lamenti?
Lunge, lunge di qua, spiriti lenti!
Ch'ove gli affetti erranti
Fioca dan luce, ed a l'ardir sublime
Che contrasta il destino uom non s'allegra;
Ove contente a la quiete ed ime
Giaccion le menti, e scherno ahi scherno a l'egra
Gioventute è il desio del raro e i pianti
De la virtude e l'ire; ivi alta l'ombra
Di morte incombe e i cuor disfatti ingombra:
Tu 'l sai, che nostra terra,
Errando del tuo sdegno in compagnia,
Del sacro suon di libertade empiesti;
Quando venuto in guerra
Di re, di plebi e di tua stirpe ria
Tanto pe 'l patrio ciel grido mettesti:
Pur si stierono i lenti. Or più funesti.
O spirito cortese,
Ne si girano i fati; e nulla aita
Veggo a mia gente che tra via pur cade.
Dunque sempre smarrita
Fia dal suo corso? e in noi sempre viltade
Suo soverchio userà? fien d'ozio offese

Nostre menti in eterno? e veramente
Persa è la tempra di ciascun valente?
Chi provvede al difetto
Ch'è pur da noi? chi noi d'oblio ravvolti
Di pur rinnovellare or ne fa dono?
Ecco un sacro intelletto
Ascoso dir, te figurando – I volti
Drizzate al ver: sorga il valor ch'è prono.
Costui che novamente io vi ridóno
Alzi il cor de' sommersi;
E chi muta co 'l vento e nome e lato
Sgridi; e punga i ritrosi, e i lenti scota;
Sì che tornin le menti al proprio stato.
Nostra compianta fama e la rimota
Età ve 'n priega, e questi onde a gli avversi
Chiaro fu come in su gli estremi giorni
L'itala possa sovra sé ritorni. –
Pietoso! E chi d'uguali
Laudi te, o buono, adornerà, che prove
Sì degne mostri onde a ben far c'incore?
Segui: a' tuoi liberali
Studi è fin meraviglia, e di lei muove
Ogni bel senso onde più l'uom s'onore.
Per lei, l'atra quiete e le brevi ore
Terrene e le fatate
Pene indignando, a' vagheggiati inganni
Corre nostr'alma con novelle piume,
E maggior se ne fa. Deh, siegui; e gli anni
Tuoi belli ozio non vinca e rio costume,
Cara nostra speranza; e d'onorate
Opre giovando questa patria, al vile
Sopor contrasti l'ardir tuo gentile.

LXIV
LAUDA SPIRITUALE
Togliete, umana gente,
Togliete via le porte:

Io veggo a voi venirsene un potente
Che mena gloria ed ha vinto la morte.
Non sorge innanzi a lui suon di paura,
Non compianto di turba dolorosa:
Sì fagli festa tutta la natura
Adorna in vista di novella sposa.
Date il lauro immortal, date la rosa,
Fanciulle, in suo cammino,
Con la bianchezza del fior gelsomino.
Ecco, ei viene il re forte incoronato
Con segno di vittoria in mezzo a nui:
Fuggon dal volto suo morte e peccato,
Movon pace e salute ad un con lui.
Viene il signor che de' ribelli sui
In sé portò la pena,
E ne ricomperò con la sua vena.
Ei ne si fece nel dolor consorte,
E tolse i nostri pesi e tolse l'onte:
Stiè nera intorno a lui l'ombra di morte,
Né volse il padre al chiamar suo la fronte;
Quel dì che rimirando al sacro monte
Uscîr de' sepolcreti
I santi d'Israele ed i profeti.
Egli è l'Isacco del buon tempo antico
Che porge al ferro il bel collo gentile,
E guarda il percussor con volto amico,
E gli si atterra semplice ed umìle:
Né il tien pietà del suo fior giovenile
Né de la fine amara
Né de gli amplessi de la madre Sara.
Ed or la morte sua testimoniando
Qui seco trae la diva umanitade,
Tutto di gioia intorno irradiando
Sì come sole ch'ogni nebbia rade;
E gli alberghi del pianto e le contrade
Ove mortale è il lume
Ei conforta del suo presente nume.
A lui ne' regni de la sua vittoria

Reggia s'estolle d'artificio mira:
Cingelo come nube la sua gloria,
E molto amore angelico lo gira.
Voli dal loco ove il dolor sospira
E vive morte e regna,
Voli il mio canto a lui che sí ne degna:
E gli appresenti il duol de la sua gente
Che dal ben dilungata al ben desia,
Come cerva per sete a rio corrente,
Come augel preso a l'aere natia.
Ei da la spera che più in lui s'indìa
Mandi benigno un raggio
A chi più affanna ed erra in suo viaggio.
Levate, umana gente,
Levate su le voglie
E i petti casti a questo re clemente
Che quale a lui si volga in fede accoglie.

LXV
ALLA MEMORIA DI D. C.
MORTOSI DI FERRO IL
IV NOVEMBRE MDCCCLVII
Te, fratel, piango, e piango de la bruna
Tua giornata l'occaso, che seduto
Ne le stanze paterne al cor più sento.
Lenta sale pe 'l freddo aere la luna,
E largamente il cielo inalba, e il muto
Colle riveste e 'l nudo pian d'argento:
Per li verdi oliveti infuria il vento
Profondo, e intorno ogni animal si tace.
Nel riso e nel tepor di primavera,
Tristo cor mio, qual era
Di questi luoghi la serena pace!
Qual fu a vederlo con ardor virile
Ruotare in breve giro agil destriero
E disserrarlo per l'aperto campo!

Gli occhi suoi mesti allor metteano un lampo,
Correa co' freschi venti il suo pensiero
De l'anno e de l'età nel dolce aprile;
Qualche sguardo il seguia, qualche gentile
Saluto; e forse ombra invocata i rotti
Sogni allietava a le virginee notti.
Lasso! ma in groppa gli sedea la cura
Negra, e stridea la vision di morte
Pur circa lui con fredda ombra volante;
E per i lieti campi a la pianura
E i monti aprici e la foresta forte
Istimolava il destriero anelante.
Poi là seduto ove di fosche piante
Lunga si protendea l'ombra, tacendo
La terra e l'azzurrino aer d'intorno,
Co 'l bello estivo giorno
Che roseo nel ponente iva morendo
Pianse l'error suo vago che a l'etade
L'abbandonava; e l'anima inquieta
Desiando fermò ne le supreme
Paci anzi tempo. O giovinetto, e speme
Niuna a te avanza altro che morte? pièta
De gli anni tuoi da le funeree strade
Non ti richiama? ahi, ahi, né caritade
De' pii parenti ti favella al core,
Né ride al fuggitivo animo amore?
Pietà, speranza, amor, tu con feroce
Voglia dal cuor che mercé pur chiamava
(Deh quanta doglia fu la tua!) schiantasti;
E, atteso e fermo a la funerea voce
Che il disinganno a l'anima ululava
Qual vento a notte per deserti vasti
Refugio a la fatale ira invocasti
Unico il ferro. Oh, a chi nel raggio aurato
Vegga maligne ombre vaganti e vuoto
Il divo cielo e immoto
Su 'l capo faticoso urgere il fato

Che al dolore a la pena al male addice
Lui de la vita incurioso e ignaro,
Qua giù che resta omai? Ne l'innocente
Mano il ferro adattando e lungamente
Meditando amoroso il colpo amaro,
Ti sacrasti a la morte. E di felice
Vita fioria natura, e la pendice
Suonava a' canti e ridea 'l piano al sole,
Quando dicesti l'ultime parole.
– A me luce non più, non più 'l tuo riso,
O aureo sole. Io violento i fati
Ecco sforzo, e rifuggo ombra sotterra.
O altissima quiete ove diviso
Poserò d'ogni cura, o interminati
Silenzi e pace dopo vana guerra!
Pur se' gioconda a rimirare, o terra!
Pur bello, o sol, sei tu! Natura in festa
Come a rege a te s'orna; e d'un concento
Ineffabile io sento
Spirar le selve, che 'l tuo lume desta
Dolce fulgente. E tu, tu gli amorosi
Congressi illustri e la fraterna clade
Miri ed aiuti, imperturbato, eguale?
Ed or m'arridi in fronte, e su 'l letale
Ferro che a me volente il petto invade
Serenamente il vivo raggio posi.
Lusinghi tu de' primi anni gli ascosi
Ricordi, e di gioir versi il desio
In questo petto morituro mio?
Oh cari tempi ch'io te coruscante
Vedea su 'l mare; e fremea vasta l'onda
Riscintillando, e bianco ardeva il cielo!
Né aspetto d'uomo od opra umana avante
Erami; ed io per entro la profonda
Luce correva a l'alta vista anelo:
Meco era l'error mio che un roseo velo
Induceva a le cose. Oh, chi l'ha tolto

A me? chi m'ha l'infausta vita appreso?
Entro il mio sangue steso
Me in freddo orror per la mia man disciolto
Reduce, o sol, vedrai. Fumi in conspetto
Di lei ch'è al gener nostro empia madrigna
Il sangue giovenil: contaminando
De' miei parenti il viso, esso il nefando
Vivere attesti; e, lunge a la maligna
Forza ch'a le sue man del mondo ha stretto
Il fren, su l'ale de la morte eretto
Fuga lo spirto ove non più si pate
E di man di tiranni a libertate.
Grave durar la vita ed a baldanza
De i duri umani, io non codardo? e quello
Che largo a' bruti e libero propose
Natura, a l'uom chiedere in vano? A stanza
Sì vil chi mi dannò? ... Del mio novello
Tempo il vigile tedio atre angosciose
L'ore misura, e le future cose,
Tanto ch'a imaginar disdegno e tremo,
M'affrontan mute orribilmente in vista.
O lassa anima trista,
O giovinezza mia stanca, morremo
Qual peregrin che va per nova via
Tra genti liete ei mesto, e quelle intorno
Agitan festa, ragguarda egli e passa
Pur dolorando, e meraviglia lassa
Di suoi sembianti, onde al cader del giorno
Di lui sospira alcuna anima pia;
Tale io passo al mio fin, tale a la mia
Meta son giunto. A me chi guarda? a cui
Del mio passar dorrà?... Che monta? Io fui. –
Disse: e geloso custodì nel core,
Nel cor vivente ei custodì la morte,
Come di cara donna il primo detto:
E non domestic'uso e non amore
Ne la deliberata anima forte

Valse l'orma a spiar del diro affetto.
Come, ahi come a te il cor bastò, l'aspetto
Come ti resse, che non tinto e bianco
Del futuro destino e non in tristi
Sembianti ma venisti
Nel conspetto de' tuoi securo e franco?
Certo, fero garzon, certo evitasti
Il riso ne' materni occhi tremante;
E solitario ne la notte inferna
Rifuggìasi il tuo sguardo. Ecco, e l'interna
Larva già fuor di te sorge e d'avante
Sgombra le care viste e i pensier casti.
Ma dal suol che di tue vene bagnasti
La mente aborre, e teco dolorosa
Ne la pace postrema si riposa.
Salve: o che più sereno aer tu miri
Poi che di Lete infuso a le bell'acque
Dal rio dormente i dolci oblii bevesti,
O ver che giovinetta ombra t'aggiri
Tra i magnanimi antichi a cui non spiacque
I giorni ricusare ignavi e mesti,
O che tu vaghi ancor sotto i celesti
Templi solingo ed a me intorno voli
Entro quest'aura che gemendo spira,
Salve, o fratello, e mira
I tristi giorni miei come van soli.
Ben io vivrò; ché a me l'anima avvinta
Di più tenace creta ha la natura,
E officio forse e carità il suade:
Ma, se dal cor profondo unqua mi cade
La dolce imagin tua triste e secura,
Giaccia la vita mia d'infamia cinta.
Sii meco eterno; e nel tuo sangue tinta
Del verso vibrerò l'alta saetta
A far del mondo reo dolce vendetta.

LXVI
A G. B. NICCOLINI
QUANDO PUBBLICÒ IL «MARIO»
Quando l'aspro fratel di Cinegira
Ne la sonante scena
Trasse vestita d'ardue forme l'ira
Che propugnò la libertade ellena,
Marte, che lui spingea tra i dardi avversi
Su gl'incalzati Persi,
Spirò guerra; e fremean guerra, ascoltando.
Quei che operaro in Salamina il brando.
E tu vedesti, o diva Atene, i padri
De' guerrier trionfati
Nel futuro dolor pensosi ed adri
Gemer da' figli deprecando i fati,
Neri presagi ombrar con foschi vanni
Le sale de' tiranni,
E da la mira vision percossa
Svegliar ne l'urne ombre di regi Atossa.
Quinci il sepolto Dario a l'aure uscia
Da la livida sponda,
E nel pianto de' servi il rege udia
La vittoria de' liberi seconda;
Udia ne' passi de la fuga volto
Il figlio imbelle e stolto,
E sonar alto da l'egea marina
Il fragor de la persica ruina.
Deh, che fremito errò di petto in petto
Quando il cacciato Serse,
Gentil città d'Armodio, in tuo conspetto
Narrò gli ancisi prenci e le riverse
Caterve e rotti di sua forza i nervi,
E a gli ululanti servi
Mostrò campate a l'infinita clade
Sol la faretra e sua regal viltade!
Tale a la prole achea gli ozi felici
Di canti Eschilo ornava

Se l'Egeo, detestata onda a' nemici
Altier de' vinti re lui rimandava.
Ma pria tra la falange ispida e vasta
Infuriò con l'asta;
E, come de l'Olimpo aquila o d'Ato
Piomba tra 'l folgorar del cielo, armato
Cotal su i mille e mille egli irrompea
Fuga spargendo e morte;
Fera coppia fraterna, al fianco avea
L'atroce Cinegira e Aminia il forte.
Né de le tibie flebili o del canto
Ozio si fece e vanto;
Ma dal funereo sasso ei Maratone
Ricorda, e tace le febee corone.
Fu pugna e sfida contro i fati ardita,
Fu clamor di trofei
D'Eschilo l'arte; e sgorga da la vita
E refluisce vita a' petti achei.
Non dispetto infingardo o steril ira
Né solitudin dira
Cinge il vate; ma luce ampia ma polve
E frequenza di popolo l'avvolve.
Te, vate nostro, a' rei secoli dato
Quando vita n'è spenta,
Te premea reluttante il grave fato
Giù nel silenzio a l'aer putre e lenta.
Te, non furor di libera coorte
Che consacra a la morte
Con quel de' regi il capo suo, né grido
Di vittoria che introna il patrio lido,
Ma lamentar di giovini cadenti
Su la terra pugnata
E tra i cavalli barbari accorrenti
Cupo fremir di libertà calcata,
Spirava. E in te nostr'ultimo dolore
Alcun vendicatore
S'ebbe, e de gli oppressori al gener vario
Procida minacciasti, Arnaldo e Mario.

Or d'onde, o sacro veglio, è in te possanza
Tal che di vivi sdegni
Armi antiche memorie e la speranza
A noi disfatte e mute anime insegni?
Dunque l'eterna mente ancora è pia
A questa patria mia,
Che pur tu duri in contro al fato ostile
Cantor d'Italia a la stagion servile?
E quando più da peregrino impero
L'alta regina è stretta
Tu affatichi il senile estro e il pensiero
Dietro l'imago de la gran vendetta?
Ben venga Mario che del gener reo
Porta il roman trofeo
E nel cor de' romulei nepoti
Aderge le speranze e infiamma i voti!
Ché, se il figliuol d'Euforion traea
Melpomene pensosa
Ad inneggiar la libertade achea
Sedente su lo scudo e gloriosa,
Non è lode minor, s'io ben riguardo,
Or che l'uso codardo
Fuor de la vita i sacri ingegni serra,
Al men co'l verso guerreggiar la guerra.
Or, poi ch'altro n'è tolto, or guerra indica
Da' teatri la musa;
Gitti il flauto dolente, e la lorica
Stringa, ed a l'aste dia la man già usa.
Quinci altera virtù ne' nuovi petti
Bevano i giovinetti:
Qui la virile età l'ardir prepari,
E che sia patria l'util plebe impari.
E a te, che in vecchie membra alma possente
I tardi ozi ne scuoti,
Qual serba premio, o buon, l'età presente?
Quale i figli crescenti ed i nepoti?
O petto di virtude albergo saldo,
O man che scrisse Arnaldo,

Chi a' miei baci vi porge? una corona
A questo bianco capo oh chi la dona?
Ben io nel gaudio d'un futuro giorno,
Che il ciel mi disasconde,
Veggo popolo molto a un marmo intorno
Incoronarlo di civili fronde:
Quel giorno appo una tomba, italo vate,
Da l'alpi al fin serrate
A le verdi tornando etrusche valli,
Scalpiteranno gl'itali cavalli.

LXVII
MAGGIO E NOVEMBRE

I
Ove sei, ché di Delfo in van ti chieggo
A' fatidici lauri e tace Delo,
O re de' canti e de la luce? Eterna
La giovinezza avesti, ed il più bello
Eri de' numi. A te serenatore
De' templi ermi de l'etra ardea la danza
De le titanie vergini, e Anfitrite
Sorridea, dal divin talamo il capo
E le braccia porgendo. A te i mortali
Venian con preci ed inni, o re Agieo
Da la cetera d'oro, allor che Licia
T'accogliea ne' suoi giochi e i patarei
Dumeti impressi dal sereno piede
Fiorian di primavera, e quando in core
Amor prendeati di tuffar la bionda
Chioma, stupor d'Olimpo, entro il bel Csanto
O ver ne la pudica onda castalia.
Allor non lutto innanzi a te; ma danze
E di ninfe e d'egìpani, ma bianche
Fronti di lauro inghirlandate, e vesti
Tirie ondeanti mollemente, e fiori
Che salivano a nembi, e amor soavi

Di verginelle candide: a le valli
De' flauti il suon scendea come un sospiro.

II
Allor che i fiori e l'onde aveano spirto
E d'amore e di duol, quando nel fiato
De' zefiri esultanti a primavera
Per le brune convalli o ne' mirteti
Di Citera e di Cnido almo aliava
Il divin bacio d'Afrodite; errando
Del lamentoso Egeo lungo la riva,
Amorosa fanciulla, e i cieli e il mare
E il molto fior de' campi lacrimosa
Mirando, e sospirando, invocò Saffo
La deità di Venere; e presente
Annunziò il nume un fremito diffuso
Per la selva odorata. Essa la diva,
Con le dita d'ambrosia, essa da gli occhi
Tergea de la mortal giovine il pianto;
E dolce un canto le imparava: un dolce
Canto che ripetuto, ahi con un molto
Ansar del petto e scintillar de gli occhi,
De i neri occhi d'amore, e un batter forte
De la man su le corde, iscolorava
Le fanciulle di Lesbo; entro l'affisso
Sguardo venendo l'alma e ne' socchiusi
Labbri a libar le voluttà promesse.

III
Ma or né Cipri a l'egre anime accorre
Su 'l carro tratto da gli augei, né Febo
La cetera del duol raffrenatrice
Agita in vetta a i luminosi colli.
Or solinghe le cure, or la quiete
È inerte e bruna; e sovra i monti e al piano
E nel cielo e ne i cori il verno regna.
O d'april nuvoletta, o ne l'aurora

Luce d'amor che di cotanto riso
L'avvenir m'irraggiavi, io te ripenso,
Fanciulletta d'un tempo. Oh quando i luoghi
Rividi sacri da la tua presenza,
E l'aere spirai che di tua voce
Le molli melodie vibrava a i sensi,
L'aer che dolce che voluttuoso
La persona gentil circonfluia,
Oh, ti rividi ancor! trasfigurata,
Qual l'amor mio ti fece, una suprema
Volta al seno ti strinsi. Ahi, nel mutato
Petto agghiacciar sentii la vita; e insieme
Da le braccia l'imago esil vania
Fusa per l'aure di novembre. Al core
Le man portai; che, quinci dal crescente
Flutto de le memorie assorto e quindi
Fulminato dal ver, battea l'estremo
Irrevocabil palpito d'amore.
Amore, addio, supremo inganno! addio,
O pargoletto mentitor gentile!
In van t'adopri: in questo cuor, ch'io creda,
Né pio né con soave impeto a forza
Rientrerai. Ma cara a me ne gli anni
Sarai memoria, ed onorata; e quando
Dal pensiero evocata al sentimento
La tua larva risorga, un canto, o amore,
Avrò ancora per te. Tal, se la luna
Da le selve appennine aurea si svolve
E su 'l toscano pelago viaggia
Solitaria, rifulgono al chiarore
Bianco le nude arene, e lo sfrondato
Bosco porge i suoi rami e si rallegra:
Guata le scintillanti onde il nocchiero,
Guata la fredda alta quiete, e canta.

LXVIII
I VOTI
Che prega il vate, il libero
Vate che prega e vuole,
Adorno in veste candida,
Vòlto al nascente sole;
Mentre Gliceria unanime,
Cui le Grazie educaro al mite amor,
Con pia cura a i domestici
Numi il votivo altare ombra di fior?
Che a gli agi suoi rinnovino
Ben cento solchi i duri
Giovenchi? o ver che fervida
Vendemmia gli maturi
Dove tepe la ligure
Maremma e verna il suo paterno mar
E dove gli avi improvvidi
Né un avel di famiglia a lui lasciâr?
Altri il crociato orgoglio
Tra un aureo vulgo estolla,
E i vili ozi gli prosperi
La mal redata zolla.
A me sorrida un tenue
Lare e l'italo bacco empia il bicchier
Tra gli amici che liberi
Assentano fremendo al carme auster.
Non io vorrò che facili
Pieghin le orecchie altiere
I grandi al carezzevole
Suon de le mie preghiere:
Non io libare a l'aureo
Pluto da la febea tazza vorrò.
E non le muse indocili
Fra i lusingati prandi inebrierò.
Prego: de' serti lirici
Se me la patria Serra
Degno produsse; e il fremito

Del mar tósco, e la terra
Dove in gran solitudine
L'ombra di Populonia e il nome sta,
Aspro garzone crebbero
Me tra i fantasmi de l'antica età;
Prego: a la sacra Italia
Suoni il mio carme, e fiero
Surga ne l'ira, vindice
Del romuleo pensiero.
Che se ne' campi memori
De la clade che ancora ulta non fu
Scenda a pugnar con impeto
D'odio maturo l'itala virtù,
In me, non nato a molcere
Con serva man la lira,
Di tua grand'alma un'aura
Possente Alceo, respira;
Allora che su la ferrea
Corda battendo con la man viril
Guatavi altero immobile
De l'aste il flutto e il vasto impeto ostil.
Rapia la nota eolia
La giovenil coorte,
Che de le spose immemore
Ruinava a la morte.
E tu cantavi l'isole
De' beati ove il forte Ercol migrò
E dove aspetta Tèseo
Chi la cara a la patria alma versò.
Ma il fior del sangue ellenico
A te d'intorno ardenti
Co' peàna premevano
I tiranni fuggenti;
Poi ne la danza pirrica
Scudo a scudo battendo e piè con piè
Incoronâr le patere
Sopra la morte di Mirsilo re.

O sacri tempi! o liberi
Vati correnti in guerra,
Poi tra le danze e i calici
Cantanti su la terra
Salvata! Oggi una pallida
Nube di tedio e terra e ciel coprì,
E il carme è voce inutile
E il vate un'ombra de gli antichi dì.
Dunque posiam. Ma l'ozio
Muto non sia né vile;
Sì trascorrendo liberi
Per la stagion servile
Mediteremo i cantici
De le memori glorie e del disir,
Come già i padri italici,
Li sdegni e i ferri esercitando, udîr.
Salve, o mia patria! Ed arida
Stia questa lingua viva,
Se di te mai dimentico
Son dov'io pensi o scriva.
Tuo, santa patria, è l'impeto
Che sale a i carmi da l'acceso cor
E l'acre tedio e il fulgido
Telo de l'ira e l'elegia d'amor.
Folle censore e stupido
Cantor di vecchie fole
Me chiami pure, o Italia,
La tua diversa prole:
Adulator di trepidi
Liberti e vili sofi io non sarò.
Che se nel reo servizio
Precipitar co 'l vulgo anch'io dovrò,
Su 'l corpo mio Gliceria
Sparga le care chiome
E ne le insonni tenebre
Chiami il mio vuoto nome,
Immaturo compongami

Del fratel generoso entro l'avel
La madre, ed orbo vagoli
Il padre infermo entro il deserto ostel.


Augusto Majani (Nasica), G. Carducci.
“Come quercia druidica sta il tuo fatal lavoro”.