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Giosuè Carducci - JUVENILIA




















































Juvenilia



L'opera raccoglie anche le Rime di San Miniato oltre alle poesie composte tra il 1850 e il 1861 e consta in tutto di cento poesie (esclusa la Licenza) articolantisi in sei libri. Il Titolo deriva dal verso 339 tratto dal II libro dei Tristia di Ovidio: "Ad leve rursus opus iuvenilia carmina, veni". Con quest'opera il Carducci comincia la sua milizia come scudiero dei classici a dire il vero l'opera vive spesso di reminiscenze e loci litterari classici e desunti dai neoclassici. L'apparato tematico si snoda a partire da un I libro, costituito da sonetti in cui la nota melica predomina costituita dai sentimenti e affetti più reconditi e dall'amore e dalla nostalgia, il II intessuto di mitologia che si riverbera anche nel IV, il III ha una sfumatura civile e da spazio alle figure esenplari dell'Italia, nel V dispute di carattere letterario, nell'ultimo la tematica politica predomina tra polemica e amore verso la patria eletta. L'amore appare caratterizzato da molteplici echi da quelli stilnovistici a le rimenbranze leopardiane (come il sonetto X del primo libro) e trova posto anche l'amato Orazio, presenza costante nell'opera del leone maremmano e riferimenti al Foscolo e all'Alfieri. È viva la polemica contro il romanticismo ed il vino è opposto alla scellerata astemica romantica famiglia e di conseguenza la satira non risparmia i suoi avversari romantici o pedanti che siano, esempio ne sono Alla Musa odiernissima, Ai poeti, Pietro Fanfani e le postille, A Bambolone e Messerino. L'anticlericalismo che è presente nel Al Beato Giovanni della pace, in cui ritornano improvvisamente di moda le reliquie, ma a suo parere il potere temporale è uno dei responsabili anche della ritardata unità (Modena e Bologna, Per le stragi di Perugia). Il tema politico investe in pieno l'ultimo libro della raccolta e si divide tra l'esaltazione della figure che hanno permesso l'unità Vittorio Emanuele II e Garibaldi, rispettivamente in: A Vittorio Emanuele e Sicilia e rivoluzione, e gli episodi eroici che portarono alla stessa unità ricordati in liriche quali Montebello, Palestro, Magenta.




Pagina a cura di Nino Fiorillo == e-mail:dlfmessina@dlf.it == Associazione DLF - Messina
LIBRO V

LXIX
A UN POETA DI MONTAGNA
Nascesti dentro d'un secchion da latte,
E a scrivere imparasti in una bótte,
Accordando le rime irte ed astratte
A lo scoppiar de le castagne cotte.

A quelle rime strampalate e matte
Sentironsi a bociare asini e bòtte,
Le secchie vomitaron lor ricotte,
E i tegami pugnar con le pignatte.

Allora crocitando un solreutte,
Salisti in Pindo pien di boria il petto;
Ma Febo ti legnò come un Margutte.

Tu montato in arcion d'un somaretto,
Ti preparavi a le future lutte,
Con un orso scudiero al fianco stretto:

E d'uno scaldaletto
Difeso, urtasti di tutta baldanza,
Ma il ciuco ti buttò senza creanza,

– Per legge d'eguaglianza,
Ragliandoti su 'l muso a ritornelli,
Bestie non portan bestie; e siam fratelli.


LXX
A UN GEOMETRA
Dimmi, triangoluzzo mio squadrato,
Che al mondo se' de gli animali rari,
Furono prima i ciuchi o i somari?
E quel tuo capo è un circolo o un quadrato?


Anco: il cervel, se fior te n'è restato,
È isoscelo o scaleno o ha lati pari?
Se' tu l'ambasciador de' calendari,
O un parallelogrammo battezzato?

Buona gente, i' vi prego che pigliate
Questo bambolon mio ch'ha di molt'anni
E che 'l mettete a nanna e lo cullate.

Tenetel chiuso, ch'egli è un barbagianni,
E non fa che sciupar vie lastricate,
Mangiar de 'l pane e consumar de' panni

E quando fuor d'affanni
Averà messo il dente del giudizio,
Fate sonare a la ragion l'uffizio.

O bello sposalizio
Che vogliam fare come più non s'usa,
Accoppiandolo a monna Ipotenusa!

E' mi dice la Musa
Che di questi rettangoli appaiati
Nasceran di be' circoli quadrati.

LXXI
A UN FILOSOFO

Se sant'Antonio vi mantenga sano
E vi rischiari l'antropologia
Né spengan le zanzare il lume a mano
Che vi diè il Pestalozza in cortesia,

Seguite adagio adagio e piano piano,
Caro Mirtillo mio, per questa via:
Ché l'individualismo è luterano
E il volere esser noi pedanteria.


Voi sbancate i copisti e gli scrivani,
Voi vendete il sistema a bariglioni,
Con la modestia pia de' ciarlatani.

Venitela a vedere, o berrettoni,
L'opera bella de le vostre mani
Fatta ad imagin de'

Oh i leggiadri sermoni!
Oh la filosofia vaghetta e pura
Che larga a un tempo e stretta è di natura!

Se la mano vi dura
E se Dio vi mantien sane le dita,
Mirtillo mio, farem buona riuscita.

Siete una calamita
Che v'attirate i pezzi badiali,
Come faceva Orfeo de gli animali.

Pria che la ruota cali,
Pigliate i raggi, e con novel vigore
Scappateci ad un tratto professore.

Ché noi v'amiam di cuore,
E, pur che vi leviate quattro passi,
Vi mandiamo anche ne' paesi bassi.

LXXII
AI POETI

O arcadi e romantici fratelli
Ne la castroneria che insiem vi lega,
Deh finite, per dio, la trista bega,
E sturate il forame de' cervelli.


Del vostro pianto crescono i ruscelli
E i fiumi e i laghi sí che l'alpe annega,
E stanco è il Gusto a batter chiavistelli
A questa vostra misera bottega.

Sentite in confidenza: i lepri e i ghiri
Son lepri e ghiri, e non son mai leoni:
Né Byron si rimpasta co' delirî,

Né Shakespeare si rifà co' farfalloni,
Né si fabbrica Schiller co' sospiri,
Né Cristi e sagrestie fanno il Manzoni.

Dopo tanti sermoni,
O baironiani, o cristiani, o ebrei,
Ed o voi che credete ne gli dèi,

Lasciate i piagnistei;
E, se più al mondo non avete spene,
Fatevi un po' il servizio d'Origene.

LXXIII
ANCORA AI POETI

O arcadi e romantici fratelli
D'impertinenza e di castroneria,
Che è questo che vi frulla in fantasia
D'impecorirci i cuori ed i cervelli?

Ladre tantaferate e ritornelli
Udimmo troppe, e fu gran cortesia
Non cacciarvi a pedate dietrovia,
Buffoni, arcibuffoni e menestrelli.

Buffoni, arcibuffoni, ite in bordello
Con vostri salmi e vostre trenodie
Che d'eretico sanno e di monello.


Voi bestemmiate come genti pie
Co 'l reliquario in man, sotto un mantello
Accoppiando le Taide e le Marie.

Dite le litanie,
E non ci ricantate tuttavia
Con stil francioso e di tedescheria

Italia Italia mia!
Or via, che Dante e Niccolò s'inchina
A questa bella Italia parigina!

Andate a la berlina,
Ché de le nostre terre italiane
Stalle faceste di bestiacce strane.

Torrei prima il gran cane
Od un muftì, che niun de' vostri eroi,
O i magni italianon che siete voi.

Più perniciosi a noi
Che un battaglion tra svizzeri e croati
E trentamila inquisitori frati.

Patriotti garbati,
Smettete la commedia e gli spauracchi,
Ché noi siam tutti stracchi stracchi stracchi.

Armatevi di tacchi,
Mettete a le zampette i barbacani:
Voi siete tutti nani nani nani.

E per noi italiani,
Se non trovate un diavol che v'impenni,
Voi siete tutti menni menni menni.

Se pria non vi scotenni
Cotesta frega di far poesia,
Ne le risaie de la Lombardia


Vogliam farvi una stia:
E vi ci chiuderemo; e per becchime
V'inghebbieremo de le vostre rime.

Se vi salvi il lattime,
Vi daremo a mangiar de le ballate,
Dicendovi – buon prò, oche infreddate.

Ma deh non ci scappate,
Che vi racchiapperemo; e i refrattari
Saran costretti di compor lunari

In versi settenari
Al lume de la luna e per la bruna
Notte sopra la tacita laguna.

Così farem fortuna,
Battendo la gran cassa a i vostri ardori
Lo Spettatore di tutti i colori.

LXXIV
A SCUSA D'UN FRANCESISMO
SCAPPATO NEL PRECEDENTE SONETTO

Deh balii de la lingua, affeddiddio
Che questo a punto a punto è il vostro caso,
E voi potete pur darmi di naso
Menando gran rumor del fatto mio.

Guardivi sant'Anton come rimaso
D'un franciosismo al laccio or son anch'io;
E cancher venga al nemico di Dio
Che pria la rima n'arrecò in Parnaso.

Ch'io veggio correr fuora a gran baldanza,
Pur me ammiccando con un risolino,
Molti linguisti di molta importanza.


E' vanno per consigli a l'Ugolino.
Deh, statevi per Dio: de l'ignoranza
Da per me mi chiarisco, e mi v'inchino.

Or dal vostro cammino
Qua voltatevi voi primi, aramei
Che studiate la lingua in su' caldei,

Indiani e giudei;
E voi che fate i be' vocabolisti,
E voi che rivedete i trecentisti

Né mai gli avete visti,
E voi che siete sí gran barbassori
Che pur al Gello appuntate gli errori.

Tra i magni espositori
Non manchi qui con le scritture sue
Quel ser cotal che fu suocero al bue.

Ora stommi in tra due,
S'anche m'abbia a chiamar quelli autoroni
Che il Leopardi affastellano e il Manzoni

Per entro i lor prosoni.
Deh sì, venite tutti a schiere a schiere:
Che al corpo non vuo' dir del miserere

Mi farete piacere.
Ne le brache mettetemi le mani,
Levate via la pulce, e andate sani.

LXXV
ALLA MUSA ODIERNISSIMA

O monna tu, ch'io non so qual tu sia
Tanto se' in vista difformata e strana,

Monna Clio, monna Ascrea, monna befana,
O monna dal malan che Dio ti dia;

A la croce di Dio, tu se'
Se t'acconci a chi vuole in su la via;
E se ne mente la mitologia
Che giurò su 'l candor di tua sottana.

Poi che ti presti ogni or mattina e sera
A tutte voglie d'ogni razza ingordi,
Tornata di regina in paltoniera;

O sciagurata, fa che ti ricordi
A chi tu fosti ed a chi se' mogliera
Onde per te mi fremono i precordi.

Anime al ben concordi
Già ti levâr d'ogni bel pregio in cima:
Or ti preme ciascun, ciascun t'adima.

Non si può dir per rima
Quanto sia cattivello e piccolino
Questo gentame ch'ora t'ha domìno.

Qual vien ruttando il vino
Sovra il tuo petto; e l'anima imbriaca
Urla l'idillio, a la canzon si placa.

Qui Geremia s'indraca,
E i cembali sonando in colombaia
Vagisce la bestemmia, il pianto abbaia.

Un altro, ecco, si sdraia
Nel verso sciolto, e ci fa un voltolone,
Come somaro dentro il polverone.

Ben venga il bambolone
Che non iscompagnato ancor dal latte
Bela, e pur con Melpomene combatte.


In van la si dibatte
Tra le man del piccino: ella n'è stracca,
Ed ei rimesta le tragedie a macca.

Il cherichetto insacca
Pur nel tuo tempio, e sa di sagrestia
E di moccoli spenti e d'eresia:

Con lirica bugia
Gorgoglia l'inno, e struggesi di frega
Meditando il bordello e la bottega.

Ve' colui che si frega
A l'epopeia, e, perché troppo è lunga,
La concia sì, che al suo termine giunga.

Come par che la punga
E la cincischi sí che il sangue spicci!
E poi le aggiusta il parruccone a ricci.

Al fin par che s'appicci
Il divin corpo al corpicciuol digiuno,
E camminando son né due né uno.

Iscarmigliato e bruno
Or si fa oltre Gracco: il pecorino
Cuor gli tentenna come il personcino.

Da l'eliso divino
Inchìnati a costui, nonno Catone,
Ch'ha sempre in bocca una rivoluzione.

È un repubblicanone
Che ingozza prima la sua libbra buona
Di mazzinianissima prosona,

Poi tuona e tuona e tuona.
A udir quell'omaccino armipotente
Isbigottisce la povera gente,


E dice: Veramente
Cotestui studia per le invenzioni
Di verseggiar le bombarde e i cannoni.

In decasillaboni
Egli squaderna co' profeti santi
Ippopotami neri e lionfanti,

E sópravi giganti
Che vanno armati di monti e montagne
A imbottar nebbia per queste campagne:

Ma poi grugnisce e piagne,
Quando tornato al cristian suo core
S'inginocchia davanti al confessore.

Deh quanto è gran dolore
Del tristo punto ove condotta sei
O tósca Musa già cara a gli dèi,

Da questi uomini rei
Che ad ogni voglia lor buona o non buona
Adoperano pur la tua persona.

Non che rotta la zona,
E' t'han diserto i più gentili arredi;
E infantocciata come tu ti vedi

Dal capo in fino a' piedi,
Ti mandano accattando in su 'l sentiero.
Ov'è il regal paludamento altiero?

Or se' tu da dovero
Che a l'universo descrivesti fondo
E fosti prima poesia del mondo?

Or è questo il giocondo
E nobil sen dal quale a' dì più tardi
Si nutriva il gran cor del Leopardi?


Ah no! tu di codardi
Se' madre e sposa: or ti conosco io tutta,
O barattiera svergognata putta.

Deh via, sudicia e brutta,
Lascia, via, di menar tanto fracasso;
Uccella a' barbagianni e statti in chiasso.

LXXVI
PIETRO FANFANI E LE POSTILLE

Pietro Fanfani sta ne le postille
E le postille stanno nel Fanfani:
In principio eran sole le postille,
Poi le postille fecero il Fanfani.

E il Fanfani in persona è le postille,
Le postille in idea sono il Fanfani:
Dice Fanfani chi dice postille,
Dice postille chi dice Fanfani.

Oh nuova cosa veder le postille
Vestir panni e mangiar con il Fanfani,
E il Fanfani pensar con le postille.

Tutte le cose che pensa il Fanfani
O vuole o ama o fa le son postille;
E le postille son sempre il Fanfani.

E poi che nel Fanfani
Sono cervello e cuore una postilla,
L'angel custode può spassarsi in villa.


LXXVII
IL BURCHIELLO AI LINGUAIOLI

Il soldan de gli accenti a solatìo
Giva su per Mugnone in vista fiera.
Calandrin gli dicea con buona cera
– Togli de l'elitropia o fratel mio. –

Cantavan l'oche per quella riviera
– Pìgliati i paperotti, e va' con Dio; –
Gli gridavano i ghiozzi – Addio, addio; –
Sconcordavano i granchi a schiera a schiera.

Grande onor fecegli anche un pappagallo
Declinando proverbi a le brigate
Di sur un arbor di sambuco giallo;

Ed in rime dicea sue pappolate,
Ma le Grazie gli diedero un cavallo,
E con le gazzere ei si rese frate.

Di farfalle acconciate
Con passerotti lessi a gran diletto
Una bertuccia faceva il guazzetto;

E di quel suo brodetto
Diè bere più d'un tratto al Nardi e al Gello,
Che per ammenda tolsergli il cappello

Dove tenea 'l cervello,
E diederlo a beccare a un fottivento
Che dopo il pasto si morì di stento.

Or ecco un gran concento
Di fischi e bussi pauroso e strano:
E' vengono i pedanti a mano a mano,



E pigliano il soldano
E la bertuccia e il pappagal babbione,
E spettacol ne fanno entro un gabbione

Dicendo a le persone
– O buona gente, venite a la mostra:
Questi son gli occhi de la lingua nostra.

LXXVIII
A MESSERINO
S'indraca Messerin contro i pedanti,
E del Monti pur ciancia e del Manzoni.
O pecoraio, contastù i caproni?
Quanti piedi han dirieto e corna avanti?

Questo servo de' servi de' menanti,
Spazzaturaio di composizioni,
Piglia del campo anch'egli e fa sermoni
E se l'allaccia tra' filosofanti.

Or credi tu de la viltà natia
Esserti scosso per tuffar le mani
Dentro l'inchiostro d'una stamperia?

Va fíccati in un cesso o datti a' cani!
Che se tu me 'l chiedessi in cortesia
Pur ginocchione e con giunte le mani

Per lo dio de' cristiani,
Un calcio mio non ti vorrei donare;
E ragghia a posta tua se sai ragghiare.

Gli scudi che vuoi dare
Per far dietro a' pedanti il buggerio,
Se fussin soldi loderesti Iddio.


Omicciattolo mio,
Vuoi farla da leone, e se' asinello
Che mai si vide il più pulito e bello.

Mettetegli il corbello,
Carcatelo di ciarpe e di letame.
E co 'l baston cacciategli la fame.

LXXIX
SUR UN CANONICO CHE LESSE
UN DISCORSO DI PEDAGOGIA
Udite, udite il molto reverendo
Sopra la educazione de' figliuoli.
E' si vuol, quand'han messo i lattaiuoli,
Cominciar la grammatica esponendo;

E quelli duri a modo di piuoli
Tutta in latin la vengan ripetendo.
Che se il ragazzo dice – I' non la intendo –
È da pigliar de' nerbi o ver querciuoli,

E picchiatelo forte a nodo a nodo,
E chiamatel furfante a tutto pasto:
A un bisogno e' c'è il martello e 'l chiodo

Per crocifigger chi l'avesse guasto.
Questo de l'insegnar cristiano è il modo,
Così il fanciullo vien saputo e casto.

Ma deh prima il catasto
Insegnategli e la negromanzia,
Che non la storia e la geografia.

Questa è una cosa ria,
Questo è razionalismo di quel fino:
Contentisi il ragazzo al Bellarmino.


Oh che giovin divino,
Se di nulla mai chieggavi ragione
Credendo tutto a tutte le persone!

E creda anche al forcone
Di Satanasso o ver di Lucibello
E a le penne de l'agnol Gabriello,

Ed a lo spiritello
O spiritelli che vengano a schiere
E al diavolo grande e a le versiere,

E che le fattucchiere
Piglin forme di cagne o vuoi di gatte,
Ed a tant'altre autorità sí fatte.

E così si combatte
In prò de' nostri italiani vecchi,
E questo è il classicismo di parecchi!

O bonzi, o mozzorecchi,
Voi fiorirete i ginnasi e' licei
D'Ecceomi e Barabbi e Zebedei.

LXXX
A BAMBOLONE

Se Dio ti guardi sino a befania
Cosí fresco grassoccio e badiale
Ed a risparmio del pepe e del sale
Da viver anche sant'Anton ti dia,

Or dinne, Bambolone, in cortesia: –
Se' tu tozzone o porti piviale?
Ha' tu studiato di negromanzia?
Se turcimanno o cozzone o sensale?


Quando tu mostri fuora il tuo faccione
E l'occhio picciolino e quella fessa
Che tieni ov'han la bocca le persone,

Dice la gente – È egli ora da messa?
Ècci oggi a la Nunziata processione?
Ehi, sagrestano! – Ma quel dir poi cessa,

Quando una filatessa
Sciogli di citazion greche e latine
Che l'una e l'altra si pigliano al crine.

A fé tu trinci fine
L'apotegma ed il còlon e lo scolio,
E l'assioma bei come il rosolio.

Sembri il padre Nizolio
Che fe' di Marco Tullio anatomia,
Sembri il sultan de la filologia.

Ma di filosofia
Tu n'hai piene le sacca anzi le balle:
Dice la gente che mai non ti falle.

N'hai sempre in su le spalle,
E ne le brache, e fin dentro gli usatti,
E la vendi al minuto e la baratti.

Oh come sono matti,
I' volevo dir nuovi e peregrini,
I discorsi che fai, grandi e piccini!

Gli arabi ed i latini,
I francesi i geloni ed i caldei
E irochesi e ottentotti ed aramesi,


Gli svizzeri e gli ebrei,
Ed i russi ed i prussi ed i borussi,
Gli hai su le dita come tu ci fussi.

Anche hai giocato a frussi
Con Salomone, e facei l'altalena
Con Licurgo quand'ei murava Atena.

O testona ripiena
D'ogni gran cosa, grossa soda e dura,
Tu hai gran naturale, anzi natura.

Or dài or dài la stura
A quelle fantasie che in rime hai mésse
Ma risprangale prima ove son fesse.

Calate le brachesse,
Baraballo t'aspetta in Elicona
E vuol dare al tuo crin la sua corona.

E tutto il monte suona
– O Bambolone, vienne a questo stallo
Vienne tra il Carafulla e Baraballo!

LXXXI
AL BEATO GIOVANNI DELLA PACE

Oggimai che ritornati
Son di moda e stinchi ed ossa
E né pure gl'impiccati
Son sicuri ne la fossa.
Anche a voi la quiete spiace,
Fra' Giovanni de la Pace?

Bravo Nanni, la persona
Rilevata su bel bello,
Una santa pedatona
Voi menaste ne l'avello
E gridaste – Giuraddio!
S'è così, ci sono anch'io.


Su da bravo, Cosimino!
Vieni fuor con la brigata,
Metti in pronto il baldacchino,
E facciam la passeggiata.
Era tanto che giacevo!
È tornato il medio evo! –

Ma da vero ma da vero
Che n'avete ogni ragione.
Ecco il presule ed il clero
A menarvi in processione,
O soldato trionfante
De la chiesa militante.

Viva pur Sandro Manzoni!
Quant'è mai che s'arrabatta
Co' filosofi nebbioni
E gli storici a ciabatta!
Acqua santa a piena mano,
Tutto il secolo è cristiano.

Libertà, indipendenza,
Paganissima utopia,
Offendevan la decenza
De la santa teoria,
Ora stabile e fondata
Su l'Europa incantenata.

Guarda mo', Castelbriante!
La tua Francia torna a Dio:
Bonaparte è novo Atlante
A la cattedra di Pio:
Fan da Svizzeri a San Piero
I nipoti di Voltèro.

Cristo par sia riportato
Fra' bagagli di Radeschi,
Su l'altare appuntellato
Da le picche de' Tedeschi.

Convertì la baionetta
Questa terra maledetta.

Questa terra, che del nostro
Sangue e pianto è molle ancora,
Brontolando un paternostro
Su zappiamo a la buon'ora,
Per trovare ossa di santi
O di frati zoccolanti.

Vo' veder, se l'uso tiene,
Cristianissima Parigi,
Abbigliar le Maddalene
Col soggólo e in panni bigi.
E mandarle a' lupanari
Con in petto i reliquari.

Che t'importa, o razza sfatta,
De le cose di quaggiù?
Un fermaglio a la cravatta
Con un osso di Gesù:
Una formola d'usura
Con un passo di Scrittura!

Che volete? Il cristianesimo
È un romanzo che fa chiasso.
Ci scordammo del battesimo,
Ma cantiamo co 'l compasso
Com'un'aria di Lucia
Paternostro e avemaria.

Presto dunque il reliquario,
E ben venga il santo novo!
Tra i compari del lunario
Anche lui si faccia il covo,
Avvocato e servigiale
De la pace universale.


Bel vedervi, fra' Giovanni,
Ritto ritto su l'altare,
E briachi per gli scanni
I canonici a russare,
E i devoti bisbiglianti
Di cambiali e di contanti.

E le belle penitenti
Mentre cantan litania
Affittar nuovi serventi
Per l'entrata in sagrestia,
Invocando la Madonna
Quando s'alzano la gonna.



LIBRO VI

LXXXII
A VITTORIO EMANUELE

Non perché da' Sabaudi a la marina
Stendi lo scettro de l'avito impero
Su 'l Po regale e il Tanaro sonante,
Non perché a' cenni tuoi leva ed inchina
Il subalpino popolo guerriero
I liberi vessilli a te davante;
Ma perché figlio amante
Sei de l'antica madre in ch'io mi vanto,
Al tuo conspetto il pianto
Di costei reco, onde su l'empie squadre
Già spronasti il cavallo a lato al padre.

Or drizza il guardo a valle; or vedi, o sire!
Dal pian cui parte l'Eridàno e irriga,
De la grande cacciata glorioso;
Da le lagune ove il sublime ardire

La strana signoria lenta castiga,
Onde il vecchio leon freme cruccioso;
Dal prisco suol famoso
Che sacro ha il nome più fra Tebro ed Arno;
E dove Liri e Sarno
A bestial tirannia nutron le prede;
Tende le braccia Italia e pietà chiede.

Pietà de la gran donna, o cavaliere,
O rege, o figlio! In forza altrui condotta
Questa dolente il suo Cesare chiama:
Mille stannole attorno ombre severe
Ch'han la persona di più punte rotta
E guardan pure in te con muta brama.
Cotal già sovra Rama
Suonava il pianto di Rachel cattiva,
Che de' suoi figli priva,
Poi ch'eran morti, non volea conforto,
In fin che Giuda a la vendetta è sorto.

Attendi, attendi. Un suon profondo e lento
Rimugge da la valle e in alto spira,
E si fa tuono che a l'intorno romba:
Par d'acque molte rumoreggiamento,
Quando il bosco al vicin nembo s'adira
E il vorticoso Borea giù piomba.
Non è rumor di tomba:
E l'itala minaccia a lo straniero;
È fremito guerriero,
Che cresce co 'l romor de le procelle,
E i regi e l'armi avvolve e i troni svelle;

È grido atroce di calcata plebe
Che sorge contro la ragion de' forti
E il pio sdegno e le sante ire raguna.
A te commette le paterne glebe,
A te le invendicate ossa de' morti,
A te i vóti e la speme e la fortuna,

E i talami e la cuna
De' pargoletti e il maternal desio.
Deh non cresca, per dio,
Sotto i regni di barbaro soldato
Chi d'italica donna italo è nato!

Corser due lustri che cruenta al suolo
Gittando Alberto l'itala corona
Ostia sé diede a l'ira alta de' cieli:
Rinnovellata a la ragion del duolo
Crebbe altra gente, e l'itala matrona
Incanutì sotto i funerei veli.
Deh! quante volte aneli
Dal cozio sasso protendean lo sguardo
Su 'l bel terren lombardo
Gli esuli mesti, rimembrando in vano
La pia casa paterna e il dolce piano.

E presso al freddo focolar sedea
Barbaro sgherro, a i padri antichi in faccia
Esplorando il dolor l'ansia la speme:
Vile! e a le mute lacrime irridea;
E co 'l ferro e lo scherno e la minaccia,
Volerne servi e miseri e partiti!
Vile!, l'ira premea che inerme freme.
Or non più, no! l'estreme
Battaglie affretta la lombarda prole:
Scintillan sotto il sole
Gli sdegni aperti, e gran fiamma seconda:
Torma servile i nostri campi inonda.

Io chieggo a te, de l'itale contrade
Cavaliere scettrato, a te, buon figlio
Del magnanimo Alberto: Or che più cessi?
Che fanno in val di Po straniere spade?
E quei che Alberto spinsero a l'esiglio
E a morte inconsolata, or non son essi?
Tra oppressori ed oppressi

Non pace mai, ma guerra guerra guerra!
Armi freme la terra,
Armi i vecchi le donne i figli imbelli,
Armi i templi e le case, armi gli avelli.

Ma pace a te, se nieghi a' tuoi scettrati,
Stirpe d'Arminio, il braccio, e te consigli
Con libertà che i popoli compose.
Noi non venimmo del bel Reno armati
A predar le riviere, e non i figli
Strappammo al sen de le tue bionde spose:
A l'ire generose
Sorride Libertà, l'auspice dea
Che su' Franchi spingea
La negra caccia del tuo fier Lutzove
Con suon d'inni e di spade a l'ardue prove.

Pietà vi stringa, o popoli, del duolo
Ond'è sacra l'Italia e de la speme
Che le disperse sue genti nutrica:
Non invidiate che su 'l patrio suolo,
Suolo che ancor del nostro sangue geme,
Raccolga i figli suoi la madre antica.
Deh, per dio, non si dica
Quest'obbrobrio di voi! de' nostri danni
Patteggiar co' tiranni!
Iloti nuovi, su pe' i nostri liti,
Volerne servi e miseri e partiti!

Attendete e guardate. Il petto è questo
D'Italia madre, il petto ove attingeste
Onda di civiltà perenne e viva:
L'han macchiato Neroni empi d'incesto,
L'han solcato di piaghe disoneste,
E il sangue ne gittar per ogni riva.
Egra giace e mal viva
La Cibele d'Europa: a lei d'intorno
Nel novissimo giorno

Stanno i suoi figli, in contro a' fati oscuri
Di feroce pietà forti e securi.

Che se nel cor de' popoli consorti
Misericordia tace, e se ne' petti
De' regi stagna un vergognoso oblio;
Pe 'l supremo desir de' nostro morti,
Pe 'l tacito pregar de' pargoletti,
O Italiani, o fratelli, o popol mio,
Leviam! Giudichi Iddio
La causa nostra a l'universo in faccia.
E tu, Vittorio, abbraccia
L'italica bandiera; il serto scaglia
Oltre Po, nel terren de la battaglia.

Loco è in Superga, ov'ha misteri orrendi
La religion di morte, ove aspettando
Posan gli atavi re dentro gli avelli:
Ivi sali, o signor: la spada prendi
Di Carlo Alberto, e i tuoi padri evocando
Batti lo scudo de gli Emmanuelli.
A quel suon, di novelli
Fremiti il ciel d'Italia ecco rintrona:
Come nube che tuona
E nel rovente folgore scoscende,
Lungo clamor da l'alpi al mar si stende

Vapor di sangue orribilmente sale
Da la fatal Novara, e l'aere invade
E fuma atro su 'l mare e vela il monte:
Ecco rabbia di guerra alta immortale,
E strepitar d'incalzantisi spade,
E a le vendette correre Piemonte.
Di rossa luce a fronte
Già balena Custoza, e già la guerra
Corre l'insubre terra;
E rompono feroci ogni dimora
Brescia e Milano a gridar mora mora.


Ma il leon di San Marco alza la testa,
E sovra i mille orribile s'avventa
Tra ferro e fuoco ed urla alte e terrore
Tende l'orecchio, il suon de la tempesta
Napoli attinge; e già spezzò la lenta
Sbarra e le strambe del regal timore.
Generoso furore
Rapisce i prodi ne l'usate prove:
De l'ire antiche e nove
Freme Palermo, e da la sua ruina
Anche si drizza a battagliar Messina.

Né tu men presto la codarda soma,
Che ne la strage tua fu colorita,
Da te scuoti, o roman popolo altero.
Al folgorar de la novella Roma
Già tra l'are s'appiatta il re levita,
E ritorna a trattar suo ministero.
Tu fra tanto il cimiero
Vesti di Marte e la visiera abbassi,
E la grand'asta squassi,
Ricercando il nemico. E teco agogna
Tedesco sangue la viril Bologna.

E noi da gl'indignati ozi riscuote
Noi tósche genti la funerea voce
De i giovinetti in Montanara estinti:
Quando ne le frequenti aule percuote,
Taccion le danze, e in un desio feroce
Taccion i vólti di pallor dipinti.
O campi insubri tinti
Del sangue nostro, ancor nel dì supremo,
Ancor vi rivedremo,
D'ostie ferite e trionfali canti
A placar le fraterne ombre aspettanti.

Su dunque, suona a l'ultima riscossa,
Re sabaudo, le trombe, e giù dal monte

Saettando la guerra urta il destriero.
Sia del tuo brando il lampo e la percossa
Lume di vita a la gran donna in fronte
E fulmine di Dio su lo straniero.
Vantator menzognero,
De l'armi nostre e de la gran vendetta
Senta l'orrenda stretta;
E troppo Italia ancor gli sembri forte,
(Quando ne' lurchi avventerà la morte).

In van le scuri e le catene, in vano
Fûr gli ozi e l'ombre di cocolle e stole:
Sangue latin viltà, no, non impara.
O plebi di Bologna e di Milano,
A cui per libertà morir non duole!
O Goito, o Pastrengo, o Montanara!
O cara Brescia, o cara
Venezia! deh come tu suoni acerba
A chi le piaghe serba
Da Mestre e vide per la notte nera
Tutta affocata folgorar Marghèra.

Itali esempi fûr nel Barberino
Venti giovani contro a Francia tutta
Rotti di venti colpi il seno invitto:
Son nostri Rosaroll, il Morosino,
Poerio, e su la mole arsa e distrutta
Medici solo orribilmente dritto.
Questo è roman conflitto,
Pugnato sempre e rinnovato ognora,
Fin che il Cimbro dimora
Nel suol di Mario, e dal carinzio chiostro
Alarico depreda il terren nostro.

Ma te Mario novel le ocnee convalli
Ben sentiranno, ne l'immensa clade
Splendenti al cielo di più bei colori.
Esultano al passar de' tuoi cavalli

L'ossa fraterne, e a le vittrici spade
Il suolo di Maron cresce gli allori.
Consacra i rei signori
Debite inferie a i santi aviti Mani:
Poi su' colli italiani
L'ombra adora di Roma, e il voto augusto
Sciogli di Giulio e di Traian su 'l busto.

LXXXIII
IN SANTA CROCE
XXIX MAGGIO MDCCCLIX

Non carmi, non ghirlande, e non concento
Di salmi a l'ombre de' guerrier si doni:
Grecia ne l'aspro dì de le tenzoni
Diede inferie di sangue a' suoi trecento.

O sacre a morte libere legioni,
Qui venite di morte al monumento;
Qui profferite orribil giuramento,
Che nel conspetto del Signor risuoni.

Pe 'l sangue de gli eroi, pe' franti petti
De' vegliardi, pe 'l duol che si disserra
Da le piaghe di madri e pargoletti,

Guerra a' tedeschi, immensa eterna guerra,
Tanto che niun rivegga i patrii tetti
E tomba a tutti sia l'itala terra.
LXXXIV
ANCHE IN SANTA CROCE

Quali, quali, al tuonar de' feri accenti
Forme s'accalcan per lo sacro loco?
Assistete, spirate, ecco io v'invoco.
O martiri, o fraterne ombre frementi:


E voi caduti sotto il ferro e il foco,
E voi sotto il flagel schiacciati e spenti,
E voi sparte dal piombo anime ardenti,
E qual de' ceppi uscì livido e fioco.

Conturbate i sepolcri, scoperchiate
Le tombe, e nel conspetto de l'Eterno
Il pianto e il sangue del martirio alzate.

Non ci lasciar di Satana in governo:
L'inferno contro te l'armi ha levate,
Ed in Austria, Signor, tutto è l'inferno.


LXXXV
GLI AUSTRIACI IN PIEMONTE


E molti e armati e di ferocia immani
Batter misere plebi; e ne le vite
Ne gli aver ne l'onor mettere ardite
Le sanguinose e non pugnanti mani;

Poi, le prede gittando in van rapite,
Al suon de l'armi prime i noti piani
Ricercar ne la fuga, ed a i lontani
Presidii erger le fronti sbigottite:

Queste son le tue pugne, oste gagliarda.
Ma intatta sorge la regal Torino,
E su 'l libero mar Genova guarda.

Riparate, predoni, oltre Ticino;
Ché ben per la fremente aura lombarda
Vi segue il ferro ed il valor latino.

LXXXVI
A GIUSEPPE GARIBALDI
Te là di Roma su i fumanti spaldi
Alte sorgendo ne la notte oscura
Plaudian pugnante per l'eterne mura
L'ombre de' Curzi e Deci, o Garibaldi.

A te de' petti giovanili e baldi
Sfrenar l'impeto è gioia; a te ventura
Percuoter cento i mille, e la sicura
Morte con amorosi animi saldi

Abbracciar là sopra il nemico estinto.
Or tu primo a spezzar nostre ritorte
Corri, sol del tuo nome armato e cinto.

Vola tra i gaudi del periglio, o forte:
Vegga il mondo che mai non fosti vinto
Né le virtù romane anco son morte.
LXXXVII
MONTEBELLO
Non son, barbaro, qui le inermi genti
Onde facil menar preda ti giova:
Son forti mille; e teco ardono in prova
Mescersi, d'armi e di valor potenti.

Son gl'itali manipoli irrompenti:
Questo che fere, il ferro è de la nova
Gente; e com'e' s'incarna avido e trova
L'austriache vite, barbaro, tu il senti.

Superbo, e sotto la sabauda lancia
Curvi le spalle? prode, e sí restio
Se' tu dal ferro e così pronto a ciancia?

T'urta e rompe e disperde, o ladron rio,
Italia a fronte; e a tergo poi ti lancia
La vendetta de' popoli e di Dio.

LXXXVIII
PALESTRO
Italia, il gregge de' tuoi re, straniero
Gregge, tra le tedesche aste dormia;
O ver dal sonno pauroso il fero
Tendea gli artigli e sangue tuo sitìa.

Or tessi il roman lauro al re guerriero
Che per te pugna e vince, Italia mia:
Ei milite ei tribuno ei condottiero
Ti sorse, ed egli imperador ti sia.

Competitore oh qual sarà che scenda,
Quando tu del guerriero al crin sudato
Ponendo, o Italia, la cesarea benda

Dirai: Su le paterne ossa giurato
Questi ha il mio scampo: questi entro l'orrenda
Pugna il suo sangue, italo sangue, ha dato?
LXXXIX
MAGENTA
Gli attese al passo; poi di nubi avvolta
Del Cesare cirnèo l'ombra si mosse,
E disgombrando la caligin folta
Alzò il grido di guerra, e il ciel si scosse.

Già fuoco e ferro orribilmente in volta
Percuote i lurchi come turbin fosse,
E l'antica vendetta entro la molta
Strage l'ali battea torbide e rosse.

Or via, cessate l'inegual conflitto;
Ché quinci servitù feroce e muta,
Quindi pugna de i popoli il diritto.

Cade l'austriaca sorte: e te saluta,
Pian di Magenta, il civil mondo afflitto:
L'avversaria del bene è in te caduta.

XC
MODENA E BOLOGNA
Al suon che lieto pe 'l diverso lido
Empie tra i monti e 'l mar l'italo seno,
Sgombra, o straniero, i tuoi presidî: infido
Sotto i barbari piè crolla il terreno.

Or chi pria leverà d'Italia il grido
Spezzando il vario, infame, antico freno?
Di martiri e d'eroi famoso nido,
Voi Modena e Bologna. Oh al dì sereno

Di libertà cresciute anime altere
Tra i ceppi sanguinanti e gli egri esigli
E gli orrendi martòri in prigion nere,

Voi ne' tedeschi e ne' papali artigli
Chi più mai renderà, poi che un volere
Raccoglie al fin de la gran madre i figli?
XCI
SAN MARTINO
Chi del German di doppia oste maggiore
Là il barbarico nembo urta e sostiene?
Chi sovra mucchi di morenti muore
Sorriso in volto di letizia e spene?

Qual d'ira e di virtù divin furore
Su quel colle a le prove ultime viene?
Chi ricaccia il gagliardo assalitore,
E terribil lo folgora a le schiene?

Sei tu, sei tu, latin sangue gentile,
Che ne i pugnati campi su la doma
Austria risorgi in tua ragion civile,

Ed a l'Europa gridi – Oh, chi mi noma
Servo mai più? fine a l'oltraggio vile!
Rendimi il serto di mia madre Roma.

XCII
PER LE STRAGI DI PERUGIA

Non più di frodi la codarda rabbia
Pasce Roma nefanda in suo bordello;
Sangue sitisce, e con enfiate labbia
A' cattolici lupi apre il cancello;

E gli sfrena su i popoli, e la sabbia
Intinge di lascivia e di macello:
E perché il mondo più temenza n'abbia,
Capitano dà Cristo al reo drappello;

Cristo di libertade insegnatore;
Cristo che a Pietro fe' ripor la spada,
Che uccider non vuol, perdona e muore

Fulmina, Dio, la micidial masnada;
E l'adultera antica e il peccatore
Ne l'inferno onde uscì per sempre cada.
XCIII
ALLA CROCE DI SAVOIA
Già levata ne gli spaldi
De' castelli subalpini,
Tra le selve ardue de' pini
Ondeggianti a l'aquilon;

De' marchesi austeri e baldi
Fiammeggiante ne i brocchieri,
Quando i ferrei cavalieri
Ruinaro a la tenzon;

Come bella, o argentea Croce,
Splendi a gli occhi e arridi a' cuori
Su 'l palagio de' Priori
Ne la libera città;


Dove il secolo feroce,
Posta giù l'ùnnica asprezza,
Rivestì di gentilezza
La romana libertà.

Vero è ben: qui non sorgesti
A l'omaggio de i vassalli,
Giù squillando per le valli
L'alto cenno del signor;

Né tornei ferir vedesti
Né d'amore adunar corti,
E lodar le belle e i forti
Non udisti il trovator.

Una plebe di potenti
Qui giurossi al franco stato.
E il barone spodestato
Si raccolse tra gli artier,

Quando sursero portenti
Da le sete e da le lane,
E le logge popolane
Vider Giano e l'Alighier.

Ma la luce che a te intorno
Novamente arde e sfavilla,
E da Susa fino a Scilla
Trae le nostre anime a te,

Nel desio d'un più bel giorno
Che, cessati i duri esigli,
La gran madre unisca i figli
Sotto il nome del tuo re;

Quella luce tra gli orrori
De l'Italica sventura.
Queste tombe e queste mura
A i dì novi la serbâr.


Tal su l'urne de' maggiori
A la tarda etrusca prole
La favilla alma del sole
I sepolcri tramandar.

Qui Alighier nel santo petto
Accogliendo pria quel raggio
Te nel triplice viaggio,
Nova Italia, ricercò:

Tutto in faccia al gran concetto
Gli fremeva il cor presago,
E, di Roma l'alta imago
Abbracciando, poetò.

Qui ne l'aule del senato,
Qui de' rei nel duro ostello,
Doloroso Machiavello
Maturava il pio desir;

E a la forza ed al peccato,
Che l'Italia egra tenea,
Chiese aiuto a l'alta idea
E de l'opera l'ardir.

Infelice! a la sua gente
Si volgeva altro destino,
E il buon Decio fiorentino
La grand'anima gittò.

Ma il pensier del sapiente
Ed il sangue del guerriero
Sovra il capo a lo straniero
Le viventi ire eternò.

E fu primo Burlamacchi,
Dato a morte e pur non vinto,
Contro il fato e Carlo Quinto
Il futuro ad attestar.


Poi da' petti inermi e fiacchi
Rifuggì l'altera idea
Fra le tombe, onde solea
Ferri e ceppi rallegrar.

Or, desio de' nostri morti,
De' viventi amore e gioia,
Bianca Croce di Savoia,
Tu sorridi al nostro ciel.

Gloria a te, da che a' tuoi forti
Filiberto aprì la strada
E su i barbari la spada
Levò Carlo Emmanuel!

Gloria a te quando nel grido
D'una plebe combattente
Tra le patrie armi lucente
Te un magnanimo portò;

E per tutto il nostro lido
Fin de l'Adria a la riviera
Da le torri di Peschiera
La vittoria folgorò!

Sacra a noi, te non avvolse
La ruina di Novara:
Più terribile e più cara
Di memorie e di virtù,

Risorgesti: e un rege accolse
In te l'italo destino,
Quando ruppe a San Martino
La stagion di servitù.

Chi l'ha detto che fremente
Di terrore e di corruccio
Qui su'l popol di Ferruccio
Un d'Asburgo regnerà?


Su, stringetevi, o possente
Gioventù de le legioni!
Su risorgi, o Pier Capponi;
Tocca i bronzi a libertà!

Il combattere fia gioia.
Fia 'l morire a noi vittoria:
Pugnerà con noi la gloria
Ed il nome de i maggior.

E tu, Croce di Savoia,
Tu fra l'armi e su le mura
Spargerai fuga e paura
In tra i barbari signor.

Noi, progenie non indegna
Di magnanimi maggiori,
Noi con l'armi e con i cuori
Ci aduniamo intorno a te.

Dio ti salvi, o cara insegna,
Nostro amore e nostra gioia!
Bianca Croce di Savoia,
Dio ti salvi! e salvi il re!

XCIII bis
VARIANTE CANTATA DELLA
«CROCE DI SAVOIA»
Come bella, o argentea Croce,
Splendi a gli occhi e arridi a' cuori
Su 'l palagio de' Priori
Ne la libera città;

Dove il secolo feroce,
Posta giù l'ùnnica asprezza,
Rivestì di gentilezza
La romana libertà!


A Vittorio i nostri carmi
Ne le piazze popolose,
De' figliuoli e de le spose
Consacriamo a lui l'amor,

E lo strepito de l'armi
E il furor de' fieri petti
E la folgor de i moschetti
In presenza a gli oppressor.

Il combattere fia gioia,
Fia 'l morire a noi vittoria:
Pugnerà con noi la gloria
Ed il nome de i maggior.

Ma te, o Croce di Savoia,
Altra gente invoca e aspetta:
A chiamar la gran vendetta
Sorge un grido di dolor.

È Venezia. In riva al mare
Siede, guarda, e al ciel si duole;
E conforto aver non vuole,
Perché figli più non ha.

Oh qua l'armi! e a fulminare
Torna, o re, nel tuo sentiero:
Dove regna lo straniero,
Va', ti mostra, e fuggirà.

Noi, progenie non indegna
Di magnanimi maggiori,
Noi con l'armi e con i cuori
Ci aduniamo intorno a te.

Dio ti salvi, o cara insegna,
Nostro amore e nostra gioia!
Bianca Croce di Savoia,
Dio ti salvi! e salvi il re!

XCIV
BRINDISI
Evoe, Lieo: tu gli animi
Apri, e la speme accendi.
Evoe, Lieo: ne' calici
Fuma, gorgoglia e splendi.

Tenti le noie assidue
Co' vin d'ogni terreno
E l'irrompente nausea
Freni con l'acre Reno

Chi ne le cene pallide
Cambia le genti e merca
E da i traditi popoli
Oro ed infamia cerca:

A noi conforti l'anime
Pur contro a' fati pronte
Il vin de' colli italici
Ove regnò Tarconte.

Un morbo rio cui niegano
Le mie camene il nome
Pasce le membra d'Ampelo
E le fiorenti chiome,

Ed ei sparso di rigido
Livor la bella faccia
Al tuo gran nume supplica
Pur con le inferme braccia.

In van: tu sdegni, o Libero,
Che a' temperati ardori
La dolce per i barbari
De l'uve ambra s'indori;


E, quando il marte austriaco
Su' colli tuoi gavazza
Tu sfrondi i lieti pampini,
Tu frangi al suol la tazza.

Nato al sorriso limpido
De le pelasghe forme,
I tetri ceffi abomini
E le ferine torme.

Deh risorridi e fausto
A la vendemmia scendi;
Ne i bicchier nostri, o Libero,
Fuma, gorgoglia e splendi.

Ne' clivi ove più prospero
Il sacro arbusto alligna
Non più stranier quadrupede
Ti pesterà la vigna,

Non de l'ottobre splendido
Tra i balli e le canzoni
Mescerà lituo retico
I detestati suoni.

Il re teban di vincoli
Strinse il tuo fido stuolo:
Tu sorridesti, e inutili
Caddero i ferri al suolo.

D'estranei re da' vincoli
Italia or si sprigiona:
Ridi, o vendemmia; o Libero.
Il mio bicchier corona.

Torni a' suoi covi squallidi
La sconsolata prole.
Di putri nebbie fumiga
La terra in odio al sole


Che a pena guarda i poveri
Campi e i maligni colli,
Cui nieghi, o padre Libero,
L'onor de' tuoi rampolli.

Ivi i giacenti spiriti
D'amari succhi asperga
E oblii ne' sonni torbidi
De' suoi signor la verga.

A noi tu serbi i vividi
Estri e gli ardor giocondi,
Di civil fiamma, o Libero,
A noi tu i cuori inondi;

Tu caro a lui che a' teutoni
Indisse i lunghi affanni
Ed al cantor lesbiaco
Spavento de' tiranni.

XCV
LA SCOMUNICA
I fratelli a i fratelli e i padri a i figli
Chiama Roma inimici, e guerra chiede:
Per vive membra crepitar le tede,
Dritti fra nere croci acciar vermigli,

E fra stupri ed oltraggi e sangue e prede
Rapito Cristo da rabbiosi artigli
Delitti a consacrar, con erti cigli
Di tra l'orgie dormite ella già vede.

Già leva il maggior prete in bianche stole
Tra la sua turba imbestiata e scempia
La man benedicente e le parole.

Nefandi! oh venga dì che sangue v'empia
Sì che v'affoghi, e sia quel che a voi cóle
Da i sen forati e da la rotta tempia.

XCVI
VOCE DEI PRETI
E tu pur di viltà scuola e d'inganni
Fosti, o asil de gli oppressi, o tempio; quando,
I fratelli e la patria e Dio negando,
L'interprete di Dio stiè co' tiranni.

Empio! e al ciel si lodò de i nostri affanni,
E benedisse a gli oppressori il brando,
E a l'inferno sacrò qual sé levando
Scotea dal capo del servaggio i danni.

Pronta a gl'imperi d'ogni vil feroce
E a le lusinghe del vietato acquisto,
A Dio mentì de' vati suoi la voce.

Ahi giorno sovra gli altri infame e tristo,
Quando vessil di servitù la Croce
E campion di tiranni apparve Cristo!
XCVII
VOCE DI DIO
Voce di Dio nel tempio or ecco tuona,
– Una sembianza avete ed un linguaggio
Vostra è la patria che il Signor vi dona,
Cui ride il ciel co 'l più soave raggio.

Via del sire stranier l'armato oltraggio!
Via la favella che diversa suona!
Cui vi strappa de' vostri avi il retaggio,
Cui vi tragge a servir, Dio non perdona:

Dio che accende la vita entro gli avelli,
Che incontro a gli oppressor tra' folgor vola
In compagnia de' Macabei fratelli. –

Salve, o voce di Dio! questa è parola
Che di te scende, e a' secoli novelli
Rende lo spirto del Savonarola.

XCVIII
IL PLEBISCITO
Leva le tende, e stimola
La fuga de i cavalli;
Torna a le pigre valli
Che il verno scolorò!

Via! su le torri italiche
L'antico astro s'accende:
Leva, o stranier, le tende!
Il regno tuo cessò.

Amor de' nostri martiri,
De i savi e de' poeti,
Da i santi sepolcreti
La nuova Italia uscì:

Uscì fiera viragine
De le battaglie al suono,
E la procella e 'l tuono
Su 'l capo a lei ruggì

Levò lo sguardo; e splendida
Su 'l combattuto lido
Mandò a' suoi figli un grido
Tra l'alpe infida e 'l mar:

E di ridesti popoli
Fremon le valli e i monti,
E su l'erette fronti
Un sangue e un'alma appar.

Già più non grava i liberi
Viltà di cor le ciglia:
Siam l'itala famiglia
Cui Roma il segno diè.


La forte Emilia abbracciasi
A la gentil Toscana:
Legnano e Gavinana
Sola una patria or è.

L'ombre de' padri sorgono
Raggianti in su gli avelli;
Il sangue de' fratelli
Da' campi al ciel fumò.

Già sotto il piede austriaco
Bolle lampeggia e splende:
Leva, o stranier, le tende:
Il regno tuo cessò.

Piena di fati un'aura
Da i roman colli move;
La terra e il ciel commove
Le tombe e le città.

In ogni zolla, o barbaro,
A te una pugna attesta
L'antica età ridesta
Con la novella età.

Vedi: Crescenzio i tumuli
Schiude nel suol latino:
Levato in piè Arduino
Incalza il nuovo Otton.

T'incalza il sasso ligure,
La siciliana squilla;
E Procida e Balilla
Accende la tenzon.

Ecco: Ferruccio l'impeto
Ed il furor prepara:
Lo stuol di Montanara
Intorno a lui si tien.


Ne i dolor lunghi pallido
Ecco il sabaudo Alberto:
Gittato ha il manto e 'l serto,
Sol con la spada ei vien.

A' varchi infidi cacciano
I tuoi destrieri aneli
Poerio con Mameli,
Manara e Rossarol.

Nero vestiti affrontano
Te del Carroccio i forti.
Tornano i nostri morti.
Tornano a' rai del sol.

De i vecchi e nuovi martiri
La voce si diffonde,
E un grido sol risponde
L'Arno la Dora il Po.

Sola una mente e un'anima
Tutta l'Italia accende:
Leva, o stranier, le tende!
Il regno tuo cessò.

E tu, signor de' liberi,
Re de l'Italia armato,
Ne i voti del senato,
Ne 'l grido popolar,

Sorgi, Vittorio: a l'ultima
Gloria de' regi ascendi;
Al popolo distendi
La mano, ed a l'acciar.

T'accomandiamo i pubblici
Diritti e le fortune,
I talami e le cune,
Le tombe de' maggior:


Vieni, invocato gaudio
A i tardi occhi de' padri,
Speranza de le madri,
De' baldi figli amor.

Vieni: anche i nostri parvoli
A fausti dì crescenti
Te con i dubbi accenti
Chiaman d'Italia re.

Assai splendesti folgore
Ne' sanguinosi campi,
E de la pugna i lampi
Arsero intorno a te.

Vieni, guerriero e principe,
Tra 'l popolar desio:
Teco è l'Italia e Dio:
Chi contro te starà?

Dio pose te segnacolo
D'una fatal vendetta:
Teco l'Italia affretta
A la promessa età.

Straniero, a le tue vergini
Gran lutto allor sovrasta:
Gitta la spada e l'asta:
Dio gli oppressor fiaccò.

De la vendetta il fulmine
Già l'ale infiamma, e scende.
Leva, o stranier, le tende!
Il regno tuo cessò.


XCIX
IN SANTA CROCE
IV GIUGNO MDCCCLX
Tre fra i ricordi e le speranze e il pianto
Sorgon forme nel tempio alte e stupende.
Verde quasi smeraldo ha l'una il manto,
E il ferro e l'occhio verso l'Adria intende.

Come folgor di Dio, da l'altro canto
Roggio il secondo cherubin s'accende;
E mira in val di Tebro; e al pastor santo
Tremano in capo per terror le bende.

Bianco siccome neve in alpi intatte
È il terzo; e va, de' martiri colomba,
Dove Sicilia bella arde e combatte.

Ma grida a gli altri: Allor che la mia tromba
Canti le tirannesche ire disfatte,
Tu su Venezia e tu su Roma piomba.
C
SICILIA E LA RIVOLUZIONE
Da le vette de l'Etna fumanti
Ben ti levi, o facella di guerra:
Su le tombe de' vecchi giganti
Come bella e terribil sei tu!
Oh trasvola! per l'itala terra
Corri, ed empi d'incendio ogni lido!
Uno il core, uno il patto, uno il grido:
Né stranier, né oppressori mai più!

O seduti negli aulici scanni,
A che i patti mentite e la pace?
Solo è pace tra servi e tiranni
Quando morte la lite finì:
Ma il nemico su 'l campo non giace,
Né lasciò da la man sanguinante


La catena che in saldo adamante
Nel silenzio de' secoli ordì.

Come il turpe avvoltoio ripara,
Franto l'ali dal turbine, al covo,
E ne l'ozio inquieto prepara
Pur gli artigli la fame ed il vol;
Vergognando il pericolo novo
La barbarie le forze rintégra
Ne le insidie la speme rallegra,
Pria gli spirti quindi occupa il suol.

Or su via! Fin che il truce signore
Tien sol una de l'itale glebe
E de' regi custodi il terrore
Tra l'Italia e l'Italia interpon;
Fin che d'Austria e Boemia la plebe
Si disseta di Mincio e di Brenta,
E il cavallo de l'Istro s'avventa
Dove al passo confini non son;

Fino al dì, verdi retiche vette,
Che su voi splenda l'asta latina;
Sciagurato chi pace promette,
Chi la mano a la spada non ha!
Presto in armi! l'antica rapina
Ceda innanzi a l'eterno diritto!
Come Amazzoni ardenti al conflitto,
Presto in armi le cento città!

O Milan, la tua pingue pianura
Crebbe pur de le bianche lor ossa,
E i destrieri sferzò la paura
Quando inerme il tuo popol ruggì:
O Milano, a la terza riscossa
Gitta l'ultima sfida, e t'affretta;
Il drappel de la morte t'aspetta,
Ch'è risorto al novissimo dì.


Bello il sangue che ancor su la gonna
Tua ducale rosseggia e sfavilla!
Non forbirlo, o de' Liguri donna;
Odi, a vespro Palermo sonò!
Pittamuli, Carbone, Balilla
Scalzi corran da Prè da Portoria,
Sotto il nobile segno de i Doria,
Dietro il sasso che i mille cacciò.

Dove sono, o Bologna, i possenti,
I guerrier de la tua Montagnola?
Quei che incontro a' metalli roventi
Volan come fanciulle a danzar?
Non più fren di levitica stola
Al furor de le sacre tenzoni!
Spingi in caccia i tuoi torvi leoni!
Senti il cenno per l'aure squillar!

O del Mella viragine forte,
Batti pur su le incudi sonanti,
Stringi pur in arnesi di morte
Del tuo ferro il domato rigor;
Ma rammenta i tuoi pargoli infranti
Su le soglie, i tuoi vecchi scannati,
Ed i petti materni frugati
Da le spade, e l'irriso dolor.

O Firenze, tua libera prole
Dorme tutta ne' templi de' padri
O su' monti ove l'ultimo sole
Il tuo Decio cadendo attestò?
Odo un gemito lungo di madri
Volto al Mincio ed al memore piano
Gli occhi avvalla riscosso il Germano
Da le torri vegliate, e tremò:

Ché un clamor d'irrompente battaglia
Sorge ancor da la trista pianura,
E le azzurre sue luci abbarbaglia

D'incalzanti coorti il fulgor.
A la cinta de l'ispide mura
Su correte, o progenie di forti!
Qui la muta legione de' morti
Qui vi chiama, ed il conscio furor.

Chi è costui che cavalca glorioso
In tra i lampi del ferro e del foco,
Bello come nel ciel procelloso
Il sereno Orione compar?
Ei si noma, e a' suoi cento dièr loco
Le migliaia da i re congiurate:
Ei si noma, e città folgorate
Su le ardenti ruine pugnâr.

Come tuono di nube disserra
Ei li sdegni che Italia raguna:
Ei percuote d'un piede la terra.
E la terra germoglia guerrier.
Garibaldi!... Da l'erma laguna
Leva il capo, o Venezia dolente:
Tu raccogli, o de l'itala gente
Madre Roma, lo scettro e l'imper.

Su, da' monti Carpazi a la Drava,
Da la Bosnia a le tessale cime,
Dove geme la Vistola schiava
Dove suona di pianti il Balcan!
Su, d'amore nel vampo sublime
Scoppin l'ire de l'alme segrete!
Genti oppresse, sorgete, sorgete!
Ne la pugna vi date la man!

Da li scogli che frangon l'Egeo,
Da le rupi ove l'aquile han covo,
O fratelli di Grecia, al Pireo!
Contro l'Asia Temistocle è qui.
Serbo, attendi! su 'l pian di Cossovo
Grande l'ombra di Lazaro s'alza;

Marco prence da l'antro fuor balza,
E il pezzato destriero annitrì.

Strappa omai de' Corvini la lancia
Da le sale paterne, o Magiàro;
Su 'l tuo nero cavallo ti slancia
A le pugne de i liberi dì.
In fra 'l gregge che misero e raro
L'asburghese predon t'ha lasciato,
Perché piangi, o fratello Croato,
Il figliuol che in Italia morì?

In quell'uno che tutti ci fiede,
Che si pasce del sangue di tutti,
Di giustizia d'amore di fede
Tutti armati leviamoci su.
E tu, fine de gli odii e de i lutti,
Ardi, o face di guerra, ogni lido!
Uno il cuore, uno il patto, uno il grido:
Né stranier né oppressori mai più.

LICENZA
Io di poveri fior ghirlanda sono,
Ed Enotrio a le dee m'appese in dono,

Qui l'arte deponendo e il van desio:
Altri chieda la gloria, ed ei l'oblio.


Carducci raffigurato in busto
nella Biblioteca Civica di Verona