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Il Mattino


Sorge il mattino in compagnia dell'alba
Dinanzi al sol che di poi grande appare
Su l'estremo orizzonte a render lieti
Gli animali e le piante e i campi e l'onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
Letto cui la fedel moglie e i minori
Suoi figlioletti intiepidir la notte:
Poi sul dorso portando i sacri arnesi
Che prima ritrovò Cerere o Pale
Move seguendo i lenti bovi, e scote
Lungo il picciol sentier da i curvi rami
Fresca rugiada che di gemme al paro
La nascente del sol luce rifrange.
Allora sorge il fabbro, e la sonante
Officina riapre, e all'opre torna
L'altro di non perfette; o se di chiave
Ardua e ferrati ingegni all'inquieto
Ricco l'arche assecura; o se d'argento
E d'oro incider vuol gioielli e vasi
Per ornamento a nova sposa o a mense.
Ma che? Tu inorridisci e mostri in capo
Qual istrice pungente irti i capelli
Al suon di mie parole? Ah il tuo mattino
Signor questo non è. Tu col cadente




Sol non sedesti a parca cena, e al lume
Dell'incerto crepuscolo non gisti
Ieri a posar qual nei tugurj suoi
Entro a rigide coltri il vulgo vile
A voi celeste prole a voi concilio
Almo di semidei altro concesse
Giove benigno: e con altr'arti e leggi
Per novo calle a me guidarvi è d'uopo.
Tu tra le veglie e le canore scene
E il patetico gioco oltre più assai
Producesti la notte: e stanco alfine
In aureo cocchio col fragor di calde
Precipitose rote e il calpestio
Di volanti corsier lunge agitasti
Il queto aere notturno; e le tenèbre
Con fiaccole superbe intorno apristi
Siccome allor che il Siculo terreno
Da l'uno a l'altro mar rimbombar fèo
Pluto col carro a cui splendeano innanzi
Le tede de le Furie anguicrinite.
Tal ritornasti a i gran palagi: e quivi
Cari conforti a te porgea la mensa
Cui ricoprien prurigginosi cibi
E licor lieti di Francesi colli
E d'Ispani e di Toschi o l'Ungarese
Bottiglia a cui di verdi ellere Bromio
Concedette corona, e disse: or siedi


De le mense reina. Alfine il Sonno
Ti sprimacciò di propria man le còltrici
Molle cedenti, ove te accolto il fido
Servo calò le ombrifere cortine:
E a te soavemente i lumi chiuse
Il gallo che li suole aprire altrui.
Dritto è però che a te gli stanchi sensi
Da i tenaci papaveri Morfeo
Prima non solva che già grande il giorno
Fra gli spiragli penetrar contenda
De le dorate imposte; e la parete
Pingano a stento in alcun lato i rai
Del sol ch'eccelso a te pende sul capo.
Or qui principio le leggiadre cure
Denno aver del tuo giorno: e quindi io deggio
Sciorre il mio legno, e co' precetti miei
Te ad alte imprese ammaestrar cantando.
Già i valetti gentili udir lo squillo
De' penduli metalli a cui da lunge
Moto improvviso la tua destra impresse;
E corser pronti a spalancar gli opposti
Schermi a la luce; e rigidi osservàro
Che con tua pena non osasse Febo
Entrar diretto a saettarte i lumi
Ergi dunque il bel fianco, e si ti appoggia
Alli origlier che lenti degradando
All'omero ti fan molle sostegno;
E coll'indice destro lieve lieve


Giuseppe Parini  -  IL GIORNO



Sovra gli occhi trascorri, e ne dilegua
Quel che riman de la Cimmeria nebbia;
Poi de' labbri formando un picciol arco
Dolce a vedersi tacito sbadiglia.
Ahi se te in sì vezzoso atto mirasse
Il duro capitan quando tra l'arme
Sgangherando la bocca un grido innalza
Lacerator di ben costrutti orecchi,
S'ei te mirasse allor, certo vergogna
Avria di sè più che Minerva il giorno
Che di flauto sonando al fonte scorse
Il turpe aspetto de le guance enfiate.
Ma il damigel ben pettinato i crini
Ecco s'innoltra; e con sommessi accenti
Chiede qual più de le bevande usate
Sorbir tu goda in preziosa tazza.
Indiche merci son tazza e bevande:
Scegli qual più desii. S'oggi a te giova
Porger dolci a lo stomaco fomenti
Onde con legge il natural calore
V'arda temprato, e al digerir ti vaglia,
Tu il cioccolatte eleggi, onde tributo
Ti diè il Guatimalese e il Caribeo
Che di barbare penne avvolto ha il crine:
Ma se noiosa ipocondria ti opprime,
O troppo intorno a le divine membra
Adipe cresce, de' tuoi labbri onora
La nettarea bevanda ove abbronzato

Arde e fumica il grano a te d'Aleppo
Giunto e da Moca che di mille navi
Popolata mai sempre insuperbisce.
Certo fu d'uopo che da i prischi seggi
Uscisse un regno, e con audaci vele
Fra straniere procelle e novi mostri
E teme e rischi ed inumane fami
Superasse i confin per tanta etade
Inviolati ancora: e ben fu dritto
Se Pizzarro e Cortese umano sangue
Più non stimàr quel ch'oltre l'Oceàno
Scorrea le umane membra; e se tonando
E fulminando alfin spietatamente
Balzaron giù da i grandi aviti troni
Re Messicani e generosi Incassi,
Poi che nuove così venner delizie
O gemma degli eroi al tuo palato
Cessi '1 cielo però che in quel momento
Che le scelte bevande a sorbir prendi,
Servo indiscreto a te improvviso annunci
O il villano sartor che non ben pago
D'aver teco diviso i ricchi drappi
Oso sia ancor con polizza infinita
Fastidirti la mente; o di lugubri
Panni ravvolto il garrulo forense
Cui de' paterni tuoi campi e tesori
Il periglio s'affida; o il tuo castaldo
Che già con l'alba a la città discese


Bianco di gelo mattutin la chioma.
Così zotica pompa i tuoi maggiori
Al di nascente si vedean dintorno:
Ma tu gran prole in cui si fèo scendendo
E più mobile il senso e più gentile
Ah sul primo tornar de' lievi spirti
All'uficio diurno ah non ferirli
D'imagini si sconce. Or come i detti
Di costor soffrirai barbari e rudi;
Come il penoso articolar di voci
Smarrite titubanti al tuo cospetto;
E tra l'obliquo profondar d'inchini
Del calzar polveroso in su i tapeti
Le impresse orme indecenti? Ahimè che fatto
Il salutar licore agro e indigesto
Ne le viscere tue te allor faria
E in casa e fuori e nel teatro e al corso
Ruttar plebeiamente il giorno intero!
Non fia che attenda già ch'altri lo annunci
Gradito ognor benchè improvviso il dolce
Mastro che il tuo bel piè come a lui piace
Guida e corregge. Egli all'entrar s'arresti
Ritto sul limitare, indi elevando
Ambe le spalle qual testudo il collo
Contragga alquanto, e ad un medesmo tempo
Il mento inchini, e con l'estrema falda
Del piumato cappello il labbro tocchi.
E non men di costui facile al letto





Del mio signor t'innoltra o tu che addestri
A modular con la flessibil voce
Soavi canti; e tu che insegni altrui
Come vibrar con maestrevol arco
Sul cavo legno armoniose fila.
Nè la squisita a terminar corona
Che segga intorno a te manchi o signore
Il precettor del tenero idioma
Che da la Senna de le Grazie madre
Pur ora a sparger di celeste ambrosia
Venne all'Italia nauseata i labbri.
All'apparir di lui l'Itale voci
Tronche cedano il campo al lor tiranno:
E a la nova inefabil melodia
De' sovrumani accenti odio ti nasca
Più grande in sen contro a le bocche impure
Ch'osan macchiarse ancor di quel sermone
Onde in Valchiusa fu lodata e pianta
Già la bella Francese; e i culti campi
All'orecchio de i re cantati furo
Lungo il fonte gentil da le bell'acque.
Or te questa o signor leggiadra schiera
Al novo di trattenga: e di tue voglie
Irresolute ancora or quegli or questi
Con piacevol discorso il vano adempia,
Mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsi
Dell'ardente bevanda a qual cantore
Nel vicin verno si darà la palma


Sovra le scene; e s'egli è il ver che rieda
L'astuta Frine che ben cento folli
Milordi rimandò nudi al Tamigi;
O se il brillante danzator Narcisso
Torni pur anco ad agghiacciare i petti
De' palpitanti Italici mariti.
Così poi che gran pezzo a i novi albori
Del tuo mattin teco scherzato fia
Non senza aver da te rimosso in prima
L'ipocrita pudore e quella schifa
Che le accigliate gelide matrone
Chiaman modestia, alfine o a lor talento
O da te congedati escan costoro.
Doman quindi potrai o l'altro forse
Giorno a i precetti lor porgere orecchio
Se a' bei momenti tuoi cure minori
Porranno assedio. A voi divina schiatta
Più assai che a noi mortali il ciel concesse
Domabile midollo entro al cerèbro,
Si che breve lavoro unir vi puote
Ampio tesor d'ogni scienza ed arte.
Il vulgo intanto a cui non lice il velo
Aprir de' venerabili misterj
Fie pago assai poi che vedrà sovente
Ire o tornar dal tuo palagio i primi
D'arte maestri; e con aperte fauci
Stupefatto berà le tue sentenze.
Ma già vegg'io che le oziose lane


Premer non sai più lungamente: e in vano
Te l'ignavo tepor lusinga e molce,
Però che te più gloriosi affanni
Aspettan l'ore ad illustrar del giorno.
O voi dunque del primo ordine servi
Che di nobil signor ministri al fianco
Siete incontaminati, or dunque voi
Al mio divino Achille al mio Rinaldo
L'armi apprestate. Ed ecco in un baleno
I damigelli a' cenni tuoi star pronti.
Già ferve il gran lavoro. Altri ti veste
La serica zimarra ove bei fregi
Diramansi Chinesi; altri se il chiede
Più la stagione a te le membra copre
Di stese infino al piè tiepide pelli;
Questi al fianco ti cinge il bianco lino
Che sciorinato poi cada e difenda
I calzonetti; e quei d'alto curvando
Il cristallino rostro in su le mani
Ti versa onde odorate, e da le mani
In limpido bacin sotto le accoglie;
Quale il sapon del redivivo muschio
Olezzante all'intorno; e qual ti porge
Il macinato di quell'arbor frutto
Che a Rodope fu già vaga donzella,
E piagne in van sotto mutate spoglie
Demofoonte ancor Demofoonte;
Un di soavi essenze intrisa spugna




Onde tergere i denti; e l'altro appresta
Onde imbiancar le guance util licore.
Assai Signore a te pensasti: or volgi
L'alta mente per poco ad altri obbietti
Non men degni di te. Sai che compagna
Con cui partir de la giornata illustre
I travagli e le glorie il ciel destina
Al giovane signore. Impallidisci?
Ahi non parlo di nozze. Antiquo e vieto
Dottor sarei se così folle io dessi
A te consiglio. Di tant'alte doti
Già non orni così lo spirto e i membri
Perchè in mezzo a la fulgida carriera
Tu il tuo corso interrompa, e fuora uscendo
Di cotesto a ragion detto bel mondo,
In tra i severi di famiglia padri
Relegato ti giacci a nodi avvinto
Di giorno in giorno più noiosi e fatto
Ignobil fabbro de la razza umana.
D'altra parte il marito ahi quanto spiace,
E lo stomaco move a i delicati
Del vostr'orbe felice abitatori
Qualor de' semplicetti avoli nostri
Portar osa in ridevole trionfo
La rimbambita fè la pudicizia
Severi nomi. E qual non suole a forza
Entro a' melati petti eccitar bile
Quando i computi vili del castaldo

Le vendemmie i ricolti i pedagoghi
Di que' si dolci suoi bambini altrui
Gongolando ricorda; e non vergogna
Di mischiar cotai fole a peregrini
Subbietti a nuove del dir forme a sciolti
Da volgar fren concetti, onde s'avviva
De' begli spirti il conversar sublime.
Non però tu senza compagna andrai;
Chè tra le fide altrui giovani spose
Una te n'offre inviolabil rito
Del bel mondo onde sei parte si cara.
Tempo fu già che il pargoletto Amore
Dato era in guardia al suo fratello Imene;
Tanto la madre lor temea che il cieco
Incauto nume perigliando gisse
Misero e solo per oblique vie;
E che, bersaglio a gl'indiscreti colpi
Di senza guida e senza freno arciere,
Immaturo al suo fin corresse il seme
Uman che nato è a dominar la terra.
Quindi la prole mal secura all'altra
In cura dato avea sì lor dicendo:
Ite o figli del par; tu più possente
Il dardo scocca, e tu più cauto il reggi
A certa meta. Così ognor congiunta
Iva la dolce coppia; e in un sol regno,
E d'un nodo comun l'alme strignea.
Allora fiu che il sol mai sempre uniti


Vedea un pastore ed una pastorella
Starsi al prato a la selva al colle al fonte:
E la suora di lui vedeali poi
Uniti ancor nel talamo beato
Ch'ambo gli amici numi a piene mani
Gareggiando spargean di gigli e rose.
Ma che non puote anco in divini petti
Se mai s'accende ambizion d'impero?
Crebber l'ali ad Amor, crebbe l'ardire;
Onde a brev'aere prima indi securo
A vie maggior fidossi, e fiero alfine
Entrò nell'alto, e il grande arco crollando
E il capo risonar fece a quel moto
Il duro acciar che a tergo la faretra
Gli empie, e gridò: solo regnar vogl'io.
Disse, e volto a la madre: Amore adunque
Il più possente in fra gli dei, il primo
Di Citerea figliuol ricever leggi,
E dal minor german ricever leggi
Vile alunno anzi servo? Or dunque Amore
Non oserà fuor ch'una unica volta
Fiedere un'alma come questo schifo
Da me pur chiede? E non potrò giammai
Da poi ch'io strinsi un laccio anco disciorlo
A mio talento, e se m'aggrada, un altro
Strignerne ancora? E lascerò pur ch'egli
Di suoi unguenti impece a me i miei dardi
Perchè men velenosi e men crudeli





Scendano a i petti? Or via perchè non togli
A me da le mie man quest'arco e queste
Armi da le mie spalle, e ignudo lasci
Quasi rifiuto de gli dei Cupido?
Oh il bel viver che fia quando tu solo
Regni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso!
Studiarti a torre da le languid'alme
La stanchezza e il fastidio, e spander gelo
Di foco in vece! Or genitrice intendi:
Vaglio e vo' regnar solo. A tuo piacere
Tra noi parti l'impero, ond'io con teco
Abbia omai pace; e in compagnia d'Imene
Me non veggan mai più le umane genti.
Amor qui tacque; e minaccioso in atto
Parve all'Idalia dea chieder risposta.
Ella tenta placarlo, e preghi e pianti
Sparge ma in van; tal ch'a i due figli volta
Con questo dir pose al contender fine:
Poi che nulla tra voi pace esser puote,
Si dividano i regni: e perchè l'uno
Sia dall'altro fratello ognor disgiunto
Sien diversi tra voi e il tempo e l'opra.
Tu che di strali altero a fren non cedi
L'alme ferisci, e tuffo il giorno impera;
E tu che di fior placidi hai corona
Le salme accoppia, e con l'ardente face
Regna la notte. Or quindi almo Signore
Venne il rito gentil che ai freddi sposi

Le tenebre concede e de le spose
Le caste membra; e a voi beata gente
E di più nobil mondo il cor di queste
E il dominio del di largo destina.
Dunque ascolta i miei detti, e meco apprendi
Quai tu deggia il mattin cure a la bella
Che spontanea o pregata a te si diede
In tua dama quel di lieto che a fida
Carta, nè senza testimoni fitro
A vicenda commessi i patti santi
E le condizion del caro nodo.
Già la dama gentile i vaghi rai
Al novo giorno aperse; e suo primiero
Pensier fu dove teco ir più convenga
A vegliar questa sera; e gravemente
Consultò con lo sposo a lei vicino,
O a baciarle la man pur dianzi ammesso.
Ora è tempo o Signor che il fido servo
E il più accorto tra' tuoi voli al palagio
Di lei chiedendo se tranquilli sonni
Dormio la notte; e se d'immagin liete
Le fu Mòrfeo cortese. E ver che ieri
Al partir l'ammirasti in viso tinta
Di freschissime rose; e più che mai
Viva e snella balzar teco dal cocchio;
E la vigile tua mano per vezzo
Ricusar sorridendo allor che l'ampie
Scale salì del maritale albergo:

Ma ciò non basti ad acquetarti; e mai
Non obliar si giusti ufici. Ahi quanti
Genj malvagi fra l'orror notturno
Godono uscire, ed empier di perigli
La placida quiete de' viventi!
Poria, tolgalo il cielo, il picciol cane
Con latrato improvviso i cari sogni
Troncar de la tua dama; ond'ella, scossa
Da subito capriccio, a rannicchiarse
Astretta fosse di sudor gelato
E la fronte bagnando e il guancial molle.
Anco poria colui che si de' tristi
Come de' lieti sogni è genitore,
Crearle in mente di nemiche idee
In un congiunte orribile chimera;
Tal che agitata e in ansioso affanno
Gridar tentasse, e non però potesse
Aprire a i gridi tra le fauci il varco.
Sovente ancor de la passata sera
La perduta nel gioco aurea moneta
Non men che al cavalier suole a la dama
Lunga vigilia cagionar: talora
Nobile invidia de la bella amica
Vagheggiata da molti: e tal or breve
Gelosia n'è cagione. A questo aggiugni
Gl'importuni mariti i quai nel capo
Ravvolgendosi ancor le viete usanze,
Poi che cessero ad altri il giorno, quasi





Aggian fatto gran cosa, aman d'Imene
Con superstizion serbare i dritti,
E dell'ombra notturna esser tiranni,
Ahi con qual noia de le caste spose
Ch'indi preveggon fra non molto il fiore
Di lor fresca beltade a sè rapito.
Mentre che il fido messagger sen rieda
Magnanimo signor già non starai
Ozioso però. Nel campo amato
Pur in questo momento il buon cultore
Suda e incallisce al vomere la mano
Lieto che i suoi sudor ti fruttin poi
Dorati cocchi e pellegrine mense.
Ora per te l'industre artier sta fiso
Allo scarpello all'asce al subbio all'ago:
Ed ora in tuo favor contende o veglia
Il ministro di Temi. Ecco te pure
La tavoletta or chiama. Ivi i bei pregi
De la natura accrescerai con l'arte,
Ond'oggi, uscendo, del beante aspetto
Beneficar potrai le genti, e grato
Ricompensar di sue fatiche il mondo.
Ogni cosa è già pronta. All'un de' lati
Crepitar s'odon le fiammanti brage
Ove si scalda industrioso e vario
Di ferri arnese a moderar del fronte
Gl'indocili capei. Stuolo d'Amori
Invisibil sul foco agita i vanni,


E per entro vi soffia alto gonfiando
Ambe le gote. Altri di lor v'appressa
Pauroso la destra; e prestamente
Ne rapisce un de' ferri: altri rapito
Tenta com'arda in su l'estrema cima
Sospendendol dell'ala; e cauto attende
Pur se la piuma si contragga o fume:
Altri un altro ne scote; e de le ceneri
Fuligginose il ripulisce e terge.
Tali a le vampe dell'Etnèa fucina,
Sorridente la madre, i vaghi Amori
Eran ministri all'ingegnoso fabbro:
E sotto a i colpi del martel frattanto
L'elmo sorgea del fondator Latino.
All'altro lato con la man rosata
Como e di fiori inghirlandato il crine
I bissi scopre ove di Idalj arredi
Almo tesor la tavoletta espone.
Ivi e nappi eleganti e di canori
Cigni morbide piume; ivi raccolti
Di lucide odorate onde vapori;
Ivi di polvi fuggitive al tatto
Color diversi o ad imitar d'Apollo
L'aurato biondo o il biondo cenerino
Che de le sacre Muse in su le spalle
Casca ondeggiando tenero e gentile.
Che se a nobil eroe le fresche labbra
Repentino spirar di rigid'aura



Offese alquanto, v'è stemprato il seme
De la fredda cucurbita: e se mai
Pallidetto ei si scorga, è pronto all'uopo
Arcano a gli altri eroi vago cinabro.
Nè quando a un semideo spuntar sul volto
Pustula temeraria osa pur fosse,
Multiforme di nei copia vi manca,
Ond'ei l'asconda in sul momento, ed esca
Più periglioso a saettar co i guardi
Le belle inavvedute, a guerrier pari
Che, già poste le bende a la ferita,
Più glorioso e furibondo insieme
Sbaragliando le schiere entra nel folto.
Ma già velocemente il mio Signore
Tre volte e quattro il gabinetto scorse
Col crin disciolto e su gli omeri sparso,
Quale a Cuma solea l'orribil maga
Quando agitata dal possente nume
Vaticinar s'udia. Così dal capo
Evaporar lasciò de gli olj sparsi
Il nocivo fermento e de le polvi
Che roder gli porien la molle cute,
O d'atroci emicranie a lui lo spirto
Trafigger lungamente. Or ecco avvolto
Tutto in candidi lini a la grand'opra
E più grave del di s'appresta e siede.
Nembo dintorno a lui vola d'odori
Che a le varie manteche ama rapire





L'aura vagante lungo i vasi ugnendo
Le leggerissim'ale di farfalla:
E lo speglio patente a lui dinanzi
Altero sembra di raccor nel seno
L'imagin diva; e stassi a gli occhi suoi
Severo esplorator de la tua mano
O di bel crin volubile architetto.
O di bel crin volubile architetto
Tu pria chiedi all'eroe qual più gli aggrade
Spargere al crin, se i gelsomini o il biondo
Fior d'arancio piuttosto o la giunchiglia
O l'ambra preziosa a gli avi nostri.
Ma se la sposa altrui cara all'eroe
Del talamo nuzial si lagna, e scosse
Pur or da lungo peso i casti lombi,
Ah fuggi allor tutti gli odori ah fuggi;
Chè micidial potresti a un sol momento
Più vite insidiar: semplici sieno
I tuoi balsami allor: nè oprarli ardisci
Pria che di lor deciso aggian le nari
Del mio signore e tuo. Pon mano poi
Al pettin liscio, e con l'ottuso dente
Lieve solca le chiome; indi animoso
Le turba e le scompiglia; e alfin da quella
Alta confusion traggi e dispiega,
Opra di tua gran mente, ordin superbo
Io breve a te parlai; ma il tuo lavoro
Breve non fia però; nè al termin giunto

Prima sarà che da' più strani eventi
S'involva o tronchi all'alta impresa il filo.
Fisa i guardi a lo speglio; e là sovente
Il mio signor vedrai morder le labbra
Impaziente, ed arrossir nel volto.
Sovente ancor, se men dell'uso esperta
Parrà tua destra, del convulso piede
Udrai lo scalpitar breve e frequente,
Non senza un tronco articolar di voce
Che condanni e minacci. Anco t'aspetta
Veder talvolta il cavalier sublime
Furiando agitarsi, e destra e manca
Porsi a la chioma, e dissipar con l'ugne
Lo studio di molt'ore in un momento.
Che più? Se per tuo male un di vaghezza
D'accordar ti prendesse al suo sembiante
Gli edifici del capo, e non curassi
Ricever leggi da colui che venne
Pur ier di Francia, ah quale atroce folgore,
Meschino! allor ti penderia sul capo?
Tu allor l'eroe vedresti ergers'in piedi,
E per gli occhi versando ira e dispetto
Mille strazj imprecarti, e scender fino
Ad usurpar le infami voci al vulgo
Per farti onta maggiore, e di bastone
Il tergo minacciarti, e violento
Rovesciare ogni cosa, al suol spargendo
Rotti cristalli e calamistri e vasi


E pettini ad un tempo. In simil guisa,
Se del tonante all'ara o de la Dea
Che ricovrò dal Nilo il turpe Phallo
Tauro spezzava i raddoppiati nodi
E libero fuggia, vedeansi a terra
Cader tripodi tazze bende scuri
Litui coltelli, e d'orridi mugiti
Commosse rimbombar le arcate volte,
E d'ogni lato astanti e sacerdoti
Pallidi all'urto e all'impeto involarse
Del feroce animal che pria si queto
Gia di fior cinto; e sotto a la man sacra
Umiliava le dorate corna.
Tu non pertanto coraggioso e forte
Dura e ti serba a la miglior fortuna.
Quasi foco di paglia è foco d'ira
In nobil petto. Il tuo signor vedrai
Mansuefatto a te chieder perdono,
E sollevarti oltr'ogni altro mortale
Con preghi e scuse a niun altro concesse;
Tal che securo sacerdote a lui
Immolerai lui stesso, e pria d'ognaltro
Larga otterrai del tuo lavor mercede.
Or Signore a te riedo. Ah non sia colpa
Dinanzi a te s'io travviai col verso
Breve parlando ad un mortal cui degni
Tu de gli arcani tuoi. Sai che a sua voglia
Questi ogni di volge e governa i capi



Il giorno


Il giorno è un componimento del poeta Giuseppe Parini scritto in endecasillabi sciolti, che mira a rappresentare in modo satirico l'aristocrazia di quel tempo. Con esso inizia di fatto il tempo della letteratura civile italiana.
Il poemetto era inizialmente diviso in tre parti: Mattino, Mezzogiorno e Sera. L'ultima sezione venne in seguito divisa in due parti incomplete: il Vespro e la Notte. Ecco come Parini suddivideva la giornata ideale del suo pupillo, "il giovin signore", appartenente alla nobiltà milanese.

Mattino

Il Giovin Signore si sveglia sul tardi, in quanto la sera prima è stato sommerso dai suoi onerosi impegni mondani. Una volta alzato deve scegliere tra il caffè (se tende ad ingrassare) o la cioccolata (se ha bisogno di digerire la cena della sera prima), poi verrà annoiato da delle visite importune, ad esempio un artigiano che richiede il compenso per un lavoro. Seguono le cosiddette visite gradite (per esempio il maestro di francese o di piano); dopodiché non resta che fare toeletta e darsi ad alcune letture (in senso mondano, tese a sfoggiare poi la propria "cultura"). Prima di uscire, viene vestito con abiti nuovi, si procura vari accessori tipici del gentiluomo settecentesco (quali coltello, tabacchiera, etc.), e sale in carrozza per recarsi dalla dama di cui è cavalier servente (secondo la pratica del cicisbeismo, di cui lo stesso Parini è forte critico).

Mezzogiorno, ribattezzato successivamente Meriggio.

Il Giovin Signore, arrivato a casa della dama dove verrà servito il pranzo, incontra il marito della suddetta, che appare freddo ed annoiato. Finalmente è ora di pranzo, e i discorsi attorno al desco si susseguono, fino a che un commensale vegetariano (l'essere vegetariano era una moda discretamente diffusa tra gli aristocratici del tempo, cosa che a Parini sapeva di ipocrisia dato il loro quasi disprezzo per gli uomini di casta inferiore), che sta parlando in difesa degli animali, fa ricordare alla dama il giorno funesto in cui la sua cagnolina, la vergine cuccia, venne lanciata nella polvere da un cameriere a seguito di un morso ricevuto al piede (opportunamente punito per la sua sfrontatezza con il licenziamento, dopo anni di servizio, lasciando l'ex-dipendente e la sua famiglia nella povertà. In questo passo, l'ironia sorridente di Parini si trasforma in vero sarcasmo). Segue lo sfoggio della cultura da parte dei commensali, il caffè e i giochi.

Vespro

Si apre con una descrizone del tramonto. Il Giovin Signore e la dama fanno visita agli amici e vanno in giro in carrozza, ma solo dopo che la donna ha congedato pateticamente la sua cagnetta e il Giovin Signore si è rassettato davanti allo specchio. Poi si recano da un amico ammalato (solo per lasciargli il biglietto da visita) e da una nobildonna che ha appena avuto una crisi di nervi, mentre discutono su una marea di pettegolezzi. A questo punto interviene il Giovin Signore che annuncia la nascita di un bambino, il figlio primogenito di una famiglia nobiliare.

Notte

I due amanti prendono parte ad un ricevimento notturno, ed il narratore inizia la descrizione dei diversi personaggi della sala, in particolare degli "imbecilli", caratterizzati da sciocche manie. Poi si passa alla disposizione dei posti ai tavoli da gioco (che possono risvegliare vecchi amori o creare intrighi) e infine ai giochi veri e propri. Così si conclude la "dura" giornata del nobile italiano del 1700, che tornerà a casa a notte fonda per poi risvegliarsi il mattino dopo, sempre ad ora tarda.

Stile e significato dell'opera

L'impronta ironica del poema mira innanzitutto ad una critica nei confronti della nobiltà settecentesca italiana, ambiente che lo stesso Parini aveva frequentato come precettore di famiglie aristocratiche, e che quindi conosceva molto bene. Libertinismo, licenziosità, corruzione ed oziosità sono solo alcuni dei vizi che l'autore denuncia nella sua opera, incarnati perfettamente da questa classe sociale che, a giudizio del poeta, aveva perso quel vigore necessario a farsi guida del popolo, come invece era stata in passato. Parini infatti non si pone come nemico della casta nobiliare (come al contrario molti pensatori del suo tempo erano), ma si fa portavoce di una teoria secondo la quale l'aristocrazia vada rieducata al suo originario compito di utilità sociale, compito che giustifica appieno tutti i diritti ed i privilegi di cui gode. Da qui si può comprendere come la sua polemica antinobiliare fosse in linea con il programma riformatore di Maria Teresa d'Austria, che puntava ad un reinserimento dell'aristocrazia entro i ranghi produttivi della società. A spiegare la critica pariniana, è emblematica la definizione del Giovin Signore data nel proemio del Vespro: colui "che da tutti servito a nullo serve"; giocando sull'ambivalenza del verbo "servire", che può anche significare "essere utile a". Partendo da questo punto, si può cogliere come il poeta abbia intenzionalmente costruito l'intera opera sul gioco dell'ambiguità: se per una lettura superficiale (e quindi del Giovin Signore stesso) il componimento può apparire un'esaltazione ed un'adesione agli atteggiamenti della classe nobiliare, un approfondimento fa invece emergere tutta la forza dell'ironia volta ad una vera e propria critica, nonché denuncia sociale. L'antifrasi è evidente anche nel ruolo di precettor d'amabil rito che l'autore intende assumere, incaricandosi d'insegnare, attraverso "Il Giorno", come riempire con momenti ed esperienze piacevoli la noia della giornata d'un Giovin Signore. Ciò fa sì che quest'opera rientri nel genere della poesia didascalica, molto diffusa nell'epoca classica e nei momenti dell'Illuminismo. Lo stile è senza dubbio di alto livello, tipico del poema epico antico e della lirica classica: i frequenti richiami classici ed il tono solenne non sono da intendere solo nella loro funzione di supporto all'ironia ed alla finalità critica del componimento (quali senza dubbio sono, ma non solo), ma anche come un gusto poetico estremamente colto, ricco e raffinato. La scelta stilistica del poeta di un linguaggio proprio dell'epica, di una grande attenzione ai particolari e di una minuziosità descrittiva, accompagnano quindi quell'intento di ambiguità nei confronti della materia trattata: assumendo i personaggi dell'opera come veri e propri eroi del poema, mettendo su di un piedistallo i loro vizi ed i loro modi di vivere, Parini riesce acutamente a sminuirli, provocando nel lettore sì un sorriso, ma un sorriso che sa di amaro.




De' semidei più chiari: e le matrone
Che da i sublimi cocchi alto disdegnano
Chinar lo sguardo a la pedestre turba,
Non disdegnan sovente entrar con lui
In festevoli motti allor ch'esposti
A la sua man sono i ridenti avorj
Del bel collo e del crin l'aureo volume.
Però m'odi benigno or ch'io t'apprendo
L'ore a passar più graziose intanto
Che il pettin creator doni a le chiome
Leggiadra o almen non più veduta forma.
Breve libro elegante a te dinanzi
Tra gli arnesi vedrai che l'arte aduna
Per disputare a la natura il vanto
Del renderti si caro a gli occhi altrui.
Ei ti lusingherà forse con liscia
Purpurea pelle onde vestito avrallo
O Mauritano conciatore o Siro:
E d'oro fregi delicati e vago
Mutabile color che il collo imite
De la colomba v'avrà sparso intorno
Squisito legator Batavo o Franco:
E forse incisa con venereo stile
Vi fia serie d'imagini interposta,
Lavor che vince la materia, e donde
Fia che nel cor ti si ridesti e viva
La stanca di piaceri offusa voglia.
Or tu il libro gentil con lenta mano

Togli, e non senza sbadigliare un poco
Aprilo a caso o pur là dove il parta
Tra l'uno e l'altro foglio indice nastro.
O de la Francia Proteo multiforme
Scrittor troppo biasmato e troppo a torto
Lodato ancor, che sai con novi modi
Imbandir ne' tuoi scritti eterno cibo
A i semplici palati, e se maestro
Di color che a sè fingon di sapere,
Tu appresta al mio signor leggiadri studj
Con quella tua fanciulla all'Anglo infesta,
Onde l'Enrico tuo vinto è d'assai,
L'Enrico tuo che in vano abbatter tenta
L'Italian Goffredo ardito scoglio
Contro a la Senna d'ogni vanto altera.
Tu de la Francia onor, tu in mille scritti
Celebrata da' tuoi novella Aspasia
Taide novella a i facili sapienti
De la Gallica Atene i tuoi precetti
Tu pur detta al mio eroe: e a lui non meno
Pasci l'alto pensier tu che all'Italia,
Poi che rapirle i tuoi l'oro e le gemme,
Invidiasti il fedo loto ancora
Onde macchiato è il Certaldese o l'altro
Per cui va si famoso il pazzo Conte.
Questi o signore i tuoi studiati autori
Fieno e mill'altri che guidàro in Francia
I bendati Sultani i Regi Persi


E le peregrinanti Arabe dame,
O che con penna liberale a i cani
Ragion donàro e a i barbari sedili,
E dier feste e conviti e liete scene
A i polli ed alle gru d'amor maestre.
Oh pascol degno d'anima sublime
Oh chiara oh nobil mente! A te ben dritto
E' che s'incurvi riverente il vulgo,
E gli oracoli attenda. Or chi fie dunque
Si temerario che in suo cor ti beffe
Qualor partendo da sì gravi studj
Del tuo paese l'ignoranza accusi,
E tenti aprir col tuo felice raggio
La Gotica caliggine che annosa
Siede su gli occhi a le misere genti?
Così non mai ti venga estranea cura
Questi a troncar si preziosi istanti
In cui del pari e a la dorata chioma
Splendor dai novo ed al celeste ingegno
Non pertanto avverrà che tu sospenda
Quindi a poco il versar de' libri amati,
E che ad altro ti volga. A te quest'ora
Condurrà il merciaiol che in patria or torna
Pronto inventor di lusinghiere fole
E liberal di forastieri nomi
A merci che non mai varcàro i monti.
Tu a lui credi ogni detto. E chi vuoi ch'ose
Unqua mentire ad un tuo pari in faccia?





Ei fia che venda se a te piace o cambi
Mille fregi e lavori a cui la moda
Di viver concedette un giorno intero
Tra le folte d'inezie illustri tasche:
Poi lieto se n'andrà con l'una mano
Pesante di molt'oro; e in cor gioiendo
Spregerà le bestemmie imprecatrici
E il gittato lavoro e i vani passi
Del calzolar diserto e del drappiere;
E dirà lor: "Ben degna pena avete
O troppo ancor religiosi servi
De la necessitade, antiqua è vero
Madre e donna dell'arti, or nondimeno
Fatta cenciosa e vile. Al suo possente
Amabil vincitor v'era assai meglio
O miseri ubbidire. Il lusso il lusso
Oggi sol puote dal ferace corno
Versar su l'arti a lui vassalle applausi
E non contesi mai premj e ricchezze".
L'ore fien queste ancor che a te ne vegna
Il delicato miniator di belle
Che de la corte d'Amatunta uscio
Stipendiato ministro atto a gli affari
Sollecitar dell'amorosa diva.
Or tu l'affretta impaziente e sprona
Si ch'a te porga il desiato avorio
Che de le amate forme impresso ride,
Sia che il pennel cortese ivi dispieghi


L'alme sembianze del tuo viso, ond'aggia
Tacito pasco allor che te non vede
La pudica d'altrui sposa a te cara;
Sia che di lei medesma al vivo esprima
Il vago aspetto; o se ti piace ancora
D'altra beltà furtiva a te presenti
Con più largo confin le amiche membra.
Doman fie poi che la concessa imago
Entro arnese gentil per te si chiuda
Con opposto cristallo ove tu faccia
Sovente paragon di tua beltade
Con la beltà de la tua dama; o a i guardi
Degl'invidi la tolga, e in sen l'asconda
Sagace tabacchiera; o a te riluca
Sul minor dito in fra le gemme e l'oro;
O de le grazie del tuo viso desti
Soavi rimembranze al braccio avvolta
Dell'altrui fida sposa a cui se' caro.
Ed ecco alfin che a le tue luci appare
L'artificio compiuto. Or cauto osserva
Se bene il simulato al ver s'adegue,
Vie più rigido assai se il tuo sembiante
Esprimer denno i colorati punti
Che l'arte ivi dispose. Or brune troppo
A te parran le guance, or fia ch'ecceda
Mal frenata la bocca, or qual conviene
A camuso Etiòpe il naso fia.
Anco sovente d'accusar ti piaccia


Il dipintor che non atteggi ardito
L'agili membra e il dignitoso busto;
O che mal tra le leggi a la tua forma
Dia contorno o la posi o la panneggi.
E' ver che tu del grande di Crotone
Non conosci la scola, e mai tua destra
Non abbassossi a la volgar matita
Che fu nell'altra età cara a' tuoi pari
Cui non gustate ancora eran più dolci
E più nobili cure a te serbate.
Ma che non puote quel d'ogni scienza
Gusto trionfator che all'ordin vostro
In vece di maestro il ciel concesse;
E d'onde a voi coniò le altere menti
Acciò che possan dell'uman confine
Oltrepassar la paludosa nebbia
E d'etere più puro abitatrici
Non fallibili scérre il vero e il bello?
Però qual più ti par loda o riprendi
Non men fermo d'allor che a scranna siedi
Raffael giudicando o l'altro egregio
Che del gran nome suo l'Adige onora;
E a le tavole ignote i noti nomi
Grave comparti di color che primi
Furo nell'arte. Ah s'altri è si procace
Ch'osi rider dite, costui pavente
L'augusta maestà del tuo cospetto,
Si volga a la parete, e mentre cerca




Por freno in van col morder de le labbra
A lo scrosciar de le importune risa
Che scoppian da' precordj, violenta
Convulsione a lui deforme il volto,
E lo affoghi aspra tosse e lo punisca
Di sua temerità. Ma tu non pensa
Ch'altri ardisca di te rider giammai;
E mai sempre imperterrito decidi.
Or giunta è alfin del dotto pettin l'opra:
E il maestro elegante intorno spande
Da la man scossa polveroso nembo,
Onde a te innanzi tempo il crine imbianchi.
D'orribil piato risonar s'udio
Già la corte d'Amore. I tardi vegli
Grinzuti osàr co' giovani nipoti
Contendere di grado in faccia al soglio
Del comune lor dio. Rise la fresca
Gioventude animosa; e d'agri motti
Libera punse la senil baldanza.
Gran tumulto nascea, se non che Amore
Ch'ogni diseguaglianza odia in sua corte
A spegner mosse i perigliosi sdegni:
E a quei che militando incanutiro
Suoi servi apprese a simular con arte
I duo bei fior che in giovanile gota
Educa e nudre di sua man natura:
Indi fe' cenno; e in un balen fur visti
Mille alati ministri alto volando

Scoter lor piume, onde fioccò leggera
Candida polve che a posar poi venne
Su le giovani chiome; e in bianco volse
E il biondo e il nero e l'odiato rosso.
L'occhio così nell'amorosa reggia
Più non distinse le due opposte etadi:
E solo vi restò giudice il tatto.
Tu pertanto o signor tu che se' il primo
Fregio ed onor dell'Acidalio regno
I sacri usi ne serba. Ecco che sparsa
Già da provvida man la bianca polve
In piccolo stanzin con l'aere pugna,
E de gli atomi suoi tutto riempie
Egualmente divisa. Or ti fa core,
E in seno a quella vorticosa nebbia
Animoso ti avventa. Oh bravo! oh forte!
Tale il grand'avo tuo tra il fumo e il foco
Orribile di Marte furiando
Gittossi allor che i palitanti Lari
De la patria difese, e ruppe e in fuga
Mise l'oste feroce. Ei nondimeno
Fuligginoso il volto e d'atro sangue
Asperso e di sudore e co' capelli
Stracciati ed irti de la mischia uscio
Spettacol fero a i cittadini stessi
Per sua man salvi; ove tu, assai più vago
E leggiadro a vederse in bianca spoglia
Scenderai quindi a poco a bear gli occhi

De la cara tua patria a cui dell'avo
Il forte braccio e il viso almo celeste sia
Del nipote dovean portar salute.
Non vedi omai qual con solerte mano
Rechin di vesti a te pubblico arredo
I damigelli tuoi? Rodano e Senna
Le tesserono a gara; e qui cucille
Opulento sartor cui su lo scudo
Serpe intrecciato a forbici eleganti
Il titol di monsù: nè sol dà leggi
A la materia la stagion diverse,
Ma qual più si conviene al giorno e all'ora
Varj sono il lavoro e la ricchezza.
Vieni o fior de gli eroi vieni; e qual suole
Nel più dubbio de' casi alto monarca
Avanti al trono suo convocar lento
Di satrapi concilio a cui nell'ampia
Calvizie de la fronte il senno appare;
Tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzo
Grave t'assidi, e lor sentenza ascolta.
Un giacendo al tuo piè mostri qual deggia
Liscia e piana salir su per le gambe
La docil calza: un sia presente al volto,
Un dietro al capo: e la percossa luce
Quinci e quindi tornando, a un tempo solo
Tutto al giudizio de' tuoi guardi esponga
L'apparato dell'arte. Intanto i servi
A te sudino intorno; e qual piegate














Le ginocchia in sul suol prono ti stringa
Il molle piè di lucidi fermagli;
E qual del biondo crin che i nodi eccede
Su le schiene ondeggiante in negro velo
I tesori raccoglia; e qual già pronto
Venga spiegando la nettarea veste.
Fortunato garzone a cui la moda
In fiorài canestri e di vermiglia
Seta coperti preparò tal copia
D'ornamenti e di pompe! Ella pur ieri
A te dono ne Feo. La notte intera
Faticaron per te cent'aghi e cento;
E di percossi e ripercossi ferri
Per le tacite case andò il rimbombo:
Ma non in van poi che di novo fasto
Oggi superbo nel bel mondo andrai;
E per entro l'invidia e lo stupore
Passerai de' tuoi pari eguale a un dio
Folto bisbiglio sollevando intorno.
Figlie de la memoria inclite suore
Che invocate scendendo i feri nomi
De le squadre diverse e de gli eroi
Annoveraste a i grandi che cantàro
Achille Enea e il non minor Buglione,
Or m'è d'uopo di voi. Tropp'ardua impresa
E insuperabil senza vostr'aita
Fia ricordare al mio signor di quanti
Leggiadri arnesi graverà sue vesti


Pria che di sè nel mondo esca a far pompa.
Ma qual di tanti e sì leggiadri arnesi
Sì felice sarà che innanzi a gli altri
Signor venga a formar tua nobil soma?
Tutti importan del pari. Ecco l'astuccio
Di pelli rilucenti ornato e d'oro
Sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero
Occupar di sua mole. Esso a cent'usi
Opportuno si vanta: e ad esso in grembo
Atta a gli orecchi a i denti a i peli all'ugne
Vien forbita famiglia. A i primi onori
Seco s'affretta d'odorifer'onda
Pieno cristal che a la tua vita in forse
Doni conforto allor che il vulgo ardisca
Troppo accosto vibrar da la vil salma
Fastidiosi effiuvj a le tue nari.
Nè men pronto di quello e all'uopo stesso
L'imitante un cuscin purpureo drappo
Reca turgido il sen d'erbe odorate
Che l'aprica montagna in tuo favore
Al possente meriggio educa e scalda.
Ecco vien poi da cristallina rupe
Tolto nobil vasello. Indi traluce
Prezioso confetto ove a gli aromi
Stimolanti s'unì l'ambra o la terra
Che il Giappon manda a profumar de' grandi
L'etereo fiato, o quel che il Caramano
Fa gemer latte dall'inciso capo


De' papaveri suoi; perchè se mai
Non ben felice amor l'alma t'attrista,
Lene serpendo per li membri acquete
A te gli spirti, e ne la mente induca
Lieta stupidità che mille adune
Imagin dolci e al tuo desio conformi.
A tanto arredo il cannocchial succeda
E la chiusa tra l'oro Anglica lente.
Quel notturno favor ti presti allora
Che al teatro t'assidi, e t'avvicini
O i piè leggeri o le canore labbra
Da la scena remota; o con maligno
Guardo dell'alte vai logge spiando
Le abitate tenèbre; o miri altronde
Gli ognor nascenti e moribondi amori
De le tenere dame, onde s'appresti
All'eloquenza tua nel di venturo
Lunga e grave materia. A te la lente
Nel giorno assista; e de gli sguardi tuoi
Economa presieda; e si li parta
Che il mirato da te vada superbo,
Nè i mal visti accusarte osin giammai.
La lente ancor su l'occhio tuo sedendo
Irrefragabil giudice condanni
O approvi di Palladio i muri e gli archi
O di Tizian le tele: essa a le vesti
A i libri a i volti feminili applauda
Severa o li dispregi: e chi del senso

Comun sì privo fia che insorger osi
Contro al sentenziar de la tua lente?
Non per questa però sdegna o signore
Giunto a lo speglio in Gallico sermone
Il vezzoso giornal, non le notate
Eburnee tavolette a guardar preste
Tuoi sublimi pensier fin ch'abbian luce
Doman tra i belli spirti; e non isdegna
La picciola guaina ove al tuo cenno
Mille ognora stan pronti argentei spilli.
Oh quante volte a cavalier sagace
Ho vedut'io le man render beate
Uno apprestato a tempo unico spillo!
Ma dove ahi dove inonorato e solo
Lasci '1 coltello a cui l'oro e l'acciaro
Donàr gemma lama, e a cui la madre
De la gemma più bella d'Anfitrite
Diè manico elegante, onde il colore
Con dolce variar l'iride imìta?
Verrà il tempo verrà che ne' superbi
Convivj ognaltro avanzerai per fama
D'esimio trinciatore; e i plausi e i gridi
De' tuoi gran pari ecciterai qualora,
Pollo o fagian con le forcine in alto
Sospeso, a un colpo il priverai dell'anca
Mirabilmente. Or qual più resta omai
Onde colmar tue tasche inclito ingombro?
Ecco a molti colori oro distinto,


Ecco nobil testuggine su cui
Voluttuose imagini lo sguardo
Invitan de gli eroi. Copia squisita
Di fumido rapè quivi è serbata
E di spagna oleoso, onde lontana
Pur come suol fastidioso insetto
Da te fugga la noia. Ecco che smaglia
Cupido a te di circondar le dita
Vivo splendor di preziose anella.
Ami la pietra ove si stanno ignude
Sculte le Grazie, e che il Giudeo ti fece
Creder opra d'Argivi allor ch'ei chiese
Tanto tesoro, e d'erudito il nome
Ti comparti prostrandosi a' tuoi piedi?
Vuoi tu i lieti rubini? O più t'aggrada
Sceglier quest'oggi l'Indico adamante
Là dove il lusso incantator costrinse
La fatica e il sudor di cento buoi
Che pria vagando per le tue campagne
Facean sotto a i lor piè nascere i beni?
Prendi o tutti o qual vuoi; ma l'aureo cerchio
Che sculto intorno è d'amorosi motti
Ognor teco si vegga, e il minor dito
Premati alquanto, e sovvenir ti faccia
Dell'altrui fida sposa a cui se' caro.
Vengane alfin de gli orioi gemmati
Venga il duplice pondo; e a te de l'ore
Che all'alte imprese dispensar conviene


Faccia rigida prova. Ohimè che vago
Arsenal minutissimo di cose
Ciondola quindi, e ripercosso insieme
Molce con soavissimo tintinno!
Ma v'hai tu il meglio? Ah si che i miei precetti
Sagace prevenisti. Ecco risplende
Chiuso in breve cristallo il dolce pegno
Di fortunato amor: lungi o profani,
Chè a voi tant'oltre penetrar non lice.
Compiuto è il gran lavoro. Odi Signore
Sonar già intorno la ferrata zampa
De' superbi corsier che irrequieti
Ne' grand'atrj sospinge arretra e volge
La disciplina dell'ardito auriga.
Sorgi e t'appresta a render baldi e lieti
Del tuo nobile incarco i bruti ancora.
Ma a possente signor scender non lice
Da le stanze superne infin che al gelo
O al meriggio non abbia il cocchier stanco
Durato un pezzo, onde l'uom servo intenda
Per quanto immensa via natura il parta
Dal suo signore. Or dunque i miei precetti
Io seguirò, chè varie al tuo mattino
Portar dee cure il variar de' giorni:
Tu dolce intanto prenderai solazzo
Ad agitar fra le tranquille dita
Dell'oriolo i ciondoli vezzosi.
Signore al ciel non è cosa più cara


Di tua salute: e troppo a noi mortali
E' il viver de' tuoi pari util tesoro.
Uopo è talor che da gli egregi affanni
T'allevj alquanto, e con pietosa mano
Il teso per gran tempo arco rallente.
Tu dunque allor che placida mattina
Vestita riderà d'un bel sereno
Esci pedestre, e le abbattute membra
All'aura salutar snoda e rinfranca.
Di nobil cuoio a te la gamba calzi
Purpureo stivaletto, onde giammai
Non profanin tuo piè la polve o il limo
Che l'uom calpesta. A te s'avvolga intorno
Veste leggiadra che sul fianco sciolta
Sventoli andando; e le formose braccia
Stringa in maniche anguste a cui vermiglio
O cilestro ermesino orni gli estremi
Del bel color che l'elitropio tigne
O pur d'oriental candido bisso
Voluminosa benda indi a te fasci
La snella gola. E il crin... Ma il crin signore
Forma non abbia ancor da la man dotta
Dell'artefice suo; chè troppo fora,
Ahi troppo grave error lasciar tant'opra
De le licenziose aure in balia.
Nè senz'arte però vada negletto
Su gli omeri a cader; ma o che natura
A te il nodrisca; o che da ignote fronti


Il più famoso parrucchier lo involi,
E lo adatti al tuo capo, in sul tuo capo
Ripiegato l'afferri e lo sospenda
Con testugginei denti il pettin curvo.
Ampio cappello alfin che il disco agguagli
Del gran lume Febeo tutto ti copra,
E allo sguardo profan tuo nume asconda.
Poi che così le belle membra ornate
Con artificj negligenti avrai,
Esci soletto a respirar talora
I mattutini fiati: e lieve canna
Brandendo con la man, quasi baleno
Le vie trascorri, e premi ed urta il vulgo
Che s'oppone al tuo corso. In altra guisa
Fora colpa l'uscir; però che andrièno
Mal dal vulgo distinti i primi eroi.
Tal giorno ancora, o d'ogni giorno forse
Fien qualch'ore serbate al molle ferro
Che i peli a te rigermoglianti a pena
D'in su la guancia miete; e par che invidj
Ch'altri fuor che sè solo indaghi o scopra
Unqua il tuo sesso. Arroge a questo il giorno
Che di lavacro universal convienti
Terger le vaghe membra. E' ver che allora
D'esser mortal dubiterai; ma innalza
Tu allor la mente a i grandi aviti onori
Che fino a te per secoli cotanti
Misti scesero al chiaro altero sangue;

E il pensier ubbioso al par di nebbia
Per lo vasto vedrai aere smarrirsi
A i raggi de la gloria onde t'investi;
E di te pago sorgerai qual pria
Gran semideo che a sè solo somiglia.
Fama è così che il dì quinto le Fate
Loro salma immortal vedean coprirsi
Già d'orribili scaglie, e in feda serpe
Volta strisciar sul suolo a sè facendo
De le marcate spire impeto e forza:
Ma il primo sol le rivedea più belle
Far beati gli amanti e a un volger d'occhi
Mescere a voglia lor la terra e il mare.
Assai l'auriga bestemmiò finora
I tuoi nobili indugi: assai la terra
Calpestàro i cavalli. Or via veloce
Reca o servo gentil, reca il cappello
Ch'ornan fulgidi nodi: e tu frattanto
Fero genio di Marte a guardar posto
De la stirpe de' numi il caro fianco,
Al mio giovan eroe cigni la spada
Corta e lieve non già, ma qual richiede
La stagion bellicosa al suol cadente,
E di triplice taglio armata e d'else
Immane. Quanto esser può mai sublime
L'annoda pure onde la impugni all'uopo
La destra furibonda in un momento.
Nè disdegnar con le sanguigne dita

Di ripulire ed ordinar quel nastro
Onde l'else è superbo. Industre studio
E' di candida mano. Al mio signore
Dianzi donollo, e gliel appese al brando
L'altrui fida consorte a lui si cara.
Tal del famoso Artù vide la corte
Le infiammate d'amor donzelle ardite
Ornar di piume e di purpuree fasce
I fatati guerrier; si che poi lieti
Correan mortale ad incontrar periglio
In selve orrende fra i giganti e i mostri.
Volgi o invitto campion, volgi tu pure
Il generoso piè dove la bella
E de gli eguali tuoi scelto drappello
Sbadigliando t'aspetta all'alte mense.
Vieni, e godendo, nell'uscire il lungo
Ordin superbo di tue stanze ammira.
Or già siamo all'estreme: alza i bei lumi
A le pendenti tavole vetuste
Che a te de gli avi tuoi serbano ancora
Gli atti e le forme. Quei che in duro dante
Strigne le membra, e cui si grande ingombra
Traforato collar le grandi spalle,
Fu di macchine autor; cinse d'invitte
Mura i Penati; e da le nere torri
Signoreggiando il mar, verso le aduste
Spiagge la predatrice Africa spinse.
Vedi quel magro a cui canuto e raro

Pende il crin da la nuca, e l'altro a cui
Su la guancia pienotta e sopra il mento
Serpe triplice pelo? Ambo s'adornano
Di toga magistral cadente a i piedi:
L'uno a Temi fu sacro: entro a' Licei
La gioventù pellegrinando ei trasse
A gli oracoli suoi; indi sedette
Nel senato de' padri; e le disperse
Leggi raccolte, ne fe' parte al mondo:
L'altro sacro ad Igeia. Non odi ancora
Presso a un secol di vita il buon vegliardo
Di lui narrar quel che da' padri suoi
Nonagenarj udì, com'ei spargesse
Su la plebe infelice oro e salute
Pari a Febo suo nume? Ecco quel grande
A cui si fosco parruccon s'innalza
Sopra la fronte spaziosa; e scende
Di minuti botton serie infinita
Lungo la veste. Ridi? Ei novi aperse
Studj a la patria; ei di perenne aita
I miseri dotò; portici e vie
Stese per la cittade; e da gli ombrosi
Lor lontani recessi a lei dedusse
Le pure onde salubri, e ne' quadrivj
E in mezzo a gli ampli fori alto le fece
Salir scherzando a rinfrescar la state
Madre di morbi popolari. Oh come
Ardi a tal vista di beato orgoglio

Magnanimo garzon! Folle! A cui parlo?
Ei già più non m'ascolta: odiò que' ceffi
Il suo guardo gentil: noia lui prese
Di si vieti racconti: e già s'affretta
Giù per le scale impaziente. Addio
De gli uomini delizia e di tua stirpe,
E de la patria tua gloria e sostegno.
Ecco che umili in bipartita schiera
T'accolgono i tuoi servi. Altri già pronto
Via se ne corre ad annunciare al mondo
Che tu vieni a bearlo; altri a le braccia
Timido ti sostien mentre il dorato
Cocchio tu sali, e tacito e severo
Sur un canto ti sdrai. Apriti o vulgo
E cedi il passo al trono ove s'asside
Il mio signore. Ah te meschin s'ei perde
Un sol per te de' preziosi istanti!
Temi il non mai da legge o verga o fune
Domabile cocchier: temi le rote
Che già più volte le tue membra
Avvolser seco, e del tuo impuro sangue
Corser macchiate, e il suol di lunga striscia
Spettacol miserabile! segnàro.
Pagina a cura di Nino Fiorillo  ===  e-mail:dlfmessina@dlf.it  ===  Associazione DLF - Messina